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mercoledì 1 agosto 2012
lunedì 18 giugno 2012
Trento e Rovereto – Contro le banche
da informa-azione.info
Apprendiamo dai giornali locali che nella notte tra il 30 e il 31 maggio sei bancomat della Banca di Trento e Bolzano (gruppo Intesa San Paolo) sono stati sabotati a Trento e a Rovereto. “L’adige” del 1° giugno parla di una mail anonima in cui si fa riferimento a un “regalo al governo delle banche”. Nei giorni successivi era prevista la partecipazione al Festival dell’economia, a Trento, dei ministri Fornero e Passera, diretta espressione della banca Intesa San Paolo. Durante la conferenza del ministro del lavoro Fornero, il 2 giugno, la contestazione organizzata dal comitato “Welcome Fornero” (disobbedienti, Rifondazione Comunista, Filcams Cgil e collettivo universitario) viene caricata più volte a freddo da polizia e carabinieri. La notte, stando sempre ai giornali, due bancomat di Unicredit e della Cassa Rurale vengono presi a mazzate o sassate, a Trento, da ignoti che vergano delle scritte contro le cariche di polizia e carabinieri. La scritta “servi” compare sulla sede della Cisl.mercoledì 9 maggio 2012
Poveri
Molto spesso si tende a prestare attenzione solo a ciò che è materiale, misurabile quantitativamente. Così siamo portati a considerare la miseria che regna in questa società unicamente dal punto di vista della povertà materiale, in altre parole della mancanza di denaro. Ma il capitalismo non ci toglie soltanto i mezzi materiali per vivere come meglio ci aggrada. Non ci obbliga soltanto ad andare a lavorare o a genufletterci davanti alle istituzioni di beneficenza sociale. Non ci impone soltanto di sopravvivere in un ambiente contaminato dall'industria, intossicato dalla sua produzione di oggetti inutili e nocivi, irradiato dal suo impressionante apparato nucleare che rende tutti dipendenti dallo Stato e dai suoi specialisti di fronte ai rischi e alle catastrofi conseguenti. No, non si tratta solo di questo.
Ciò che è forse peggiore del nostro impoverimento materiale, è la miseria emozionaleimperante in questa società, che è generata dall'insieme dei rapporti sociali che delineano il volto infame di questo mondo. Passiamo di depressione in depressione, assistiamo a suicidio dopo suicidio, vediamo relazioni e rapporti impregnati di diffidenza, competizione, violenza ed ipocrisia, mentre le più svariate sostanze ci nascondono per qualche istante una realtà laida e brutale. I nostri sogni e desideri non vanno oltre il triste orizzonte dell'esistente: l'avventura, l'ignoto, la passione... sono banditi e non si possono sperimentare che per procura (attraverso film, videogiochi, ecc.). La tristezza ci incatena quanto l'ombra del carcere, la galera del lavoro, il bisogno di soldi.
Questo mondo ha perfino inventato tutto un ventaglio di «guaritori» e di «rimedi» per questa miseria meno «visibile», più intima. Dagli psichiatri agli psicologi, dalle droghe agli antidepressivi, dai momenti di «svago» come la serata in un locale al sabato sera o la partita di calcio del giorno dopo ai simulacri di felicità vissuti da spettatori davanti ad uno schermo qualsiasi (interattivo come internet o passivo come la televisione)... un intero commercio viene imbastito sulla miseria affettiva ed emozionale. Tuttavia, ancor meno che per la povertà materiale, non c'è «rimedio» che possa essere sufficiente. La tristezza ritorna sempre, si avvinghia agli esseri umani, li perseguita e li bracca...
Però esiste qualcos'altro. Ben dissimulato dal potere, distante dalla consuetudine, soffocato dall'ordine sociale. Non è una scappatoia, non è un addio definitivo alla tristezza, ma è un inizio: dal momento in cui decidiamo di non subire più, ma di agire; di non rassegnarci più ma di ribellarci; di non trascinarci più ma di vivere, la tristezza comincia a dissolversi. Insorgendo, non procediamo solo in modo offensivo contro ciò che ci soffoca e ci opprime, ma — cosa forse più importante — conquistiamo la gioia di vivere, la felicità dei rapporti fra insorti complici, la sincerità e l'audacia in ciò che pensiamo e in ciò che facciamo. La «felicità» in effetti non consiste nell'accumulazione di danaro, nell'esercizio del potere sugli altri, in un qualsivoglia aldilà, ma ad esempio nella dolce coerenza fra ciò che pensiamo e ciò che facciamo. La tristezza proviene dal fatto che non riusciamo più a riconoscerci quando ci osserviamo in uno specchio, dritto negli occhi. Che la generosità del nostro essere, dei nostri pensieri, dei nostri atti è sostituita dalla diffidenza, dalla fuga, dall'arretramento. Che la nostra vita non sembra avere alcun valore, perché questo mondo non glielo darà mai uno. Che abbiamo smesso di cercare di conquistare la capacità di dare noi stessi un valore alla nostra vita.
Tutta la ricchezza della nostra esistenza è là, davanti ai nostri occhi. Basta allungare le braccia, con le mani armate di fiducia, di idee e di libertà. È attraverso la ricerca della libertà e la rivolta contro un'esistenza priva di significato che cacceremo le tenebre dai nostri cuori.
giovedì 26 aprile 2012
Katowice, Polonia: Proteste contro il Congresso Economico Europeo
da contrainfo
Il quarto Congresso del Commercio Europeo (EEC) si terrà dal 14 al 16 Maggio 2012 a Katowice. L’importanza di questo evento è dimostrato dal fatto che in breve periodo si è guadagnato il titolo di “più importante evento economico del Centro Europa”. Durante il Congresso, un gruppo di alcune migliaia di membri della classe politica Polacca e straniera discuteranno dei prblemi chiave legati all’economia, dietro le spalle dei comuni cittadini d’Europa. E’ significativo che importanti questioni economiche e sociali che interessano lo sviluppo dell’Europa vengono discusse alle nostre spalle ed i risultati siano forniti solo ai media.
Questo evidenzia il fatto che il nostro destino dipende da un gruppo di individui privilegiati. Non possiamo accettare un tale ordine. Quindi, alla luce di questi eventi attivisti della Federazione Anarchica di Slask intende organizzare una manifestazione nazionale. Ciò segnala la nostra resistenza all’idea autoritaria del Congresso Economico Europeo, e perciò la nostra resistenza a tutti i politici privilegiati, alle aziende e imprese, e a tutte le persone ed istituzioni che contribuiscono all’aumentare delle disuguaglianze sociali all’interno del dominante sistema capitalista.
Quì presto nuove informazioni
domenica 22 aprile 2012
Bahrain: Formula 1 di sangue
Intanto gli arresti, gli scioperi della fame, gli scontri e il manifestante ucciso non scompongono le autorità del Bahrain e neanche l'organizzazione del campionato, come dire lo “show must go on” , al punto che l'ex-ferrarista e presidente della Federazione Automobilistica Internazionale, Jean Told ha dichiarato che “al massimo il 10 per cento delle persone sarebbero contrarie. Dovremmo penalizzare l'80-90
per cento della popolazione? La mia risposta è no, la mia risposta è che c'è un'ampia maggioranza a favore” del campionato. Ma la realtà è un'altra e questa volta l'intelligence del Bahrain sta faticando per non farla apparire agli occhi dell'opinione pubblica internazionale anche grazie alle iniziative di Anonymous che non si sono fatte attendere defacciando i siti della Formula 1, del Ministero degli Interni e della Polizia che oggi è riorganizzata dal signor John Yates, sbirro di Scotland Yard travolto da recenti scandali e oggi a servizio della repressione a Manama.
Il fumo dei pneumatici e delle barricate intorno alla pista di Sakhir continua a salire e ormai sembra davvero essere riuscito a manifestare la vergogna di un Gran Premio che proprio non si doveva fare perché in Bahrain da più di un anno in Pole Position c'è solo la dignità e il coraggio della piazza.
fonte : infoaut
fonte : infoaut
mercoledì 7 marzo 2012
Il dominio del mondo in poche parole
da finimondo
Alfredo Bonanno
Finita l'epoca della contrapposizione siamo entrati in quella dell'unificazione. Tutti assoldati sotto la stessa bandiera. Se una volta il mondo si orientava verso due opposte illusioni, che poi a ben vedere risultavano tutt'altro che divergenti fra loro, adesso, da ogni parte, si sentono sollecitazioni per unificarsi sotto il medesimo verbo comune. Basta con le chiacchiere: poche parole, chiare e definitive. Ognuno sappia quello che deve fare e di che cosa deve interessarsi.
Così un insieme informe e molliccio ha sostituito le ideologie "forti" di ieri. Possibilismo e flessibilità, incertezza e dubbio si sono installati al posto delle sicurezze di ieri, delle certezze ideologiche, che poi si trasferivano nei lager di diverso colore, tutti parimenti destinati all'ortopedia sociale, alla creazione, tramite la frusta, di un'umanità adeguata alle condizioni imposte dai rapporti di produzione.
Non c'è idea appena diversa che non venga subito ricondotta alle necessità del mercato. Quindi avvolta in cellofan multicolore e venduta all'ingrosso prima e al dettaglio poi. I grandi mezzi d'informazione esercitano un controllo indiretto del pensiero e concorrono a produrre opinione, macinando, e quindi annullando, ogni idea originale, ogni desiderio di "realmente altro". Stupefacente il fatto che dietro la faccia del possibilismo si ritrovino intatte le antiche albagìe, le arroganze dei tenutari della dottrina, baroni del nulla, feudatari dei limiti della siepe, al di là della quale soltanto la paura dell'incognito frena la spinta delle masse debitamente tagliate fuori da ogni possibilità d'intervento.
Così, a livello mondiale, una ristretta minoranza di privilegiati utilizza, di fatto come se si trovasse racchiusa all'interno di un castello medievale, la propria potenza, costruendo un muro difensivo fatto di interessi e forze economiche, di linguaggio e scelte tecnologiche, che si pretende come universale, cioè come base per la crescita e il miglioramento comune, per la soddisfazione degli interessi della universalità degli uomini, mentre in effetti è soltanto un vallo difensivo, una barriera sempre più insormontabile, man mano che gli addetti ai lavori, schiavi essi stessi con la catena dorata, ma sempre solidamente inchiavardata agli interessi dei padroni, continuano a erigerla in altezza e in robustezza.
