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martedì 14 agosto 2012

Atene: Striscione contro i pogrom razzisti

da it.contrainfo

Rispondendo all’appello del network di traduzioni conto-informative Contra Info per 10 giorni d’azioni dirette contro la depressione, alcuni compagni hanno preso l’iniziativa individuale d’appendere uno striscione contro gli arresti e le deportazioni di massa degl’immigrati che stanno avendo luogo in tutta la Grecia, e soprattutto ad Atene.
Negli ultimi giorni avviene uno dei più grandi pogrom di massa nella storia della Grecia contemporanea. Storicamente, lo Stato e il capitale, quando hanno bisogno di difendere i loro interessi ed aumentare il loro potere ed influenza, si rivolgono contro costruiti nemici interni, creando capri espiatori in modo da rafforzare lo stato di polizia e la repressione. Dai regimi fascisti e gli esiliati, fino alla moderna democrazia borghese ed i centri di detenzione degl’immigrati, le tattiche rimangono le stesse.
Di conseguenza, contro gli ultimi pogrom della polizia, Martedì 7 Agosto, abbiamo appeso inizialmente uno striscione all’ingresso della Scuola di Difesa Nazionale, nel parco del Pedion di Areos, in una zona nel centro di Atene frequentata da immigrati con le loro famiglie, e dove la polizia abbia di recente effettuato diversi arresti. Come previsto, dopo un po, e siccome il palazzo appartiene all’esercito greco l’ufficiale della guardia dell’edificio ha insistito di abbassare lo striscione siccome questo è un’atto illegale e punibile dalla legge(sic).
In seguito, abbiamo appeso lo striscione in una scuola centrale nel quartiere di Gizi al centro di Atene, in una zona dove greci ed immigrati convivono in armonia.
Avendo come scopo di risvegliare la società sui pericoli del fascismo, abbiamo scritto il seguente:
“All’inizio vennero per i comunisti. Non ho parlato perché non ero uno di loro. Poi vennero per gli ebrei. Ora per gl’immigrati. Fra poco verranno per me e non sarà rimasto nessuno per protestare.”

Nessuna vita è illegale!
Né col fascismo né con la democrazia
Abbasso il statalismo
Viva l’anarchia!

sabato 11 agosto 2012

Belgio-Gand - Nella notte del 6-7 agosto, siamo andati per le strade e abbiamo attaccato due edifici dipingendo messaggi di solidarietà in tutta la città.

Da http://actforfree.nostate.net/ trad. orizzontelibertario

Nella notte del 06-07 agosto, siamo andati per le strade di Gand (Belgio) in memoria di Mark Duggan e in solidarietà delle persone rimaste in carcere dopo la seguente insurrezione.  

Abbiamo attaccato due edifici e con vernice spray lasciato messaggi di solidarietà in tutta la città.  

Uno degli edifici è un centro amministrativo del "de Lijn", società che organizza il trasporto pubblico 

Essi sono attivamente coinvolti nelle deportazioni, infatti oltre al loro compito di conducenti pubblici, detengono all'interno del mezzo di trasporto le persone senza documenti per poi consegnarle alla polizia.  
Per tutte le vite che distruggono, abbiamo rotto le vetrate del loro centro amministrativo e lanciato bombe di vernice. L'altro edifico è una banca che abbiamo imbrattato di vernice. Consideriamo le banche come il simbolo del capitalismo, quindi questa attacco non ha bisogno di molte spiegazioni, oltre i due edifici, parti della città sono state coperte di messaggi.


Het Belfius-kantoor in de Normaalschoolstraat werd beklad met lila, groene, gele en blauwe verf.
Tutto questo è stato fatto per amore, rabbia e solidarietà per le persone che sono ancora in carcere e per coloro che erano e saranno in futuro  fuori per le strade .

 FUOCO A TUTTE LE CARCERI FUOCO A TUTTE LE  FRONTIERE FUOCO  A TUTTE LE BANCHE!

BTW, non ci importa dei tuoi supertrams!
 

alcune individualità ;)

mercoledì 8 agosto 2012

Grecia: 6.400 immigranti detenuti dalla polizia nella più grande operazione di pogrom nel centro di Atene finora

da it.contrainfo.

Nei giorni scorsi, la polizia ha condotto la più grande operazione di pogrom nel centro di Atene finora. Secondo le informazioni rilasciate, 1.500 persone sono state arrestate dalla polizia nei primi due giorni dell’operazione (2-3 Agosto) ed altre 4.900 solo nel terzo giorno (4 agosto). L’operazione ha avuto luogo ad Atene e ad Evros, al confine con la Turchia al Nord Est. Almeno 1.630 persone sono state arrestate e sono pronte ad affrontare la deportazione.
Con un tocco Orwelliano, l’operazione di pogrom razzista è stata chiamata “Xenios Zeus” – l’antico dio simbolo dell’ospitalità e protettore dei viaggiatori stranieri. La repressione ha continuato Domenica, 5 Agosto. Sembra che l’ultima operazione è centrata attorno la Piazza Omonia, nella zona di Monastiraki, Pedion di Areos e Piazza Vathis, tutte zone del centro di Atene. Come riporta Occupied London, la polizia ha fermato, ha perquisito ed ha trattenuto tutti gl’immigranti nel loro percorso, indipendentemente dal fatto se erano o meno in possesso d’un documento valido.

giovedì 12 luglio 2012

Roma: carabinieri aggrediscono un ragazzo somalo


altSono le 20.30 di martedì quando in via degli Ausoni, nel quartiere romano di San Lorenzo, quattro carabinieri in borghese scendono dall’auto e si avvicinano ad un ragazzo somalo senza identificarsi e chiedendogli arrogantemente i documenti.
Il ragazzo, spaventato dalla situazione e temendo un’aggressione, rifiuta di fornire i documenti; a quel punto gli agenti lo immobilizzano contro una serranda e cominciano a malmenarlo, cercando di trascinarlo in macchina senza alcun motivo.
Il ragazzo, allibito dalla scena, si oppone e fa resistenza, dichiarando di essere un rifugiato politico; alcune persone, sentendo le grida, si avvicinano all’auto e si mettono in mezzo per aiutare il ragazzo e ostacolare l’operato dei carabinieri, mentre qualcuno decide di riprendere la scena.
A quel punto intervengono altri solerti tutori dell’ordine, che cercano di aiutare i colleghi e di allontanare brutalmente il capannello di gente accorsa in aiuto del giovane, distribuendo altri calci e spintoni.
La vergognosa scena si interrompe solo quando, dopo diversi minuti di resistenza all’insensata violenza delle forze dell’ordine, il ragazzo somalo viene colpito da un attacco epilettico e viene portato via a bordo di un’ambulanza.
Gli agenti coinvolti, coperti dagli insulti delle persone accorse sul posto in aiuto del ragazzo, cercano di giustificarsi dichiarando che si trattava di un semplice controllo, ma alcuni passanti testimoniamo come la scena si sia presto evoluta in violenze gratuite da parte delle forze dell’ordine.
Il ragazzo ha ricevuto 15 giorni di prognosi e ora rischia una denuncia per resistenza a pubblico ufficiale.
Gli abitanti del quartiere denunciano la tendenza dell’amministrazione romana a gestire l’ordine pubblico con la militarizzazione della città e la presenza invasiva delle forze dell’ordine (una situazione che colpisce non solo San Lorenzo), mentre l’episodio si aggiunge alla lunga trafila di soprusi e violenze agiti al riparo di una divisa.

