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giovedì 6 settembre 2012

Egregio Generale


Y. B.

Egregio Generale,
lei mi ha recentemente scritto che «in considerazione dell’avanzato stato di guerra in cui ci troviamo… e in considerazione dei requisiti operativi che ne conseguono», sono stato chiamato «a compiti operativi nei settori di Horon». Le scrivo per comunicarle che non ho intenzione di rispondere a questa chiamata.
Negli anni Ottanta, Ariel Sharon ha edificato decine di insediamenti per i coloni nel cuore dei territori occupati, una manovra il cui fine dichiarato era la completa repressione e spoliazione del popolo palestinese. Oggi, queste colonie controllano da vicino metà della regione, soffocando l’espansione delle città e dei villaggi palestinesi e impedendo il libero movimento dei suoi abitanti. In questo nuovo secolo, Sharon, attuale Primo Ministro, sta preparando la fase finale di questo progetto: ha infatti impartito gli ordini operativi al suo segretario, il Ministro della Difesa, e questi sono poi stati trasmessi attraverso la linea gerarchica.
Il Capo di Stato Maggiore ha dichiarato che i palestinesi sono una minaccia cancerogena e ha dato istruzioni di praticare su di loro la chemioterapia. Il Vertice del Comando Centrale ha emanato direttive per imporre un coprifuoco di durata illimitata. Il Comandante di Brigata ha posizionato i carri armati sulle colline e in mezzo alle case, e ha impedito alle ambulanze palestinesi di evacuare i propri feriti. Il Comandante di Battaglione ha annunciato che le norme di ingaggio («ordini di apertura del fuoco») d’ora in poi andranno intese così: «L’ordine è: aprire il fuoco!». Il comandante dei carri armati ha visto un certo numero di persone muoversi in modo sospetto nelle proprie case, e ha ordinato all’artigliere di sparare una raffica contro di loro.
Io sono l’artigliere. Sono la piccola rotella finale dell’ingranaggio che è questa sofisticata macchina da guerra. Sono l’ultimo e unico modo della catena di comando. Sono tenuto solo ad obbedire agli ordini, fino a ridurmi ad essere un riflesso condizionato, a sentire il comando «Spara!» e premere automaticamente il grilletto, imprimendolo a fuoco nella consapevolezza di ogni palestinese; il tutto per completare la grande manovra. E fare tutto questo con la naturale semplicità di un robot che non sente nulla al di fuori del tremore del carro armato quando il proiettile viene sparato fuori dalla canna del cannone e vola verso il suo obiettivo.
Ma come ha scritto Brecht:
Generale, l’uomo è davvero versatile
Può volare e può uccidere
Ma ha un difetto:
Può pensare.

E così, mio generale, chiunque Lei sia, Comandante di Battaglione, Capo di Stato Maggiore, Ministro, Primo Ministro – uno di voi o tutti voi – io sono in grado di pensare. Forse non so fare altro che questo: devo confessare che, come soldato, non sono particolarmente valoroso o coraggioso; non sono un buon tiratore, le mie abilità tecniche sono minime. Non sono neppure un grande sportivo, e non si può dire che l’uniforme mi calzi a pennello. Ma pensare è una cosa che mi riesce bene.
Riesco a vedere dove volete condurmi. Posso capire che dovremo uccidere e distruggere, ferire e morire e che non ci sarà mai una fine. So bene che «l’avanzato stato di guerra in cui ci troviamo» si prolungherà ad oltranza. Posso dedurre che i «requisiti operativi che ne conseguono» ci obbligano a perseguitare e ad affamare un’intera nazione: si vede che qualcuno di questi «requisiti» è andato storto.
Perciò ho rifiutato questa chiamata alle armi: non verrò a premere il grilletto al posto vostro.
Ovviamente non mi faccio illusioni. Per lei sono solo un moscerino fastidioso da allontanare e schiacciare senza batter ciglio. Tanto, troverà un altro artigliere, più obbediente e capace di me, non ne mancano. Il suo carro armato rimbomberà ancora: un solo moscerino non può fermare un carro armato e meno che mai un’intera colonna di carri, per non parlare di un’intera marcia di follia. Ma il moscerino può ronzare, dare fastidio, far infuriare, in qualche caso anche pungere. Alla fine, sempre più artiglieri, carristi e comandanti, che vedranno sempre più uccisioni insensate, cominceranno anche loro a pensare e a ronzare. Molte centinaia di noi hanno già cominciato a farlo. Alla fine il nostro ronzio crescerà fino ad un’assordante frastuono che echeggerà nelle orecchie sue e dei suoi figli, e sulle pagine della storia per molte generazioni a venire.
Così Generale, prima di colpirmi, anche lei dovrebbe pensarci un po’ sopra.
Cordialmente


