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martedì 29 aprile 2014

Vento ed acqua. El Hierro (Canarie), la prima isola alimentata solo da energie rinnovabili


da blogeko


el hierro (canarie) energia rinnovabile
Potenza del vento, potenza dell’acqua. L’isola di El Hierro nell’arcipelago delle Canarie (Spagna) sta per emanciparsi completamente dalle sporche fonti fossili di energia. I bisogni dei suoi circa 10.000 abitanti e degli energivori impianti di desalinizzazione dell’acqua di mare verranno soddisfatti interamente dalle rinnovabili. Che sono discontinue: ma ad El Hierro un lago – proprio uno specchio d’acqua dolce – sarà utilizzato come “batteria” per stoccare il surplus di energia eolica prodotta quando soffia vento forte e per usarla nei momenti di calma. Il sistema comincerà ad entrare in funzione fra un paio di mesi.
Varie isole, fra cui quella danese di Samsø, hanno imparato a sfruttare al massimo le fonti rinnovabili: ma El Hierro, secondo gli esperti, sarà la prima completamente autosufficiente e scollegata dagli elettrodotti. Il punto chiave del sistema, spiega un articolo di Afp disponibile via Business Insider, sono cinque grandi turbine eoliche installate in un punto elevato dell’isola, caratterizzata da scogliere e picchi.
Nei momenti di punta, le turbine saranno in grado di fornire 11,5 megawatt: molto di più di ciò che serve all’isola e ai suoi impianti di desalinizzazione. L’energia in eccesso servirà per pompare in un bacino situato a circa 700 metri di altezza l’acqua dolce di un lago che si trova al livello del mare.
Nel momento in cui il vento non sarà sufficiente a generare l’energia elettrica necessaria per l’isola, l’acqua di questo bacino verrà incanalata verso il basso per far girare una turbina e produrre energia idroelettrica.
Alla fine di giugno l’impianto, costato 80 milioni di euro, comincerà a funzionare al 50% e raggiungerà il pieno regime nei mesi seguenti. Il passo successivo sarà, almeno nelle intenzioni, convertire ad energia elettrica da fonte rinnovabile tutte le circa 6.000 auto dell’isola.

venerdì 14 giugno 2013

Il Nilo diventa campo di battaglia. Egitto ed Etiopia, la guerra per l’acqua

da blogeko.

egittoIl Parlamento dell’Etiopia ha dato oggi all’unanimità l’ok alla costruzione su un ramo del Nilo della più grande diga idroelettrica dell’Africa.
L’Egitto non ha escluso l’opzione militare per impedirlo. Il Paese è infatti la grande scatola di sabbia che si vede nell’immagine a lato: fittamente popolato, ricava dal Nilo praticamente tutta la sua acqua, si trova a valle della diga e la portata del fiume sarebbe almeno per alcuni anni sensibilmente ridotta.
Siamo abituati alle guerre per il petrolio, sempre più difficile da estrarre e più costoso: è il famoso picco del petrolio di cui risente anche l’economia italiana. Le minacce di guerra per l’acqua non devono ahimè stupire, dal momento che – l’ho scritto già anni fa – siamo arrivati anche al picco dell’acqua, nel senso che il genere umano già usa la metà dell’acqua dolce disponibile: il cosiddetto sviluppo può alimentarsi solo attingendo l’acqua residua, la più difficile da conquistare e da sfruttare.
Dopo il “continua”, una grande cartina illustra lo scenario e i dettali della contesa. Prima però una chicca tutta italiana: a costruire la diga in Etiopia (4,7 miliardi di dollari) è stata chiamata la Salini, che da poco controlla Impregilo.
bacino del nilo e diga reinassanceQui accanto vedete (in azzurro) il bacino del Nilo e tutti i Paesi che vi si affacciano. La cartina è tratta da un vecchio numero di Limes.
Ho aggiunto una freccia rossa per indicare il tratto del Nilo Azzurro sul quale l’Etiopia vuol costruire la sua diga, che ha battezzato “Grand Ethiopian Renaissance Dam”.
In basso (da Geocurrents) l’ingrandimento della zona della diga con l’enorme lago artificiale da creare alle sue spalle per garantire il flusso d’acqua destinato a mantenere in movimento le turbine che genereranno l’energia idroelettrica: 63 miliardi di metri cubi d’acqua, salute!, per garantire una produzione di energia elettrica pari a 15.000 Gwh all’anno.
Quanti anni ci vorranno prima che il Nilo Azzurro riempia il lago artificiale e torni a portare la solita quantità d’acqua al ramo principale del Nilo ed all’Egitto?
Tre-cinque anni, stima International Rivers: ed in questo periodo l’Egitto avrebbe circa il 25% di acqua in meno per dissetare i suoi 85 milioni di abitanti e per irrigare i campi dai quali dipende il loro cibo. E’ questo il motivo della contesa.

lunedì 6 agosto 2012

Grecia: scontri tra polizia e il movimento contro la miniera d'oro

da infoaut.org


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Aggiornamento delle 18:20: I manifestanti sono riusciti a raggiungere l'albero in cima al monte come annunciato. Tra gas lacrimigeni CS, pallottole di gomma e provocazioni poliziesche il corteo inizia lentamente a tornare a valle

“Noi abitanti della zona di Ierissos riuniti nell'assemblea popolare di martedì 31 luglio abbiamo deciso che scaleremo il monte Kakavos per difendere i boschi, l'acqua e la nostra vita”.
Ed oggi 5 agosto la scalata è iniziata al grido di “si parla di utili e di perdite, noi parliamo di vite umane!”. E' una della manifestazioni organizzate dal movimento NO Gold Mining che da anni nella penisola delle Calcidi si batte contro il progetto della Hellas Gold, agenzia satellite della canadese Eldorado Gold. Comprare le montagne, sottrarre le terre alla popolazione, devastare i boschi, inquinarne le acque e costruire una grande miniera d'oro è l'obiettivo che la Eldorado Gold (un nome un programma!) è determinata ad ottenere anche in barba alle flebili resistenze della legislazione locale e nazionale. La strategia politica è: “la miniera d'oro porterà lavoro!”, ma lo slogan non ha sortito l'effetto sperato: nessun consenso da queste parti ad un progetto che letteralmente ti ammazza di lavoro.
Per contrastare le resistenze della popolazione, che mai creduto alle promesse dell'azienda canadese rispondendogli sempre con un secco “NO!”, è iniziata la battaglia sia legale che... militare. La strategia dell'azienda è farsi concedere e sequestrare ettari di territorio per realizzare dei così detti sondaggi tenico-scientifici, militarizzarli anche con squadre di sicurezza privata e lentamente accaparrarsi porzioni di montagna. Il movimento NO Gold Mining ha fin da subito denunciato la strategia utilizzata dall'impresa e dall'indotto di speculatori organizzando diverse manifestazioni, assemblee e momenti di contro-informazione che con il tempo hanno reso il movimento una determinata resistenza popolare che vive anche grazie al sostegno della solidarietà di parte della società greca. Oggi il movimento con la2_22-preview scalata del monte era determinato a mostrare alle autorità che militarizzano le montagne della regione e all'impresa Hellas Gold che quelle sono terre che non gli appartengono... e così è stato! In tantissimi fin dalle prime ore della mattina si sono radunati a valle e poi hanno iniziato la lunga marcia scandendo slogan ed esponendo striscioni. Intorno alle 13h e a pochi metri dalle istallazioni per i sondaggi, diverse decine di poliziotti in assetto antisommossa hanno iniziato a sparare lacrimogeni CS. L'aria divenuta subito irrespirabile non ha impedito ai manifestanti di continuare la marcia rallentata dagli incendi provocati poreia_2dai candelotti lanciati anche dentro i boschi, e domati dai No Gold Mining. Davanti alla determinazione della manifestazione la polizia non ha esitato a sparare anche bombe assordanti e per la prima volta nella storia della Grecia sono stati utilizzati proiettili di plastica. Mentre i No Gold Mining si stanno ricompattando emerge chiaro e netto dalle Montagne delle Calcidi il rifiuto più intransigente di abbandonare il proprio territorio alla speculazione e alla devastazione ambientale; al ritornello del “la miniera d'oro porta lavoro!” qui non ci crede nessuno... e c'è da riconoscerlo che nella Grecia in crisi è già una straordinaria vittoria e una miniera di lotte e resistenze sociali per il futuro.

