Cerca nel blog

Visualizzazione post con etichetta guerra civile spagnola. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta guerra civile spagnola. Mostra tutti i post

lunedì 2 gennaio 2012

LA MORTE DI BERNERI

Da "Il Massacro di barcellona" di Mario Signorino


La sua morte, Berneri se l'era proprio cercata. Due giorni prima, sorpreso in casa dall'inizio dei combattimenti, con altri compagni, non li aveva seguiti quando si erano rifugiati al comitato regionale della CNT-FAI. Era rimasto in casa, con Francesco Berneri, la compagna di questi e una giovane miliziana giunta da poco a Barcellona. La sera stessa, la radio diffondeva la sua commemorazione di Antonio Gramsci, morto a Roma il 26 aprile.
"Noi salutiamo dalla radio CNT-FAI di Barcellona l'intelletuale valoroso, il militare tenace e dignitoso che fu il nostro avversario Antonio Gramsci, convinti che egli ha portato la sua pietra all'edificazione dell'ordine nuovo..."
I quattro si trovavano dunque isolati in uno dei punti più caldi della battaglia, attorno alla Casa CNT-FAI, chiusi in una piazzetta cinta da ogni lato da barricate comuniste. Eppure non se ne preoccupavano: forse convinti che nessun pericolo li minacciava nella Barcellona anarchica.
A Barbieri, per la verità, era sempre andata bene. Aveva una scheda biografica molto movimentata, fughe e persecuzioni in mezzo mondo; ma se l'era cavata sempre. Subito dopo l'avvento del fascismo in Italia era scappato in Argentina e di qui, dopo una condanna a morte era passato in Brasile. Arrestato e deportato in Italia, era finito al confino; ma era fuggito di nuovo riparando in Francia.
Altra condanna, otto mesi di galera, altra espulsione; passato in Svizzera, era stato di nuovo arrestato e rispedito alla frontiera.
Nell'ottobre '35 si trovavano in Spagna, durante il "biennio nero" della destra al potere. Dopo un nuovo arresto era ripassato in Svizzera, per tornare definitivamente in Spagna dopo lo scoppio della rivoluzione. A Barcellona era andato a stare da Berneri.
Berneri, da parte sua era impegnato, in prima fila nel movimento anarchico. E' strano che, iniziata la battaglia, non sentisse il bisogno di parteciparvi direttamente. Non capiva neanche quali pericoli si potevano correre in quei giorni a Barcellona?
Sapeva di essere esposto anche troppo nella lotta politica catalana. Tra i dirigenti anarchici, era stato uno dei pochi a prendere le difese del POUM contro la campagna terroristica dei comunisti. Proprio alla vigilia dei fatti di Barcellona, l'"Adunata dei refrattari" di NeW york aveva pubblicato la prima puntata di un suo articolo in difesa del partito di Nin. E già prima Berneri aveva provocato la rabbia dei comunisti e dei sovietici: tutti ricordavano, ad esempio, che alla fine del dicembre '36 Antonov-Ovseenko, console dell'URSS a Barcellona, aveva protestato presso le autorità catalane per un articolo apparso su "Guerra di classe" in cui Berneri denunciava "l'assedio di Barcellona", chiusa politicamente tra Burgos e Mosca.
L'anarchico italiano era anche sostenitore dell'uscita della CNT dal governo di Valenza. E la sua opinione contava, essendo uno degli elementi più in vista dell'anarchismo catalano. Era difficile immaginare che i comunisti e la KNVD aspettassero solo l'occasione per fargliela pagare?
Forse Berneri era convinto che i comunisti non avrebbero osato toccarlo: per lui, "el muy conocido profesoro Berneri", si sarebbero certamente mossi i proletari anarchici e anche i miliziani al fronte.
Ma più ancora doveva aver giocato l'incomprensione della battaglia appena iniziata: un errore comune a molti dirigenti anarchici, che nasceva dalla fiducia smisurata nella forza del movimento. Non a caso la prima reazione di Berneri, come degli altri dirigenti, era stata di far da paciere.
Dopo la sua morte, infatti, era stato trovato il testo di un appello alla pacificazione, scritto probabilmente nelle giornata del 4.
"Lavoratori di ogni tendenza, gridiamo ora più che mai: viva l'alleanza rivoluzionaria antifascista!... Alcuni militanti delle organizzazioni operaie delle nostre città si sono lanciati in una lotta fratricida determinata, a quanto sembra, da vecchie rivalità sindacali...Niente può giustificare fatti di questo genere... Riflettete, lavoratori di ogni tendenza: il pericolo fascista non è sparito. Compagni, manteniamo fino al definitivo trionfo l'unità d'azione".
In questo errore di valutazione (attribuire ad esempio la battaglia a vecchie rivalità sindacali) sta forse la spiegazione della tranquillità di Berneri. Un atteggiamento sorprendente, che non era cambiato neanche quando si erano verificati alcuni fatti strani. La mattina del 4, infatti, si erano presentati in casa due uomini con bracciali rossi.
-Non sparate, siamo amici.
Sorpreso, Berneri aveva chiesto perchè avrebbero dovuto sparare. I due avevano dato un'occhiata in giro ed erano andati via; dalle finestre li avevano visti entrare nella vicina sede dell'UGT.
E' chiaro che erano venuti in avanscoperta, forse avvertiti dal portiere che "gli anarchici del primo piano" erano rimasti chiusi in casa. Adesso sapevano che Berneri era veramente isolato, con pochi compagni.
Nel pomeriggio, alcuni poliziotti con il bracciale del PSUC erano venuti a fare una perquisizione. Avevano preso tra fucili, lasciati li da miliziani in licenza, ed erano andati via raccomandando di restare in casa. Certi ormai che gli anarchici erano senza armi, avevano potuto preparare con cura l'arresto e l'uccisione di Berneri.