I centri di potere veri e propri sono oggi le grandi banche internazionali, le banche centrali di emissione, la commissione europea, i gestori degli accordi generali sulle tariffe doganali, il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale, ecc. I mezzi d'informazione che tengono legato questo potere e che ne trasmettono le direttive, traducendoli in pensiero e in azione programmatica, sono: The Economist, The Wall Street Journal, Financial Times, Far Eastern Economic Review, les Echos, l'agenzia Reuter, ecc. Gli uomini che lavorano, schiavi anch'essi, ma a condizioni di particolari privilegio, si trovano intruppati nelle università, dove una triste genìa di economisti si prostituisce a mezzo servizio; nei giornali, nelle riviste, dove soggiornano giornalisti buoni per tutte le salse, diffusori d'ignoranza e idiozia; nei partiti politici e nei sindacati, dove zombi affaticati riciclano parole d'ordine d'altri tempi, dando ad intendere alla grande massa degli spettatori di poter scegliere le proprie idee secondo i propri interessi.
L'economia politica sembra essere diventata la regina delle scienze. Dovunque, negli ambiti sopra indicati, si farnetica di previsioni e analisi, si studiano trend e numeri indici, si analizzano curve ed equazioni. Ogni direttore di banca centrale, come da noi il geometra Fazio, si sente un grande economista e appoggiandosi sulla propria riserva, cerca di dettare legge agli altri Stati in materia monetaria, come se fosse possibile dettare legge, che questo è semplicemente assurdo in materia d'economia, forse più che altrove. Il ridicolo in cui è caduta la manovra del tasso di sconto si può soltanto paragonare al ridicolo in cui si è da sempre trovato il concetto del reddito pro-capite. Se il capitalismo è la "condizione naturale della società", come recentemente ha ammesso, senza ombra d'ironia, Alain Minc, questa condizione "naturale" è quella del ridicolo.
Riflettete per un attimo al concetto di mercato e vi ritroverete con nulla nelle mani. Che cosa corregge il mercato? Che cosa le sue fantomatiche leggi tendono ad appianare? Come possiamo conoscere le leggi del mercato e il mercato stesso? Moltissimi anni fa, i dubbi dell'economista francese Marchal li si esponeva a scuola, e i professori accettavano l'elenco delle perplessità con un'aria di sufficienza. Oggi, di quegli antichi, e sempre validi dubbi, non c'è traccia nelle sofisticatissime elaborazioni dell'ultima generazione di economisti.
Per qual motivo la concorrenza dovrebbe far migliorare le condizioni di vita della gente? Perché mai la competitività dovrebbe far crescere la produzione e non invece, semplicemente, favorire le imprese più grosse e meglio organizzate? Perché il libero scambio dovrebbe essere sinonimo di libertà, sia pure economica, se non esiste, da qualche parte nel mondo, una vastissima maggioranza di miserabili disposta a sopportare le conseguenze di questa cosiddetta libertà? Perché mai l'universalizzazione del sistema produttivo dovrebbe rendere migliore la condizione del lavoratore se non si realizza, parallelamente, lo svuotamento di ogni reale contrapposizione di classe nei conflitti sindacali? Perché la moneta forte dovrebbe essere fondamento della stabilità economica? Perché la privatizzazione dovrebbe garantire un miglioramento assoluti in termini sociali e non soltanto degli interessi diretti della minoranza dominante?
Ora, non c'è dubbio che nessun provvedimento economico può garantire qualcosa alla totalità degli uomini, ma solo ad una parte di essi. Il resto deve essere a disposizione per adeguarsi alle condizioni di vita ridotte e immiserite che vengono offerte. Eppure questa ineluttabile realtà viene coperta col manto ideologico del pensiero economico e scientifico contemporaneo, viene coperta e spacciata come la via per uscire da ogni ideologia e da ogni servitù.
Ancora una volta tempi tristi si profilano all'orizzonte.
lunedì 13 febbraio 2012
Non deve bruciare Atene, dovete bruciare voi
da http://ekbloggethi

Ieri sera m'è capitato di vedervi, in diretta televisiva.
Vi trasmettevano in tutto il vostro livido orrore. Con abiti scuri di morte, con cravatte da impiccati. Cadaveri che biascicavano putrefazione. Mentre, là fuori, un paese intero veniva spinto nel precipizio ma dimostrava di non essere disposto a cadervi senza combattere. Voi là dentro, chiusi, guardati a vista, a blaterare di democrazia, di risanamento, di crescita e di altre baggianate, mentendo sapendo di mentire. Disposti alla menzogna anche davanti al plotone di esecuzione, e senza alternativa. Cadaveri che uccidono, ma che non si accontentano di questo: devono continuare a ripetere, macchinalmente, le solite formule cui nessuno più crede. Il risanamento. La crescita. La creazione di posti di lavoro (ah ah ah ah!). Le misure dolorose ma inevitabili. Menzogne declinate in lingue differenti, ma con le stesse identiche parole: la riforma del mercato del lavoro, i tagli, le liberalizzazioni. Il tutto inserito, naturalmente, nel contenitore della loro democrazia e della loro legalità. Pur consegnando definitivamente la Grecia al boia, pur sancendo la distruzione del paese e del suo tessuto sociale, quelle salme non perdono occasione di condurre la farsa fino al suo punto più insopportabile: l'immancabile condanna delle violenze. Hanno una paura folle, e lo si vede. Sanno benissimo d'essere loro, in quel preciso momento, a compiere la più terribile e definitiva delle violenze, contro il loro stesso popolo nella sua interezza; sanno benissimo che la vita di centinaia di migliaia di persone, già diventata un inferno, da oggi semplicemente non esisterà più. E la gente compie l'unico atto possibile: si ribella, si rivolta. Lo sanno, questo: ma non rinunciano a stigmatizzare, ad invitare a esprimere civilmente il dissenso quando la civiltà, quella vera, impone di rovesciare e spazzare via i propri assassini senza tenere il minimo conto delle loro regole. Sentitelo, il primo ministro Papadimos, mentre afferma che "il vandalismo e la distruzione non hanno posto nella democrazia", proprio mentre lui e la sua "democrazia" vandalizzano e distruggono tutto quanto. Sono loro, il "blocco nero": un blocco nero di peste che ha infettato tutta l'Europa, in Grecia come in Italia, in Spagna, in Francia, anche nella stessa Germania.
Vedendo bruciare tutto attorno a sé, capiscono di essere arrivati ad un punto di non ritorno. Sentono l'odio che avanza senza trovare ostacoli. Sentono di avere perso ogni contatto possibile. Usurai, strozzini, servi del potere finanziario che ha finalmente compiuto la sua missione di far sí che tutto sia svenduto al privato. In Grecia, la sopportazione di tutto questo è cessata; e avranno voglia, quei cadaveri in cravatta, di mettere in azione la loro polizia e i loro giornali che, ancora una volta, non trovano di meglio che applicare il teorema dei "black bloc" pur sapendo che, oramai, viene riso loro in faccia. Perché a Atene, ieri, la realtà è che decine di migliaia di persone applaudivano gli anarchici che andavano a dar fuoco al centro commerciale e alla banca. Li applaudivano, e con tutta probabilità li avrebbero applauditi ancor di più se fossero andati a dare fuoco al "parlamento" degli assassini di stato. Con quanto vigore le fiamme consumavano lo "Starbucks", ma in quelle fiamme bruciavano in realtà i cadaveri asserragliati nel loro palazzo che esiste ancora solo in quanto protetto da un enorme schieramento di armati.
Lo scrivono tutti, oggi, che "Atene brucia" o che "brucia la Grecia". Lo scrivono persino i giornali di regime, perché oramai è chiaro chi e che cosa sta davvero bruciando nelle fiamme che si sono accese ieri sera a Atene ed in quelle che si accenderanno ancora, forse un giorno anche qui quando le stesse menzogne avranno terminato il loro ciclo. In quelle fiamme stanno bruciando loro, i padroni, i ricattatori, gli strozzini. Devono bruciare loro, non Atene. Bruciare senza che ne rimanga nulla!
martedì 20 dicembre 2011
Dai colonnelli ai banchieri. Quando al capitalismo la democrazia liberale sta stretta… (di Michele Fabiani)
da anarchaos
DAI COLONNELLI AI BANCHIERI
Cosa succede quando al capitalismo la democrazia liberale sta stretta
IL PREGIUDIZIO SUL CAPITALISMO DEMOCRATICO
Una delle favole moderne vuole che il capitalismo vada sempre d’accordo con la cosiddetta democrazia liberale. La democrazia liberale è quella forma di governo in cui gli scontri di parte presenti in ogni società vengono dominati e incanalati in una forma rappresentativa istituzionale intermedia. La democrazia liberale è in ultima istanza una democrazia rappresentativa, con il parlamento, l’esecutivo e la magistratura. La democrazia liberale non è affatto una bella cosa, anzi come ogni forma di governo anche essa presenta delle contraddizioni. Filosoficamente, prima che politicamente, la neutralità nella realtà concreta non esiste, la delega che viene data alle istituzioni è utilizzata da queste per garantire sempre gli interessi dei potenti. Questi vengono garantiti con delle istituzioni coercitive la cui punta di diamante sono le carceri e i tribunali. Insomma la favola del capitalismo democratico e liberale non è mai una storia a lieto fine.
Ma non è questo ora che ci interessa. Quello che invece in questa sede occorre sottolineare è il pregiudizio secondo cui il capitalismo sia sempre liberale e democratico. Sappiamo che non è così. L’economia fascista era in ultima istanza un’economia capitalistica. La stessa ideologia del fascismo, se pur con una certa dose di statalismo, è collocabile all’interno del pensiero capitalista. Ma nessuno può certo sostenere che il fascismo era un regime democratico e liberale, nonostante fosse capitalista. Il fascismo non è un’eccezione: il capitalismo ha da sempre utilizzato forme di governo dittatoriali, ha da sempre ordito golpe, ha da sempre scatenato guerre insensate e immotivate per interessi imperiali o anche solo per mero profitto. Anche all’interno delle stesse società liberali, con il loro parlamento e le loro istituzioni, il capitalismo “in casa propria”, nelle aziende, nei consigli di amministrazione, nel sistema della finanza e nella Borsa non si può certo dire che segua norme di tipo democratico e liberale (non conta ad esempio il principio “una testa un voto”).
Il capitalismo è democratico come e quando gli interressa. Ci sono contingenze storiche in cui il capitalismo si esprime in forma democratica, altre invece in cui preferisce altri tipi di regime.
LA GRECIA, DAI COLONNELLI AI BANCHIERI
In Grecia, ad esempio, il regime democratico non era certo in grado di contenere le spinte rivoluzionarie di quel paese. Pertanto il capitalismo ha scelto di imporre per anni il cosiddetto “regime dei colonnelli”. Il regime dei colonnelli non è certo stato un affronto al capitalismo mondiale. Non era nemmeno un regime fascista e antiamericano. Il regime dei colonnelli era foraggiato, sponsorizzato e sostenuto dalla più grande potenza capitalista mondiale, gli Stati Uniti.