martedì 7 agosto 2012

Noi


Secondo la celebre frase di Mark Twain, «i redattori e le persone che hanno i vermi» sono i soli a poter utilizzare il termine «Noi», ma a quanto ci risulta nessuno ha mai fatto un'analisi approfondita dei rapporti di potere nascosti in questo monosillabo.
«Noi» suona egualitario, comune e cooperativo, anche se il più delle volte indica di fatto dei rapporti sociali gerarchici e coercitivi. Anche il fascismo, non scordiamolo, è una forma di collettività. Nella prima fase della nostra indagine, abbiamo scoperto diverse varianti del termine «Noi». Eccole, anche se si tratta di un elenco ben lungi dall'essere esaustivo:
Il Noi del leader: «... e noi daremo la nostra vita, se occorre, per proteggere la nostra patria!».
Il Noi del manager: «Quest'anno siamo riusciti ad aumentare la produttività del 25%, e questo investirà anche i profitti».
Il Noi del cuoco: «Dobbiamo pulire in fretta questa cucina in meno di mezz'ora».
Il Noi della baby-sitter: «Facciamo un po' di capricci stasera? Forse è meglio se andiamo a letto?».
Il Noi del tifoso: «Andiamo ai mondiali quest'anno!». Ma certo che ci vai!
Il Noi dell'attivista: «Whose streets? Our streets!». Di chi precisamente?
Il Noi del partito: «Ora che le fabbriche sono in mano agli operai, possiamo iniziare la creazione del paradiso terrestre per l'Umanità!». (Un attimo prima di andare semplicemente in Siberia).
Il Noi di Zamyatin: un romanzo sottovalutato da cui Orwell si è ispirato molto per scrivere 1984.
 
Alcune forme di Noi fanno riferimento a corpi sociali del tutto mitici: il Noi del cittadino, ad esempio, il quale indica tutte le persone raggruppate all'interno della cittadinanza, essa stessa concessa dallo Stato-nazione, anche se alcuni cittadini hanno una posizione critica nei confronti dello Stato. Altre forme, come il Noi dell'identità, vogliono creare dei corpi sociali coscienti di se stessi (o «aventi una coscienza di sé») valorizzando una comunità mitica sulla base di una argomentazione indiretta.
Numerose sono le forme di processi collettivi che si nascondono nel «Noi». Nel mondo della politica, c'è il Noi democratico — «Abbiamo votato per l'espulsione del 40% dei nostri membri» — ed il Noi del consenso — «Abbiamo avuto bisogno di quattro settimane per scrivere un paragrafo che avrei potuto scrivere da solo in tre minuti».
Una lettura anarchica della parola «Noi» non potrebbe essere completa senza una indagine concernente il «Noi» del propagandista. Questo è un parente prossimo del Noi «plurale maiestatis»*, in quanto è tutto fuorché uno.
Il Noi del propagandista è popolare soprattutto fra i radicali che vogliono farsi passare per persone che comprendono da sole tutto un movimento sociale coerente. Nel migliore dei casi, si tratta di una immaginazione piena di speranza; ma nel peggiore, si tratta viceversa di quella del futuro despota che vagheggia la formazione di un esercito di ingranaggi, non riuscendo ad immaginare altre forme di rapporti.
 
Con queste ambiguità in mente, quale uso è ancora possibile della parola «Noi»?
Noi (eccolo, il «noi»!) vorremmo richiamare l'attenzione del lettore sulla nota battuta fra Tonto e Lone Ranger mentre sono inseguiti da un'orda sanguinaria di sedicenti indiani:
«Sembra che siamo nella merda, vecchio mio», constata Lone Ranger.
Al che Tonto risponde: «Cosa vuoi dire con "siamo", uomo bianco?».
 
 
* L'idea che sta dietro il pluralis maiestatis è che il monarca parli sempre a nome del suo popolo. Allo stesso modo, si riferisce a decisioni del consiglio municipale come se fossero quelle de «la» città, invece che quelle del governo di questa città.
 
 
[trad. da Salto, n. 1, maggio 2012]

lunedì 16 luglio 2012

Sinistra farsa


Simone Weil
 
Se coloro che lavorano lo sentissero, se sentissero che per il fatto di esserne le vittime ne sono anche i complici, la loro resistenza assumerebbe tutt'altro slancio rispetto a quello che può fornirgli il pensiero della loro persona e del loro diritto. Non sarebbe una rivendicazione; sarebbe una rivolta di tutto l'essere, violenta e disperata come una ragazza che si vuole mettere a forza in una casa di tolleranza; e nello stesso tempo sarebbe un grido di speranza che scaturisce dal profondo del cuore. Certo tale sentimento abita dentro di loro, ma talmente inarticolato da non poter essere percepito. I professionisti della parola sono incapaci di fornirne loro l'espressione. 
Quando gli si parla della loro sorte, si sceglie generalmente di parlare di salari. Loro, sotto la fatica che li schiaccia e rende ogni sforzo d'attenzione doloroso, accolgono con sollievo la facile chiarezza delle cifre.
Così dimenticano che l'oggetto su cui si mercanteggia, che si lamentano d'essere costretti a consegnare al ribasso, di cui viene negato il prezzo giusto, non è altro che la loro anima.
Immaginiamo che il diavolo stia comprando l'anima di uno sventurato, e che qualcuno, provando pietà per questo sventurato, intervenga nel dibattito e dica al diavolo: «È vergognoso da parte vostra offrire solo questo prezzo, l'oggetto vale almeno il doppio».
Questa sinistra farsa è quella recitata dal movimento operaio, con i suoi sindacati, i suoi partiti, i suoi intellettuali di sinistra.