Su twitter @fulviomassa

mercoledì 1 agosto 2012

Finché morte non ci separi


«Se l'Ilva chiude come faremo, come daremo da mangiare alle nostre famiglie?»
(un operaio dell'Ilva)
 
 
Tocca all'Ilva, ad una delle più mostruose fabbriche italiane. Chiusa, di punto in bianco. Non dal suo consiglio di amministrazione a fronte di fallimenti o piani di ristrutturazione, delocalizzazioni o quant'altro, ma dallo Stato. La magistratura ha scoperto, dopo puntigliosa inchiesta dei carabinieri, che quella fabbrica avvelena ed uccide. Di giorno produce (legalmente), di notte inquina (illegalmente). Sembra una battuta di cattivo gusto, ma è la verità. L'llva, la fabbrica della morte famigerata in tutta Italia, causa del decesso di centinaia e centinaia di persone, delle patologie di migliaia d'altre, vero e proprio flagello per la città di Taranto, da decenni oggetto di innumerevoli inchieste e denunce, ha visto l'intera area a caldo dello stabilimento venire posta sotto sequestro, con tutti i suoi impianti. Agli arresti domiciliari otto suoi dirigenti, vecchi e nuovi.
 
Sbalorditi gli industriali, che per bocca della Federacciai fanno sapere: «Se un impianto in regola con le norme ecologiche può essere chiuso da un magistrato sulla base di correlazioni tra l'esistenza dell'impianto industriale e la salute, non vi è più alcuna certezza nel diritto... La siderurgia italiana reagirà duramente a ogni tentativo di mettere in discussione, per una distorta ideologia ambientalista, la presenza dell'industria nel territorio...». Che scandalo uno Stato che si oppone alla «vocazione» dell'industria! Da quando in qua la salute degli esseri umani viene prima del profitto?
Sbalorditi gli operai, che hanno bloccato l'intera città in segno di protesta, occupando, si mormora su suggerimento del sindaco, anche il Municipio. Migliaia e migliaia di persone scese in strada. Suvvia, non scherzate. L'Ilva è la più grande azienda siderurgica d'Europa, ovvio che inquina e avvelena. L'avete sempre saputo e ve ne siete sempre fregati. L'abbiamo sempre saputo e ce ne siamo sempre fregati. Perché dà lavoro ad un'intera città, ad un'intera provincia, ed oltre. Non potete chiuderla. Deve essere riaperta, deve continuare a produrre, ad inquinare, ad avvelenare, a far ammalare noi e le nostre famiglie, ad ucciderci.
 
Di fronte alla mobilitazione in massa di una città intera, a blocchi e ad occupazioni, non sono mancati quelli che hanno esultato, che si sono commossi di fronte a questa manifestazione di orgoglio operaio, di fronte all'apertura di un nuovo e così vasto fronte di lotta. Finalmente, operai in lotta in difesa del posto di lavoro. Nuova benzina sul fuoco. E sia. Ma come si può fare a meno di pensare a quanto miserabile sia questa rivendicazione, a quanto meschine siano le ragioni di queste lotte che stanno scoppiando in difesa della mera sopravvivenza? La chiusura di una fabbrica di morte dovrebbe essere una festa per tutti. Caso mai, a far infuriare è il fatto che sia decretata dai beccamorti togati che d'un tratto riscoprono i loro cavilli e li utilizzano zelantemente.
 
La sopravvivenza in pericolo dovrebbe essere salvaguardata dai saccheggi ai supermercati, dall'assalto alle banche, dal rifiuto del denaro e della proprietà privata, dalla gratuità, dalla solidarietà, dalla sperimentazione di un nuovo modo di vivere. No, troppo idealista, troppo distaccato dalla realtà quotidiana. Meglio essere concreti, più pratici. Eccola qui la riproduzione sociale, con tutto il peso del suo ricatto: «Quando l'operaio comincia a lavorare alla "catena" prova frequentemente un malessere. L'uomo "non è fatto" per questo genere di operazione. Gli operai sono tentati di abbandonare, di chiedere cambiamenti di posto, sono instabili, ciò che rivela un profondo malessere. Ma entra in gioco la necessità e li mantiene al loro posto: sono obbligati a guadagnarsi la vita e la disoccupazione è sempre una minaccia. Allora gli operai si abituano... e si fissano. Quando li si interroga si dichiarano soddisfatti e non desiderano cambiare. Questo pure può provocare per loro una vera paura. Si può allora interpretare questa risposta come un sintomo assai soddisfacente: l'operaio è felice. Ma si può anche interpretarlo in modo completamente diverso: l'esercizio costante del lavoro impersonale ha finito per spersonalizzare l'operaio che lo esercita, è stato sagomato dal suo lavoro, foggiato per l'uso di questo lavoro, meccanizzato, assimilato».
 
Quanto sta accadendo a Taranto è una delle più drammatiche dimostrazioni che questo modo di vivere, questa civiltà, questo mondo, non si può riformare. E che anziché tacere questo aspetto per paura di non essere ascoltati, per timore di restare isolati dalla massa, occorre viceversa sottolinearlo, urlarlo. E farlo adesso, nel cuore della tempesta, senza aspettare di aver guadagnato un pizzico di fiducia popolare solo a condizione di aver avvalorato (e quindi prolungato) la più ignobile delle illusioni. 
 
[28/7/12]

lunedì 30 luglio 2012

In Ruanda un sabotaggio inatteso

Pochi giorni dopo la morte di un membro del loro branco a causa del lazzo di un bracconiere, un gruppetto di gorilla di montagna è riuscito a mettere fuori uso alcune trappole poste all’interno del Parco Nazionale dei Vulcani.
Questa straordinaria scena è stata vista e documentata dall’equipe del Dian Fossey Gorilla Fund’s Karisoke Research Center, un centro di ricerca, situato all’interno del parco, che si occupa della salvaguardia e protezione dei gorilla.
Veronica Vecellio, coordinatore del programma afferma di non aver mai visto prima un fatto del genere, ed essendo questo il più autorevole centro per l’osservazione al mondo dei gorilla selvatici c’è da crederci.
Ma poco importa se sia stata la prima volta o no, noi vediamo quanto accaduto come un’ulteriore conferma del fatto che gli animali sono esseri senzienti, dotati di intelligenza, amor proprio, verso i propri simili e perché no, altre specie.
Il Parco Nazionale dei Vulcani è una vasta aerea forestale nel nord-ovest del Ruanda, di eccezionale valore naturalistico, dove abitano tantissimi mammiferi e un’incredibile varietà di uccelli. Questo parco, che confina con altre zone forestali del Congo e dell’Uganda, ospita gli ultimi gorilla di montagna rimasti sulla terra, circa 700 individui.
Qui i gorilla sono minacciati (come le altre specie) dalle trappole posizionate dai bracconieri per la cattura di antilopi e altri erbivori; vi rimangono intrappolati principalmente giovani esemplari perché gli adulti sono in genere abbastanza forti per rompere i lazzi e liberarsi da soli. Migliaia sono le corde e le trappole che insidiano gli animali in questa foresta.
IL CASO  La scorsa settimana un cucciolo di gorilla di nome Ngwino (i primati sono tutti censiti e tutti hanno un nome) è rimasto intrappolato ed è morto nel tentativo di liberarsi da una trappola. Sembra che i cacciatori non abbiano alcun interesse per questi animali, anche quelli di piccole dimensioni, facili da trasportare e da vendere vengono lasciati sul posto a morire.
Alcuni giorni dopo questa ennesima morte, John Ndayambaje un lavoratore del Karisoke Center in compagnia di alcuni turisti, era in perlustrazione per disattivare e distruggere le trappole lasciate dai bracconieri quando, arrivati nel territorio di Kuryama (gorilla capo di un clan) vide un lazzo e si avvicinò per disinnescarlo. A questo punto Vubu, un gorilla silverback (maschio adulto) grugnì per far capire alla spedizione di starsene alla larga.
Improvvisamente due giovani esemplari di 4 anni, Dukore (femmina) e Rwema (maschio) si fiondarono sulla trappola ed iniziarono il lavoro di disattivazione: il maschio saltò su un ramo piegato che era parte della costruzione della trappola e lo spezzò, mentre Duroke liberò il cappio.
Dopo questa operazione i gorilla si allontanarono verso un’altra trappola dove con l’aiuto di un terzo gorilla più adolescente, di nome Tetero, distrussero anche questa.