mercoledì 13 giugno 2012

Inseguimenti

da macerie
Un altro inseguimento per le strade di Torino. L’ennesima manovra di polizia nel quartiere di Barriera di Milano.
Sono le quattro di pomeriggio quando Bader, un amico magrebino e senza documenti, viene avvistato da una volante mentre si aggira a cavallo di una ‘bike sharing’ (la bicicletta gialla messa a disposizione dal comune per i cittadini e i turisti di Torino). Gli sbirri pensano che sia rubata e si lanciano all’inseguimento, così Bader decide di rifugiarsi nella nuova casa occupata di via Aosta. Purtroppo, in quel momento, ci sono poche persone in casa e la polizia riesce ad intrufolarsi attraverso il cancello e, come di routine, chiede i documenti e inizia a chiamare i rinforzi. Di contro i ragazzi presenti in casa iniziano a far girare l’allarme, contattando Radio Blackout e avvisando tutti gli amici e i solidali di zona. Nel giro di pochi minuti arrivano le prime volanti accompagnate dalla digos, ma anche una decina di compagni che riescono ad entrare.
Poi uno scambio di battute tra gli sbirri della stradale e la digos: “Noi dobbiamo portarlo via” - “Allora procedete”. I due polizziotti si avventano su Bader ma i compagni si intromettono e consentono al ragazzo di fuggire in casa, attraverso le barricate, per salire sul tetto. La polizia non sa bene cosa fare, mentre fuori il numero di solidali aumenta insieme al numero di passanti e persone affacciate ai balconi. Partono un po’ di grida e cori mentre i vigili del fuoco accorrono per cercare di sfondare le barricate che danno accesso al tetto.
Le barricate non si aprono ma non importa più, perchè Bader non è sul tetto e sembra essere fuggito in strada dal retro della casa. Allora la polizia decide di andarsene annotando i nomi dei presenti, ma già si sentono sfrecciare le volanti per le vie adiacenti.
Nessuna notizia di Bader fino alle nove e mezza di sera quando leggiamo su internet che è stato arrestato per resistenza a pubblico ufficiale e denunciato per ricettazione. Probabilmente si trova già al carcere delle Vallette e non sappiamo se, in quanto clandestino, potrà essere espulso o rinchiuso in un C.I.E. appena finite le misure cautelari.
A Bader va tutto il nostro affetto, sperando che episodi di resistenza alla polizia si moltiplichino nel quartiere assime alla rete di solidarietà, alla capacità di organizzarsi per muoverci in tempo, per non essere presi di sorpresa o alle spalle.
macerie @ Giugno 13, 2012

venerdì 8 giugno 2012

La Fortezza Europa chiude le frontiere

da infoaut.

  • divieto_shengenDopo le svariate misure di “sicurezza” prese da vari paesi europei, che non rinunciano alle loro politiche sicuritarie contro i migranti, la Fortezza Europa chiude le sue frontiere interne. La riforma del trattato di Schengen introduce la possibilità di ristabilire temporaneamente i controlli alle frontiere interne in caso di eccessive pressioni migratorie sulle frontiere esterne.
    Decisione presa all'unanimità dai ministri europei che prevede il ripristino dei controlli sui confini ’interni’ per un periodo di sei mesi, prolungabile per altri sei mesi, nel caso in cui, non siano più “assicurati adeguati controlli sulle frontiere esterne”.
    Dopo i respingimenti in mare, l'innalzamento di muri, i pattuglianti armati, per respingere i migranti, oggi a Lussemburgo l'accordo prevede un ulteriore restrizione alla libera circolazione delle persone. L'accordo che reintroduce i controllo alle frontiere, arriva dopo le polemiche fra Italia e Francia in seguito ai flussi migratori provenienti dal Nord Africa.
    Il trattato di Schengen, comunque, prevede già la possibilità di sospendere l'abolizione dei controlli alle frontiere per motivi di sicurezza e di ordine pubblico, come avvenuto altre volte in cui si sono verificate contestazioni a capi di Stato e di Governo.

    venerdì 1 giugno 2012

    Ioannena, Grecia: Per l’operazione di sgombero contro gli immigrati del 26/05/2012

    da contrainfo

    Il testo che si sente nel video riguarda gli eventi che sono avvenuti durante l’operazione di sgombero effettuata il 26 maggio, in particolare lungo gli edifici del vecchio ospedale Hatzikosta, dove si trova l’occupazione Antiviosi (Antibiotico). Esso include anche scene dalla liberazione di 6 immigrati, che sono stati “sigillati” dai poliziotti all’interno di uno degli edifici in cui abitavano. Si prega di diffonderlo…
    Breve introduzione: Per 15 anni gli edifici del vecchio ospedale “Hatzikosta” erano stati abbandonati. Con il tempo la zona ha cominciato a prendere una vita da parte di immigrati e anti-autoritari, coprendo in questo modo le esigenze basilari della vita e delle esigenze politiche, culturale e sociale. Con grande sforzo e lavoro collettivo gli edifici sono stati riqualificati. Questo processo non è completato definitivamente. Tuttavia, la comunità di persone bisognose che usa gli edifici crea lentamente le strutture anti-gerarchiche dell’auto-organizzazione auto-gestione delle nostre vite, gettando nel cestino le divisioni razziali, le istituzioni di mediazione, la repressione e il potere.
    Questo e il testo che si sente nel video:
    Alle ore 7 di Sabato mattina un corteo di veicoli si prepara a circondare il campus del vecchio Hatzikosta. Procuratori, poliziotti di grado superiore in giacca e cravatta, giornalisti, una squadra antisommossa “verde” da Salonicco, una “blu” dalla città di Grevenà, una “blu” e una squadra di sbirri OPKE da Ioannena, una decina di macchine della polizia borghese, tutta la squadra  DIAS in allerta (alcuni anche con le loro motociclette personali), motorini  con poliziotti in borghese, il gruppo con i cani, tre furgoni per il trasferimento degl’immigrati, un grande furgone per i trasferimenti giudiziari, macchina dei pompieri, squadre di operai di lamiera e di pittura. Il governatore e il sindaco dispersi, mentre il prefetto ci ha concesso l’onore di passare di nascosto con il suo jeep… questo vuol dire presenza di uomini della politica.
    Un’abominevole custodia che è venuta per turbare la nostra comunità, ad arrestare i nostri compagni e amici, a distruggere la casa dei nostri vicini, sperando in questo modo di alimentare l’affamata e lobotomizzata dalla televisione folla razzista.
    Durante l’operazione (che durò 14 ore) si sono sigillate le case dei nostri vicini. Durante questo periodo l’occupazione Antiviosi ( Antibiotico ) si trovava sotto un regime di ostaggio peculiare dai poliziotti. Le figure più vergognose del giorno erano le squadre degli operai. A parte dei loro capi, i quali hanno guadagnato dei soldi, lavoratori non assicurati, senza alcuna traccia di coscienza di classe, alcuni dei quali immigrati albanesi, hanno sigillato con lamiere le case di altre persone per ottenere una paga di 30 euro che molto probabilmente la spenderanno alla banca per il proprio mutuo. Altrettanto vergognosi tutti i membri della Croce Rossa e dell’organizzazione dei medici, ambedue alloggiati all’interno del campus, i quali non si sono fatti vedere nemmeno per un minuto. Piuttosto, la loro sensibilità agli immigrati e alle persone finisce quando la videocamera di SKY si spegne o quando i loro misericordiosi donatori ricchi si arrestano. Da vicino anche il chiasso giornalistico, pronto a riprodurre le notizie rilasciate dalla polizia.
    Da tempo ormai si costruisce la propaganda che gli immigrati costituiscono un problema sociale, sanitario e politico. L’unico problema che noi riconosciamo è il razzismo dilagante che impedisce lo sviluppo delle relazioni di solidarietà e di uguaglianza tra le persone. Che costruisce separazioni basate su identità culturali, razziali e religiose.
    Un ultima nota ma molto importante: durante il sigillo degli edifici, 6 immigrati sono stati “sepolti” in uno di essi. Non possiamo credere che il cane della polizia non è stato capace a scoprirli durante l’ispezione degli edifici. A quanto pare una loro morte lenta di fame o di sete è adatta ai progetti che abbia il potere per tutti e tutte noi siamo in eccesso. I immigrati  sono stati liberati da noi appena i poliziotti hanno lasciato il posto.
    PS : Qualcuno sarebbe così gentile da informarci il costo esatto dell’operazione del 26 Maggio 2012? In realtà, se tutti quei soldi erano spesi   per farmaci e medicazioni per l’ospedale, non sarebbe meglio?
    La solidarietà fra gli oppressi e gli sfruttati sarà destinata a condannare in fallimento ogni piano dello stato.
    Il razzismo non ha posto nelle nostre vite, le nostre comunità, nei nostri quartieri.
    In Grecia, Senegal, Sudan, Marocco, Pakistan, Turchia, Albania.
    Il NEMICO è il fascismo, le banche, i ministeri, il potere.