domenica 15 luglio 2012

In attesa

Perché negarlo? In fondo trascorriamo la nostra esistenza perennemente in attesa di qualcosa. Della felicità, della verità, della giustizia... Sì, d'accordo, lo diciamo e ripetiamo che nessuno può darci ciò che desideriamo, ma in cuor nostro continuiamo a confidare che prima o poi qualcosa di buono accada, che l'accanimento sociale cessi, che chi amministra questa società si comporti in modo più "giusto". E mentre tutto scorre come d'abitudine attorno a noi, al ritmo costante dell'atrocità distillata, ci dibattiamo senza determinazione all'interno di uno dei contenitori allestiti per noi, sempre più incapaci di diventare gli artefici del nostro destino, paghi di un qualche riconoscimento della nostra esistenza presso amici e nemici.
No, non riusciamo proprio a scrollarci di dosso la sensazione di eterna aspettativa, quella che ci spinge a denunciare la malvagità degli uomini in divisa che torturano, l'avidità degli industriali che inquinano, la corruttibilità dei politici che ingrassano, l'ipocrisia dei giornalisti che mentono, l'ingiustizia degli uomini con la toga che condannano. Una denuncia che non è premessa ad una nostra azione conseguente – luce del cervello che provoca lo scatto del braccio – ma che, con l'incedere del prosciugamento di desideri avvenuto nel corso degli anni, si manifesta come mera sollecitazione a correggere quella altrui. 
Noi lo sappiamo cosa fate e vi stiamo guardando, quindi che i poliziotti, gli imprenditori, i politici, i giornalisti, i giudici, la smettano di brutalizzare, di avvelenare, di lucrare, di manipolare, di ingabbiare. Laddove l'azione diretta diventa difficile, non resta che la pressione indiretta. No, non la pressione di un oceano in burrasca, tutt'al più si tratta della sferzata di poche gocce d'acqua. Tutto ha un inizio, dicono i più generosi ed ottimisti. Senz'altro. Attesa per attesa, c'è chi fa affidamento sulla riabilitazione del proprio braccio paralizzato e chi conta sulla riabilitazione degli altrui propositi. Ma non è proprio su questo che prolifera «la dittatura della merda»?
Ora la sentenza è stata pronunciata. Ora l'ennesimo avvertimento è stato dato. Ora è stato sancito che da questo momento sul capo di chi scenderà in strada, di chi eleverà la propria protesta fuori dagli steccati istituzionali o filoistituzionali, pesa una ulteriore minaccia – «Devastazione e saccheggio». 
Ora, che fare? Indignarci per la discriminazione che è stata compiuta, l'ingiustizia che è stata fatta, la deriva autoritaria che è stata presa, lo stato d'eccezione che è stato instaurato... o piuttosto mettere da parte una volta per sempre ogni sbigottimento per l'immancabile intimidazione lanciata dallo Stato.  Ed insistere, persistere, continuare ognuno a modo proprio, scoprendo nuovi angoli d'attacco, forgiando i propri strumenti, senza più concessioni, senza più attese. 
 
[14/7/12]