Quando le spinte rivoluzionare in quel paese erano state ormai sterilizzate, quel regime non è stato più sostenuto. La rivolta, assolutamente legittima e sacrosanta, del popolo greco e in particolare degli studenti, già allora con grande componente anarchica, ha portato al crollo del regime, ma non ha instaurato una società post-capitalista. Il capitalismo ha semplicemente cambiato veste politica. Ne erano consapevoli gli stessi partiti pseudo rivoluzionari, come il KKE, che tradirono presto la rivolta, una volta ottenuta la democrazia liberale. Sono gli stessi che oggi tradiscono la rivolta contro i sacrifici imposti dalla Banca Centrale Europea, schierandosi a difesa del parlamento con mazze e caschi, e che insieme alla polizia picchiano i manifestanti.
Il capitalismo però non è un mostro razionale e invincibile. Le sue contraddizioni hanno portato morte e miseria, hanno saccheggiato la Grecia riducendola alla bancarotta. Oggi la situazione è di nuovo ingestibile per la democrazia liberale. Si impone quindi un nuovo cambio di regime. Non credo che esista una stanza dei bottoni che dietrologicamente comandi il mondo. Credo anzi che “le capocce” del capitalismo mondiale siano in gravi difficoltà. Stanno procedendo a tentoni, stanno sperimentando sulla nostra pelle nuove forme di dominio. Tentativi autoritari si affacciano, ma ancora si cerca di respingerli, come quando sono stati decapitati i vertici delle forze armate per paura di un nuovo colpo di stato. Ma sembra che la nuova forma politica del capitalismo debba essere differente rispetto alle precedenti dittature militari.
In Grecia il governo politico non era più in grado di gestire la protesta, che stava ormai assumendo veri e propri caratteri insurrezionali. E’ stato quindi sostituito dal governo dei banchieri, guidato dall’ex vicepresidente della Banca Centrale Europea. Il governo dei banchieri è un governo diverso dal governo di una democrazia liberale. In una democrazia liberale, almeno all’apparenza, le banche e in generale la grande borghesia sono solo una parte della torta. Ufficialmente la politica deve cercare di rappresentare tutte le componenti della società. Sappiamo ovviamente che non è cosi. Sappiamo che le banche da sempre dominano i governi politici. Fino ad oggi però il loro dominio era nascosto, la loro era una potente lobby che cercava di influenzare la politica. Oggi sono al vertice della politica.
Siamo di fronte ad una nuova frattura fra la democrazia liberale e il capitalismo. Come ai tempi dei colonnelli, oggi il capitalismo non si trova più “a suo agio” sotto la veste politica di una democrazia liberale. Pertanto cerca forme di regime diverse: non più il regime dei colonnelli, ma quello dei banchieri. Il regime dei banchieri è un regime qualitativamente differente da quello liberale. Lo dimostra la vicenda del referendum sui sacrifici imposti dalla BCE: quel referendum è stato cancellato, la democrazia liberale viene ufficialmente sospesa dal regime dei banchieri.
L’ITALIA, DA BERLUSCONI AI BANCHIERI
Anche in Italia stiamo assistendo ad un mutamento della veste politica del regime liberale. L’Italia in questo, purtroppo, si è dimostrata all’avanguardia rispetto ad altri paesi. Da quasi venti anni, con la discesa in campo di Berlusconi, abbiamo assistito alla fine del regime democratico inteso in senso classico. Generalmente, in una democrazia liberale, il governo è in mano apparentemente alla politica, mentre la borghesia, nell’ombra, cerca di influenzarlo. Con Berlusconi abbiamo avuto un “pezzo da novanta” della borghesia che in prima persona, con i propri soldi, le proprie televisioni, i propri interessi privati, si fa politica.
In questo senso, se pensiamo che Berlusconi minacciava di gestire l’Italia come se fosse una sua azienda, possiamo ben vedere che il nuovo governo del banchiere Mario Monti è in perfetta continuità. Non facciamoci prendere in giro dalle apparenze, dal bunga-bunga, dalla sobrietà di Monti di fronte alla sfacciataggine di Berlusconi, ecc. La sostanza è che Berlusconi rappresentava una sospensione della democrazia liberale e la discesa in campo di un grande capitalista, e Monti allo stesso modo è un grande cervello del capitalismo europeo che occupa il potere in maniera non democratica. Quindi Monti rappresenta la continuazione della sospensione della democrazia liberale già iniziata con Berlusconi.
Il nuovo governo Monti supera tutte le fantasie e tutte le dietrologie dei complottisti. Quante volte abbiamo sentito fantasticherie su un governo dei banchieri che dietro ai governi politici da ordini, implementando la volontà di qualche misteriosa plutocrazia? Quelle fantasie oggi sono superate per eccesso dalla realtà stessa: non c’è più un covo di massoni e banchieri che comanda il governo, è il governo stesso che è in mano a banchieri, a massoni, a pezzi grossi del Vaticano.
In Italia, come in Grecia, il regime democratico non è più in grado di governare le contraddizioni sociali: la sua nuova veste politica è il regime dei banchieri.
CROLLO DELL’EUROPA LIBERALE E ASCESA DEL REGIME DEI BANCHIERI
Proviamo a generalizzare, ad operare un’induzione a partire dai casi particolari di cui abbiamo parlato. Noi assistiamo ad una profonda crisi del capitalismo europeo. Tale crisi si osserva sia sul piano esterno, come potenza o coordinamento di potenze di natura imperialistica, sia sul piano interno.
Sul piano estero. Le rivoluzioni che stanno infiammando numerose città del mediterraneo denunciano il fallimento totale delle strategie imperialistiche dell’Europa. In Egitto il governo filo-americano e filo-israeliano di Mubarak è stato spazzato via dalla rivoluzione e proprio in questi giorni il potere dei militari che hanno sostituito il vecchio dittatore è di nuovo scosso da durissime rivolte. La rivoluzione tunisina, la più sociale e “socialista” delle rivoluzioni arabe di questo infiammatissimo 2011, è avvenuta nell’impotenza totale della Francia, la vecchia potenza coloniale. Solo in Libia l’imperialismo franco-americano ha tentato di gestire la rivolta a proprio piacimento, riuscendo nel suo intento immediato (far fuori Gheddafi) con molto ritardo e comunque impantanandosi in una situazione di caos difficilmente gestibile.
Sul piano interno la situazione è, se possibile, ancora più complicata. Il tentativo delle lobby europeiste di fare la Nazione Europea è decisamente affondato nei rivoli della crisi. Di fatto assistiamo al governo tedesco di un’Europa ingovernabile. La rivolta in Val Susa è un esempio empirico emblematico del fallimento della Nazione Europea: l’Alta Velocità, un classico progetto imperiale come per i Romani la costruzione delle grandi strade che dovevano unire l’Impero, non riesce ad imporsi sulla testa dei montanari che giustamente non vogliono che la loro Valle venga distrutta dalle lobby dell’acciaio e dalla prepotenza imperiale europea.
Ma è nella crisi che il capitalismo tenta l’ennesimo cambiamento della forma politica. In questo l’Europa è, nostro malgrado, all’avanguardia persino nei confronti degli Stati Uniti. In America, per lo meno, il capitalismo finanziario ha un “testa” centrale, la Fed, controllata dallo Stato. In Europa assistiamo alla prima banca centrale della storia del capitalismo che non solo non ha uno Stato che la controlla, ma che è essa stessa a dettare agli Stati propri vassalli le linee guida della propria azione economica.
LE INSURREZIONI POPOLARI E IL MUTAMENTO DI FORMA DEI MOVIMENTI DI PROTESTA
Ma non è solo il dominio a cambiare la propria forma politica. Anche i movimenti di protesta stanno subendo una speculare trasformazione. Se, da un lato, di fronte alla crisi il capitalismo cambia la propria forma politica da regime democratico e liberale a regime dei banchieri, sul fronte opposto i movimenti democratici si vanno trasformando in movimenti popolari di tipo insurrezionale. Per capire di cosa sto parlando si guardi alla manifestazioni in Grecia. Il 15 Ottobre romano in questo senso è solo un assaggio. Fanno un po’ ridere (e un po’ piangere) Vendola e Bernocchi nelle loro condanne. E’ come se cercassero di fermare il treno della storia a testate.
La mia non è un posizione etica, tanto meno estetica. La mia è un’analisi. Le stesse analisi, con gli stessi risultati, le stanno facendo anche gli organi di polizia. L’analisi prevede che, di fronte al dilagare della crisi, anche le proteste diventeranno ingestibili, in primo luogo dai loro stessi leader. La disperazione sociale a cui ha portato la gestione capitalistica della crisi non può più essere incanalata nel dibattito politico. Paradossalmente è il dominio stesso che sta provocando questa contraddizione: con la sospensione della democrazia liberale e l’avvento dei regime dei banchieri, il movimento di protesta non avrà più sponde politiche istituzionali e non potrà che diventare movimento di rivolta.
Il regime dei banchieri, appena nato, già denuncia le sue contraddizioni: l’incapacità di rappresentare, anche fosse solo in maniera fittizia come nelle democrazie liberali, l’antagonismo popolare.
DI FRONTE AD UN REGIME CHE CAMBIA FORMA OCCORRE TROVARE STRUMENTI DI LOTTA DIFFERENTI
Abbiamo detto che il cambio di regime politico (dalla democrazia liberale al regime dei banchieri) provoca un cambio di forma politica anche nei movimenti di protesta, non più democratici ma con tratti sempre più marcatamente insurrezionali. Questo per quanto riguarda l’analisi per così dire “imparziale” e oggettiva degli eventi.
In ogni caso non si capisce perché di fronte ad un regime che cambia veste politica (e in peggio) non dovremmo avere il diritto di cambiare anche noi gli strumenti di opposizione. Non si sono fatti tanti scrupoli etici i padroni del mondo quando hanno sospeso la democrazia liberale, non ce li faremo certo noi nel rispettare i residui di legalità borghese che sono sopravvissuti.
L’opposizione al fascismo era differente dall’opposizione ai regimi democratici. Oggi che i regimi democratici sono stati sostituiti dal regime dei banchieri, anche la nostra opposizione dovrà trovare forme e modalità diverse. Chi oggi, tardivamente, ci propone uscite elettoralistiche dalla crisi o è un infame o non ha capito nulla di cosa sta succedendo.
La legalità democratica è finita. Per tutti.
Michele Fabiani
domenica 11 dicembre 2011
I mercanti della vita
Val Basilio
Nella sua opera più famosa, apparsa oltre trent’anni fa, un situazionista belga — la cui soggettività radicale scaduta è oggi in avanzato stato di decomposizione — notava che «se fosse uomo, il potere non si complimenterebbe mai abbastanza con sé per gli incontri che ha saputo impedire».