    Entriamo nelle case vuote!

    Compagnie e compagni dalla fortificazione antirazzista dell’occupazione Antiviosi

    domenica 13 maggio 2012

    (it-en) Nea Smyrni, Atene: i nazisti attaccano i migranti e vengono picchiati

    Da actforfree trad. orizzontelibertario

     Questa mattina circa 40 nazisti hanno cercato di attaccare dei venditori ambulanti sulla Piazza di Nea Smyrni, zona densamente abitata da persone di origine africana. I migranti, insieme alla persone accorse li dall'ambiente circostante hanno respinto i nazisti. I due gruppi al momento sono su due lati della piazza.

      Nel vicino distretto di Kalithea la scorsa notte un altro  migrante  è stato aggredito e accoltellato. Due giorni prima i nazisti  hanno aggredito i migranti egiziani, in Kalithea. Mentre Ieri gli uffici della Golden Dawn, nella città di Patrasso sono stati attaccati dagli antifascisti.


    by actforfreedom
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    Nea Smyrni, Athens: Nazis attack to migrants and are beaten up

    from the Greek Streets

    This morning around 40 Nazis tried to attack to African street vendors on the Square of Nea Smyrni. The migrants together with people who joined them from the surrounding coffee-shops pushed away the Nazis. The two groups at the moment are on two sides of the square.
    In the neighboring district of Kalithea last night one more migrant was attacked and stabbed, two days before in Kalithea Nazis attacked to Egyptian migrants. Yesterday the offices of Golden Dawn in the city of Patras were attacked by antifascists.


    giovedì 26 aprile 2012

    Pogrom di polizia ad Atene


    da http://senzafrontiere



    Atene 25 aprile. Sin dalle prime ore del giorno è scattata un’ampia operazione di polizia nel centro della città.
    Camionette con centinaia di uomini in assetto antisommossa hanno circondato interi isolati e hanno fatto irruzione in numerosi edifici a caccia di immigrati. Chiunque paresse straniero è stato brutalmente fermato e perquisito. Tutti gli immigrati senza documenti sono stati condotti nei nuovi centri di detenzione.
    Il ministro per la difesa civile Chrysochoidis, già protagonista di numerose campagne contro gli immigrati, ha dichiarato che “Atene sarà ripulita in pochi giorni. Noi dobbiamo riappropriarci dello spazio pubblico”.

    mercoledì 18 aprile 2012

    Deportati a Tunisi con nastro adesivo marrone sulla bocca!

    “Guardate cosa è accaduto oggi sul volo Roma-Tunisi delle 9,20 ALITALIA. Due cittadini tunisini respinti dall'Italia e trattati in modo disumano. Nastro marrone da pacchi attorno al viso per tappare la bocca ai due e fascette in plastica per bloccare i polsi. Questa è la civiltà e la democrazia europea. Ma la cosa più grave è stata che tutto è accaduto nella totale indifferenza dei passeggeri e alla mia accesa richiesta di trattare in modo umano i due mi è stato intimato in modo arrogante di tornare al mio posto perché si trattava di una normale operazione di polizia... Normale??? Sono riuscito comunque a rubate una foto! Fate girare e denunciate”.

    Questo messaggio accompagnato dalla foto che abbiamo pubblicato sta facendo il giro di tutti i social network della Tunisia e non solo con il testo già tradotto in francese e in lingua araba.
    La routine dell'internamento nei CIE e dell'espulsione dei migranti amministrata dalle istituzioni italiane diventa una notizia shock per il mondo che in prima battuta incredulo cerca di osservare al meglio la foto per capire se si tratta di realtà o finzione. E invece è realtà, la realtà dell'Italia infame dei nostri giorni che interna per mesi interi uomini e donne colpevoli di non avere documenti, che li bastona a sangue nell'isola di Lampedusa, che li ingozza di gocce di calmanti durante la detenzione, che ne fa frantumare le ossa mentre tentano di scavalcare il muro spinato, che ne succhia anche l'ultima fibra di muscolo tra gli aranceti del sud e i meleti del nord, e che da stivale tricolore della Fortezza Europa ne pesta le teste mentre affogano in mare.
    E' la routine “di una normale operazione di polizia” come da decenni se ne fanno ogni giorno da quando l'attuale presidente della Repubblica firmò il disegno di legge, autografato anche dall'onorevole Turco in materia di immigrazione, che istituì la prassi dell'internamento e della deportazione per i migranti privi di permesso di soggiorno. Governo dopo governo si arriva all'ultima cricca di farabutti capitanata da Berlusconi che per meglio attanagliare la forza lavoro migrante ne ha indurito a dismisura le prassi di controllo e asservimento. Con la Family Padana e il Barbaro Sognante al Ministero degli Interni quel tocco in più di sadismo feudale non poteva che tornare utilissimo per terrorizzare, umiliare e rendere docili quelli che stanno giù in fondo alla piramide dalla base sempre più larga del mercato del lavoro italiano ed europeo! Così si arriva al nastro per pacchi con cui hanno imbavagliato la bocca e alle fascette di plastica bianca con cui hanno stretto i polsi dei due uomini tunisini ritratta nella foto e di cui parla il messaggio indignato di un passeggero di Alitalia. Ma ce l'immaginiamo la scena? Pensiamo che il nastro adesivo marrone sulla bocca i due tunisini se lo sono lasciato mettere senza protestare? E le fascette bianche ai polsi? In che modo si è attuata la “normale prassi di polizia”? Quale circolare ministeriale lascia fare questa “normale prassi di polizia”? Oppure c'è da credere che tutto l'impianto giuridico delle leggi sull'immigrazione ha realizzato un contesto politico, culturale e sociale per cui a un migrante senza documenti è lecito, tra le tante altre cose, anche tappare la bocca con del nastro adesivo per pacchi? Forse quello che avevano da dire, o da gridare era così pericoloso per le orecchie che si è deciso di farli tacere, magari come avranno urlato per mesi e mesi in Tunisia mentre schivavano le fucilate della polizia di Ben Ali, anche su quell'aereo avrebbe risuonato la parola libertà dalle loro labbra, che in arabo si dice “Horria!”, una parola shock che avrebbe tinto di rosso-vergogna lo stivale tricolore!
    Cos'è, è già finito l'entusiasmo per i bloggers della rivoluzione tunisina? Il partito di La Repubblica sta volta sta zitto? Manco una penna si indigna mentre si rispediscono come pacchi i figli della “primavera araba”? Che c'è il gelsomino è appassito? Ma si! Ormai è già a pieno regime il nuovo corso che ha fatto stringere con fare gattopardiano la mano di Napolitano con l'emiro del Qatar che dopo aver dato una bella sventolata di mitra ai manifestanti che in Bahrain durante un corteo avanzavano gridando “siamo pacifici!” adesso arriva in Italia per comprarsi un pezzo della Sardegna degli scioperi generali, delle lotte dei pastori e contro la crisi...
    Che bravi democratici che siete! Tutti a pendere dalle labbra e ad annuire alle parole dell'emiro delle corone petroliere che non investiva in Italia perché “c'era troppa corruzione” e allo stesso tempo tappate con nastro adesivo marrone la bocca di due uomini tunisini rispedendoli come pacchi nel loro paese di provenienza. Non c'è che dire! Se non che già vi pesa addosso il giudizio dei posteri, per noi assolutamente non consolante, che con ogni probabilità guarderà seguendo una linea retta la storia dei Lager e del “lavoro rende liberi” raggiungere questi primi anni del 2000 tra i CIE, le deportazioni, gli annegamenti in mare e le vite schiacciate in una nuova servitù della forza lavoro migrante... Per noi invece c'è l'urgenza attuale che la lotta per la libertà e la dignità portata come un'onda dai “tunisini di Lampedusa” risuoni sempre più forte nelle nostre piazze e nelle nostre strade al punto di sciogliere fascette bianche ai polsi e strappare via cerotti marroni dalle labbra...