venerdì 6 luglio 2012

IPNOSI DEMOCRATICA


 da L'Innocenza Del Divenire



Un altro sproloquio sulla democrazia? Ancora?
Ebbene si, vogliamo provare a riflettere, su cosa sia
la democrazia e se sia effettivamente possibile, e in
questo caso se sia anche, non dico giusta, ma accettabile,
visto che è sbandierata come esempio assoluto
di tolleranza, accettazione, eguaglianza e tutta l'ipocrisia
collettiva che ne recinta lo steccato.
Etimologicamente, il termine democrazia, significa
"governo del popolo". Ma può essere realmente, una
democrazia, il governo del popolo? A livello teorico
per mantenere un significato del genere, implicherebbe
che tutto il popolo prendesse insieme le decisioni
che riguardano se stesso.
Ciò potrebbe essere applicabile solamente a una comunità
limitata o comunque a una ristretta cerchia di
persone o a un territorio, in ogni caso, abbastanza ristretto,
al contrario che in un territorio più ampio, in
una metropoli o anche semplicemente in una città di
medie dimensioni. Ciò risulterebbe impossibile e impraticabile;
la democrazia si trasforma quindi in democrazia
rappresentativa, ergo la fine di ogni libertà
individuale e collettiva.
Come funziona la democrazia rappresentativa? Funziona
che qualcuno si candida (quasi sempre gli stessi,
quasi sempre gente della classe dominante e via
così) e il popolo è chiamato a votare chi, tra i candidati,
dovrà ordinargli cosa fare, il tutto secondo il
concetto della maggioranza che vince sulla minoranza.
Insegnamento contemporaneo: nessun sfruttamento
può essere liberato da un rappresentate, perché
è patetico un rappresentante della classe dominante,
quanto uno del proletariato diceva qualcuno...
Il problema, appunto, è proprio la rappresentanza...
Chi viene eletto rappresenta realmente la maggioranza
della popolazione? Molto probabilmente no, dato
che non tutti hanno diritto al voto (c'è una soglia di
età, bisogna essere cittadini, residenti, avere la nazionalità...);
ma allora rappresenta, almeno, la maggioranza
di chi ha diritto al voto? Probabilmente
nemmeno questo, dato che di chi ha il diritto al voto
va a votare solo una parte e soprattutto oggi, dove
l'astensionismo è sempre più elevato.
Allora non rappresenta neanche la maggioranza dei
votanti effettivi? In effetti no. Anche assumendo che
in tutte le votazioni non ci sia stato nemmeno un
broglio, in ogni caso il candidato si basa su un programma
che ha fatto (che oltretutto non rispetterà
mai) e comunque amministra e governa in base ai
suoi interessi e al suo pensiero (che non può e non
potrà mai rappresentare nessuno, proprio per la caratteristica
intrinseca del pensiero che è, o per lo
meno dovrebbe essere, unico e diverso da persona a
persona).
La democrazia può diventare diretta?
La democrazia diretta funziona così: le decisioni le
prende effettivamente la popolazione tramite assemblee
popolari e voto palese, per evitare appunto
eventuali brogli. Tutto ciò diventa dunque fattibile e
attuabile, certamente lento e un po' macchinoso e ingegnoso
ma fattibile e attuabile, in una ristretta cerchia
di persone, in una comunità, in una cittadina di
piccole dimensioni, in un territorio non eccessivamente
vasto e popolato.
Diventa quindi effettivamente il governo della maggioranza,
nel senso che ogni decisione viene presa
da tutti secondo, appunto, il criterio della maggioranza.
Ma il governo della maggioranza, anche se la
maggioranza è sempre in cambiamento dato che non
deriva da un voto che dura per anni ma varia da decisione
a decisione, rimane comunque il governo, e
quindi un'imposizione, di una parte di popolazione
sull'altra. Anche in questo caso, quindi, non sarebbe
effettivamente un governo del popolo, e quindi non
sarebbe effettivamente democrazia.
Qualcosa di diretto, quindi libero ed uguale, può veramente
avvenire senza una rottura netta con questo
sistema di morte?
Ora, la democrazia oggi, è giusta, o quantomeno è
accettabile?
A questo punto, ci saltano in mente due cosucce dette
da Errico Malatesta:”Se la democrazia potesse
essere altro che un mezzo di ingannare il popolo, la
borghesia, minacciata nei suoi interessi, si
preparerebbe alla rivolta e si servirebbe di tutta la
forza e di tutta l’influenza che le sono date dal
possesso della ricchezza, per ricordare al governo
la sua funzione di semplice gendarme al suo
servizio. (…) Organo e funzione sono termini
inseparabili. Levate ad un organo la sua funzione o
l'organo muore o la funzione si ricostituisce. Mettete
un esercito in un paese in cui non ci siano né
ragioni né paure di guerra interna o esterna, ed
esso provocherà la guerra, o, se non ci riesce, si
disfarà. Una polizia dove non ci siano delitti da
scoprire e delinquenti da arrestare, inventerà i
delitti e delinquenti, o cesserà di esistere.”
Niente da ridire, perché la “normalità democratica”
in grado di garantire libertà e benessere per tutti non
può esistere.
E' arrivato il momento di battersi per altro? Un mondo
senza comando è possibile? I sudditi, quando decideranno
di svegliare le loro cattive passioni per
distruggere il male di esistere?
La democrazia ha già gettato la sua maschera, quando
salteranno le maschere degli sfruttati per farla finita
con questo mondo miserabile?