giovedì 8 dicembre 2011

alla base delle scelte FAI-CNT

Da "Il massacro di Barcellona" di Mario Signorino



Ecco cosa dice un documento FAI: "Non potevamo distruggere il governo perchè, nel momento stesso, in cui avessimo rovesciato quello di Madrid e quello catalano, tutto il mondo avrebbe riconosciuto quello di Burgos" ( cioè quello di Franco).
E' la stessa tesi che gli avversari usano contro di loro: in questo quadro internazionale, dicono, portare avanti la rivoluzione spagnola significa perdere la guerra. Ma gli anarchici non si limitano a lasciare in piedi il governo: entrano a farne parte e rifiutano di puntare sul "contropotere" del movimento libertario, che pure hanno scatenato e diretto. Sanno bene che quella spagnola non è una semplice guerra civile, ma una guerra sociale che i proletari devono combattere in modo rivoluzionario. Ma accettano in pratica la linea antifascista e inchiodano al fronte i loro militanti indicandogli come unico avversario il generale Franco. Per questo sono andati al governo: " per impedire" come dice Federica Montseny, ministro anarchico della Sanità, "deviazioni nella rivoluzione, per continuarla anche dopo la guerra e per opporsi a qualsiasi tentativo dittatoriale".
Ma la realtà è un altra: i dirgenti anarchici pagano il prezzo della loro confusione teorica e della mancanza di linea politica.
Anche loro nel luglio del '36 sono stati presi in contropiede dal golpe militare. Fatto strano, se si considera che appena cinque mesi prima il segretario della CNT, Horacio Prieto, aveva previsto tutto. In un manifesto diffuso il 14 febbraio '36, alla vigilia delle elezioni, Prieto chiamava i militanti alla vigilanza contro un probabile colpo militare: " Il Marocco sembra essere il focolaio principale e l'epicentro della congiura. L'azione insurrezionale è subordinata al risultato delle elezioni, Il suo piano teorico e preventivo sarà attuato se la sinistra otterrà un trionfo elettorale." Gli anarchici, continuava il segretario della CNT,  non intendono difendere la repubblica borghese, ma si batteranno con tutte le loro forze contro il fascismo: " La democrazia cadrà tra due fuochi perchè diventerà inattuale, sarà spazzata via dal campo di battaglia. O il fascimo o la rivoluzione sociale". Bisognava, dunque prepararsi, allo scontro: ma queste preoccupazioni erano estranee alla mentralità dei dirigenti anarchici.
Ancora in maggio, quando si apre a Saragozza il IV congresso della CNT-FAI, l'ultima prima della guerra civile, i documenti votati non danno alcuna indicazione pratica. Il congresso è dominato dalla FAI, la centrale politica del movimento. La FAI era nata a Valenza nel luglio del 1927 dopo che Primo de Rivera aveva messo fuori legge la CNT . Nel '29, ricostituito il sindacato, la FAI diventava il centro d'attrazione dei malcontenti della linea "morbida" della CNT, rimanendo formalmente illegale. E' un insieme di piccoli nuclei autonomi che fanno capo a un Comitato peninsulare; non ha statuti nè programmi, e soprattutto all'inizio non conta dirigenti di riliev; i suoi militanti, infatti, non sono intellettuali, ma proletari della CNT che tendono a scalzare i quadri sindacali.
A proposito delle risoluzioni approvate a Saragozza, qualcuno parla di programma idilliaco, di anarchici chiusi in un mondo di sogno. Eppure il " Concetto Confederale di Comunismo Libertario" non è utopico perchè descrive struttura, caratteri e funzionamento delle comuni libertarie, dilungandosi con puntiglio anche sulle comuni di naturisti. Pochi mesi dopo, parte di questo programma sarà realizzato nel vivo della lotta. Quel che manca al "Concetto" è qualsiasi indicazione di tattica e di strategua politica. Come realizzare il comunismo libertario? La repubblica liberale cadrà come una pera cotta, o bisognerà abbatterla? E che fare con le altre tendenza del movimento operaio ? Quanto al pericolo fascista, niente paura: i proletari hanno fatto il servizio militare e conoscono quindi la tecnica militare moderna... La presa del potere, infine, non è questione che interessi gli anarchici.
E' con questo bagaglio politico che i dirigenti della CNT-FAI  affrontano i problemi della guerra e della rivoluzione. L' istinto di rivoluzionari e il legame profondo con le masse ne fanno i protagonisti delle giornate di luglio. Ma dopo la vittoria, privi di una linea politica, oscillano da un estremo all'altro, disorientando il movimento. Il sostegno alla causa antifascista appare loro come un rifugio provvidenziale, e finiscono con l'accettare la politica più moderata del fronte popolare.
Questo fronte ha molte anime, Come gli anarchici, anche l'ala maggioritaria della UGT dichiara di parteciparvi per vincere la guerra e difendere le conquiste rivoluzionarie. Ma il sindacato socialista, più ancora della CNT,  è scosso dai conflitti interni, ed è Largo Caballero a porre la sua persona come garanzia della rivoluzione. Lui ci crede davvero. Ma altre forze politiche  contano proprio su questa illusione, condivisa peraltro dagli anarchici, per far passare con il suo nome una politica moderata.