Uno degli incontri evitati, secondo la suggestiva tesi dell’autore, è stato quello dell’anarchico francese Albert Libertad con l’artista italiano Giorgio De Chirico. Bruciando i propri documenti d’identità — il primo — e disegnando teste senza volto — il secondo —, entrambi hanno inteso denunciare l’opera di annichilimento organizzata dall’ordine sociale nei confronti dell’individuo. Meglio non avere nome né volto, piuttosto che essere un mero riflesso delle convenzioni sociali. Il rifiuto dell’identità che ci viene assegnata dallo Stato è il primo passo per afferrare la nostra individualità. Partiti da esperienze e presupposti completamente diversi, l’anarchico e l’artista erano arrivati — ognuno a modo proprio — a conclusioni analoghe.
Ma il gioco delle affinità mai riscontrate e degli incontri mancati sul terreno della riappropriazione della propria esistenza non si ferma a questo singolo caso.
Chi fosse interessato a porre un freno a quel processo di mercificazione che sta trasformando tutta la nostra vita in un enorme ipermercato — dove l’avventura si prenota in un’agenzia turistica, l’appetito si appaga con cibi precotti pronti in cinque minuti, la creatività serve solo a rallegrare i cartelloni pubblicitari e il gioco consiste più che altro nelle operazioni di Borsa — troverà senz’altro interessante la corrispondenza di intenti fra fatti e personaggi che ebbero luogo e vissero, nello stesso periodo, in continenti diversi.
Argentina, anno 1927. Come in molte altre parti del mondo, la notte del 22 agosto è una notte di veglia. Nelle piazze e nei locali, migliaia di persone sono in attesa. Attendono di sapere se il governo degli Stati Uniti abbia effettivamente giustiziato sulla sedia elettrica Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, i due anarchici italiani accusati di rapina e omicidio e condannati alla pena capitale. Mai un fatto di tale natura aveva avuto tanta ripercussione nel mondo. Arrestati nel maggio del 1920, i due anarchici erano stati processati e condannati nel luglio dell’anno successivo, a dispetto dell’alibi che li scagionava e dei numerosi testimoni portati dalla difesa. In tutto il mondo cominciò una imponente campagna in favore della loro liberazione, che coinvolse migliaia e migliaia di persone dalle idee più diverse.
Anche in Argentina non mancarono le manifestazioni di protesta, i comizi, gli attentati: contro l’ambasciata degli Stati Uniti, contro il monumento a Washington e contro aziende americane quali la Ford. E naturalmente le iniziative pubbliche a favore dei due condannati si moltiplicarono con l’approssimarsi della data fatidica.
L’alba del 23 agosto trova ancora sveglie migliaia di persone che affollano le edicole per leggere i giornali del mattino. La notizia corre di bocca in bocca, tra l’incredulità e lo sgomento generale. Ha vinto la legge. Sacco e Vanzetti sono stati giustiziati. L’annuncio del loro assassinio provocherà ovunque manifestazioni di protesta, con scontri e incidenti. In Argentina, quello stesso 23 agosto viene indetto uno sciopero generale dalle centrali operaie. La gente si riversa nelle strade, mentre da tutte le parti scoppiano incidenti. In tutto il mondo, i nomi dei due anarchici morti sono diventati un simbolo della lotta contro i soprusi del potere.
È in questa situazione che ad un imprenditore di Buenos Aires, tale Bernardo Gurevich, titolare della fabbrica di tabacchi “Combinados”, viene in mente di mettere in commercio una nuova marca di sigarette a prezzo economico, destinata agli operai. Per attrarre l’attenzione sul prodotto e reclamizzarne la vendita, Gurevich ha la brillante idea di battezzare quelle sigarette “Sacco e Vanzetti”. L’iniziativa imprenditoriale non viene gradita. Speculare sulla morte dei due anarchici? Confondere il fumo delle loro carni bruciate sulla sedia elettrica con quello delle sigarette? Trasformare le lacrime versate per la loro morte in liquido per rimpinguare un conto in banca? Rinchiudere la rabbia altrui tra gli scaffali polverosi di una tabaccheria? Fare del simbolo della lotta contro lo Stato e l’autorità una trovata pubblicitaria? Il 26 novembre 1927 una potente carica di dinamite distrugge gli stabilimenti della “Combinados”. L’attentato viene attribuito allo stesso anarchico ritenuto responsabile di altri attentati dinamitardi a favore di Sacco e Vanzetti, ovvero a Severino Di Giovanni. I danni provocati dall’esplosione sono ingenti. Lo stesso giorno l’imprenditore dalle idee originali decide di sopprimere la marca di sigarette “Sacco e Vanzetti”.
Francia, anno 1930. È trascorso quasi mezzo secolo dalla pubblicazione dei Canti di Maldoror di Lautréamont, che successivamente sarebbe stato salutato come «il libro più radicale di tutta la letteratura occidentale». Questo libro aveva conosciuto numerose vicissitudini e sarebbe stato forse destinato a cadere nell’oblio se non avesse attratto l’attenzione dei surrealisti, a cui va il merito della riscoperta e del rilancio del suo autore. Già nella primavera del 1919, ancor prima di costituire il movimento surrealista, André Breton aveva curato la pubblicazione delle Poesie di Isidore Ducasse (vero nome di Lautréamont). E un altro surrealista, Philippe Soupault, aveva curato nel 1927 la prima edizione delle Opere complete, che avrebbe suscitato un vespaio di polemiche.
I surrealisti faranno di Lautréamont una specie di precursore, di modello estremo. Per quei giovani alla ricerca di una nuova forma dell’esistenza, l’opera di Lautréamont non aveva nulla a che fare con la letteratura. L’immaginazione torrenziale dell’«uomo di Montevideo», il suo furore iconoclasta, non potevano che costituire un incitamento alla rivolta, al superamento di questo mondo, un’affermazione della propria individualità. A fianco di Sade, Lautréamont siederà in cima all’Olimpo Nero dei surrealisti.
Non c’è quindi da meravigliarsi se non riuscirono a mandar giù la notizia dell’imminente apertura di un nuovo locale parigino, il “Bar Maldoror”. L’intraprendenza bottegaia voleva fare del Male un menu, servendo imprecazioni blasfeme ai suoi tavolini. Voleva soddisfare lo stomaco degli avventori anziché roderlo con il dubbio. Voleva spegnere il fuoco che ardeva nella gola dei clienti, anziché appiccarlo nel loro cuore. Voleva far trascorrere alla gente una bella serata, anziché farla andare su tutte le furie. Voleva battere cassa, invece di sconvolgere il mondo. Era troppo.
Già qualche anno prima — in quel 1927 scosso dalla notizia dell’esecuzione di Sacco e Vanzetti — i surrealisti avevano inviato una lettera aperta, Permettete!, al Comitato per la ricostruzione a Charleville, città natale di Rimbaud, di un monumento al poeta (monumento che era andato distrutto durante la prima guerra mondiale). In quella lettera si poteva leggere: «L’ipocrisia stende la sua orrida mano sugli uomini che noi amiamo, per farli servire alla conservazione di ciò che essi hanno sempre combattuto. È evidente che non ci inganniamo più sulla portata di tali imprese di confisca, e non ci allarmiamo più del necessario per le vostre manovre vergognose e abituali, persuasi come siamo che una forza di compimento totale anima contro di voi tutto quello che al mondo è stato davvero ispirato.
A noi importa poco... che si tragga un qualche profitto dalle intelligenze più sovversive, giacché il loro meraviglioso veleno continuerà a infiltrarsi eternamente nell’animo dei giovani per corromperli o ingrandirli». Tre anni dopo, questo sfogo letterario di sdegno fatalista farà felicemente posto ad un’azione priva di estetismi.
All’inaugurazione del “Bar Maldoror” c’erano anche André Breton e i suoi compagni, i quali devastarono completamente il locale. Al titolare non rimase che cambiare nome al proprio esercizio. Il nome di Lautréamont era salvo per il momento dal fango del commercio.
Di fronte a questa determinazione di impedire al denaro di realizzare i suoi traffici sopra individui desiderosi solo di vederlo scomparire, di fronte a questa strenua difesa dello spirito di rivolta contro gli assalti che gli vengono mossi dallo spirito bottegaio, di fronte a questi vigorosi attacchi alla logica mercantile, non è nemmeno il caso di soffermarsi su quanto divideva i protagonisti di questi azioni. È meglio lasciare alla canea militante e a quella artistica ogni patetica rivendicazione di un improbabile diritto di proprietà. È sufficiente sapere che, nonostante tutte le apparenze, i vasi comunicanti del sogno e dell’azione si sono incontrati, anche solo per un attimo, sul terreno dell’odio verso ogni mercificazione.
Ciò che sta a cuore non può diventare merce. Non importa di cosa si tratti: la memoria di due giustiziati, l’opera di uno scrittore, il sapore di un cibo, l’ambiente naturale, una idea. Ciò che sta a cuore è un’espressione di vita. E non è mai troppo tardi per rammentare che la vita non può essere ridotta a oggetto di sfruttamento commerciale. Essa non ha prezzo, ha solo la pretesa di avere un significato. Ma oggi siamo talmente circondati dalle merci, abituati da sempre a mettere mano al portafoglio per ottenere ciò che è già nostro, che nulla sembra più toccarci, nulla sembra più starci a cuore. Non ci si può innamorare di un prodotto incellofanato. Spenta ogni emozione in noi, restiamo soli con la nostra indifferenza. Quando ogni manifestazione umana è stata ricondotta entro i limiti in cui è possibile lo sfruttamento commerciale, quando non è sopravvissuto pressoché nulla che non possa diventare oggetto di un’attività lucrativa, quando l’ammontare del proprio conto in banca è il miglior biglietto da visita, è ora che la brutalità prenda il sopravvento sull’indifferenza e sulla rassegnazione.
Cristo scacciò con violenza i mercanti fuori dal tempio. Conosciamo i motivi: solo Dio aveva il diritto di stabilire il prezzo della vita.
Ciò che in quegli anni è avvenuto in Argentina e in Francia, invece, fa tabula rasa e dei mercanti e del tempio. Si tratta solo di raccogliere il suggerimento di un filosofo tedesco, e cominciare ad allungare le mani.
[Diavolo in corpo, n. 3, novembre 2000
martedì 6 dicembre 2011
Il crack delle banche
da http://ekbloggethi

La canzone popolare che chiuderà questo post proviene dagli anni successivi al 1893, quando scoppiò il famoso Scandalo della Banca Romana. La Banca Romana, che poi era l'ex Banca dello Stato Pontificio, era allora uno dei sei istituti di credito che erano autorizzati a emettere moneta corrente, prima dell'istituzione della Banca d'Italia.