mercoledì 27 giugno 2012

(it.es)La scuola come istituto di indottrinamento

da contrainformate. trad.orizzontelibertario

La scuola nel corso del tempo non ha subito molti cambiamenti, hanno pensato perchè la stragrande maggioranza delle scuole in delle strutture standard, cubi con un cortile interno con tutte le classi che si affacciano alla lavagna, in tutte le scuola insegnano allo stesso modo, gli stessi contenuti, si è pensato perchè è cosi importante il SIMCE, o la PSU, gli apprendimenti chiave e i risultati finali scolastici ?
Ebbene, le autorità, siano essi direttori, titolari, o anche gli stessi insegnanti, anche se non tutti, non sono interessati a quello che vogliono realmente gli studenti, il solo interesse è l'inculcamento dei contenuti stabili dal ministero dell'istruzione, che poco sa della realtàdi ogni singola realtà scolastica. I/le bambine/i sono costretti ad andare a scuola, per 12 anni o più non hanno in testa nient'altro, che memorizzare contenuti che nella vita non serviranno a nulla, nessuno ti insegna come essere solidale, ad avere rispetto degli altri animali,  ad amare i tuoi compagni e le tue compagne ,  non discriminare il "diverso" di vivere la sessualità senza sensi di colpa, .... La scuola, il liceo, ti discriminano dal primo giorno, tenta di omologarti, standardizzando alle regole e steoreotipi sociali, sessisti come la divisione dei bagni in maschili e femminili, repressivi con un corpo di ispettori che sono come dei gendarmi, lo stesso vale per gli insegnanti che ti obbligano a stare seduto ascoltando e guardando il maestro, che tu sa e con la sua conoscenza illumina gli alunni, perchè è praticamente un saggio, lui o lei in classe solo parla, altro aspetto molto importante  da analizzare nella scuola e nei licei, la valutazione uguale per tutti, e i test generalizzati, non rispetta le diversità degli individui non concependo che tutte le persone sono uniche e di conseguenza ognuno apprende in maniera diversa. Ci sarebbe tanto da criticare, però credo anche che sia giusto cominciare a "fare", prima di tutto quando si dice che l'educazione deve essere gratuita e di qualita, però chiediamoci accetteremo lo stesso un educazione gratuita altamente indottrinata ? Credo che bisogna cominciare a pensare che questa educazione, l'unica cosa che faccia davvero è meccanizzare e far tramite ad un sistema che  angoscia, che ti consuma, che assorbe, e vogliamo che i ragazzi sono schiavi di questo sistema, così crudele ? Vogliamo essere complici dell'annullamento della creatività della capacità di pensare, di criticare apertamente e di esprimere il proprio parere, della perdita della capacità di non omologarsi di non accettare la disciplina militarizzata imposta  nelle scuole? Credo che dovremmo cominciare a diseducare e a disimparare cio che ci hanno imposto. Credo che la nostra mente è tanto radicata in questo sistema mercantile, che facciamo ciò che ci è imposto perchè c'è un altro che ci dice di farlo. Pensaci bene che tipo di mondo vogliamo e possiamo fare per non sostenere ciclicamente questo sistema, il nostro contributo consiste nell'aprire gli occhi e essere il più critici possibili con il sistema non basta manifestare per un educazione gratuita bisogna mobilitarsi per cambiare radicalmente questo sistema che ci tiene in una condizione di infermità e di robotizzazione.








LA ESCUELA COMO ENTE DE ADOCTRINAMIENTO



Por Programa Radial Educación.

La escuela a través del tiempo no mucho ha cambiado, ¿se han puesto a pensar porque la gran mayoría de las escuelas están estructuradas de una forma especial, es decir, cubos con un patio interior con salas todas mirando hacia el pizarrón, en todas las escuelas enseñan de la misma forma, los mismos contenidos, se ha puesto a pensar porque es tan importante el SIMCE,  la PSU,  los aprendizajes claves, los resultados finales de las escuelas?.
 Bueno, a las autoridades, ya sean directores (as), sostenedores(as), e incluso me atrevería a decir profesores (quizás no a todos) No les interesa en lo más absoluto lo que realmente quieran los y las alumnas( Palabra muy fea que quiere decir “ser sin luz&rdquo), solo interesa pasar contenidos, que son los contenidos que el ministerio de educación, que poco saben de la realidad de cada escuela o colegio.Los y las niñas están obligadas a ir a las escuelas, nos han metido en la cabeza por tanto tiempo que es lo mas importante en la vida pasar 12 o más años en la escuela “ estudiando” aprendiendo de memoria contenidos que nada te sirven en la vida, nadie te enseña a como ser solidario, a ser respetuoso con los animales, a amar a tus compañeros y compañeras, a no discriminar por ser “diferente”, a vivir la sexualidad sin culpas,….En las escuelas o liceos, se discrimina desde el primer día, te uniforman, hay baños para mujeres y para hombres, existen los inspectores que son como gendarmes, Los profesores son como pacos, y te obligan a estar sentados mirando y escuchando al “maestro” que todo lo sabe que “ilumina”  porque es prácticamente un sabio (a)Y en la sala solo habla el o ellaOtro asunto muy importante que analizar es que en las escuelas y liceos , se evalúa a todos por igual, esta tan errada la estructura de evaluación, Una prueba generalizada para todos por igual, el mayor error, ya que todas las personas somos únicas, aprendemos de diferente forma.Hay tanto que criticar, pero también creo que hay que comenzar a “hacer”, tanto se ha dicho que la educación debe ser gratuita y de calidad, pero ¿queremos que esta educación adoctrinadora sea gratuita? Yo creo que hay que comenzar por pensar que esta educación lo único que hace realmente es mecanizarnos y meternos en un sistema que angustia,  que te consume, que te abosrve,  pregunto ¿ queremos que los y las niñas sean esclavos de este sistema tan cruel?, ¿ queremos ser cómplices de anular la creatividad, la capacidad de pensar por sí mismos, la capacidad de desear (nos), la capacidad de descubrir por sí mismos, de criticar abiertamente lo que no les parece, de ser diferentes, de no uniformarse de no aceptar la disciplina militarizada impuesta en las escuelas?Pues bien, creo que hay que comenzar a des educarnos y a des aprender lo aprendido impuesto por otrxs en nuestro cuerpos y quehaceres diarios.Creo que estamos tan sumidos a este sistema mercantil, que hacemos lo quenos imponen, porque no queda de otra, porque hay que hacer lo que ellxs nos dicen, porque no tenemos donde dejar a los y las niñas, Pensemos bien qué mundo queremos y que podemos hacer para no seguir reproduciendo este sistema, la forma en que podemos ayudar (nos) es abriendo los ojos, y ser más críticos con el sistema, no basta con salir a marchar por una educación gratuita, hay que movilizarse por cambiar drásticamente este sistema de educación que nos tiene enfermos y robotizados.