domenica 6 novembre 2011

Spagna '36- La Cnt entra nel governo

Da "Il massacro di barcellona" di Mario Signorino



Nel luglio '36 con il golpe in atto. Companys rifiutò fino all'ultimo di dare armi agli anarchici. Circola un aneddoto: la notte del 18 luglio mentre i militari ribelli stanno per muoversi dalle caserme e la CNT ha già mobilitato i proletari, Companys chiama Durruti. Rassegnato al peggio, lo prega di fare intervenire i suoi uomini; l'anarchico ha un sorriso di scherno, gli chiede di aprire gli arsenali. L'accordo è raggiunto, e Companys accende nervoso un sigaro a Durruti...
Due giorni dopo i proletari sono padroni di Barcellona. Il 21 Companys chiama alla Generalità i dirigenti anarchici: arrivano Durruti, Garcia Olivier, Santillàn, Jover; impolverati, la barba incolta si siedono con il fucile tra le ginocchia.
Dall'altra parte del tavolo, tra alcuni politicanti nervosi, siede  Companys. La sua persona è quanto rimane del potere della repubblica in Catalogna. -Oggi - dice agli anarchici - siete i padroni della città e della Catalogna, perchè voi soli avete vinto i militari fascisti. Ma permettetemi di ricordarvi che non vi è mancato l'aiuto degli uomini del mio partito, pochi o molti che siano, delle guardie e dei "mozos de escuadra" (la guardi presidenziale.)
Companys fa una pausa, poi parte in contropiede.
- Conoscendovi bene, non posso non parlavi francamente. Avete vinto e tutto è nelle vostre mani. Se non avete bisogno di me, se non mi volete più come presidente della Catalogna, ditemelo subito e non sarò che un soldato in più nella lotta contro il fascismo. Ma se credete invece che in questa carica, per la quale mi sarei fatto uccidere se i fascisti avessero vinto, possa essere utile, con i miei uomini, il mio nome e il mio prestigio, ebbene, potete contare su di me, sulla mia lealtà di uomo e di dirigente politico. - Propone quindi di costituire un Comitato delle Milizie con la partecipazione di tutti i partiti, per organizzare la guerra contro i fascisti.
Il giorno dopo, il plenum dei comitati locali della CNT-FAI delibera che "non si de parlare di comunismo libertario finchè una parte della Spagna sarà in mano fascista". Si accetta la proposta di Companys, ma s'impone di dare al Comitato centrale della Milizie, affiancato da un Consiglio Economico e da una Dipartimento dell'Appovigionamento, tutto il potere di direzione economica, militare e politica.
Nel nuovo organo gli anarchici non chiedono una rappresentanza adeguata alla forza preponderante; si accontentano di avere gli stessi rappresentanti della UGT e dell'Esquerra, il partito di Companys. Rimane in vita il governo regolare catalano, senza la partecipazione delle forze rivoluzionarie: si tratta semplicemente di un governo fantoccio.
Ma per gli anarchici è pur sempre un compromesso. Alcuni di loro tentano di minimizzarlo con discorsi tanto assurdi quanto vani. - il potere delle milizie - dichiara Garcìa Olivier - rimane intatto, ma nel rispetto delle forme legali; la rivoluzione si farà " in modo clandestino".