Veronica Vecellio ha affermato che la velocità nel manomettere le trappole può far pensare che non sia stata la prima volta che i gorilla compivano queste azioni, ma nonostante non si fossero mai viste scene simili non ne è rimasta stupita. Alcuni silverback del clan Kuryama rimasero in qualche occasione intrappolati, per questo la Vecellio pensa che i giovani gorilla abbiano imparato quanto siano pericolose le trappole.
“Ecco perché le hanno distrutte” continua la Vecellio.
Il veterinario del centro Mike Cranfield, anche lui non stupito dalla notizia, afferma che i gorilla possono aver imparato a distruggere le trappole osservando i lavoratori del centro e in modo scherzoso continua dicendo che potrebbero istruire i gorilla a disattivare le trappole.
“Sarebbe contro l’etica della nostra struttura fare questo, cerchiamo il più possibile di non interferire con i gorilla. Non vogliamo pregiudicare i loro comportamenti naturali” conclude la Vecellio.
 
Fonte:  National Geographic
 
Il centro di ricerca Dian Fossey Gorilla Fund’s Karisoke Research Center è stato fondato nel 1967 da Dian Fossey, figura di rilievo nello studio e protezione dei gorilla. Il suo impegno fu da subito volto a preservare i gorilla dalla minaccia dei cacciatori che al soldo degli zoo europei intrappolavano e spedivano nel vecchio continente giovani esemplari da esibire.
Dian Fossey affermò che guardare gli animali in gabbia in uno zoo non era etico, e si appellò alla Comunità Europea per modificare le regole di cattura degli animali.
Nel 1985 la Fossey fu brutalmente uccisa nella sua capanna nel Parco dei Vulcani dalla stessa arma usata dai bracconieri per uccidere i gorilla una volta intrappolati. La più probabile causa del suo omicidio risiede nella sua sfrenata difesa dei gorilla e nella volontà di preservarne gli habitat dal turismo.

lunedì 16 luglio 2012

Belo Monte non è più occupato. Le tribù ricevono in cambio dei televisori. Video

da http://blogeko.iljournal.it


Praticamente è finita a specchietti e collanine. Nove tribù dell’Amazzonia brasiliana (circa 300 persone) hanno cessato l’occupazione del cantiere che sta costruendo la mastodontica diga di Belo Monte, la terza più grande del mondo per la produzione di energia idroelettrica.
La diga sconvolgerà il territorio in cui le tribù vivono da sempre. Modificherà l’assetto del fiume Xingu (uno dei grandi affluenti del Rio delle Amazzoni) e distruggerà 500 chilometri quadrati di foresta pluviale.
La foto, diffusa da Norte Energia (il consorzio di imprese che realizza la diga), mostra il momento in cui gli indigeni hanno accettato di terminare l’occupazione.
L’associazione non governativa Amazon Watch, che difende i diritti degli indigeni, spiega che Norte Energia ha tenuto trattative separate con ciascuno dei gruppi etnici, ai quali ha offerto televisori, videocamere, computer (e chissà se avranno l’elettricità per farli funzionale) e imbarcazioni, e chissà cosa se ne faranno visto che il tratto dello Xingu su cui gravitano non sarà più navigabile. Tutti i link sono in fondo.
Specchietti e collanine del XXI secolo, appunto. Fra poche righe c’è il video diffuso da Amazon Watch relativo all’ufficializzazione dell’accordo.
Notare i poliziotti armati schierati in fondo alla sala (compaiono dopo 24″ circa). Si parla portoghese, lingua che io non conosco: se qualcuno vorrà lasciare la traduzione nei commenti è il benvenuto. Le immagini sono comunque eloquenti.

http://www.youtube.com/watch?v=Mf7U4RN3BoQ&feature=player_embedded


Sempre secondo Amazon Watch, la tribù degli Xikrin – la più numerosa e influente fra le nove che avevano partecipato all’azione – ha accettato di cessare l’occupazione dopo una serie di incontri confusi e tradotti malamente con Carlos Nascimento, presidente di Norte Energia.
Altri gruppi indigeni hanno stabilito che, senza i guerrieri Xikrin, anch’essi avrebbero cessato l’occupazione e cercato strade differenti per far valere i propri diritti.
Secondo la versione diffusa da Norte Energia, è stato raggiunto un accordo in base al quale l’impresa adotterà misure per mitigare dell’impatto ambientale della diga (quali e quando, non è comunque specificato) e creerà sette postazioni di sicurezza per difendere le terre degli indigeni
Una delle poche fonti di informazione in inglese che ha dato conto della conclusione delle trattative, Foxnews Latino, riferisce che Norte Energia donerà veicoli ai villaggi e pagherà le spese necessarie affinchè due persone in ogni comunità imparino a guidarli.
Aggiunge che l’accordo prevede la creazione di un comitato per monitorare la porzione dello Xingu su cui ricade la diga e di una commissione per garantire che Norte Energia mantenga le promesse.
La diga di Belo Monte produrrà energia idroelettrica sufficiente ai bisogni di 23 milioni di abitazioni. Capterà l’80% delle acque del fiume Xingu, che finora ha costituito la via d’acqua per gli spostamenti degli indigeni, ha offerto loro il pesce per mangiare e la possibilità di bere, lavarsi, cucinare.
In particolare circa 150 chilometri del corso dello Xingu saranno ridotti ad un acquitrino, e il lago artificiale creato alle spalle della diga inghiottirà 500 chilometri quadrati di foresta.
Si calcola che oltre 12.000 indigeni dovranno abbandonare le loro terre (Norte Energia parla di 5.000 famiglie) e che complessivamente saranno toccate dalla costruzione della diga circa 40.000 persone.
Il comunicato stampa di Norte Energia gli indigeni cessano l’occupazione del cantiere di Belo Monte (in portoghese, una traduzione nei commenti è la benvenuta)
Il comunicato stampa di Amazon Watch finisce fra i dissensi l’occupazione del cantiere di Belo Monte da parte degli indigeni
Su Fox News Latino gli indigeni brasiliani cessano le proteste nel cantiere di costruzione della diga
Foto Norte Energia

mercoledì 11 luglio 2012

L’oro non si beve. Conga, la sanguinosa guerra per l’acqua contro una miniera

da http://blogeko.iljournal.it

lug  12
11
L’oro, in qualità di possibile investimento alternativo, vive tempi di gloria in questi momenti di crisi economica. Raramente però ci si chiede (citando Ugo Foscolo) di che lacrime grondi e di che sangue. E’ il caso del progetto per l’enorme miniera di Conga, in Perù.
La gente del posto è assolutamente contraria all’apertura della miniera, che sconvolgerà l’assetto idrico della zona.
Nei giorni scorsi, dopo settimane di scioperi e proteste, ci sono stati tre morti e almeno 21 feriti durante scontri con la polizia e di conseguenza è stato proclamato lo stato d’emergenza in tre province. Tutti i link sono in fondo.
L’oro non si mangia, mentre senz’acqua – un bene sempre più raro e prezioso – è impossibile vivere. E’ un dato di fatto di fronte al quale non c’è promessa di “sviluppo” che tenga. Spiega quanto sta accadendo a Conga.
Il progetto per Conga, sulle montagne nel nord del Perù, è stato presentato società americana Newmont: si tratta della miniera d’oro più grande del mondo (investimenti per 4,8 miliardi di dollari), farebbe sparire quattro laghi naturali, due per estrarre l’oro e due per depositare gli scarti.
Per questo motivo il progetto era stato in un primo tempo bocciato. La Newmont l’ha modificato inserendovi la creazione di laghi artificiali, da realizzare prima della miniera e più grandi di quelli destinati a sparire. Così, secondo la società e i suoi studi di impatto ambientale, la disponibilità di acqua nella zona addirittura aumenterebbe. E in questa seconda versione il progetto è stato approvato dal governo.
Voci autorevoli, tuttavia, si sono levate insieme a quelle della gente del posto contro l’apertura della miniera.
Lo studio d’impatto ambientale della Newmont sulla miniera di Conga è stato contestato punto per punto da quello presentato dall’Edlc (Environmental defender law center), un’organizzazione non governativa che si occupa di difesa dei diritti umani nei Paesi poveri.
Secondo Edlc, lo studio di impatto ambientale della Newmont “è fondamentalmente un documento di pubbliche relazioni”, è variamente carente di dati e soprattutto limitato al periodo in cui la miniera verrà sfruttata, mentre i problemi si manifesteranno verosimilmente anche in seguito.
Edlc nota che (al contrario di quanto sostiene Newmont) sorgenti, acque di superficie ed acque di falda sono fra loro verosimilmente interconnesse, e dunque è lecito attendersi, col tempo, un’ampia dispersione e diffusione dei residui tossici lasciati dietro di sè dall’attività estrattiva.
Ancora, sottolinea che gli stessi progetti della Newmont prevedono l’impiego di una quantità d’acqua ben maggiore rispetto a quella che gli impianti annessi alla miniera saranno in grado di depurare.
Scarichi di questo genere normalmente contengono metalli pesanti (compreso il mercurio) e composti di zolfo e azoto.
Per quanto riguarda i laghi artificiali che dovrebbero rimpiazzare quelli naturali, poi, oltre all’inquinamento c’è l’incognita di una presumibile variazione nella portata delle sorgenti indotta dall’attività mineraria.
Praticamente la gente di Conga rischia di ritrovarsi con poca acqua, e perdipiù inquinata. Secondo le previsioni, la miniera produrrebbe ogni anno fra le 580.000 e le 680.000 once d’oro. Un’oncia equivale a circa 28 grammi e attualmente ha un valore di mercato attorno ai 1.565 dollari. Ma l’oro, dicevo prima, non si mangia. E soprattutto non si beve.
Su Associated Press (via Huffington Post) miniera di Conga, arrestato il leader della protesta
Su Reuters (via Trust) scontri per la miniera di Conga, tre morti e stato di emergenza
La valutazione di impatto ambientale della miniera di Conga presentata da Newmont (i link ai vari capitoli sono in fondo alla pagina, dopo una nota introduttiva)
La valutazione di impatto ambientale della miniera di Conga presentata da Edlc (il link apre la versione in inglese; c’è anche quella in spagnolo)
Edlc, Environmental defender law center
Foto