venerdì 15 giugno 2012

Tra ardire e armare...

anarchici in tumulto
 
«È la risposta dello Stato»
Annamaria Cancellieri, ministra degli Interni, 13 giugno 2012
 
 
Nonostante non ci risulti che qualche anarchico abbia formulato domande allo Stato, a quanto pare lo Stato ha deciso di rispondere. All’alba di mercoledì 13 giugno il Reparto Operazioni Sporche dei carabinieri ha effettuato dieci arresti e numerose perquisizioni in tutta Italia (e oltre), nell’ambito di una operazione denominata “Ardire” (in quale senso: slancio coraggioso o eccesso di impudenza?). È solo l’ultima delle manovre repressive/preventive lanciate in questi ultimi tempi contro chi non è disposto ad adeguarsi al ruolo di suddito ossequioso, l’ennesimo monito spettacolare ai potenziali futuri insorti. Ciò significa che, assai più dei singoli individui coinvolti o delle accuse specifiche loro rivolte, è il contesto generale che ha partorito questa inchiesta a meritare qualche attenzione.
 
Se il debito pubblico ha raggiunto proporzioni vertiginose, la risposta dello Stato è aumentare le tasse. Se banche e speculatori hanno messo in ginocchio l’economia, la risposta dello Stato è dare via libera alle privatizzazioni. Se il lavoro diventa un privilegio e la sua mancanza provoca ondate di suicidi, la risposta dello Stato è facilitare i licenziamenti.
Ancora. Se i funzionari delle istituzioni si macchiano delle peggiori nefandezze, la risposta dello Stato è farne andare in prescrizione i “reati”. Se i pozzi di petrolio rischiano di esaurirsi nei conflitti internazionali, la risposta dello Stato è partecipare alla guerra. Se i dannati della terra sono costretti a fuggire dal proprio paese per sbarcare sulle nostre coste, la risposta dello Stato è rinchiuderli nei lager chiamati Cie.
Di più. Se le popolazioni locali non vogliono opere nocive (Alta Velocità, inceneritori, discariche rifiuti), la risposta dello Stato è massacrare i manifestanti ed occupare militarmente il territorio. Se i ricchi diventano sempre più ricchi ed i poveri sempre più poveri, la risposta dello Stato è proteggere il lusso dei primi e reprimere la disperazione dei secondi. 
 