    giovedì 23 febbraio 2012

    Respingimenti in mare. Strasburgo condanna l’Italia per tortura

    da http://senzafrontiere

    La Corte europea dei diritti umani di Strasburgo ha condannato l’Italia per i respingimenti verso la Libia. La condanna riguarda il caso “Hirsi”. 24 persone per le quali non è stato rispettato l’articolo 3 della Convenzione sui diritti umani, quello sui trattamenti degradanti e la tortura.
    I 24 facevano parte di un gruppo di 200 profughi di guerra somali ed eritrei, intercettati in mare il 6 maggio del 2009, caricati su navi italiane e portati in Libia contro la loro volontà, senza dare loro la possibilità di fare richiesta di asilo.
    In Libia sono stati per mesi in prigioni dove hanno subito abusi di ogni genere. La loro vicenda non è stata seppellita nel silenzio e nell’indifferenza per un mero caso. Intercettati in Libia dal Cir – consiglio italiano rifugiati – hanno incaricato gli avvocati Anton Giulio Lana e Andrea Saccucci dell’Unione forense per la tutela dei diritti umani di presentare ricorso dinanzi alla Corte europea dei diritti dell’uomo.
    L’Italia dovrà pagare il risarcimento a 22 delle 24 vittime: 15.000 euro più le spese. Gli altri due sono morti in un nuovo tentativo di raggiungere l’Italia.
    Ma è solo un dato simbolico, perché il prezzo vero di quelle vite non lo pagherà nessuno. Il prezzo per quelli annegati in mare, per quelli torturati, struprati e umiliati nelle prigioni libiche, per chi è morto di fame e di sete nel deserto perché non aveva denari per pagare i mercanti d’uomini. Nessuno pagherà il prezzo per i bambini che quel giorni e in tanti altri giorni anonimi e non saputi di questi anni di guerra ai poveri hanno visto chiudersi l’orizzonte della loro vita.
    Una lunga strage. Una strage di Stato.
    La condanna della corte di Strasburgo rappresenta tuttavia un duro colpo alla politica delle espulsioni collettive, sancita dal trattato di amicizia italo-libica voluta da Prodi, siglata da Berlusconi e perseguita di recente dal governo Monti, nel corso della visita in Libia del 21 gennaio.
    Ma – lo sappiamo bene – non cambierà le politiche della Fortezza Europa.
    Finché ci saranno frontiere, muri, filo spinato, finché ci saranno uomini in armi a sorvegliarne i confini, le convenzioni, i diritti umani, le corti internazionali non saranno che l’alibi umanitario, la foglia di fico di un’Europa chiusa, spaventata, arroccata intorno ai propri privilegi.
    I 22 salvati di Strasburgo ci ricordano le migliaia di sommersi senza nome che il mare nostrum ha inghiottito. 1500 solo nel 2011. Da qualche parte, in un campo profughi, in un villaggio remoto c’è qualcuno che ne ha memoria. Qui da noi non sono che i numeri che scandiscono il ritmo di una guerra. La guerra ai poveri.

    venerdì 20 gennaio 2012

    Pisa, verità e giustizia per Karim

    da http://www.infoaut.org



  • giustizaperkarimE' finito in tragedia, due sere fa, l'inseguimento sulla A12 di un'automobile che non si era fermata ad un posto di blocco; un agente ha aperto il fuoco uccidendo un giovane nordafricano. A Pisa un corteo per chiedere verità e giustizia
    Quasi duecento persone, principalmente nordafricani, si sono radunati oggi alla stazione di Pisa e hanno sfilato in corteo chiedendo verità e giustizia per Karim, il giovane tunisino di 21 anni ucciso due giorni fa da un agente di polizia, nei pressi di Sarzana, dopo un lungo inseguimento in autostrada. Una notizia passata decisamente in sordina in questi giorni; stando alla ricostruzione delle forze dell'ordine, l'auto, con a bordo Karim ed altre tre persone, avrebbe forzato un posto di blocco e costretto le forze dell'ordine ad un inseguimento di 12 chilometri (durante il quale dall'auto sarebbe stato lanciato un panetto di eroina); dopodiché si sarebbe verificato un conflitto a fuoco durante cui un agente avrebbe colpito Karim, per difendersi dai colpi che venivano esplosi dai fuggitivi.
    Una ricostruzione senza dubbio parziale, che lascia parecchie perplessità; per questo anche a Pisa si è svolta una mobilitazione sotto le parole d'ordine di verità e giustizia. Secondo i suoi familiari Karim stava scappando perché, in quanto clandestino, temeva la reclusione in un cie, e durante il suo tentativo di fuga è stato assassinato. Sarebbe quindi il drastico epilogo di una vita di precarietà e insicurezza, come quella che vive ogni giorno qualsiasi straniero sia segnato nel nostro paese dallo stigma della clandestinità, come la vita vissuta da tanti dei partecipanti al corteo di oggi, che probabilmente si sono immedesimati nella possibilità di fare la stessa fine di Karim.
    Il corteo si è mosso per le principali vie della città, animato da una rabbia e un dolore evidenti; si è andato a concludere nella palazzina occupata di via la pergola, dove, in un'assemblea è stata decisa la partecipazione ad un altro momento di mobilitazione domani mattina a La Spezia.

    http://www.youtube.com/watch?v=JH_GbAi_xaQ

    martedì 18 ottobre 2011

    Diciotto in fuga

    da macerie

    Brindisi, 16 ottobre
    «Ancora tensioni a Restinco
    Fuggono 18 tunisini

    Due feriti - uno tra le forze dell’ordine ed uno tra i fuggitivi - e diciotto tunisini scappati dal Cie di Restinco. E’ questo il bilancio di un’altra delle tante giornate di rabbia, disperazione e violenza vissute dalla struttura brindisina che ospita il Centro di identificazione ed espulsione insieme con il Centro di accoglienza per i richiedenti asilo. Questa mattina un gruppo di immigrati tunisini ha cercato di evadere dal Cie. Diciotto di loro sono riusciti ad allontanarsi e fuggire mentre uno si è fratturato una gamba tentando di saltare dall’alto muro di cinta che protegge il Centro di identificazione ed espulsione.»