domenica 1 luglio 2012

Amazzonia, il comunicato stampa delle tribù in guerra contro la diga di Belo Monte



da blogeko


Le tribù dell’Amazzonia che stanno occupando e bloccando il cantiere della diga di Belo Monte – un’opera da 17 miliardi di dollari, uno sfregio di pari entità alla foresta pluviale – hanno diffuso, ebbene sì, un comunicato stampa via internet.
Chiedono agli uomini bianchi di fornire mezzi di trasporto agli indigeni che stanno accorrendo in zona, ma di non interferire, per il resto, nell’azione.
In altre parole: è la loro terra, non vogliono ingerenze e soprattutto non vogliono che la loro azione sia strumentalizzata insinuando che qualcuno li stia manipolando. Chapeau.
Ma come fanno le tribù dell’Amazzonia a diffondere un comunicato stampa via internet? E’ una storia veramente bella, a mio parere.
Il portavoce degli occupanti, Mukuka Xikrin, ha parlato. Amazon Watch (un’organizzazione non profit che dal 1996 protegge l’Amazzonia e i diritti delle popolazioni locali) ha tradotto in inglese e diffuso, precisando che, a richiesta, è possibile ascoltare la registrazione audio.
Mukuka Xikrin dice che stanno occupando il cantiere le tribù Xikrin, Arara e Juruna e che è in arrivo la tribù Parakana.
Tuttavia, prosegue, molte altre tribù stanno cercando mezzi di trasporto per giungere rapiamente sul posto: in questo, e solo in questo, gli indigeni dell’Amazzonia chiedono aiuto all’esterno, dopo che da soli hanno deciso di agire e dopo che da soli hanno occupato il cantiere.
Le tribù – aggiungo io – stanno difendendo la loro terra e la loro acqua. Ma anche un pezzo considerevole della foresta che rappresenta i polmoni del pianeta.
La diga di Belo Monte mira a produrre energia elettrica in quantità pari ai bisogni di 23 milioni di abitazioni. Capterà la maggior parte dell’acqua dello Xingu, uno dei maggiori affluenti del Rio delle Amazzoni, trasformando in un acquitrino circa 150 chilometri del suo corso.
Immediatamente a monte della diga – che in base ai progetti sarà la terza più grande del mondo – verrà creato un bacino artificiale allagando 500 chilometri quadrati di foresta, pari ad un sesto della Valle d’Aosta.
Si calcola che oltre 12.000 persone vengano costrette ad abbandonare la terra dove hanno sempre vissuto.
La diga inoltre sconvolgerà il paesaggio e l’assetto idrografico di un territorio sul quale abitano circa 40.000 persone. Hanno sempre contato sullo Xingu per bere, cucinare e pescare.
Su Amazon Watch Belo Monte, il comunicato del portavoce degli occupanti
Foto

venerdì 29 giugno 2012

Tribù amazzoniche occupano il cantiere di Belo Monte, la diga che sfregia la foresta

da blogeko

giu  12
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Le tribù amazzoniche avevano promesso guerra. E guerra è. Sono riuscite poco fa, in Brasile, ad occupare e fermare il cantiere per la contestatissima e faraonica diga di Belo Monte sul fiume Xingu, che – per produrre energia idroelettrica – renderà irriconoscibile il paesaggio in un’amplissima area della foresta pluviale. La stessa dove loro sono vissuti da sempre in armonia con la natura.
La diga di Belo Monte, secondo i progetti, sarà la terza più grande del mondo, dopo le Three Gorges in Cina e dopo quella di Itaipu, sempre in Amazzonia, fra Brasile e Paraguay.
La protesta degli indigeni è iniziata da diversi giorni, ma il cantiere è stato fermato solo da poco. C’è un bel video di Al Jazeera, arriva fra poche righe.
Prima voglio sottolineare una cosa. Gli indigeni non lottano solo per difendere la loro terra e la loro acqua (che già non sarebbe poco…): l’Amazzonia, è noto, rappresenta i polmoni del pianeta. E Belo Monte ne cancella la bellezza di 500 chilometri quadrati.
Il video di Al Jazeera mostra fra l’altro la strada del cantiere. Solitamente è percorsa da un viavai ininterrotto di mezzi pesanti. Ora è nelle mani degli indigeni, che l’hanno sbarrata parcheggiando di traverso ruspe e autocarri.
La diga dell’impianto idroelettrico di Belo Monte bloccherà le acque dello Xingu, uno fra i maggiori affluenti del Rio delle Amazzoni, che per 150 chilometri verrà trasformato in uno stagnante acquitrino.
I 500 chilometri quadrati di foresta allagata per creare il lago artificiale destinato ad alimentare le turbine idroelettriche corrispondono ad un sesto della Valle d’Aosta. Dagli Anni 60 in poi è stato già distrutto il 18% della foresta amazzonica.
Si calcola che oltre 12.000 persone vengano costrette ad abbandonare la terra dove hanno sempre vissuto. La captazione quasi totale dello Xingu lascerà senz’acqua, o quasi, circa 40.000 persone, da sempre abituate anche ad usarlo come via di comunicazione e a contare sulla pesca.
Lo Xingu non è ancora bloccato. Ma gli indigeni, nel video, dicono che è diventato inquinato.
Secondo le stime più aggiornate, l’impianto costerà 17 miliardi di dollari. Fornirà 11.000 MW di energia idroelettrica, sufficiente ai bisogni di 23 milioni di abitazioni. Tuttavia durante i 3-4 mesi dell’anno in cui le precipitazioni sono più ridotte, fornirà solo 1 MW di energia, diventando così una delle dighe meno efficienti di tutto il mondo.
Su English Al Jazeera le tribù brasiliane chiedono di fermare la diga di Belo Monte
Su Afp tribù indigene occupano il cantiere per la costruzione di Belo Monte

giovedì 21 giugno 2012

Land grabbing, la mappa degli italiani che si accaparrano i campi nei Paesi poveri

da blogeko.


