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mercoledì 1 agosto 2012

Finché morte non ci separi


«Se l'Ilva chiude come faremo, come daremo da mangiare alle nostre famiglie?»
(un operaio dell'Ilva)
 
 
Tocca all'Ilva, ad una delle più mostruose fabbriche italiane. Chiusa, di punto in bianco. Non dal suo consiglio di amministrazione a fronte di fallimenti o piani di ristrutturazione, delocalizzazioni o quant'altro, ma dallo Stato. La magistratura ha scoperto, dopo puntigliosa inchiesta dei carabinieri, che quella fabbrica avvelena ed uccide. Di giorno produce (legalmente), di notte inquina (illegalmente). Sembra una battuta di cattivo gusto, ma è la verità. L'llva, la fabbrica della morte famigerata in tutta Italia, causa del decesso di centinaia e centinaia di persone, delle patologie di migliaia d'altre, vero e proprio flagello per la città di Taranto, da decenni oggetto di innumerevoli inchieste e denunce, ha visto l'intera area a caldo dello stabilimento venire posta sotto sequestro, con tutti i suoi impianti. Agli arresti domiciliari otto suoi dirigenti, vecchi e nuovi.
 
Sbalorditi gli industriali, che per bocca della Federacciai fanno sapere: «Se un impianto in regola con le norme ecologiche può essere chiuso da un magistrato sulla base di correlazioni tra l'esistenza dell'impianto industriale e la salute, non vi è più alcuna certezza nel diritto... La siderurgia italiana reagirà duramente a ogni tentativo di mettere in discussione, per una distorta ideologia ambientalista, la presenza dell'industria nel territorio...». Che scandalo uno Stato che si oppone alla «vocazione» dell'industria! Da quando in qua la salute degli esseri umani viene prima del profitto?
Sbalorditi gli operai, che hanno bloccato l'intera città in segno di protesta, occupando, si mormora su suggerimento del sindaco, anche il Municipio. Migliaia e migliaia di persone scese in strada. Suvvia, non scherzate. L'Ilva è la più grande azienda siderurgica d'Europa, ovvio che inquina e avvelena. L'avete sempre saputo e ve ne siete sempre fregati. L'abbiamo sempre saputo e ce ne siamo sempre fregati. Perché dà lavoro ad un'intera città, ad un'intera provincia, ed oltre. Non potete chiuderla. Deve essere riaperta, deve continuare a produrre, ad inquinare, ad avvelenare, a far ammalare noi e le nostre famiglie, ad ucciderci.
 
Di fronte alla mobilitazione in massa di una città intera, a blocchi e ad occupazioni, non sono mancati quelli che hanno esultato, che si sono commossi di fronte a questa manifestazione di orgoglio operaio, di fronte all'apertura di un nuovo e così vasto fronte di lotta. Finalmente, operai in lotta in difesa del posto di lavoro. Nuova benzina sul fuoco. E sia. Ma come si può fare a meno di pensare a quanto miserabile sia questa rivendicazione, a quanto meschine siano le ragioni di queste lotte che stanno scoppiando in difesa della mera sopravvivenza? La chiusura di una fabbrica di morte dovrebbe essere una festa per tutti. Caso mai, a far infuriare è il fatto che sia decretata dai beccamorti togati che d'un tratto riscoprono i loro cavilli e li utilizzano zelantemente.
 
La sopravvivenza in pericolo dovrebbe essere salvaguardata dai saccheggi ai supermercati, dall'assalto alle banche, dal rifiuto del denaro e della proprietà privata, dalla gratuità, dalla solidarietà, dalla sperimentazione di un nuovo modo di vivere. No, troppo idealista, troppo distaccato dalla realtà quotidiana. Meglio essere concreti, più pratici. Eccola qui la riproduzione sociale, con tutto il peso del suo ricatto: «Quando l'operaio comincia a lavorare alla "catena" prova frequentemente un malessere. L'uomo "non è fatto" per questo genere di operazione. Gli operai sono tentati di abbandonare, di chiedere cambiamenti di posto, sono instabili, ciò che rivela un profondo malessere. Ma entra in gioco la necessità e li mantiene al loro posto: sono obbligati a guadagnarsi la vita e la disoccupazione è sempre una minaccia. Allora gli operai si abituano... e si fissano. Quando li si interroga si dichiarano soddisfatti e non desiderano cambiare. Questo pure può provocare per loro una vera paura. Si può allora interpretare questa risposta come un sintomo assai soddisfacente: l'operaio è felice. Ma si può anche interpretarlo in modo completamente diverso: l'esercizio costante del lavoro impersonale ha finito per spersonalizzare l'operaio che lo esercita, è stato sagomato dal suo lavoro, foggiato per l'uso di questo lavoro, meccanizzato, assimilato».
 
Quanto sta accadendo a Taranto è una delle più drammatiche dimostrazioni che questo modo di vivere, questa civiltà, questo mondo, non si può riformare. E che anziché tacere questo aspetto per paura di non essere ascoltati, per timore di restare isolati dalla massa, occorre viceversa sottolinearlo, urlarlo. E farlo adesso, nel cuore della tempesta, senza aspettare di aver guadagnato un pizzico di fiducia popolare solo a condizione di aver avvalorato (e quindi prolungato) la più ignobile delle illusioni. 
 
[28/7/12]

mercoledì 11 luglio 2012

Minatori asturiani: arrivano a Madrid, insieme alle pallottole di gomma

da baruda


Sono arrivati a Madrid, dopo la lunga marcia, in piena notte, accolti da migliaia di persone.
Tutti i minatori delle Asturie, di Aragona, Castilla y Leon, Castilla-La Mancha e Andalusia, ma anche molti solidali da ogni punto del paese, si son ritrovati oggi nella capitale del potere politico ed economico spagnolo,
per combattere contro la chiusura delle miniere di carbone, unica fonte di reddito per tutta quella zona del paese.
Un taglio del 63% degli aiuti al settore: questo il piano killer del governo che passerà così da 310 a 111 milioni il finanziamento preciso, anche in barba all’accordo strategico precedente firmato tra sindacato e padronato.
Un vero e proprio attentato al lavoro di migliaia e migliaia di persone, tra miniere e indotto,
che infatti stanno difendendo a denti stretti il loro salario, con ogni mezzo a disposizione.
Dall’uso sistematico e continuo dei blocchi stradali, delle barricate, agli scontri senza remore con gli apparati speciali delle forze di sicurezza,
che da settimane militarizzano le regioni ad altra concentrazione mineraria.
Più di 500 autobus, accolti da una grande ovazione della piazza.
L’accoglienza è stata decisamente diversa da parte della polizia che dopo le prime cariche non ha esitato ad usare anche proiettili di gomma;
El Pais parla già di 7 arresti ed una 40ina di feriti, avvenuti quasi tutti su Paseo de la Castellana, grande arteria del centro città, sede del ministero dell’industria, dove è partita la prima sassaiola contro le forze dell’ordine che ha fatto poi partire le cariche della polizia antisommossa.
Ci aggiorniamo tra poco.
SOLIDARIETA’ AI MINATORI SPAGNOLI!
UNA CRONACA DELLA GIORNATA: QUI
PER SEGUIRE LA DIRETTA DALLA PIAZZA: QUI
[Leggi: la repressione si abbatte sulla lotta dei minatori]