Lo scandalo prese avvio da una serie di prestiti a lungo termine che le maggiori banche italiane avevano concesso al settore dell'industria edilizia. Nel 1887 sopravvenne una crisi, che colpì particolarmente proprio l'edilizia la quale non poté onorare i debiti contratti nei confronti nelle banche (le quali, a loro volta, si erano ritrovate del tutto dipendenti dal settore edilizio). Cominciarono i tonfi rovinosi di alcune banche, tra le quali il il Banco di Sconto e Sete, la Banca Tiberina, il Credito Mobiliare e la Banca Generale.
La Banca Romana pensò di far fronte alla crisi in una maniera piuttosto semplice: in piena depressione, poiché era autorizzata a emettere moneta, cominciò a farlo senza nessuna autorizzazione. Non contenta, emise banconote munite "a coppie" dello stesso numero di serie, così da raddoppiare senza darne ad accorgere la moneta in circolazione. In pratica, la banca stessa agiva da falsaria.
Nel giugno 1889 il ministro dell'industria, del commercio e dell'agricoltura del governo Crispi, Luigi Miceli, dispose un'ispezione su tutti gli istituti di emissione, affidata al senatore Giuseppe Giacomo Alvisi. Venne alla luce un disavanzo di nove milioni di lire (una somma enorme per quei tempi); in pratica, in Italia stavano circolando nove milioni di lire false non fabbricate da qualche banda di malfattori, ma direttamente da una banca di emissione. Curiosamente ma non troppo, il disavanzo fu prestissimo reintegrato e gli inquirenti furono accusati di imperizia.
Nel 1891 Alvisi era pronto a presentare i risultati della sua inchiesta in parlamento, ma il presidente del Consiglio, Di Rudinì, si oppose "in nome dei supremi interessi del Paese e della Patria". Prima di morire (il 24 novembre 1892), Alvisi rivelò però i risultati della sua inchiesta al deputato radicale Napoleone Colajanni. Tali risultati possono essere così riassunti: la Banca Romana era stata autorizzata a emettere moneta per 60 milioni di lire, per i quali aveva copertura in oro; ne aveva emessa invece per 113 milioni, compresi 40 milioni di lire in serie doppia.
Fu proposta un'inchiesta parlamentare, immediatamente rifiutata dal nuovo presidente del Consiglio, Giovanni Giolitti (cui sono tuttora intitolate parecchie vie). Pare che il rifiuto di Giolitti intendesse coprire il coinvolgimento nello scandalo di una persona che era fortemente indebitata con la Banca Romana; tale persona faceva di mestiere il Re d'Italia e si chiamava Umberto I.
Il 20 gennaio 1893, venuto a galla oramai il terribile scandalo mentre il popolo italiano era chiamato a sacrifici, si ebbero alcuni arresti: finiro in cella il governatore della Banca Romana, Bernardo Tanlongo, e il direttore della stessa, Michele Lazzaroni. Un deputato della Destra, Rocco De Zerbi, si suicidò dopo che era stato scoperto un suo debituccio con la Banca Romana, circa 500.000 lire, e anche che la banca gli aveva elargito denaro illecito (assieme ad altri, naturalmente). La Camera dei Deputati aveva concesso l'autorizzazione a procedere nei suoi confronti; erano tempi in cui i deputati si suicidavano ancora per la vergogna di essere mandati a processo come ladri.
Dal carcere, il governatore Tanlongo vuotò il sacco: somme di denaro illecito erano state consegnate anche a due presidenti del Consiglio, Giovanni Giolitti e Francesco Crispi. Il 21 marzo 1893, un comitato di sette parlamentari cui era stata demandata la stesura della relazione finale sullo scandalo, presentò in aula le proprie conclusioni: tra i "beneficiari dei prestiti" vi erano ventidue parlamentari, tra i quali Crispi. Il processo fu tenuto nel 1894 e si concluse, incredibilmente, con l'assoluzione di tutti gli imputati. Per evitare che l'inchiesta travolgesse l'intera politica italiana, i giudici nella sentenza denunciarono la sparizione di importanti documenti, necessari a provare la colpevolezza degli imputati. Il procedimento penale venne quindi archiviato senza emettere alcuna condanna.
In quegli anni, l'Italia era una galera. Vi era un detto popolare che simboleggiava le enormi difficoltà quotidiane che tutti erano costretti a vivere: "Se abbiamo passato Crispi, passeremo anche questa". Il decennio crispino fu il periodo ruggente della nuova borghesia: dopo il suo passato di "rivoluzionario garibaldino", Crispi si era fatto monarchico e ultraconservatore, uomo d'ordine e sostenitore (pienamente ricambiato) dei principali potentati del capitalismo italiano. Non è esagerato affermare che il decennio crispino furono dieci anni di dittatura e di regime repressivo e poliziesco, ancor più accentuato dai suoi successori (Di Rudinì e Pelloux).
La nascente borghesia imprenditoriale italiana utilizzava un linguaggio parecchio attuale: desiderava infatti entrare in Europa (le prime attestazioni di questa fortunata espressione risalgono giusto a quegli anni). "Entrare in Europa" aveva, allora come oggi, una valenza puramente economica e di competizione capitalistica; per il resto, l'Europa poteva pure scannarsi (come avrebbe fatto di lì a poco) oppure sfogarsi con la corsa al colonialismo. I necessari sacrifici che vennero chiesti al popolo consistettero nel peggioramento terrificante delle condizioni di vita dei lavoratori e sullo sfruttamento selvaggio delle campagne, basato sulla più dura brutalità del bracciantato. Leggendo i documenti di quell'epoca ci si imbatte in altre parole attualissime: gli oppositori erano generalmente facinorosi e terroristi, anche se perlomeno erano così definiti in un'epoca in cui non ci si limitava al lancio di uova. In un paese povero, dove la ricchezza era in mano a pochissime "grandi famiglie", si gettavano però somme enormi in imprese coloniali disastrose, come quella abissina nel 1896 che si concluse con la disfatta di Adua; ora, chiedendo sacrifici, si continuano a gettare somme egualmente enormi in Afghanistan e nelle altre missioni di pace. Forse era meglio quando si chiamavano "colonialismo" tout court, meno ipocritamente.
Condizioni drammatiche che suscitavano continue rivolte, alle quali si rispondeva con la repressione più scatenata; eccidi dimenticati, come quelli di Caltavuturo, di Pietraporzia, di Serradifalco e della Lunigiana (1894). Carabinieri che sparavano sulla folla che chiedeva pane e lavoro. Nello stesso 1894 si ebbero i moti dei Fasci Siciliani, repressi ferocemente; e, ancora, a Napoli e a Firenze (i cosiddetti "moti per il pane"). In quei pochi anni furono decretati quattro stati d'assedio, durante i quali furono soppresse le garanzie costituzionali e la possibilità di manifestare. Si trattava di provvedimenti da guerra civile. Poi ci furono le giornate di maggio e giugno a Milano, nel 1898. Poi ci fu Bava Beccaris. Poi, nel luglio del 1900, un operaio tessile di Coiano di Prato partì dalla sua emigrazione a Paterson, diretto a Monza. E la sua pistola "colpì nel punto giusto", come ebbe a dire una persona che, certamente, non può essere sospettata di simpatie anarchiche: Palmiro Togliatti. Colpì al cuore non soltanto chi aveva decorato al valore Bava Beccaris per la sua repressione spietata; colpì anche il "re" che non si peritava di immergere le zampe nel denaro delle banche truffaldine.
E, a proposito delle banche, si cantava così:
S’affondano le mani nelle casse - crak!
si trovano sacchetti pieni d’oro - crak!
e per governare, come fare?
Rubar, rubar, rubar, sempre rubare!
I nostri governator
son tutti malfattor,
ci rubano tutto quanto
per farci da tutor.
Noi siam tre celebri ladron
che per aver rubato ci han fatto senator.
Mazzini, Garibaldi e Masaniello - crak!
erano tutti quanti malfattori; - crak!
gli onesti sono loro: i Cuciniello,
Pelloux, Giolitti, Crispi e Lazzaroni.
I nostri governator
son tutti malfattor,
ci rubano tutto quanto
per farci da tutor.
Noi siam tre, ladri tutti e tre,
che per aver rubato ci han fatto cugini del re.
Se rubi una pagnotta a un cascherino - crak!
te ne vai dritto in cella senza onore; - crak!
se rubi invece qualche milioncino
ti senti nominar commendatore.
I nostri governator
son tutti malfattor,
ci rubano tutto quanto
per farci da tutor.
Noi siam tre celebri ladron
che per aver rubato ci han fatto senator!
http://www.youtube.com/watch?v=LO0NzSe5U6c&feature=player_embedded
La composizione, anonima, fu pubblicata nel 1896 dalla rivista L'Asino. La stessa che, pochi anni dopo, indisse un concorso per una traduzione italiana dell'Internazionale. Vinse l'orrenda e infedelissima versione firmata "E. Bergeret", quella che si canta generalmente ancora oggi nonostante Franco Fortini.
La tassa sul pane
da http://anarchi.co
Un provvedimento ‘lacrime e sangue‘, come si usa dire.
Le lacrime del ministro del Lavoro, Elsa Fornero, e il sangue degli italiani.
La commozione della Fornero è comprensibile: il Welfare che pronuncia troppe volte la parola ‘sacrifici‘ è come il gelato che si congela sotto il sole, una contradddizione nei termini.
Colpite le pensioni, colpiti tutti quelli che hanno una casa, con la reintroduzione dell’Ici, colpita di nuovo questa mia generazione.
Andremo in pensione da morti, e moriremo di lavoro.
Alla soglia dei 70 anni un individuo non dovrebbe lavorare. Fanno male i conti coloro che attaccandosi alle statistiche sul prolungamento della vita media.
Non è lavorando per quasi 50 anni che si diventa vecchi, in quel modo si muore e basta.
E infatti ecco il cuore del risparmio previsto dalla manovra, per gli anni a venire.
La pensione come premio finale per sopravvissuti, come in un Grande Fratello sociale.
Ma sticazzi delle pensioni, noi 30enni sapevamo che era una parola tabù, un termine desueto che sentiremo sempre meno spesso.
L’icona di un privilegio che non ci spetta, insieme agli altri.
I diritti che sono solo per pochi, si chiamano privilegi.
La tassa sul cane
A ben vedere se ne sono sentite di tutti i colori in questi giorni di attesa.Una delle notizie più straordinarie era quella che aveva previsto l’introduzione della tassa sugli animali domestici, la tassa sul cane.
Sul cane, perchè si dava per scontato che i possessori di gatti, come il sottoscritto, avrebbero evaso il tributo nascondendo il felino nell’armadio, anche in caso di controlli a tappeto.
E i pesci rossi? Tassarli nominalmente (la morte degli acquari) o far pagare un forfait?