    mercoledì 5 ottobre 2011

    Sei arresti a Modena

    da macerie

    Modena, 4 ottobre
    «Tentano la fuga e aggrediscono i carabinieri al Cie. In sei in manette. Alta tensione
    E’ successo mentre i militari stavano aiutando i gestori civili della Misericordia nell’accompagnamento di un ospite nell’infermeria della struttura
    Arresto, nella notte, per cinque cittadini tunisini ospitati nel Centro di identificazione e espulsione di via Lamarmora a Modena. I Carabinieri sono ricorsi all’arresto in seguito all’aggressione subita da alcuni militari mentre stavano aiutando i gestori civili della Misericordia nell’accompagnamento di un ospite nell’infermeria della struttura.
    Nel dettaglio, si legge in una nota, gli uomini dell’Arma, sono stati aggrediti da otto stranieri, uno armato di un tubo in ferro, i quali, approfittando dell’apertura della porta per consentire il soccorso ad un ospite che accusava un malore, hanno tentato la fuga.
    La reazione dei militari in servizio ha evitato una fuga di massa. Cinque ospiti sono subito stati bloccati dopo colluttazione e successivamente arrestati per resistenza e violenza a pubblico ufficiale. I cinque sono stati condotti presso il carcere di Sant’Anna. Indagini sono in corso per cercare di identificare anche gli altri aggressori.»
    macerie @ Ottobre 4, 2011

    lunedì 3 ottobre 2011

    Torino. Come bufali impazziti


    da senza frontierie

    Sabato 1 ottobre. Nel prato di fronte al CIE di corso Brunelleschi l’atmosfera è serena. Se non fosse per quel muro, mille volte segnato da graffiti di libertà, mille volte cancellati e mille volte rifatti, sarebbe un pomeriggio come tanti in quest’estate tardiva.
    C’è una settantina di persone: antirazzisti di un po’ tutte le aree, giovani immigrati che le gabbie le hanno assaggiate, famiglie, specie peruviane venute a sostenere la lotta di Ysmael, un attivista molto noto anche al di fuori della sua comunità. Ysmael è rinchiuso in una delle gabbie e da settimane si sta battendo perché la sua vita è a Torino e non la vuole lasciare. Il 27 settembre hanno provato a caricarlo su un aereo diretto a Lima. Pareva l’epilogo scontato della vicenda ma Ysmael ha cominciato a gridare, a divincolarsi, finché la sua protesta ha attirato l’attenzione del pilota, che gli ha fatto la domanda più ovvia, gli ha chiesto se voleva partire per il Perù. Di fronte al suo diniego ha ordinato di farlo sbarcare: i poliziotti non hanno potuto fare altro che ricondurlo al CIE, nella cella di isolamento nella quale ha trascorso buona parte della sua prigionia.
    Il presidio di sabato è un segnale di solidarietà che mette insieme tanta gente diversa, accomunata dalla volontà di chiudere i CIE, di dare sostegno alla lotta di tutti i reclusi, in questi mesi sempre più forte in ogni angolo d’Italia.
    Che gli uomini in divisa siano maldisposti lo si capisce sin dal primo momento: controviale bloccato dalle camionette, antisommossa schierati con casco e manganello, funzionari in fascia tricolore, quella che, almeno a Torino, mettono solo per poter dichiarare legittima una carica.
    Musica, interventi, slogan. Niente altro.
    Il pretesto lo fornisce un cucciolo di cane, un quattro zampe impertinente che non ha ancora capito che ci sono limiti che non è salutare valicare. Il cucciolo attraversa la strada, si dirige verso gli uomini in divisa, una ragazza lo rincorre gridando “vado a prendere il cane!”. I gentiluomini in divisa fanno partire qualche insulto, qualcuno risponde. Poi calano i caschi e partono.
    Sembravano “una mandria di bufali impazziti” scriverà il giorno dopo una donna. Ha una mano gonfia: sin è guadagnata una manganellata quando ha sporto il braccio nel vano tentativo di fermare un poliziotto che si stava accanendo contro il figlio di 15 anni, che, come lei, era seduto nel prato. Al pronto soccorso al ragazzo metteranno il collare e daranno 7 giorni di prognosi.
    I feriti sono numerosi. Una compagna viene colpita ripetutamente alla testa, si ripara con la mano e si aggiudica una frattura scomposta al mignolo. Gli altri hanno sul viso e sul corpo i segni dei colpi ricevuti.
    Un folto gruppo di antirazzisti viene caricato per centinaia di metri lungo via Monginevro, affollata di auto e bus, come in ogni sabato pomeriggio. Solo all’angolo con corso Montecucco i funzionari richiamano la forza.
    In questura devono aver deciso. Basta presidi solidali davanti ai CIE: i prigionieri devono restare isolati, come i tunisini rinchiusi nelle navi-prigione dopo aver incendiato il centro di contrada Imbriacola.
    Diciamolo chiaro. A questi picchiatori in divisa, dopo quattro mesi rinchiusi nella gabbia di cemento e filo spinato alla Maddalena di Chiomonte, qualche soddisfazione bisognava pur darla. In Valsusa i manganelli, i calci in faccia, lo scricchiolar d’ossa sinora glielo hanno potuto concedere solo a piccole dosi. Gas sparati ad altezza d’uomo, qualche sasso dall’autostrada ma nulla più. In via Grattoni sanno che la Valsusa è una polveriera e non hanno il coraggio di scatenare i bufali.
    Le rivolte e le fughe degli immigrati si stanno moltiplicando in tutta Italia, spezzando reti e rompendo le gabbie. A Torino il 22 settembre si sono ripresi la vita in 22.
    La voglia di libertà brucia le frontiere, simboliche e reali messe a guardia di un ordine feroce. Spezzarlo è una scelta morale ben prima che politica.
    Ormai lo stanno imparando anche i cuccioli di cane: c’è un lato sbagliato della strada, quello che corre lungo i muri cinti di filo spinato, difesi da uomini armati e cattivi.
    Domenica 2 ottobre. In serata c’è agitazione tra le gabbie del CIE. L’Ansa parla di un tentativo di fuga, bloccato dalla polizia. Un immigrato colpito al viso da un candellotto lacrimogeno sparato come un proiettile è stato ricoverato all’ospedale Martini.

    domenica 2 ottobre 2011

    Caricato presidio al CIE di Torino

    da .infoaut

  • E’ notizia di poco fa, la polizia nel pomeriggio ha caricato violentemente un presidio di solidarietà a Ismael,  ragazzo peruviano in attesa di espulsione, sotto il CIE di Torino.
    Un presidio molto tranquillo, a tratti festante, che alternava a momenti musicali altri di interventi al microfono da parte della comunità peruviana strettasi intorno ad Ismael. La polizia ha caricato ripetutamente, inseguendo addirittura le persone per interi isolati e picchiando selvaggiamente chi durante questa corsa è caduto a terra.
    cie_torinoUna vera e propria caccia all’uomo, con diversi feriti causati dall’accanimento delle forze dell’ordine e un furgone con impianto preso di mira dai poliziotti, probabilmente troppo lenti per raggiungere qualcuno, ma sicuramente abbastanza frustrati per accanirsi e danneggiare un impianto  statico.
    In questi mesi continuano senza sosta le proteste e i tentativi di fuga all’interno dei CIE, veri e propri luoghi di reclusione, dove la vita delle donne e degli uomini che vi  vengono reclusi sono private di ogni diritto e dignità.
    Coraggio ha mostrato Ismael che nei giorni scorsi, imbarcato su un aereo diretto al suo paese, tanto ha protestato che il pilota si è rifiutato di partire facendolo inevitabilmente riportare all’interno delle mura di Corso Brunelleschi.
    L’immediato pensiero  va a Ismael, a tutta la sua comunità e ai compagnie e alle compagne di Torino che oggi hanno dovuto subire un’inaccettabile violenza da parte delle forze dell’ordine,  ancora una volta schierate a difesa di un obbrobrio prodotto da questa società.