Trattare la Terra come se fosse l’orto dei ricchi. E’ il land grabbing, l’accaparramento di grandi estensioni di campi nei Paesi poveri a scapito delle comunità locali. E una ventina di imprese italiane – fatto poco noto – si sono tuffate alla grande in questo affare.
Contemporaneamente all’inizio della conferenza di Rio de Janeiro sullo sviluppo sostenibile, ieri l’associazione Re:Common, che si batte per sottrarre le risorse naturali al mercato e alle istituzioni finanziarie, ha pubblicato il rapporto “Gli arraffa terre. Il coinvolgimento italiano nel business del land grab”.
Emergono i nomi di aziende piccole e grandi – da Benetton ad Eni – ed emerge soprattutto il fatto che, in Europa, l’Italia è seconda solamente all’Inghilterra nell’investimento su terre all’estero.
E cosa se ne fanno le aziende italiane di tutti quei campi? Essenzialmente (ma non solo) producono biocombustibili detti anche biocarburanti: uno schiaffo alla gente che ha fame.
A Re:Common risulta che le imprese italiane abbiano messo gli occhi su “parecchie centinaia di migliaia” di ettari, e che continuino “in maniera esponenziale a espandere il loro ‘pacchetto’”: sembrano destinate a spartirsi in poco tempo “una fetta di terreni che si calcola potrebbe superare i due milioni di ettari”.
Però, avverte il rapporto, non esistono numeri definitivi, “data la quasi totale mancanza di trasparenza e l’aura di diffusa segretezza che continua a circondare il fenomeno”.
In sostanza, le imprese italiane acquisiscono a poco prezzo e per lunghi periodi grandi estensioni di terra soprattutto in Africa (in particolare Mozambico, Etiopia, Senegal) ma non solo: “I fratelli Benetton, controllando la Compania de Tierras, sono i più grandi proprietari privati di terreni in Argentina, dopo lo Stato”.
Di conseguenza “la Benetton si trova da anni nel mirino di numerose organizzazioni umanitarie per le conseguenze provocate dalla sua attività sulla popolazione indigena Mapuche, che si è vista così espropriare la propria terra”.
Le tenute agricole all’estero possono avere davvero prezzi super stracciati.In Senega, la Senhuile SA, un’impresa per il 51% italiana (Gruppo Finanziario Tampieri) e per il 49% senegalese, si è accaparrata 20mila ettari di terreno nella vallata del fiume Senegal (regione settentrionale di Podro) per 100mila dollari l’anno, cioè solo 3,5 euro all’anno per ettaro.
Poi il progetto è stato sospeso in seguito a duri scontri di piazza con morti e feriti. L’opposizione delle comunità locali è ovvia: l’accaparramento da parte degli stranieri impedisce l’accesso ai campi dai quali la gente ottiene il cibo per sfamarsi.
Irrompono sulla scena colture alimentari destinate non ai circuiti locali, ma ai mercati internazionali. Soprattutto, arrivano coltivazioni (jatropa, palma da olio…) per la produzione di biocarburanti.
Diminuisce così l’estensione di terra destinata alla produzione del cibo. Le pentole e i piatti dei Paesi poveri sono costrette ad entrare in concorrenza con i serbatoi delle auto e con le centrali a biocombustibili che producono energia nei Paesi ricchi.
E poi c’è ancora qualcuno che ha il coraggio di chiamare “verde” questo tipo di energia.
Su Re:Common gli arraffa terre, la pagina del comunicato stampa dalla quale è possibile scaricare l’intero rapporto in .pdf
Foto Flickr

mercoledì 6 giugno 2012

Montevideo, Uruguay: La terra non si vende, la terra si difende!

Da es.contrainfo trad. orizzontelibertario.

Proclama letto alla fine della marcia, alle porte del Dinama:

 Perché è in pericolo,
 perché è unica ma appartiene a tutti,
 perché altrimenti  se non la difendiamo siamo complici,
abbiamo deciso di difenderla rompendo il silenzio.



 Siamo parte della stessa lotta, la stessa resistenza che sorge in tutto il mondo. I nostri fratelli sono coloro che ovunque si trovano sono stati  incarcerati, perseguitati e uccisi. Anche sgombrati come è accaduto oggi in Bella Union Tedhy Ney, cacciati dalla terra per un anno avevano curavano e su cui avevano vissuto.
 Come dicono i compagni  co-UTAA : la terra è di chi la lavora e la abita.


Circondano il bosco, ci sfruttano attraverso i datori di lavoro, siamo contaminati dai loro cibi transgenici OGM , avvelenano le fonti d'acqua, inquinano l'aria e vogliamo convincerci a consumare cose che non servono. Ma cadranno.

Ripetiamo ancora una volta, la terra non sta morendo, la stanno uccidendo.  I responsabili hanno dei nomi e sappiamo  a quali interessi rispondono. Vogliamo un mondo sano e libero senza mediatori, lo stiamo costruendo e no chiederemo il permesso. Dare alla terra parte di ciò che ci dà, attaccando chi ci attacca.

 Il Capitale ci riempie con i suoi mega-progetti, noi gli opponiamo un mondo che difende la vita e libertà. Qualsiasi altro megaprogetto come l' Aratiri, porterebbe solo contaminazione distruzione e morte.

LA TERRA NON SI VENDE, LA TERRA SI DIFENDE !

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Montevideo, Uruguay: ¡La tierra no se vende, la tierra se defiende!





Proclama leída al final de la marcha, en las puertas de la Dinama:
Porque se encuentra en peligro,
porque hay una sola pero no esta sola,
porque es de todos y es de nadie,
porque si no la defendemos la destruyen,
porque si hacemos silencio somos cómplices,
hemos decidido defenderla rompiendo el silencio.
Somos parte de una misma lucha, una misma resistencia que se yergue en todo el mundo. Hermanos nuestros son los que en cualquier lugar están siendo presos, perseguidos y asesinados. También desplazados como se da hoy en Bella Unión con Ney Tedhy, expulsado ya hace más de un año de la tierra que trabajaba y habitaba. Como dicen los compañeros de UTAA: la tierra es para quien la trabaja y vive en ella.
Nos cercan las forestales, nos explotan los patrones, nos contaminan con los transgénicos y sus fumigaciones, nos envenenan el agua, nos contaminan el aire y nos quieren convencer de consumir cosas que no necesitamos. Pero van a caer.
Repetimos, la tierra no se está muriendo, la están matando. Los responsables tienen nombre y sabemos a qué intereses responden. Queremos un mundo sano, libre y sin relaciones mediatizadas, lo estamos construyendo y no pedimos permiso. Dando a la tierra parte de lo que nos entrega, atacando a lo que nos ataca.
El capital nos invade con sus megaproyectos, nosotros le oponemos a eso un mundo heterogéneo que defiende la vida en libertad. Somos firmes, Aratiri y cualquier otro megaproyecto megaminero es contaminación, destrucción y muerte.

¡La tierra no se vende, la tierra se defiende!

martedì 29 maggio 2012

Stato di emergenza in Perù, i minatori protestano per l'inquinamento delle acque

da ecoblog

Pubblicato da Marina
stato di emergenza in perù
In Perù è scattato lo stato di emergenza nella provincia di Espinar dichiarato dal presidente peruviano Ollanta Humala per 30 giorni, dopo che minatori e forze dell’ordine sono arrivati allo scontro. Sono morte due persone e 40 sono i feriti. Le proteste sono state innescate dall’inquinamento delle falde acquifere e di due fiumi e le manifestazioni sono iniziate 8 giorni fa contro la multinazionale svizzera Xstrata ritenuta responsabile dello scempio ambientale. Sotto accusa le estrazioni di rame dalla miniera di Tintaya.
La versione del governo peruviano però è diversa. Secondo Jorge Merino ministro dell’Energia e delle Miniere:
La protesta guidata dal Comune Provinciale di Espinar in Cusco, per richiedere un aumento del contributo della compagnia mineraria Xstrata a Tintaya dal 3% al 30% non è razionale. piuttosto è necessario capire che ci sono sistemi per incentivare lo sviluppo. Se l’acqua non è potabile la responsabilità è del comune.
A Cusco sono disponibili solo due ore di acqua al giorno eppure, lamenta il ministro Merino:
Il bilancio del Comune è di 121 milioni di sol. La centrale idrica costa 40milioni di sol e il governo ha contribuito per il 50%. Non c’è alcuno motivo per non costruirla.
Via | RSI, Elcomercio, RPP
Foto | Pachamamaradio