- Insomma- ribattè Durruti- sarebbe qualcosa come la clandestinità della FAI sotto la repubblica: tutti conoscevano i suoi dirigenti ! Quando i proletari espropriano i borghesi, quando si attaccano le industrie straniere, quando l'ordine pubblico è nelle mani dei proletari, quando le milizie sono controllate dai sindacati, quando insomma si sta facendo una rivoluzione dal basso, com'è possibile dare a tutto ciò una sanzione legale?... Così non inganneremo nessuno. - Conclude Durruti: - La legalità darà forza al governo della Generalità, indebolendo il potere del Comitato centrale delle Milizie, integrando l'economia diretta dagli operai nell'apparato dello stato.
A fine settembre gli anarchici entrano nel governo catalano. In poche settimane, dunque, il governo fantoccio ha vinto la gara con il Comitato delle Milizie. Un mese dopo la CNT entra anche nel governo nazionale, che è stato costituito a Madrid. Presidente del consiglio è Largo Caballero, leader della UGT, i ministri sono socialisti, comunisti e liberali; la CNT ottiene quattro ministeri. Il disorientamento tra i militanti anarchici è grande: significa che da oggi ci sono governi da combattere e governi da appoggiare? E in base a quale criterio ?
In realtà la situazione nella repubblica è in evoluzione. I problemi della guerra sono ormai preminenti. L'esercito di Franco, rafforzato dagli aiuti dell'Italia e della Germania, punta su Madrid. La repubblica è isolata, le grandi potenze rifiutano di venderle armi, l'assedio della capitale rischia  di risolversi in un crollo militare. Tutte le risorse vengono gettate nella battaglia di Madrid. Il governo di Largo Caballero si sposta a Valenza, e affida la capitale a una giunta di difesa composta dai rappresentanti di tutti i partiti, escluso il POUM.
Data la debolezza degli anarchici nella regione , sono i socialisti e i comunisti a dirigere la mobilitazione popolare e la difesa. Nell'inverno comincia la lugna battaglia di Madrid; in prima fila combattono i volontari antifascisti di tutti i paesi organizzati dai comunisti nelle Brigate internazionali. Si batte il Quinto Reggimento, prodotto esemplare dell'efficenza del PC.
Madrid diventa così un polo politico  che si contrappone a Barcellona, centro dell'anarchismo e del movimento rivoluzionario. A Madrid la repubblica soffre la sua prova più dura, a Madrid vive l'antifascismo eroico celebrato dai comunisti; Barcellona per il momento resta nell'ombra: il fronte aragonese, tenuto degli anarchici catalani, sonnecchia. è una svolta anche politica che matura.
Si delinea infatti un conflitto tra chi punta tutte le energie nella guerra e chi vuole anche portare avanti la rivoluzione. Ma il movimento rivoluzionario non è più all'offensiva; è arrivato alla soglia del potere e si è fermato, lasciando intatta la facciata della repubblica. Riprendo spazio invece gli esponenti liberali. Come Companys, hanno approfittato della pausa prodotta dalla guerra e si sono dichiari al servizio del popolo e della rivoluzione.
In Catalogna gli anarchici, potavano prendere il poter. Perchè non l'hanno fatto ?