    Ascolta l'intervista con Claudio:
    http://www.infoaut.org/index.php/blog/migranti/item/2774-caricato-presidio-al-cie-di-torino

    venerdì 30 settembre 2011

    Hanno insabbiato tutto. Prove di regime a Lampedusa

    da
    fortresseurope

    un ragazzo al sit in del 21 settembre a Lampedusa prima del pestaggio, foto Alessio Genovese


    Sapevate che alcuni agenti della Guardia di Finanza a Lampedusa andavano a caccia dei tunisini indossando maglietta con su scritto “G8 2001, IO C'ERO"? E che tra i poliziotti c'era chi sotto l'uniforme indossava la maglietta con l'aquila nera e la scritta “MERCENARI”? Qualcuno penserà che siano dettagli. Secondo me invece dà la misura di dove siamo arrivati. La frontiera è ormai fuori controllo. Senza legge e senza informazione. Affidata a squadre di picchiatori esaltati. Gli stessi torturatori responsabili del macello di Genova, delle continue morti sospette in carcere e nei commissariati (vedi Cucchi, Uva, Aldrovandi...), e dei sempre più frequenti pestaggi nei centri di identificazione e espulsione (Cie). Anche se poi va detto che nei giorni della reconquista lampedusana gli agenti non erano gli unici a picchiare. Perché con le spranghe in mano c'erano anche gli operatori della "Lampedusa accoglienza". I testimoni però sono pochi. Perché i giornalisti sono stati tenuti alla larga: intimiditi e addirittura malmenati. Tanto le immagini alle redazioni le forniva direttamente la questura. A spiegarci come ha funzionato la censura in quei giorni è di nuovo Alessio Genovese, uno dei pochi fotografi che era sull'isola e che è rimasto insieme ai ragazzi tunisini fino alle violentissime cariche della polizia. Gli abbiamo chiesto di ritornare su quei fatti. La gravità di quanto accaduto lo impone. Quella che segue è la sua testimonianza.

    La battaglia di Lampedusa, seconda parte

    di Alessio Genovese, fotogiornalista

    Lampedusa in questi giorni è stato l'esempio di cosa potrebbe accadere in Italia a breve. Abbiamo visto gli uomini della Guardia di Finanza andare in giro vestiti con delle uniformi piuttosto trendy. C'era la t-shirt con la scritta sulla manica destra "G8 2001, IO C'ERO" e quella con un particolare in più sul retro della maglietta "Mercenari". Ai giornalisti è stato vietato di svolgere correttamente il loro lavoro. Lampedusani e forze dell'ordine hanno evitato che parlassero con i circa 300 tunisini in sit in pacifico nei pressi del paese, minacciando, intimidendo e addirittura picchiando cameraman e fotografi.

    Le uniche immagini che sono circolate sono passate per un doppio controllo, prima e dopo i fatti. Gli unici che hanno scattato e filmato tutto sono i poliziotti. La selezione certosina ha eliminato la parte dove si vedevano volti e modi dei picchiatori lampedusani.

    Non si sono viste le scene dove c'erano uomini con l'uniforme della "Lampedusa Accoglienza" (la cooperativa che fornisce servizi all'interno del centro di accoglienza di Contrada Imbriacola) che picchiavano con mazze, ferri e pietre i tunisini.

    A Lampedusa dopo le cariche del 21 settembre, abbiamo visto partire i tunisini con evidenti segni di percosse e violenze. Li abbiamo visti in fila indiana con due poliziotti che li accompagnavano verso un aereo e poi verso una nave. Nessuno però ha avuto la possibilità di chiedergli come si fossero rotti le gambe o le braccia. Tutto insabbiato, i trasferimenti sono andati avanti e anche i rimpatri. Le irregolarità e gli abusi subiti non avranno seguito.

    Le redazioni dei giornali cercavano e volevano soltanto le immagini più cruente: "quelle dove i tunisini hanno caricato i lampedusani", "quella dove c'è il ragazzo con l'accendino in mano che ha tentato di fare esplodere le bombole". Immagini che non potevano esserci perché i fatti sono andati in un altro modo.

    Però il compito di un giornalista dovrebbe essere quello di raccontare i fatti, parlare con la gente, andare a vedere con i propri occhi, e restare umani. Soltanto così abbiamo potuto conoscere Mehdi. Uno studente di 19 anni all'ultimo anno di scientifico.

    Mehdi si fa largo tra la folla e si avvicina sorridendo e ripete un paio di volte: "choose a number, choose a number". Il giochetto fa così: scegli un numero e moltiplicalo per due. Sommalo al risultato ottenuto e dividi per due, a questo punto sottrai il numero che hai scelto all'inizio e il risultato è la metà del numero che hai scelto.

    Mehdi ha un fratello che lavora e vive da anni a Legnano dove vive con la famiglia, la sorella vive da quindici anni a Nizza. Sogna di andare a stare con la sorella e potersi iscrivere alla facoltà di Matematica. E giura che se lo rimpatrieranno in Tunisia tenterà di tornare in Europa altre 100 volte. Questa è la sua battaglia.

    Perché forse è vero, forse i tunisini che sbarcano a Lampedusa stanno combattendo una battaglia. Hanno deciso di affrontare il nemico a mani nude, con i loro corpi e a viso scoperto. La loro è una battaglia culturale. Abbattere una definizione, un concetto: l'idea di frontiera così per come la conosciamo noi oggi.

    E i Lampedusani non è dai tunisini che si devono difendere. Roma, governo e ministero, redazioni di Tg e di giornali. Sono loro che hanno creato un clima di guerra e di paura nei confronti dell'Altro. Sono loro che hanno creato la frontiera.

    Sono loro che hanno fatto di Lampedusa "l'estremo lembo dell'Italia in armi", come recita il monumento ai caduti che sovrasta il porto dell'isola. La frontiera che diventa confino, militarizzata fino ai denti. Campo di prova e di esercitazione per un'altra guerra.

    Quella che verrà dopo. Quella che combatterà lo Stato contro noi italiani, i contagiati dall'allergia della primavera araba. Quelli stanchi di vivere senza prospettive per il futuro in un paese mediocre. Quelli che dal Sud vanno al Nord e da lì poi vanno all'Estero. I giovani che restano giovani fino a cinquanta anni e quelli che vivono di stage e volontariato.

    Cosa succederebbe se ci lasciassero parlare con i ragazzi tunisini? Cosa accadrebbe se venissimo a capire che le nostre storie sono le loro storie? Perché hanno paura di questo?