Tenuto conto di questi esempi che potrebbero diventare innumerevoli, non c’è di che stupirsi se di fronte ad anarchici che decidono di passare alle vie di fatto contro il potere che si rivela ogni giorno più miserabile ed infame, la risposta dello Stato è una retata. 
Ad ordinarla è stata una pm di Perugia, Manuela Comodi, in astinenza di popolarità dopo la fine del “caso Meredith”, che per l’occasione ha sguinzagliato i carabinieri del Ros agli ordini del generale Ganzer (sì, proprio lui, quello condannato, dallo stesso Stato di cui è servitore, a 14 anni di galera per traffico di stupefacenti).
L’impianto accusatorio imbastito è il solito, l’unico concepibile da chi è uso ad obbedir tacendo. Si prendono alcuni fatti specifichi e si procede per estrazione a sorte. Funziona all’incirca come una lotteria al contrario, dove chi vince perde: all’interno di un bussolotto vengono messe tante biglie numerate, ad ogni numero corrisponde il nome di qualcuno già noto alle forze dell’ordine. Un giro di bussolotto, un’estrazione ― i responsabili sono identificati e l’indagine è presto conclusa. Resa tanto più facile, in questo caso, dal numero delle biglie fatte girare che via via sono sempre meno. Quelle corrispondenti agli anarchici che in tempi come questi si rifiutano di avere amici o interlocutori fra consiglieri comunali e affini (nemmeno se di opposizione) o preti (nemmeno se di strada), di raccogliere firme per attestare la propria innocenza o di presentarle per legittimare la propria protesta, ma che si ostinano a pensare che l’azione diretta non sia una variante strategica all’interno della politica, bensì la sua negazione. L’autismo potrà anche essere un errore per l’autonomia, ma l’opportunismo politico ne è di certo l’aberrazione.
Ad ogni modo l’estrazione finale dell’«operazione Ardire», strombazzata dai media a cui spetta il compito di fornire al pubblico la quotidiana distrazione, ha portato alla «scoperta» di tanti «anarchici informali» ― talmente informali da far parte di una medesima organizzazione (?!) e talvolta senza nemmeno conoscersi tanto bene fra loro. Che poi, detto di sfuggita, tutto questo ardire non l’abbiamo visto granché. Basti pensare che in alcuni casi i carabinieri non sono nemmeno andati a disturbare i diretti indagati per effettuare le perquisizioni, preferendo tirare giù dal letto i loro genitori o chi ha avuto la malaugurata idea di affittare loro degli immobili. In molti casi, gli anarchici a dormire pacifici nei loro domicili, i carabinieri a fare gli ardimentosi con parenti o affittuari per rovistare svogliatamente nelle case o fare i porci Comodi negli spazi affittati agli anarchici.
Tutto ciò è talmente grottesco da irritare persino la concorrenza nel ramo repressivo, Digos et similia, che nel pomeriggio dello stesso giorno hanno fermato e perquisito due degli indagati nel tentativo, non riuscito, di mostrare ai loro colleghi-rivali come si fanno davvero le cose. Che si sia aperta una gara fra professionisti delle manette per vedere chi arriva per primo?
Il nostro ultimo pensiero agli arrestati, la nostra solidarietà a tutti gli indagati.
A buon rendere.
 
[distribuito a Firenze il 14/6/12]

lunedì 11 giugno 2012

Calcio





A prima vista, sembra semplice: un gran prato rettangolare, ventidue giovanotti in uniforme sommariamente araldica, una palla di cuoio, due reti alle estremità del rettangolo; la contesa riguarda chi e quante volte riesce a mandare quella palla nell’una o nell’altra rete, superando, con l’astuzia o la mera brutalità, la resistenza della banda avversa. È domenica, dappertutto c’è gente che non sa cosa fare; pigramente, qualcuno «va alla partita»; paga il biglietto, si diverte, ammira, deplora, commenta, torna a casa. Oh no, non è così semplice. Forse le cose stanno a quel modo nell’empireo, dove è sempre domenica, e si è sempre pigri, felici e virtuosi. Ma si veda, ad esempio, la partita da un punto di vista sociologico: sul prato ventidue ragazzetti incolti e milionari si contendono una palla, mentre sulle tribune migliaia di salariati e stipendiati urlano e ondeggiano. Parrebbe una immagine rudemente didattica della lotta di classe. Una volta tanto i gladiatori sono facoltosi; alla fine dell’incontro, come usa, gli sconfitti verranno sveltamente sterminati. A questo modo, non senza divertimento, si elimina una classe sociale, dopo averla pubblicamente degradata a oggetto di ilare ludibrio.
Ma nemmeno questa descrizione pare esauriente. Il pubblico, infatti, è diviso in settori favorevoli alla soppressione fisica dell’uno o dell’altro gruppo di giocatori; di rado, come sarebbe ragionevole, di entrambi. Dunque, al furore mercenario che contrappone le due schiere, un altro corrisponde sulle tribune, del tutto gratuito, e pertanto non privo di caratteri nitidamente demenziali.
[…]
La visione del mondo calcistico, muovendo dalla psicopatologia e passando per il livello della malavita, punta verso il patriottismo e la guerra.
G. M. 

sabato 9 giugno 2012

Sul lamento degli innocui e l'urgenza di distruzione

da ienaridensnexus.
Articolo di Gaetano B. , in riferimento al comunicato della FAI

 

La dissociazione


  Il termine greco di assemblea è Ἐκκλησία (ecclesia)

Il disabile è il modello attuale di cittadinanza

 Mentre disoccupati e precari quotidianamente si suicidano soli e annichiliti dal potere, la FAItaliana
 teme la repressione dello stato.
 Mentre i migranti vengono seviziati e imbottiti di psicofarmaci nei lager democratici, la FAI prevede e scongiura la criminalizzazione del proprio movimento anarchico.

 Mentre diversi compagni anarchici sono sotto processo o sono stati da poco assolti o da poco scarcerati -come Madda- o sono stati poco tempo fa perquisiti e alcuni pesantemente incriminati, non è mai arrivata una parola di solidarietà da parte della Federazione Anarchica Italiana verso questi anarchici realmente perseguitati per ciò che pensano scrivono e fanno.

Per la FAI questi compagni sono gli “imbecilli”

 Ribelli che contribuiscono a mettere a “rischio” la quiete delle sedi concesse dai comuni o affittate.

 Mentre nelle galere i prigionieri sottoposti a tortura vengono suicidati e nelle camere di sicurezza la violenza degli aguzzini uccide donne e uomini, la FAI lamenta la potenziale persecuzione del movimento anarchico.
 Mentre ad oggi non una sede FAI è stata perquisita.
 Quanta paura!