mercoledì 20 luglio 2011

Il 19 luglio a Barcellona

da finimondo

Tranquillo (Giuseppe Ruozzi)
 
Da tempo gli alti ufficiali dell'esercito macchinavano un vasto complotto contro la repubblica per instaurare una dittatura fascista e monarchica. Non si comprende perché il governo si sia lasciato sorprendere da questo colpo che poco mancò non lo polverizzasse. Certo è che il governo sapeva di questi maneggi più o meno segreti, ma o non volle o non seppe prendere i provvedimenti necessari. Faceva arrestare una quantità di fascisti di terza o di quarta categoria, ma non toccava i dirigenti.
La morte di Sotelo, deputato monarchico e fascista, fu la scintilla da cui i cospiratori presero pretesto a lanciare il colpo lungamente preparato.
Il governo aveva bensì operato qualche trasferimento negli alti quadri dell'esercito, ma da un lato non metteva i "sospetti" in grado di non nuocere, dall'altro li sostituiva con altri personaggi della medesima specie. Così gli uni e gli altri poterono continuare indisturbati il proprio lavoro di preparazione. A rivolta scoppiata, il governo non seppe far altro che consegnare qualche arma al fronte antifascista costituitosi all'ultimo momento. E tra quelle armi ve n'erano di antiquate.
Il sollevamento militare incominciò nel Marocco, ma anche nella Spagna propria da parecchi giorni si sentiva nell'aria, e i partiti sovversivi da varie notti vegliavano armati nelle sedi delle rispettive organizzazioni.
Così il risveglio della mattina del 19 luglio a colpi di cannone, allo strepitare delle mitragliatrici e al crepitio dei fucili, non sorprese veramente nessuno, sebbene producesse una certa emozione nel popolo non combattente e, chissà, forse, anche un po' d'allegria nella classe borghese che credette intravedere la prossima fine dell'agitazione operaia che si faceva ogni giorno più intransigente.
Le sirene delle officine chiamavano le forze proletarie alle armi. Barcellona aveva preso la fisionomia di una città in guerra. Non tram, non veicoli in circolazione. Tutti i negozi chiusi. Per le strade, soltanto gente armata. Dalle finestre e dai balconi, i curiosi, numerosissimi, seguivano dalle volute del fumo dei cannoni, dalle evoluzioni degli aeroplani che gettavano bombe sulle caserme in rivolta, le fasi della lotta. Sulle porte i capannelli si formavano per sparire al primo sparo di fascisti imboscati dietro le finestre. I più audaci si agglomeravano intorno ai piccoli gruppi di rivoluzionari armati di vecchi fucili e pistole. Appena arrivava un camioncino carico di armi, uomini, donne, ragazzi, gli davan l'assalto e si contendevano le armi. Le guardie d'assalto erano mescolate ai compagni della confederazione e della federazione anarchica.
I primi soldati agli ordini dei fascisti, che uscirono sulla strada, furono quelli della caserma Pedralba, che arrivarono quasi senza ostacoli fino alla Piazza Catalogna, il posto più eccentrico della città, dove sono raccolte tutte le ricchezze della borghesia. Lì si trova la centrale telefonica, e vicino le questure, la grande via Layetana che conduce al mare, alla caserma della Capitaneria, al nuovo distretto militare, alla grande caserma e arsenale di Atarazana, che invano gli anarchici e i sindacalisti avevano tentato di espugnare la sera dell'8 gennaio 1933.
Questa truppa doveva ricongiungersi con l'altra proveniente dalla caserma di artiglieria nel Parco. Ma la congiunzione non potette verificarsi per la pronta reazione popolare. Tuttavia, la soldataglia giunta in Piazza Catalogna aveva installato le mitragliatrici e i cannoni, e i primi prigionieri che fece, fucilò immediatamente, in gruppo, sulla piazza, a mo' d'esempio.