domenica 29 aprile 2012

Lo sventramento di Firenze


l’urbanistica al servizio del profitto e del controllo sociale
 
Trivio dei Tumultuosi
 
Nel 1885, un’amministrazione comunale preoccupata per le gravide tensioni sociali, sollecitata da imprenditori avidi e con l’ausilio di un giornalista servo e bigotto, diede inizio alla distruzione dell’antico centro storico di Firenze, nel nome del “progresso” e della lotta al “degrado”. Stessi pretesti, stessi metodi di oggi. Quei fatti lontani nel tempo — drammaticamente attuali — vengono qui rievocati.
Quella che stiamo presentando è la mostra che abbiamo allestito a Firenze in piazza della Repubblica (ex piazza del Mercato Vecchio) il 18 giugno 2010, poi esposta per una settimana all’interno del Trivio dei Tumultuosi nei pressi di Santa Croce, infine in piazza Santo Spirito il 25 giugno (a dispetto delle ignoranti intimidazioni della polizia municipale). È stata quindi riproposta, sempre in piazza della Repubblica, all’inizio del 2011, in prossimità della sentenza contro gli occupanti che anni prima avevano resistito allo sgombero della sede anarchica di vicolo del Panico, uno degli ultimi vicoli di origine medievale situato proprio dietro la piazza centrale del capoluogo toscano.
Nelle tre occasioni in cui è stata esibita in luoghi pubblici, questa mostra ha sempre attratto l’attenzione di tanta gente che si è accalcata attorno ai suoi 32 pannelli ricchi di vecchie e rare immagini fotografiche. Turisti incuriositi di vedere com’era la culla del Rinascimento italiano celebre in tutto il mondo per il genio dei suoi abitanti più illustri (come Dante, Giotto, Leonardo, Michelangelo...), ma anche fiorentini per lo più ignari del passato della propria città. Tutti sbalorditi dinanzi ad una bellezza perduta per sempre, distrutta per appagare la sete di profitto dei ricchi e la necessità di controllo sociale dei potenti. In piazza della Repubblica i loro occhi vagavano smarriti nell’inutile tentativo di riconoscere qualche vestigia dell’antico splendore, ma ovunque si posassero trovavano solo mediocri palazzi moderni ricettacoli della speculazione e del commercio.
I motivi per cui abbiamo organizzato questa mostra sono semplici. Pur vecchia di ormai due secoli, la storia dello sventramento di Firenze è terribilmente attuale. Essendo assai istruttiva su cosa sia sempre stata l’urbanistica, ovvero la programmazione degli spazi pubblici secondo una concezione mercantile e poliziesca dell’esistenza umana, fa capire bene cosa si nasconde anche oggi dietro le dichiarazioni dei burocrati che amministrano le città. La devastazione compiuta dal vecchio «piano di riordinamento del centro storico» annuncia quella dell’odierno «piano di indirizzo territoriale». Dopo aver conosciuto il destino del Ghetto, non ci si stupisce che l’antico carcere delle Murate sia stato trasformato per metà in condominio popolare e per metà in uffici e locali chicculturali. Dopo aver appreso dell’allontanamento degli abitanti del Mercato Vecchio, non è una sorpresa trovarsi sbarrata piazza Santo Spirito. Dopo aver preso atto della demolizione di torri, chiese e palazzi medievali per far passare i tram, non ci si potrà meravigliare per i danni a centinaia di edifici per far largo ai Treni dell’Alta Velocità. Dopo aver appreso dei profitti di uno Stefano Bardini, dell’ignavia interessata di un Pietro Torrigiani, dell’infamia di un Jarro, davvero ci si può interrogare sulle reali intenzioni di imprenditori come Riccardo Fusi, di sindaci come Matteo Renzi, di giornalisti come quelli della Nazione? Come non vedere che le esigenze, i metodi, financo le menzogne, sono rimaste esattamente le stesse?
Lo sventramento di Firenze non si è concluso alla fine dell’Ottocento — continua ancora oggi. Sta a noi fermarlo.


martedì 24 aprile 2012

I lavori del MUOS un crimine contro l’ambiente

da http://romperelerighe

di Antonio Mazzeo
Un paesaggio da incubo. La collina stuprata, sventrata. Voragini ampie come i crateri di un vulcano. Il terreno lacerato dal transito dei mezzi pesanti, ruspe, betoniere, camion. Recinzioni di filo spinato, tralicci di acciaio. Una selva di antenne. E poi ancora e solo antenne. Terrazzamenti, gli uni sugli altri, per centinaia e centinaia di metri. Uno di essi mostra già evidenti segni di cedimento. Forse per la pioggia dell’ultima coda d’inverno. In cima, tre piattaforme in cemento armato. E un primo blocco di casermette, container in alluminio e i box per i generatori di potenza. Non conoscono soste i lavori di realizzazione, all’interno della riserva naturale “Sughereta” di Niscemi, del terminale terrestre del MUOS, il nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari della Marina militare USA. Scempi che si sommano ad altri scempi, l’elogio della follia della guerra, l’estrema profanazione del paesaggio e dell’ambiente.
“Abbiamo fatto un sopralluogo in contrada Ulmo per seguire i lavori del MUOStro di Niscemi rilevando alcune problematiche sulla conduzione delle opere di sbancamento”, denunciano i rappresentanti del Movimento No MUOS. “Negli elaborati grafici del progetto, la dislocazione delle piattaforme su cui saranno montate le mega-antenne non corrisponde con quelle in corso di costruzione. Nelle tavole le basi erano disposte lungo una direttrice nord-sud, mentre adesso le stanno realizzando in direzione est-ovest. Non sappiamo se siano mai state approvate varianti in corso d’opera al progetto autorizzato la scorsa estate. Se non è così, i lavori non sono coerenti con le autorizzazioni rilasciate. Di sicuro questa modifica, per il profilo del terreno, ha comportato un maggiore volume di terra movimentata e di conseguenza un più pesante impatto sull’ambiente e il territorio”.
“È perfettamente visibile, poi, la distruzione di essenze arboree tutelate”, aggiungono i No MUOS. “La scomparsa di parte della macchia mediterranea è provata anche dalle foto satellitari in nostro possesso, scattate prima dell’inizio dei lavori. Il minimo che ci si aspetti è un intervento chiarificatore dell’Ente Forestale di Trapani, il soggetto interessato alla vigilanza degli interventi in atto nella riserva”.
L’installazione delle tre antenne paraboliche del MUOS di 18,4 metri di diametro e di due torri radio di 149 metri d’altezza sta avendo conseguenze assai più devastanti di quanto era possibile prevedere dalla lettura del progetto del Comando US Navy di Sigonella. Originariamente si accennava solo all’esecuzione di opere di recinzione del perimetro interessato al sistema satellitare, alla realizzazione di un impianto di illuminazione e di un sistema di drenaggio delle acque meteoriche, al “livellamento superficiale” del terreno e al suo “consolidamento”, a “sistemi di viabilità” e “collegamenti dell’area con le esistenti reti idriche, elettriche e telefoniche mediante tubazioni interrate”. Interventi di per sé impattanti che l’allora ministro della difesa Ignazio la Russa si era ripromesso di mitigare e compensare. “Entro sei mesi dall’inizio dei lavori del MUOS sarà realizzata all’interno dell’area naturalistica una infrastruttura ecocompatibile per il controllo, la gestione ed accoglienza della Riserva, adeguata a supportare l’attività di unità ippomontate e di sistemi per la vivibilità del parco”, riporta il protocollo sottoscritto lo scorso anno dal dicastero della Difesa e dal presidente della Regione, Raffaele Lombardo. Di mesi ne sono trascorsi dieci e le uniche strutture realizzate nella “Sughereta” di Niscemi sono quelle adeguate a supportare il nuovo sistema per le future guerre teleguidate del XXI secolo.
I lavori del MUOS erano stati autorizzati, l’1 giugno 2011, dall’assessorato territorio ed ambiente della Regione siciliana, senza tenere minimamente conto delle norme di attuazione previste dal Piano territoriale paesistico della Provincia di Caltanissetta per la riserva naturale di Niscemi, approvato dalla stessa Regione nel maggio 2008. Il Piano inseriva l’area naturalistica all’interno del cosiddetto “livello di tutela 3”, limitando gli interventi alla mera conservazione del patrimonio naturale esistente “in un’ottica integrata di consolidamento delle funzioni ecologiche e protettive”, alla “rinaturalizzazione” e alla “sostituzione delle specie vegetali alloctone con specie autoctone” ai fini del potenziamento della biodiversità e della salvaguardia idrogeologica. Di contro, il Piano territoriale per la “Sughereta” (Sito di Importanza Comunitaria – SIC), vietava espressamente la “realizzazione di infrastrutture e reti, tralicci, antenne per telecomunicazioni, impianti per la produzione di energia anche da fonti rinnovabili; nuove costruzioni e l’apertura di strade e piste”. Proprio quanto è stato invece autorizzato per il terminale terrestre dell’EcoMUOStro di Niscemi.
Ai danni ambientali si è aggiunto poi l’aggiramento dei protocolli istituzionali in tema di legalità e opere pubbliche. Dopo che la Marina USA ha affidato l’esecuzione dei lavori al consorzio d’imprese “Team MUOS Niscemi” di Arcugnano (Vicenza), in contrada Ulmo è comparsa come subappaltatrice la “Calcestruzzi Piazza Srl”, società sotto osservazione da parte degli organi inquirenti per presunte contiguità criminali. Secondo il senatore Giuseppe Lumia (Pd) che il 14 febbraio 2012 ha presentato una specifica interrogazione ai Ministri della difesa e dell’interno, “la Calcestruzzi Piazza ha come amministratore unico Concetta Valenti, il cui marito convivente è Vincenzo Piazza, che, in base ad indagini della Direzione distrettuale antimafia (DDA) di Caltanissetta nonché ad altri elementi info-investigativi segnalati dalle Forze dell’ordine, apparirebbe fortemente legato al noto esponente mafioso del clan Giugno-Arcerito, Giancarlo Giugno, attualmente libero a Niscemi”.
Il 7 novembre 2011, la Prefettura di Caltanissetta ha reso noto che dopo le verifiche disposte dalle normative in materia di certificazione antimafia e delle più recenti direttive impartite dal Ministero degli interni, “sono emersi allo stato degli attuali accertamenti e dagli atti esistenti presso questa Prefettura-U.T.G. elementi tali da non potere escludere la sussistenza di tentativi di infiltrazione mafiosa tendenti a condizionare le scelte e gli indirizzi della sopracitata società”. Alla base del pronunciamento prefettizio, i contenuti di un rapporto della Divisione Polizia anticrimine della Questura di Caltanissetta del 6 ottobre 2011, e di quello della Sezione Criminalità organizzata della stessa Questura del 27 dicembre 2010.
A seguito delle verifiche della Prefettura, il 25 novembre 2011 il dirigente dell’Area servizi tecnici della Provincia regionale di Caltanissetta ha sospeso la “Calcestruzzi Piazza” dall’Albo delle imprese per le procedure di cottimo-appalto. Venti giorni dopo anche il capo ripartizione per gli Affari generali del Comune di Niscemi ha disposto l’esclusione della società dall’elenco dei fornitori e dall’Albo delle imprese di fiducia. Contro i provvedimenti, i Piazza hanno presentato ricorso al TAR, minacciando pure di querelare il senatore Lumia e i giornalisti che avevano segnalato la presenza dell’azienda nei lavori del MUOS. “La conoscenza o la frequentazione di Giancarlo Giugno da parte di Vincenzo Piazza non ha influenzato le scelte personali del secondo, che invece sono state di segno esattamente opposto rispetto alla vicinanza ad un comportamento mafioso”, affermano i legali della società. “Non si comprende, dunque, secondo quale passaggio logico il primo avrebbe sul secondo un’influenza così profonda ed estesa, da fare ritenere probabile l’intromissione nella gestione della società, di cui peraltro il secondo non è socio né amministratore”. La tesi deve aver lasciato tranquilli e soddisfatti il Dipartimento della difesa, il Comando USA di Sigonella, l’Ambasciata degli Stati Uniti a Roma e il Consorzio Team MUOS Niscemi. Non risulta, ad oggi, che qualcuno sia infatti intervenuto per revocare il subcontratto all’azienda sfiduciata dal Prefetto e dagli Enti locali.
Nonostante stiano per essere completati i lavori del MUOS, continuano in buona parte della Sicilia le iniziative di mobilitazione e di protesta contro il nuovo sistema di telecomunicazioni militari. Il comitato dei Sindaci dei Comuni del comprensorio interessato (Niscemi, Comiso, Riesi, Acate, Butera, Gela, San Cono, Mazzarrone, Mirabella Imbaccari, Chiaramonte Gulfi, Vittoria, Piazza Armerina, Caltagirone, San Michele di Ganzaria e Mazzarino) ha indetto un corteo per il prossimo 31 marzo a Niscemi, a cui dovrebbero partecipare movimenti e comitati No MUOS, studenti ed associazioni ambientaliste. I sindaci, in un appello congiunto, chiedono alla Regione Siciliana e al Consiglio dei Ministri di adottare “ogni utile provvedimento finalizzato alla revoca delle rispettive autorizzazioni rilasciate per l’inizio dei lavori del MUOS”, alla luce dei rischi per la salute della popolazione evidenziati in un recente studio dei ricercatori del Politecnico di Torino, prof. Massimo Zucchetti e Massimo Coraddu.“Le gigantesche antenne inizialmente erano destinate a Sigonella, ma la vicinanza con l’aeroporto civile di Catania ed il rischio di detonazione delle armi presenti nella vicina base NATO ne sconsigliarono l’ubicazione”, scrivono gli amministratori. “A pochi chilometri da Niscemi, invece, a breve entrerà in funzione l’aeroporto civile di Comiso, e di questo nessuno si preoccupa adeguatamente sulle conseguenze negative che avrebbe l’attività del MUOS”.
Per fine aprile, il Movimento No MUOS di Niscemi ha indetto invece un happening di tre giorni con sit-in, incontri, concerti e proiezioni, a cui interverranno artisti ed esponenti dei comitati no war siciliani. Perché la lotta contro la militarizzazione del territorio continui.