Meno male che era uno scherzo…
Mangiare tutti i giorni è un lusso che va tassato
Non è uno scherzo l’aumento dell’Iva, che ancora una volta va a comprimere i consumi degli italiani.Perchè aumentare le sigarette e la benzina ogni tre mesi non basta, ci sono sempre quei maledetti non-fumatori e la gente che l’auto non se la può permettere più già da qualche anno.
No, serviva qualcosa che colpisse tuttti indiscriminatamente, come l’Iva appunto.
Iva che aumenta anche sui generi alimentari di base, come il pane.
Comprensibili le lacrime della Fornero, dunque. Non ha il piglio di Maria Antonietta, la nostra.
“Se non hanno pane, che mangino brioche!” – “S’ils n’ont plus de pain, qu’ils mangent de la brioche!”
Ahhh, che bella classe dirigente di professorini di buona borghesia, mica i puttanieri che c’erano prima.
Questi ci affamano egualmente, ma con un cattolico senso di colpa che ci fa quasi pentire di essere poveri. Come se fosse colpa nostra.
Ecco, una bella tassa sul pane è la soluzione dei professorini bocconiani. La paghi per forza, o smetti di mangiare.
Segue la filosofia di economia politica che ha investito l’idea di pensione; te la paghiamo solo se arrivi vivo ai 70 anni.
Un’economia che scommette sulle capacità di sopravvivenza della popolazione è un’economia da sciacalli, altro che le lacrime da coccodrillo del Ministro.
Non si tocca la Chiesa, non si tassano i redditi da speculazione finanziaria, non si muove un capello ai privilegi delle caste italiane.
Pavidi bocconiani, hanno bisogno del consenso di tutti quelli che contano qualcosa, in questo paese.
Che importa se il prezza lo si fa pagare a quelli che pagare non possono più, per mancanza materiale di contante.
I poveri, da ieri ancora una volta e ancora di più, devono rimanere tali. Mangiare poco e morire presto.
Alla faccia dell’idea di Stato Sociale e del tanto decantato amor cattolico per gli indigenti…
martedì 15 novembre 2011
La sovranità nella bancarotta del capitalismo
In un’assurda e perversa catena di domino, i bilanci degli Stati più esposti al debito pubblico sono a turno travolti e assorbiti nel dissesto finanziario, coinvolgendo le altre nazioni, per cui risulta sempre più complicato adottare le politiche di “austerità” che mirano ad intensificare oltremisura la pressione fiscale e ad inasprire l’offensiva contro le tutele sociali del mondo del lavoro, al fine di sottrarre ingenti risorse dirottate verso il capitale bancario e finanziario, poiché una simile prospettiva comporta la dissoluzione definitiva di ogni intesa sociale, causando e autorizzando la sollevazione del popolo.
Papandreu ha dovuto sottomettersi alle costrizioni delle oligarchie finanziarie e revocare il referendum appena poche ore dopo l’annuncio. Papandreou non è Lenin e non serviva una mente eccezionale per capirlo. Diversamente da Papandreou, Lenin avrebbe promosso il referendum dichiarando l’insolvenza del debito pubblico del suo Paese. D’altronde è esattamente ciò che fece nel 1917: denunciò il debito pubblico dell’impero zarista e promulgò un decreto che fece tremare il mondo, azzerando l’enorme debito accumulato dalla Russia nei confronti delle potenze occidentali. Invece Papandreou non ha affrontato la sfida, temendo che un default della Grecia avrebbe risucchiato nel baratro finanziario l’intera Europa: ha preferito demolire la democrazia piuttosto che contrastare ed eliminare l’accerchiamento usuraio del proprio popolo da parte del capitale finanziario. L’entità del debito pubblico greco è assai modesta, ma sufficiente a rompere i rapporti di forza vigenti negli assetti della finanza capitalista internazionale.
Salvare la Grecia è un’impresa già ardua per gli equilibri politici europei, ma salvare un mondo sull’orlo della bancarotta è un’impresa praticamente impossibile. In un sistema globale in cui si agita lo spauracchio della crisi e si pretende di usare l’arma del ricatto finanziario per costringere gli Stati nazionali a compiere scelte inique e impopolari, ogni governo rischia di trasformarsi in una mostruosa tirannide esercitata in nome delle banche, un abietto strumento di rapina ed estorsione che annienta ogni elemento di sovranità popolare. Solo pochi mesi fa la maggioranza degli Italiani non sapeva nemmeno che esistesse il Fondo Monetario Internazionale, mentre oggi lo scopre improvvisamente a tutela del Paese. Anche dopo l’imminente cacciata di Berlusconi il rapporto stretto con il FMI vincolerà l’azione dei futuri esecutivi nazionali. Nei periodi di assenza di credibilità e sovranità della politica, le tecnocrazie finanziarie hanno imposto direttamente i loro fiduciari alla guida di governi detti impropriamente “tecnici”. E’ già avvenuto in Italia negli anni ’90 con Ciampi, Dini, Amato. Accadrà di nuovo con Monti.
Chiudo con un episodio salito recentemente alla ribalta della cronaca, destando un certo scalpore: un negozio di gadget elettronici, situato nel centro di Roma, è stato assalito da un’enorme ressa di clienti attirati dall’offerta di prezzi stracciati. La notizia è la classica eccezione che conferma la regola, la riprova del delirio allucinante del capitalismo, una testimonianza ulteriore che certifica l’aberrazione consumistica di massa, una droga che procura demenza e assuefazione: chi non consuma, sprofonda in una crisi d’astinenza.
Lucio Garofalo
venerdì 21 ottobre 2011
La violenza del capitale (di Lucio Garofalo)
da anarchaos
La vio
lenza del capitale
Negli ultimi tempi, sui principali media ufficiali si paventa con insistenza un’ipotesi di default
(cioè fallimento) della Grecia, a cui potrebbe far seguito un
allarmante effetto domino che rischierebbe di travolgere drammaticamente
altri Paesi che fanno capo all’euro, tra cui l’Italia e la Spagna
sembrerebbero i più esposti al contagio della crisi.In questo periodo sembra che gli Italiani siano diventati esperti nel campo dell’economia politica e non è un caso se Il Sole 24 ore sia uno dei quotidiani più letti e venduti nel nostro Paese. Vocaboli quali “spread” e simili, propri della scienza economica, un tempo ignoti alla massa e appannaggio esclusivo di tecnici e specialisti, sono entrati a far parte del lessico quotidiano che la gente comune adopera incontrandosi al bar o in ufficio.
Ma proviamo a chiarire alcune questioni essenziali della crisi, che è indubbiamente di matrice sistemica. In tal senso, per mettere ordine tra le troppe informazioni, sovente confuse, distorte o manipolate, che ci propinano ogni giorno i mass-media a proposito della situazione economica, ben venga a soccorrerci il vecchio barbuto ebreo di Treviri.
Ormai persino i “santoni” di Wall Street, padroni assoluti della finanza globale che sta strozzando i popoli europei, studiano le teorie di Marx per spiegare le dinamiche capitalistiche, analisi confermate dalla storia, per cui se ne avvalgono come un valido strumento di comprensione e, dunque, di potere. Non per interpretare e trasformare il mondo come suggeriva il grande pensatore di Treviri, bensì per modificarlo in peggio, per speculare più liberamente, rovinare milioni di piccoli risparmiatori e soffocare le energie vive del lavoro, per esercitare un controllo assoluto sulle masse e dirigere verticisticamente i processi della finanza e dell’economia mondiale senza più il filtro costituito dalla sovranità degli Stati nazionali e dei Parlamenti eletti democraticamente.
I guru del capitalismo finanziario hanno preso atto che una delle tendenze storiche esaminate dal vecchio barbuto comunista, riguarda le crisi che investono periodicamente l’economia capitalista e nascono dalle contraddizioni insite nella natura stessa dell’economia di mercato. In breve, un’economia di mercato senza mercato, priva cioè di una domanda, o perché l’offerta di merci supera la domanda in virtù di ricorrenti fenomeni di sovrapproduzione, è una contraddizione terminologica, per cui rischia di sprofondare in una crisi insanabile. Come accade nell’attuale situazione economica mondiale, in cui si assiste al crollo degli investimenti e dei salari, e alla caduta verticale del saggio di profitto, che acuisce la crisi provocando un circolo vizioso non superabile.
E’ innegabile che i profitti si sono spostati dal settore della produzione a quello della speculazione e si determinano attraverso bolle speculative internazionali che rovinano l’economia di interi continenti. Tale fenomeno è detto finanziarizzazione del capitale.
La logica cinica dei padroni del capitale si può riassumere nel seguente schema di ragionamento: sono disponibili miliardi di lavoratori cinesi, indiani, ecc., che producono merci a basso costo, favorendo profitti abnormi grazie a salari miserabili, per cui chi se ne frega degli operai occidentali licenziati brutalmente. Questi guru del capitalismo globale saranno pure attenti studiosi di Marx, ma non sono certo bolscevichi, anzi. Non a caso, interpretano le teorie di Marx ignorando deliberatamente la dialettica rivoluzionaria, cioè il concetto di lotta di classe, benché siano gli unici ad applicare una spietata guerra planetaria contro i lavoratori. Si pensi alla terzomondizzazione selvaggia del mercato del lavoro globale, alla violenta pauperizzazione dei produttori, per comprendere la strategia predatoria esercitata dalle oligarchie finanziarie dominanti.
Dalle crisi il capitalismo è uscito grazie a nuovi cicli di accumulazione violenta. Tradotto in spiccioli, i cicli espansivi hanno comportato feroci guerre di rapina e distruzione a scapito di vari popoli, campagne coloniali tese alla conquista e allo sfruttamento di mercati “vergini” per accumulare profitti. Tali processi di espropriazione cruenta e di intenso sfruttamento a danno dei produttori su scala globale, hanno accelerato l’esaurimento delle risorse presenti nel mondo, accentuando un’espansione consumistica irrazionale che determina la saturazione definitiva dei mercati globali. Oggi il capitalismo predatorio punta ad estorcere i beni pubblici degli Stati nazionali. Dopo aver rapinato e dissanguato i popoli del Terzo mondo, gli usurai della finanza mondiale mirano ad espropriare il reddito dei lavoratori e dei ceti medi nei Paesi “opulenti”.
Ebbene, finché il capitalismo è riuscito a garantire un pur relativo benessere alle popolazioni dei Paesi più industrializzati, è stato in grado di funzionare e reggere agli urti violenti prodotti dalle recessioni e dalle rivolte sociali. Ma oggi non è più così.
Veniamo, dunque, alle manifestazioni promosse nel mondo dagli Indignati. A Roma, il 15 ottobre scorso, si è visto un copione trito e ritrito: è la “strategia della tensione” e vi ricorre ancora una volta chi teme e tenta di criminalizzare le proteste e le rivendicazioni popolari. Il trucco non funziona più e non servirà ad arrestare l’azione spontanea delle masse e le istanze di protagonismo e di partecipazione politica provenienti dal basso.