Contro questi soldati stavano schierati gruppi rivoluzionari d'ogni tendenza, mischiati alla guardia civile, guardie d'assalto, guardie di finanza, mozzi di squadra (polizia catalana) e guardie urbane in armi. I soldati, ch'erano stati ubriacati da tre giorni di vino e di liquori e di discorsi patriottici con cui si era fatto loro credere che dovevano combattere contro la marmaglia, insorta per abbattere la repubblica, quando si videro di fronte le forze regolari della repubblica lottanti insieme al popolo, compresero d'essere stati ingannati; la resistenza cominciò ad affievolirsi e le truppe finirono per non ubbidire più agli ordini dei capi, i quali dovettero scappare all'interno dell'Hotel Colombo, dove, dopo un tentativo di barricamento, furon fatti prigionieri.
Nello stesso tempo si assaltarono varie caserme, la caserma Aterazana, ove trovò morte gloriosa il compagno Francesco Ascaso, quella di Barcellonetta, del Parco e di S. Agostino. A Barcellonetta furono presi cinque cannoni.
In queste azioni tutti combatterono con valore, da quei dell'Esquerra ai socialisti, dai comunisti agli anarchici, dalle guardie d'assalto alle guardie civili. Certo è quasi sbalorditivo vedere al fuoco di battaglia combattere insieme poliziotti e anarchici, e circolare insieme su automobili recanti bandiere rosse e iscrizioni con le sei iniziali: C.N.T. e F.A.I., che ogni automobile doveva recare. E sentire le guardie d'assalto gridare «Evviva la CNT e la FAI» sembra una cosa dell'altro mondo. Ma le rivoluzioni sono così fatte. Un popolo in armi ritrova tutti i suoi figli. 
La fraternizzazione fu completa. Sui fucili era la coccarda rossa e nera. La parola d'ordine era: CNT. I lasciapassare dovevano recare il suo bollo. Negli intervalli di tregua, tutti i combattenti fraternizzavano nei ristoranti comuni della Confederazione e del fronte popolare, giacché lo sciopero fu completo sino al venerdì seguente. Poliziotti e carabinieri tributavano i più caldi elogi ai combattenti anarchici, per il grande valore spiegato al fuoco, e brindavano assieme.
La soffocazione del movimento fascista a Barcellona è costata molto sangue proletario, ma il fascismo non è passato.
Lo scontro più arduo è stato quello di domenica e lunedì. Si combatteva dappertutto. I fascisti imboscati nei conventi, sui campanili delle chiese, mitragliavano chiunque giungesse a tiro, combattenti e non combattenti, e persino la croce rossa, per cui fu necessario ai rivoluzionari di sloggiarli a colpi di bombe. Le vittime furono numerose. Un ferito grave dovette restare lunghe ore a terra senza soccorso, perché le infermiere del vicino ospedale venivano prese di mira dalle finestre di un convento, e dovettero desistere dalla loro opera di soccorso.
Perduta la pazienza, il popolo diede fuoco a tutti i conventi e a tutte le chiese. Si è salvata la cattedrale, ma il palazzo vescovile fu dato alle fiamme. Il fuoco di purificazione è durato parecchi giorni e continua, con gioia del popolo. I nove decimi almeno delle chiese e dei conventi di Barcellona non sono più che rovine.
Si calcola che i morti nostri siano circa cinquecento, i feriti qualche migliaio. Sono molti, ma sarebbero certo stati di più se i soldati stessi non si fossero in molti quartieri ribellati agli ordini dei loro ufficiali. In altri, combatterono di malavoglia e non s'impegnarono a fondo. Con tutto questo c'è voluto un grandissimo concentramento di forze antifascista per sloggiare il fascismo dai suoi focolari.