domenica 22 aprile 2012

Earth Day 2012, oggi 22 aprile è la Giornata della Terra: ricordati di santificare le feste e i concerti


terra uomo
Oggi 22 aprile 2012 si celebra l’Earth Day, laGiornata della Terra, giunta alla sua 42esima edizione. E vi confesso che mi sono stufata. Di tutta questa prostituzione intellettuale: di aperitivi verdi, di ecocompere, di ecopubblicità, di ecopedalate per produrre energia e alimentare concerti a cui parteciperanno quasi sempre persone interessate al cantante che si esibisce gratis, a cui non frega niente della terra se non per un giorno all’anno.
Non può esserci una sola giornata della terra: la terra è casa nostra, siamo animali, è il nostro habitat. Quale altro animale distrugge il suo habitat per poi scusarsi una volta all’anno? Perché tenerla pulita, rispettarla, celebrarla una volta all’anno, per un giorno, per un’ora? Direte voi: è simbolico, serve a veicolare un messaggio importante ed a raggiungere più persone possibili. Ergo: trasformare masse di persone a cui normalmente non interessa salvare il Pianeta, il che già è segno di scarsa intelligenza, in masse di persone convinte che se per un giorno all’anno sei buono, canticchi The Earth song e ti prendi un aperitivo green, sei eco-cool.
Un cambiamento acritico, fatto di tanti gesti simbolici (spegni le luci, non prendere l’auto per un giorno, ascoltati un concerto zero emissioni) ma il giorno dopo siamo ancora qui: più inquinati e più inquinanti e senza speranze di prima. Un cambiamento che vede salire sul palco del concerto per l’Earth Day Clini, sì, proprio lui, il Ministro dell’Ambiente che vuolebruciare ogni sorta di rifiuto nei cementifici, spalancare i campi agli OGM, ripensare al nucleare. L’uomo che bazzicava i piani alti del Ministero già ai tempi in cui la Prestigiacomo organizzava gite agli efficientissimi reattori francesi, eccitata come una scolaretta dal know-how atomico d’Oltralpe, in saldo per noi italiani, e come non approfittarne? No, dico, abbiamo davvero qualcosa da condividere e festeggiare con personaggi simili? Forse sì, un compleanno, un addio al celibato, ma non il rispetto per l’ambiente, no di certo: è il festival dell’ipocrisia. Ci manca solo lo slogan “Canta con Clini per salvare la Terra” per raggiungere una misura già colma.
Ci stanno abbruttendo fino alla nausea con tutto questo verde tarocco. Compagnie petrolifere che ti invitano a piantare un misero alberello, rigorosamente davanti alle telecamere, a berti un ecodrink alla salute dei cattivi, non più cattivi perché è l’Earth Day e come a Natale sono tutti più buoni. Anche gli zoo oggi festeggiano la Terra, con visite guidate ad animali in gabbia. Che spasso, la biodiversità in gabbie dorate, eh? Un vero gesto d’amore per la terra alla modica cifra di dodici euro più bibita, panino e spettacolino di delfini saettanti e sorridenti (i delfini non sorridono, vi do questa notizia).
Ci convincono che la sfida della mobilità sostenibile si gioca tra auto ed auto elettrica alimentata da fossili piuttosto che tra auto e bici. Così il consumismo sfrenato va avanti, sostituiscono i vecchi sporchi bisogni con nuovi giocattolini, eticamente corretti, a loro diresostenibili. In realtà abbiamo bisogno di meno cose e di meno gesti simbolici. Forse di ricordarci che non siamo tutti uguali e non dobbiamo per forza fare e seguire quello che fanno gli altri se non ci crediamo veramente. Uomini siate e non pecore matte. Finché saremo una massa che spegne le luci perché lo dicono alla radio o compra la macchina elettrica perché la Renault dice che è questo il futuro, saremo manipolabili e torneremo a comportarci come prima non appena i burattinai smetteranno di giocare agli ecoresponsabili. Manipolabili da un sistema che ha cambiato semplicemente veste, ma continua ad orientare le nostre scelte ed i nostri consumi senza spingerci a riflettere sull’evidente incoerenza ed inconsistenza del suo messaggio. Di cosa abbiamo davvero bisogno?
Veniamo dalle caverne ma non dobbiamo necessariamente tornare cavernicoli, vivere al buio o non lavarci per essere più buoni con la terra. Ci occorrono politiche su larga scala che favoriscano la transizione energetica verso le rinnovabili, il risparmio energetico, l’agricoltura biologica, la mobilità sostenibile, la bioedilizia. Il resto, appunto, è un mero gesto simbolico. Inquina pure alla grande qua e pianta un albero in Nicaragua: non basta e non è giusto. E ancora: cosa c’è di bello in una modella che si dipinge sul corpo la Terra? Dov’è il messaggio? È nel cervello che dobbiamo ficcarci il rispetto e la voglia di difendere la bellezza per salvare noi stessi prima della Terra.
E ci vorranno anni interi, decenni dedicati alla Terra per rimediare ai danni causati al nostro habitat. Mentre ci rimbambiscono facendoci credere che se i bambini in Africa non hanno acqua è perché noi non chiudiamo il rubinetto e ci dicono di fare pipì nella doccia perché così si risparmia oro blu, nessuno ci dice che è l’agricoltura intensiva che contamina fiumi e falde ed intossica ad assetare quei bambini. Ed infatti il comunicato del Ministero dell’Ambiente per l’Earth Day recita:
per creare un futuro migliore, per tutelare il nostro pianeta attraverso grandi iniziative, ma anche e soprattutto attraverso i piccoli gesti quotidiani di tutti.
E no, cari. A contare di più sono le vostre politiche ambientali, in Italia pressoché assenti, non girate la frittata sul fatto che dipenda tutto da noi. Non dico che i piccoli gesti non siano importanti per salvare il Pianeta, ma l’ambientalismo ormai si è ridotto a questo, ha abbandonato le grandi battaglie, le uniche realmente incisive, per dedicarsi ad assorbenti riciclati e rimedi della nonna e vendere indulgenze, leggi permessi per inquinare, al diavolo. Sta diventando di un simbolismo sterile… come quelle religioni i cui adepti si riuniscono una o due volte all’anno per onorare comandamenti di cui spesso non conoscono il significato e che ignorano il resto dei giorni. Vogliamo un anno dedicato alla terra. E sarebbe bello celebrarlo con pochi fedeli veri piuttosto che con una massa di credenti non praticanti di cui la Terra farebbe volentieri a meno, oggi e domani.