Reazione? Ben venga. Gli anarchici non la temono, troppo l'hanno affrontata.
Bruno Filippi

 Cresce lo scontento dei piccolo borghesi vessati dalle tasse.
 Aumenta la stretta feroce sui consumatori declassati, votati al peggio, largamente complici.
 Lo Stato reprime. I media servono. Il capro espiatorio certo. Tutto già visto.
 I manager arricchiscono come non mai. I politici rubano. I finanzieri speculano la vita.
 I banchieri strozzano.

 Quale metodo migliore per gli organizzatori quello di organizzarsi invece di strillare ai cattivi violenti? Dato che nelle lotte sociali la FAI c'è, ci spera e vi anela, nessuno le impedisce di parteciparvi e produrre risposte incisive.
 Neanche lo Stato ad oggi lo impedisce.

 Il problema delle lotte sociali che la FAI pratica dal dopoguerra è quello di chiedersi:
 Cosa hanno prodotto?
 Quanto riescono a cambiare del reale imposto?
 Quanto popolo riescono a coinvolgere?
 Quanto la propaganda anti-partitica e libertaria è efficace oggi con l'astensionismo al 40% ?

 L'autocritica è ben più costruttiva dell'incolpare chi mai si riconoscerà nelle proprie pratiche.
 Non è eticamente onesto scaricare i propri limiti su chi segue vie altre.

 Esiste un tabù che la FAI teme al pari dello Stato. Teme tale tabù al punto da non volerlo riconoscerlo e dal non nominarlo mai, ma anzi, lo mistifica continuamente.

 L' Individualismo. Componente che nella storia dell'anarchismo ha lasciato un segno indelebile.
 Per molti l'individualismo esistenziale e politico è una forma efficace per opporsi al potere politico-economico. Non si può che partire da se stessi. Dalla necessità della ricerca del proprio benessere della bellezza e della gioia: per far fronte all'orrore dello stato e dei suoi carnefici politici mediatici culturali e in divisa.
 Non si può che partire da se. Lo si è acquisito da se. E con gli affini si può attaccare lo scempio della natura l'aborto delle coscienze il massacro delle relazioni sociali i conformismi.
 La strage dei più deboli si contrasta agendo da se e per se e non facendo finta di aspettare chi alla catena che porta al collo ha fatto il callo.

 Si tratta di vivere la sola vita a disposizione e di viverla piena e bella a modo proprio.
 Cercando di calpestare la testa dei re.
 A modo mio!

 Improponibile fingere ancora di appellarsi agli sfruttati sindacalizzati e agli oppressi che per sopravvivere venderebbero l'anima.
 Il popolo cui la FAI anela è in perenne “Fuga dalla libertà”
 Pienamente partecipe del proprio sfruttamento
 Pienamente complice dello Stato. Lavora per lo Stato. Produce guerra.
 Come gli operai che hanno solidarizzato per il piccolo boia ferito.

 Chi crede nel popolo si adoperi pure per conseguirne il consenso. Quel popolo che ha svenduto le proprie pensioni alle banche con fondi gestiti insieme da sindacati e padroni. Buon lavoro!

 C'è chi ricerca nobili fini con mezzi appropriati
 C'è chi ricerca il tempo perduto
 C'è chi trova la gioia nell'attimo che schizza colori
 A squarciare il reale non saranno le ennesime modeste salite in cattedra. La platea è la solita.

 Non c'è riforma che tenga contro l'urgenza di distruzione del turbo-capitalismo.
 Proponga l'anarchismo DOC la FAI: per far presa in questa epoca, l'ideale sarebbe una squadra in serie a o una rete mediaset. Forse le fila si infoltirebbero.

 Gli individualisti non vogliono ergersi a guida di nessun gregge.
 L'individualista non cerca il consenso del popolo.
 Non sono avanguardia di nessuno e se lo fossi non lo sarà che di se stesso.
 Per gli individualisti ogni istanza di rappresentatività va sabotata.

 La FAI continua a mistificare l'individualismo come avanguardismo o addirittura come partitismo.
 Semmai è la FAI a somigliare a un partito con le sedi, il giornale, una struttura storico politica cui aderire, le assemblee, leader ufficiosi ecc.
 Una microburocrazia la cui vocazione è quella di inquadrare le lotte e occuparsi della propria sopravvivenza.
 Pare che per entrare a farvi parte occorra aspettare circa un anno.
 Nell'ultimo comunicato della FAI scrivono: “sulla necessità morale e politica di costruire strade che tutti possano e vogliano percorrere”

 Il problema che pare insormontabile e che la FAI finge di non vedere è che manca il popolo.
 Aspetta “Tutti” la FAI
 Quei “tutti” che non ci furono non ci sono non ci saranno.
 Quei tutti che mai vorranno la rivoluzione sociale di un partito senza popolo.