Sul piano storico e politico le violenze di piazza servono solo a chi ha interesse a tacitare le ragioni che guidano le manifestazioni e le iniziative di un movimento spontaneo, in questo caso le istanze anti-capitaliste e l’indignazione contro la violenza istituzionalizzata insita nella crisi e nel sistema che l’ha generata. Non è un caso se personaggi come Di Pietro e il ministro Maroni cavalchino l’onda emotiva e il clima d’allarme che si è creato dopo il 15 ottobre, per invocare con forza il ripristino della legge Reale, che risale al 1975, una legislazione varata nel pieno degli “anni di piombo”.
Rispolverare una legge che prevedeva, tra l’altro, il fermo di polizia preventivo ed altre misure repressive eccezionali adottate in un’ottica oltranzista ed antidemocratica, come se dovessimo fronteggiare una pericolosa emergenza terroristica, significa alimentare spinte eversive e reazionarie che coincidono esattamente con quanti, pure a sinistra, si affannano a scongiurare ed esorcizzare lo spettro dello spontaneismo politico di massa.
Dopo aver ascoltato l’ennesima intercettazione telefonica in cui il “premier a tempo perso” viene beccato a conversare con il faccendiere Valter Lavitola, stretto da legami ambigui con la massoneria del Grande Oriente Democratico, accennando ad una “rivoluzione”, vale a dire un’azione eversiva di stampo golpista, è lecito chiedersi chi siano i veri “sovversivi”, i “cattivi maestri” che traviano le nuove generazioni. Quando gli esempi provenienti dall’alto non sono esattamente educativi o edificanti sul piano dell’etica pubblica, come si può pretendere una condotta civile e corretta da parte dei giovani, oltretutto esasperati da condizioni e prospettive di vita affatto incoraggianti?
L’istanza più radicale contenuta nella piattaforma degli Indignati è la richiesta di una maggiore trasparenza democratica e di un’effettiva partecipazione politica dal basso, l’esigenza di un controllo e di un intervento più diretto delle masse popolari nei canali decisionali, un’idea che si concretizza nelle forme auto-organizzate dell’assemblea pubblica, aperta al contributo di tutti coloro che ne condividono lo spirito collegiale.
Le imponenti manifestazioni di piazza promosse ovunque, sono state assolutamente pacifiche e vivibili, con proteste indignate e fermenti di rabbia fisiologica, ma nel complesso sono state intelligenti e civili, tranne quella di Roma, che pure ha registrato un’elevata partecipazione numerica, ma si è distinta in termini oltremodo negativi. I motivi sono per certi versi riconducibili ad un quadro di specificità storiche nazionali, a situazioni di degrado ed imbarbarimento antropologico, a sottoculture urbane di tipo marginale e particolaristico, nell’accezione pasoliniana del termine. Non si possono banalizzare simili fatti come semplici fenomeni di teppismo. Tuttavia, un personaggio grottesco e pittoresco come “er Pelliccia” sembra uscito proprio dalla penna di Pasolini.
In ogni caso, lo spettacolo fornito dalla piazza, che ha visto la partecipazione di migliaia di persone anche in Italia, è stato infinitamente migliore dell’indegno “mercato delle vacche” messo in scena nelle aule parlamentari. La reale democrazia sorta dal basso, probabilmente ancora ingenua ed immatura, tuttavia autentica, è indiscutibilmente superiore alla falsa democrazia che alberga nei Palazzi istituzionali, all’oscena e disgustosa compravendita di voti a cui si è assistito in occasione dell’ennesima fiducia parlamentare che ha consegnato ai posteri un altro squallido esempio di “antipolitica”.
Bando ad ogni facile e comoda ipocrisia da benpensanti. Chi sta in alto ed ogni giorno semina violenza, stupidità e maleducazione, non può raccogliere altro che i frutti marci di questo malcostume e questa inciviltà. Nulla accade per caso, tantomeno gli avvenimenti umani. Non è un caso se il 15 ottobre scorso, in Italia abbiamo assistito alla dimostrazione di una violenza inutile e balorda. Tali accadimenti, apparentemente insensati e primitivi, esigono un’analisi più complessa ed approfondita, capace di fornire una spiegazione articolata che è di ordine politico e sociale, antropologico e culturale.
Così come la crisi economica italiana mostra una serie di peculiarità proprie, riconducibili ad esempio alle percentuali record di evasione fiscale, nonché alla corruzione dilagante ad ogni livello, a cominciare dalle alte sfere istituzionali e all’insieme di quella che (ironicamente) si potrebbe definire la “classe digerente” del Paese, parimenti la crisi morale e culturale della società italiana è legata al degrado del sistema scolastico nazionale, ma anche alla rozzezza e all’imbarbarimento di chi detiene le redini del comando, e non mi riferisco semplicemente agli organi di governo, bensì alle forze economiche e sociali in grado di formare e condizionare l’opinione pubblica.
E’ ingenuo e commovente chi si stupisce nell’apprendere che autorevoli esponenti del Gotha del capitalismo bancario e finanziario mondiale, quali George Soros e Mario Draghi, vice-presidente della Goldman Sachs e prossimo governatore della BCE, presi di mira dagli Indignati, hanno dichiarato di comprendere le ragioni dei giovani. A questo punto una domanda sorge spontanea: per caso, tali personaggi si rivolgono e si indignano contro se stessi? E’ palese l’intento di cavalcare il movimento in un’ottica anti-politica.
Una delle peculiarità più originali del nuovo movimento è l’innata vocazione alla globalizzazione delle lotte e delle rivendicazioni, nonché l’assenza di leadership personale, per cui esso si configura come un soggetto politico orizzontale. Il fenomeno degli Indignati si distingue nettamente dai movimenti precedenti, inclusi i no-global, in cui emersero figure di sedicenti “capetti”, diventati poi parlamentari o aspiranti tali.
Chi ha vissuto molte esperienze e non è più incline a facili entusiasmi, non può non seguire con interesse e con occhio vigile e critico una corrente globale che non è solo di indignazione e protesta anticapitalista, nella misura in cui si adopera in modo attivo e cosciente per elaborare soluzioni concrete per uscire dalla grave crisi che attanaglia il sistema capitalista, propugnando un’alternativa seria e credibile, oltre che necessaria.
Lucio Garofalo
martedì 27 settembre 2011
Riflessioni inattuali sulla rivolta reazionaria della borghesia prossima ventura (di Moreno Pasquinelli)
da anarchaos
Noterelle visionarie sul futuro che ci attende
di Moreno Pasquinelli
Neanche questa volta, con il voto a scrutinio segreto sulla richiesta d’arresto del braccio destro di Tremonti, Berlusconi è caduto. Ci avevano sperato i pezzi da novanta dell‘establishment, scesi in campo, questa volta senza ambiguità, con gli editoriali di Corriere e Sole 24 ore. Per non dire delle esternazioni della Marcegaglia.
La tenuta del blocco parlamentare berlusconiano ha effettivamente
dell’incredibile. L’ectoplasma sembra industruttibile. Con le bufere che
si sono abbattute di recente sull’euro, e in primis sul debito italiano, pochi avrebbero potuto resistere, ma nessuno ci sarebbe riuscito dopo aver mostrato tanta dabbenaggine.
La domanda è la seguente: come si spiega questo fenomeno, che fa pensare al paradosso del calabrone? Stefano Folli, su Il Sole di
ieri, se la cava dicendo che se Berlusconi l’ha scampata è per
l’inconsistenza delle opposizioni più che per forza sua propria. Intende
che se il Pd fosse ancor più ligio di quanto non sia alla linea delle
oligarchie europee (e della cricca confindustriale), pezzi consistenti
dell’ectoplasma si sarebbero staccati. Io non lo credo. Tantomeno credo
alle spiegazioni di quelli che a ragione Giuliano Ferrara chiama
“puritani”, alla Scalfaro per intenderci, per cui, siccome questo paese è
putrido fino alle midolla, la forza della compagine belusconiana
dipende da questo suo essere quint’essenza del marciume.
Il berlusconismo è minoritario nel paese. L’abbiamo detto più volte
semplicemente contando i voti espressi alle elezioni: Pdl e Lega non
rappresentano che un terzo degli italiani, e se sono al governo è solo
grazie a sistemi elettorali truffaldini della Seconda repubblica.
Ma in politica è come in borsa, i voti si pesano anzitutto, prima
ancora di essere contati. E i voti che vanno al blocco berlusconiano
sono voti che pesano. Dopo un trentennio di abdicazione della politica
al mercatismo, dopo un trentennio di smantellamento dello Stato e di
privatizzazioni, dopo un trentennio di costante deindustrializzazione,
dopo un trentennio in cui la classe dominante dall’industria si è via
via dedicata all’intrallazzo finanziario e parassitario, dopo un
trentennio di americanizzazione culturale: noi abbiamo un paese in cui
proprio i ceti sociali rappresentati dal berlusconismo sono quelli
trainanti.
L’abbiamo detto più volte e lo ripetiamo: il centro del sistema
sociale berlusconiano è la piccola e media borghesia padana, attorno
alla quale, dentro una geometria corporativa, ruotano vari satelliti,
dagli operai alla gran parte dei bottegai e delle partite Iva. Con la
sua discesa in campo Berlusconi agì come catalizzatore di questo blocco
intimamnete reazionario. Un blocco che esprimeva già allora, in fieri,
la rivolta della borghesia lavorista contro le elite dominanti, alle quali la vecchia sinistra, via Prodi e Mani Pulite, ha tenuto e tiene il moccolo.
Chi pensa che una volta defenestrato Berlusconi questo blocco
sociale si squagli si sbaglia di grosso. Dei colpi, a causa della sua
demenza, il Cavaliere li ha certamente accusati, ma la
gravissima crisi economica non lo ha ferito a morte. E la ragione, può
sembrarvi assurdo, è nella crisi stessa, o meglio, negli interessi
colossali che tira in ballo.
Chi ci legge sa che noi vediamo solo una via per evitare una catastrofe di portata storica: la cancellazione del debito e l’uscita dall’euro.
Abbiamo spiegato perché, e continueremo a farlo, speriamo in modo ancor
più convincente. Una via che implica, com’è evidente, una radicale
rottura con le compatibilità sistemiche.
Se questo non avverrà la catastrofe sarà inevitabile —ove per
catastrofe intendiamo non il crollo del capitalismo, ma un periodo lungo
segnato da pauperizzazione di massa e da sacrifici durissimi per le
masse popolari. La distruzione del tessuto sociale è infatti la
condizione per un risorgimento del capitalismo sulle sue fondamenta
mercantili. Non solo quindi noi non ci auguriamo la catastrofe, ma
vogliamo evitarla a tutti i costi. E c’è solo una maniera per evitarla:
strappare il potere prima che essa ci piombi addosso. E questo potere si
prende in un solo modo: con la sollevazione di popolo.