mercoledì 18 aprile 2012

L’Emilia Romagna vieta i circhi? Alcune perplessità.


Pochi giorni fa alcuni quotidiani hanno riportato una notizia in cui l’Emilia Romagna veniva presentata come la prima regione in Italia ad aver bandito l’utilizzo degli animali nel circhi.
Come spesso accade i titoli dei giornali utilizzano slogan altisonanti e di grande impatto per poi dare solo in seguito le più meticolose ed importanti informazioni.
Innanzitutto questa proposta, avanzata dal Movimento 5 Stelle, non è già legge ma è una delibera che deve ancora diventare norma e successivamente essere applicata ai singoli comuni. Per cui è presto per cantare vittoria, se di vittoria si tratta.
Difatti il testo presentato non vieta l’utilizzo di tutti gli animali nei circhi, ma solo quelli di alcune particolari specie, tra cui primati, delfini, lupi, orsi, grandi felini, foche, elefanti, rinoceronti, ippopotami, giraffe, rapaci diurni e notturni.
Che dire di cavalli e cani, solo per citare due delle specie maggiormente utilizzate?
Questi animali potranno ancora esibirsi, potranno essere ancora sfruttati nelle imprese equestri solo perchè non esotici e nemmeno a rischio di estinzione.
Ancora una volta siamo di fronte ad una legge specista, che tutela solo certi animali e solamente in certi ambiti.
Purtroppo ciò che è stata presentata non è una richiesta di abolizione del circo con animali perchè fenomeno di sfruttamento ma protezione solo di alcuni degli esemplari rinchiusi.
Certo che questa norma, se venisse approvata, ostacolerebbe notevolmente l’attendamento di queste strutture, per cui non pensiamo che essa sia da criticare a priori.
Forse però sarebbe più opportuno cominciare a contrastare le innumerevoli torture a cui sono sottoposti gli animali facendo leva sul semplice fatto che ognuno di loro, selvatico o addomesticato, bello o brutto, è un essere vivente e in quanto tale dovrebbe essere rispettato.
Sotto questo punto di vista tutti i  circhi, così come tutti i luoghi che rinchiudono animali, dovrebbero essere subito e definitivamente aboliti per il semplice fatto che esistono.
> Scopri come vengono trattati gli animali nei circhi
> VIDEO: IL Circo non è divertente per gli animali
LA NOTIZIA SUI MEDIA:
– L’Emilia Romagna prima regione a vietare i circhi
– Emilia Romagna, prima regione italiana a vietare i circhi

lunedì 16 aprile 2012

Albano: il comunicato sul corteo, gli scontri e l’arresto

da "polvere da sparo"

 
 
 
 
 
 
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COMUNICATO STAMPA POST CORTEO 14 APRILE
Sabato 14 Aprile è stata una grande giornata di partecipazione, di mobilitazione e di lotta. Le strade di Albano si sono riempite di cittadini, comitati di quartiere, rappresentanti dei Comuni dei castelli romani, collettivi studenteschi e reti sociali che si battono su tutto il territorio laziale contro un piano regionale dei rifiuti basato su discariche e inceneritori. È stata la risposta migliore a chi da giorni dava definitivamente persa una battaglia che nonostante la sentenza del Consiglio di Stato ha dimostrato tutta la sua vitalità e determinazione a continuare il percorso fin qui intrapreso. Per tutto il corteo molti sono stati gli interventi e le testimonianze di chi vive intorno a Roncigliano: lo scempio del settimo invaso, l’allargamento della discarica, l’inquinamento delle falde acquifere. La volontà popolare lo ha ribadito ancora una volta: basta con discariche e inceneritori, né qui né altrove, differenziata subito e netta contrarietà al piano regionale dei rifiuti proprio in questi giorni al centro del dibattito con l’intervento dello stesso ministro Clini. Lo stesso che aveva anticipato la sentenza del Consiglio di Stato che sbloccava l’inceneritore di Albano.
Purtroppo prima che l’assemblea conclusiva del corteo iniziasse, le migliaia di persone che man mano arrivavano a Piazza Mazzini, hanno trovato un ingiustificabile schieramento di forze dell’ordine, come sin dalla prima mattinata per tutte le strade di Albano. In prossimità di Villa Doria, quando il corteo continuava il suo percorso, è partita una carica delle forze dell’ordine, tra l’altro creando panico e paura. Una signora, a cui va tutta la nostra totale solidarietà, ha avuto una frattura alla caviglia. Oltre a numerosi contusi.
Come se non bastasse, l’ingiustificato nervosismo delle forze dell’ordine si è manifestato anche a conclusione del corteo. Mentre quattro studenti, di cui due minorenni, stavano tornando a casa, sono stati fermati e aggrediti dalla Digos di Roma, con la giustificazione di un normale controllo. In realtà la reale intenzione era mettere in stato d’arresto uno dei due studenti minorenni, a loro dire responsabile di aver lanciato pietre contro le forze dell’ordine e responsabile del ferimento di un agente.
Il tutto si è consumato sotto gli occhi increduli di tanti cittadini di Albano. Un presidio spontaneo sotto il commissariato di Albano per richiedere l’immediato rilascio dello studente, dopo pochi minuti si è trasformato in una nuova caccia ai manifestanti. Quasi trenta membri del nostro coordinamento sono stati accerchiati da blindati di Polizia e Carabinieri per poi essere identificati. Anche alcuni giornalisti presenti, hanno ricevuto lo stesso trattamento e alla fine la Polizia ha confermato l’arresto per uno dei due ragazzi minorenni fermati, in attesa del processo che dovrebbe tenersi mercoledì.
Inoltre è da sottolineare come la stampa, nella giornata di Domenica, abbia diffuso in modo uniforme le stesse notizie, prese direttamente dalle veline della Questura, riportando anche gli stessi errori.
Nessuno di noi ha mai pensato di fare una marcia di almeno 5 kilometri verso “la Nettunense”.
Solo chi non consoce il nostro territorio può scrivere queste cose! La risposta è chiara. Dopo la sentenza del Consiglio di Stato il segnale è quello di creare intimidazione e paura. Si cerca così di criminalizzare chi si batte a difesa del proprio territorio, dipingendolo come chissà quale pericoloso sovversivo. Oggi l’unica colpa che abbiamo avuto è stata quella di aver
manifestato ancora una volta con determinazione contro la devastazione ambientale, a difesa della salute e dell’ambiente di tutti noi.
Continueremo a lavorare e ad informare la cittadinanza come sempre, attraverso ricorsi legali, assemblee, sit-in, per bloccare la folle costruzione dell’inceneritore di Albano.
LIBERI TUTTI!!
Coordinamento contro l’inceneritore di Albano
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Foto di Valentina Perniciaro