E ancora non è battuto dappertutto. Saragozza, Toledo, Siviglia e molti altri centri della Spagna ne sono ancora infestati. Da Barcellona partono migliaia di volontari contro i fascisti di Saragozza, e da Madrid pure, contro altri centri.
Alla vittoria dell'antifascismo a Barcellona ha contribuito enormemente il bombardamento aereo. Alla lotta della strada hanno contribuito eminentemente, e per numero e per valore, i seguaci della CNT e della FAI. L'iniziativa fu sempre di queste organizzazioni.
Molti ufficiali superiori e subalterni pagarono il fio del loro tradimento. Gli anarchici non volevano che questa cambiale restasse oltre in bianco. Troppi morti già avevano lasciato sul terreno, e nella rappresaglia i nemici erano stati atroci. E pietà non incontrarono neppure i preti e i frati, che dai loro conventi e dalle chiese mitragliavano il popolo. All'estero dicano quel che vogliono, ma furono proprio i monarchici, i fascisti e i preti, i primi ad attaccare ed è giusto che il popolo li abbia colpiti della sua vendetta.
Peccato che le caserme non abbiano subita la stessa sorte delle chiese, delle chiesuole e dei conventi, dei quali non resta molto più che le mura esterne pericolanti.
Ora la battaglia si concentra intorno a Saragozza, dove circa diecimila fascisti organizzati militarmente, colla popolazione chiamata alle armi si difendono accanitamente. Egualmente pericolosi sono gli altri centri di concentrazione fascista, ma il popolo sta reagendo dappertutto. Nuovi gruppi di difesa sorgono dappertutto, tutti sono concordi nella determinazione di non lasciarsi più disarmare.
Si saprà esigere questo? Certo il governo incomincia a mostrare il disagio in cui si trova di fronte ad un popolo in armi. A Madrid ha decretato il divieto di circolare armati su automobili, e l'obbligo pei cittadini armati di restare nelle caserme. Speriamo che quei lavoratori sappiano imporsi.
A Barcellona qualche cosa di simile accenna a spuntare. Io stesso ho visto le autorità disarmare due compagni che non avevano altro titolo che la tessera della CNT. Prima questo bastava per essere armati, adesso non basta più. Anche i compagni devono denunziare le proprie armi al sindacato. La volontà di non lasciarsi togliere le armi esiste ed è un buon segno. Si nota però che coloro che hanno il potere insistono perché la fraternizzazione delle forze di polizia con i rivoluzionari, specialmente anarchici e sindacalisti, abbia fine. Adesso i corpi che rappresentano l'autorità costituita viaggian separatamente. Si saluta ancora alla comunista col pugno in aria, ma è diventato estremamente raro che i membri dei corpi di polizia gridino: «Viva la FAI e la CNT». I colori rosso e nero sono scomparsi, e così anche le iniziali delle due organizzazioni prevalenti. La CNT ha reagito. Venerdì, nei posti di controllo, ho veduto dei gruppi di compagni verniciare di nuovo le ormai famose sei iniziali tanto in voga nei giorni del pericolo. Si nota pure che anche gli agenti di polizia incominciano a mal tollerare il controllo e i bolli della Confederazione. Però i confederalisti vi insistono.
Nel popolo l'ardore non è scemato. Speriamo che non si accontenti del nuovo programma del fronte popolare, che è poi su per giù quello approvato dal Congresso di Saragozza. Il fascismo resta sempre da sconfiggere, ma la sconfitta del fascismo non deve essere che l'inizio di un'era luminosta di libertà e di benessere.
 
Barcellona, 26 luglio 1936
 
[Adunata dei refrattari, anno XV, n. 33 del 22 agosto 1936]