Cos’è accaduto da luglio ad oggi è ben riassunto da Tito Boeri:
«A metà giugno lo spread tra Btp e Bund era di 70 punti inferiore a quello dei titoli di stato decennali spagnoli. Oggi lo spread dell’Italia
è di 40 punti superiore. (…) Quei 100 punti a regime significano 19
miliardi in più di spesa per interessi, una tassa pagata per
l’incapacità del governo —come aveva profetizzato l’Economist- a guidare
il paese». [Tito Boeri, La voce.info]Boeri
tuttavia non la dice tutta. Il differenziale, giunto venerdì al suo
massimo storico, indica tuttavia non solo il fallimento della
”manovra”, dice che l’acquisto massiccio da parte della Bce dei titoli
di debito italiani, non è servito ad impedirne la svalorizzazione
(facendo quindi di converso salire gli interessi per poterli smerciare).
La tendenza è dunque proprio al “default“, per essere precisi
alla bancarotta. E’ l’euro che non regge? Certo, questa è la corrente
principale, allo sfascio dell’euro zona. Il problema è che questo
sfascio fa perno sul debito pubblico italiano, e sul sistema bancario,
pieno zeppo di titoli tossici, di titoli pubblici di paesi
sostanzialmente insolventi.
La catastrofe è ineluttabile. Ma come essa si manifesterà se passasse
la linea politica (la politica è economia concentrata, diceva Lenin)
dell’establishemtn? Delle elite europeiste egemoni? Se esse riuscissero a
stretto giro a cacciare Berlusconi, adotteranno misure di rientro
selvaggio dal debito. L’hanno detto: portare a stretto giro l’ammontare
del debito dal 120% del Pil, almeno all’80-90%: una stretta colossale di
circa 400 miliardi di euro. Come ottenerla? Con una tassazione congrua
dei patrimoni, immobiliari e mobiliari, zona grigia in cui in questi
ultimi trent’anni, grazie ad un sistema fiscale di favore, sono fuggiti
e enormi masse di capitale, di denaro. Una stanga che non ha precedenti nella storia, se non nelle guerre o, diciamocelo, nelle rivoluzioni.
L’establishment sa fare di conto. In Italia c’è una ricchezza, un patrimonio, tra i più alti del mondo, tre volte il Pil. E un’economia sommersa che si aggira in un sesto del Pil. E’ per forza lì, visto che i lavoratori sono già stati spremuti come limoni, che occorre andare a prendere i quattrini per evitare l’insolvenza, la bancarotta. Sulla carta una misura che sembra “anticapitalista”. Invece no, invece sarà il contrario. Rubare soldi ai ricchi non è per forza un gesto anticapitalistico. Dipende da chi compie la rapina e da come poi viene utilizzato il maloppo. In questo caso sarebbe una rapina , sì a danno della borghesia, grande piccola e media, ma a tutto vantaggio della finanza speculativa internazionale, delle banche e, anzitutto del salvataggio di questo euro disgraziato. Una mazzata devastante per l’economia, l’ingresso in una depressione senza precedenti, che causerà milioni di disoccupati in più e quindi caotici conflitti sociali.
Torno dunque al problema del berlusconismo. Escludo che l’attuale cricca di trafficanti che guida l’ectoplasma sia in grado di giocare in anticipo il tutto per tutto, la carta del “default” e dell’uscita dall’euro. Ma se essa lo facesse, sarebbe una mossa spettacolare quanto efficace. sarebbe una mossa che otterrebbe il consenso del suo blocco sociale, che non è composto da imbecilli, ma da borghesi che non vogliono farsi portar via dallo Stato i loro beni per tenere in piedi l’euro. Che non possono accettare di morire per salvare la vita all’Unione europea.
E siccome la cricca berlusconiana non ha gli attributi, dato che il Cavaliere è in tutt’altro affaccendato, questo governo è spacciato, dovrà farsi da parte. Le oligarchie finanziarie riusciranno, anche grazie all’avallo di una sinistra collusa e servile, a riprendersi il governo. Quando? Nei prossimi mesi: basteranno un’altro paio di scossoni finanziari, un’asta di titoli che non va a buon fine et voilà.
Ma il berlusconismo cadrà in piedi. E dalla sua metamorfosi prenderà corpo quella che io chiamo rivolta reazionaria della borghesia. Una rivolta che non seguirà il solco di quelle del novecento (fascismo et similia). Basta molto meno, è sufficiente una rivolta fiscale di massa a far saltare il banco, e i piani dell’alta finanza e dei loro comitati d’affari soprannominati partiti. E se ci sarà la rivolta fiscale il governo che farà? Un esproprio generalizzato? Una confisca forzata? Allora da fiscale la rivolta diventerà una vera e propria sollevazione di massa, che potrebbe addirittura rimettere in campo il secessionismo padano, con tanto di sfascio dello stato nazione.
Noi, dato che nel conflitto un fronte anticapitalista sorgerà senza dubbio, che si farà? Combatteremo su due fronti? Sarebbe la via più breve al suicidio. Solo il blocco più forte può permettersi il lusso di combattere due nemici divisi più deboli. Non ho una risposta univoca. Una cosa so tuttavia con certezza, che prima di arrivare a quel punto dovremo aver costruito un Fronte del rifiuto, un blocco popolare contro l’euro e per la cancellazione del debito. Le due misure sono la facce della stessa medaglia, e guai a chi si attarda a capirlo!
Proposte irragionevoli? No, default e morte dell’euro sono entrambi nell’ordine delle cose. Irragionevole è chi si ostina a non vedere quali siano le contraddizioni principali, distinguendole da quelle secondarie, irragionevole è chi non vuole stare all’ordine delle cose.
E sempre vale quanto scrivemmo all’inizio di questa crisi:
«Non sempre le masse fanno la storia, è sicuro che la fanno nei momenti decisivi, quando si decide, non le sorti di questo o quel governo, ma quelle della comunità nazionale o internazionale tutte intere. In questi momenti l’impossibile diventa possibile, l’assurdo ragionevole. Le intelligenze semplici hanno questo vantaggio, che possono afferrare al volo i concetti più arditi e quello spirito del tempo che le sottili e capziose menti dei sapienti riescono a riconoscere solo post festum, dopo un inutile vagabondaggio, comunque sempre in ritardo».
e enormi masse di capitale, di denaro. Una stanga che non ha precedenti nella storia, se non nelle guerre o, diciamocelo, nelle rivoluzioni.
L’establishment sa fare di conto. In Italia c’è una ricchezza, un patrimonio, tra i più alti del mondo, tre volte il Pil. E un’economia sommersa che si aggira in un sesto del Pil. E’ per forza lì, visto che i lavoratori sono già stati spremuti come limoni, che occorre andare a prendere i quattrini per evitare l’insolvenza, la bancarotta. Sulla carta una misura che sembra “anticapitalista”. Invece no, invece sarà il contrario. Rubare soldi ai ricchi non è per forza un gesto anticapitalistico. Dipende da chi compie la rapina e da come poi viene utilizzato il maloppo. In questo caso sarebbe una rapina , sì a danno della borghesia, grande piccola e media, ma a tutto vantaggio della finanza speculativa internazionale, delle banche e, anzitutto del salvataggio di questo euro disgraziato. Una mazzata devastante per l’economia, l’ingresso in una depressione senza precedenti, che causerà milioni di disoccupati in più e quindi caotici conflitti sociali.
Torno dunque al problema del berlusconismo. Escludo che l’attuale cricca di trafficanti che guida l’ectoplasma sia in grado di giocare in anticipo il tutto per tutto, la carta del “default” e dell’uscita dall’euro. Ma se essa lo facesse, sarebbe una mossa spettacolare quanto efficace. sarebbe una mossa che otterrebbe il consenso del suo blocco sociale, che non è composto da imbecilli, ma da borghesi che non vogliono farsi portar via dallo Stato i loro beni per tenere in piedi l’euro. Che non possono accettare di morire per salvare la vita all’Unione europea.
E siccome la cricca berlusconiana non ha gli attributi, dato che il Cavaliere è in tutt’altro affaccendato, questo governo è spacciato, dovrà farsi da parte. Le oligarchie finanziarie riusciranno, anche grazie all’avallo di una sinistra collusa e servile, a riprendersi il governo. Quando? Nei prossimi mesi: basteranno un’altro paio di scossoni finanziari, un’asta di titoli che non va a buon fine et voilà.
Ma il berlusconismo cadrà in piedi. E dalla sua metamorfosi prenderà corpo quella che io chiamo rivolta reazionaria della borghesia. Una rivolta che non seguirà il solco di quelle del novecento (fascismo et similia). Basta molto meno, è sufficiente una rivolta fiscale di massa a far saltare il banco, e i piani dell’alta finanza e dei loro comitati d’affari soprannominati partiti. E se ci sarà la rivolta fiscale il governo che farà? Un esproprio generalizzato? Una confisca forzata? Allora da fiscale la rivolta diventerà una vera e propria sollevazione di massa, che potrebbe addirittura rimettere in campo il secessionismo padano, con tanto di sfascio dello stato nazione.
Noi, dato che nel conflitto un fronte anticapitalista sorgerà senza dubbio, che si farà? Combatteremo su due fronti? Sarebbe la via più breve al suicidio. Solo il blocco più forte può permettersi il lusso di combattere due nemici divisi più deboli. Non ho una risposta univoca. Una cosa so tuttavia con certezza, che prima di arrivare a quel punto dovremo aver costruito un Fronte del rifiuto, un blocco popolare contro l’euro e per la cancellazione del debito. Le due misure sono la facce della stessa medaglia, e guai a chi si attarda a capirlo!
Proposte irragionevoli? No, default e morte dell’euro sono entrambi nell’ordine delle cose. Irragionevole è chi si ostina a non vedere quali siano le contraddizioni principali, distinguendole da quelle secondarie, irragionevole è chi non vuole stare all’ordine delle cose.
E sempre vale quanto scrivemmo all’inizio di questa crisi:
«Non sempre le masse fanno la storia, è sicuro che la fanno nei momenti decisivi, quando si decide, non le sorti di questo o quel governo, ma quelle della comunità nazionale o internazionale tutte intere. In questi momenti l’impossibile diventa possibile, l’assurdo ragionevole. Le intelligenze semplici hanno questo vantaggio, che possono afferrare al volo i concetti più arditi e quello spirito del tempo che le sottili e capziose menti dei sapienti riescono a riconoscere solo post festum, dopo un inutile vagabondaggio, comunque sempre in ritardo».
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