    E non hanno paura invece del rischio che si innesti una spirale di violenza contro gli italiani in Tunisia? Cosa accadrebbe se anche loro, i tunisini, cominciassero ad odiarci attaccando a vista? Le ditte, le imprese e gli italiani residenti in Tunisia, le centinaia di famiglie di origini siciliane del quartiere della Petit Sicile a la Goulette cosa staranno dicendo ai vicini di casa, colleghi e dipendenti tunisini? 
    (Alessio Genovese)

    mercoledì 28 settembre 2011

    Lenzuola annodate e incendi a Modena


    Modena, 27 settembre
    «Ancora un tentativo di fuga in massa dal CIE di Modena
    Durante la notte appena trascorsa, gli stranieri trattenuti presso il locale CIE (attualmente 57) hanno tentato, ancora una volta, di allontanarsi, ricorrendo, nell’occasione, a funi artigianalmente realizzate.Visto frustrato l’ennesimo tentativo di fuga per l’immediato intervento del personale in servizio al CIE, prontamente collaborato dalle unità mobili dell’Arma del Carabinieri, della Guardia di Finanza e della Polizia di Stato, alcuni di detti stranieri hanno dato fuoco agli effetti letterecci posti all’interno di due dei quattro moduli abitativi.
    Anche tale tentativo non ha avuto alcun esito per l’intervento di due squadre del Vigili del Fuoco una delle quali proveniente da Carpi che hanno provveduto a spegnere i focolai d’incendio con danni minimi alle infrastrutture murarie.
    L’azione di contenimento contestualmente svolta dal personale delle diverse Forze di Polizia presenti e dall’Esercito ha evitato l’ulteriore fuga senza peraltro feriti o contusi né delle stesse Forze di Polizia, né degli stranieri.
    E’ stato, poi, possibile, grazie alla visione delle immagini registrate dall’apposito impianto di video-sorveglianza, trarre in arresto uno degli stranieri che ha materialmente appiccato il fuoco.»

    Modena, 27 settembre
    «Tentativi di fuga al Cie, il Siulp: “Poco turnover di personale”
    Il sindacato: “Situazione insostenibile”
    “Non si possono costringere i poliziotti a svolgere 12, 18 o 24 ore di servizio continuativo”
    Le fughe e, soprattutto, tentate fughe dal Cie, si stanno moltiplicando a Modena e il Siulp, il sindacato dei poliziotti, interviene in difesa dei propri associati: “Gli ormai continui episodi di rivolta e fuga, che sono gestibili con non poche difficoltà anche nelle grandi città, ove gli organici delle forze dell’ordine consentono un‘adeguata vigilanza alle strutture ed un pronto intervento in caso di rivolta, sono particolarmente gravi e pericolosi in una cittadina come Modena. Qui, infatti, la continua emorragia di personale, la mancanza atavica di un adeguato turnover e la concomitanza della presenza del Cie, oltre ad un elevatissimo numero di cittadini extracomunitari clandestini, ha reso l’atmosfera assolutamente esplosiva e non più sottovalutabile, con gravissimo rischio per gli operatori della Polizia di Stato”.
    Il Siulp quindi “ha deciso di mobilitarsi con tutti i mezzi possibili ed immaginabili per scoperchiare drasticamente e definitivamente il falso mito dell’immigrazione clandestina e dei Cie, rispettivamente considerati unica priorità ed unica cura a tale problematica. Non possiamo e non vogliamo più accettare che nei palazzi romani si decida di costringere i poliziotti modenesi a svolgere 12, 18 o 24 ore di servizio continuativo per trasferire clandestini o per accompagnarli in frontiera, peraltro pagando con mesi di ritardo gli straordinari ed anche con un anno di ritardo le indennità di missione”.»

    macerie @ Settembre 27, 2011

    martedì 27 settembre 2011

    Casino sugli aerei, e alcune considerazioni

    da macerie



     
    Ieri la Questura di Torino aveva organizzato ben quattro espulsioni: un uomo e una donna in Marocco, un uomo e una donna in Perú. Nei programmi delle guardie c’era sicuramente una bella trasferta all’estero, tranquilla e ben pagata. E invece le cose sono andate un po’ diversamente grazie alla determinazione dei deportandi, in particolare dei due ragazzi che hanno fatto di tutto per non tornare al loro paese. Putroppo soltanto uno di loro ce l’ha fatta, ma siamo sicuri che la loro storia servirà da esempio per tanti. Entrambi non avevano potuto partecipare alla sommossa dell’altra sera, perché rinchiusi nelle celle di isolamento. Ma la voglia di lottare non gli mancava certo, e hanno fatto un bel po’ di casino sugli aerei. Sul volo da Roma a Casablanca Murad ha iniziato a protestare ed è stato subito immobilizzato, con mani e piedi legati con le classiche fascette di plastica da elettricista. Ci sono volute una decina di guardie per farlo tacere prima che il pilota si accorgesse del trambusto. Ismael invece ce l’ha fatta a perdere il volo da Milano a Lima. Anche lui appena caricato sull’aereo ha iniziato far casino, così tanto che il pilota è intervenuto per chiedergli se volesse partire o meno. E alla risposta ovviamente negativa di Ismael, ha ordinato ai poliziotti di scorta di farlo scendere. Ora lo hanno riportato al Centro, ed è nuovamente all’isolamento. Staremo a vedere nei prossimi giorni le reazioni dei dirigenti dell’Ufficio Immigrazione della Questura, che saranno a dir poco innervositi.
    Intanto, alcuni aggiornamenti dal fronte giudiziario. Restano in carcere i ragazzi arrestati durante la sommossa di mercoledì scorso nel Centro di Torino. A quanto pare Procura e Questura hanno convinto il Giudice a dare una lezione ai dieci, catturati mentre tentavano la fuga. Una lezione con cui sperano senza alcun dubbio di spaventare i ragazzi ancora reclusi e prevenire nuove sommosse. In attesa di capire come andrà avanti il processo e come continueranno le lotte fuori e dentro al Centro, dove negli ultimi giorni sono arrivati una quarantina di reduci dalla rivolta di Lampedusa, ne approfittiamo per fare alcune considerazioni a margine della più grande sommossa con evasione nella storia del Cie di Torino.
    Negli ultimi giorni i quotidiani si sono spinti in ricostruzioni a dir poco fantasiose, arrivando addirittura a raccontare di improbabili guerriglie urbane fuori dalle mura del Centro, con cassonetti incendiati e scontri nelle strade del quartiere. In realtà, per quanto ne sappiamo, non è andata così: le volanti accorse si sono lanciate all’inseguimento degli evasi, fermandone alcuni. E i solidali, come spesso accade, sono arrivati un po’ in ritardo e han potuto fare ben poco: chi era riuscito a scappare era già lontano, chi era stato catturato dalle guardie era già in manette. Non che sarebbe stato sbagliato aiutare attivamente più gente possibile a scappare, anche scontrandosi con la polizia. Ma semplicemente, questa volta, non è successo nulla del genere: per la prossima si vedrà.
    Un altro particolare che ha attirato le attenzioni della Questura e di conseguenza dei giornalisti, è il lancio di una quarantina di palline da tennis dentro al Centro, avvenuto un’ora prima della sommossa. Con la fortuna che ci contraddistingue, girando per le bettole di Porta Palazzo, siamo riusciti a ritrovare copia del contenuto di quelle palline da tennis. Una serie di foglietti, che qui vi alleghiamo, con sopra una cronologia delle rivolte e delle evasioni del mese di agosto appena trascorso, scritta in italiano, arabo e inglese; un breve testo solo in italiano sull’incendio del Centro di Lampedusa e sull’evasione dal Cie di Brindisi. Insieme a questi scritti, una bustina di Riopan che, come sa chi si è trovato a passare per la Val di Susa in questi mesi, è un buon aiuto per affrontare gli effetti dei gas lacrimogeni, usati qualche settimana fa anche nel Centro di Torino. Non che ai reclusi manchino le informazioni sulle lotte, visto che la maggior parte di loro ne sa molto di più di tutti noi solidali messi assieme. Ma il saluto rumoroso, con battiture, grida, petardi e lancio di palline è stato un modo come un altro per dar loro forza e coraggio.
    Investigatori e giornalisti, come al solito, riferiscono di una regia esterna dietro a sommosse ed evasioni. Se un tempo parlavano delle trame della mafia turcomanna, ora danno a questo lancio di palline un potere quasi taumaturgico. Nessuno può sapere con certezza quale sia il legame tra il saluto e la sommossa, ma una cosa è certa: il baccano dei solidali ha attirato l’attenzione delle guardie, mettendole in uno stato di preallarme. E questo più che agevolare l’evasione potrebbe pure averla sfavorita. In ogni caso, e questo lo sanno tutti, evasioni e sommosse si susseguono da mesi in tutti i Centri del paese, con o senza saluti all’esterno.
    Se qualcuno avesse mai davvero occasione di aiutare - in maniera determinante - dei reclusi a scappare, farebbe bene a farlo, pena non poter più pronunciare a voce alta la parola “libertà”; e questo vale per noi, che da anni siamo tra i nemici dichiarati della macchina delle espulsioni, ma deve valere un po’ per tutti quelli che dicono di sentirsi toccati nel vivo dall’infamia dei Cie. Le centinaia di evasi degli ultimi due mesi indicano chiaramente su quale piano è la lotta dentro alle gabbie e quindi su che cosa si debba ragionare. Noi, di nostro, non crediamo che bastino 40 palline da tennis per liberare 22 persone, ma se per una volta avessero ragione Questura e giornalisti, allora tanto varrebbe provarci, non solo a Torino, dato che anche in pochi, e con mezzi tutto sommato semplici, è sempre possibile fare qualcosa.
    macerie @ Settembre 27, 2011

    lunedì 26 settembre 2011

    Migranti: Al porto di Palermo tre navi diventano Cie

    da osservatorio sulla repressione

    A bordo i migranti trasferiti in massa da Lampedusa sono detenuti, privati del cellulare, sorvegliati da centinaia di agenti. Protestano le associazioni: “Sono illegali e violano i diritti umani e il diritto di difesa”.
    Dopo le tendopoli trasformate in Cie temporanei in cui si violavano i diritti umani, ora sono grandi navi passeggeri a essere state trasformate in Centri di identificazione e di espulsione. Si tratta delle tre navi civili Audacia, Moby Vincent e Moby Fantasy, su cui sono stati rinchiusi centinaia e centinaia di migranti tunisini trasferiti in massa da Lampedusa a Palermo con un ponte aereo, dopo gli scontri con i lampedusani. Le prime due navi sono ancora ancorate al porto di Palermo, spostate dal molo commerciale S. Lucia all’area dei cantieri navali.
    La Moby Fantasy invece ha lasciato il porto del capoluogo siciliano poco prima della mezzanotte del 24 settembre ed è giunta questa mattina alle 7.30 al porto di Cagliari con il suo carico di centinaia di tunisini. Sono destinati al centro di accoglienza di Cagliari Elmas, che di fatto viene così trasformato in un altro Cie.
    Imponente lo schieramento di forze di polizia al porto di Palermo, dove, a bordo delle navi si trovano al momento 352 migranti non soltanto di nazionalità tunisina. 151 sono sull’ Audacia e 201 nella Moby Vincent. Tra questi risultano alcuni malati e feriti che si trovano attualmente all’ospedale Civico di Palermo. Alle persone non viene fornito nessun oggetto - lamette, forchette metalliche - che possa essere utilizzato per atti di autolesionismo. Ritirati anche tutti i telefoni cellulari.
    Nessuno può fare foto e video per documentare le condizioni all’interno delle navi e ai migranti è preclusa qualsiasi possibilità di comunicazione con l’esterno. Alle persone trattenute non viene fornita un’informazione chiara sulla loro destinazione e sul loro futuro. Si tratta dunque di vere e proprie carceri galleggianti, realizzate in 48 ore al di fuori della legge italiana.
    Questo è quanto emerso da una visita del deputato Pd Tonino Russo durante il presidio di protesta di ieri pomeriggio, organizzato da associazioni quali la Rete Primo Marzo e il forum Antirazzista. “Le navi su cui sono attualmente trattenute le persone rappresentano a tutti gli effetti dei Cie “galleggianti”, tanto è vero che nessuno vi può accedere, eccetto i parlamentari nazionali e le organizzazioni che hanno una convenzione con il Ministero per attività interne - scrive la Rete Primo Marzo in un comunicato.
    In continuità con l’iniziativa LasciateCientrare nazionale e internazionale che intende reclamare il diritto ad accendere i riflettori su queste strutture e sulle persone che vi sono trattenute, il deputato siciliano Tonino Russo ha potuto accedere alle due navi ancora presenti nel porto”. La Rete chiede, tra l’altro, che l’informazione possa liberamente circolare dall’esterno all’interno e viceversa e che il Governo renda pubblici i contenuti degli accordi di respingimenti con la Tunisia e con gli altri Paesi di provenienza dei migranti.
    Ma la protesta a Palermo continua. Le associazioni si sono date appuntamento per oggi alle 17 con un nuovo presidio contro queste forme di trattenimento informale. I manifestanti lanciano l’allarme sulla detenzione di centinaia di persone senza un atto formale di convalida da parte di un magistrato. Questo configura una privazione illegittima della libertà e viene violato il diritto di difesa. Secondo le denunce, le navi Cie sono illegali in quanto contrastano con l’art. 5 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo,con l’art. 13 della Costituzione, con gli articoli 2, 13, 14 del Testo Unico sull’immigrazione, e con il regolamento delle Frontiere Schengen, che impone provvedimenti formali di respingimento o di espulsione, notificati individualmente con la possibilità di farsi assistere da un difensore. L’Associazione Borderline Sicilia Onlus esprime “profonda indignazione per l’ennesima violazione di legge e per la totale negazione dei più elementari diritti umani, a partire dal diritto di difesa e di controllo giurisdizionale sulla libertà personale, a cui stiamo assistendo in queste ore, con il trattenimento arbitrario di centinaia di cittadini tunisini all’interno di navi prigione ancorate nel porto di Palermo.
    Si tratta infatti di detenzione e privazione della libertà personale operate in modo del tutto illegale, senza alcuna convalida da parte dell’autorità giudiziaria, e per di più a bordo di navi che hanno assunto le funzioni di Centri di identificazione ed espulsione galleggianti”. L’associazione chiede che “tutti i cittadini tunisini trattenuti nelle navi vengano fatti immediatamente scendere e trasferiti in strutture che corrispondano a quanto previsto dalla legge per i casi di allontanamento forzato, che coloro che sono stati trattenuti illecitamente, prima a Lampedusa e poi sulle navi, per più di 96 ore vengano rimessi in libertà, che si ponga fine alle procedure di rimpatri collettivi e sommari in violazione delle norme di diritto interno e internazionale. E chiediamo che si provveda al più presto al collocamento, nelle strutture idonee e secondo le procedure stabilite dalla legge italiana, di tutti i minori non accompagnati che per mesi sono stati tenuti a Lampedusa in condizioni disumane, appellandoci anche alle organizzazioni umanitarie affinché facciano valere il proprio ruolo e le proprie funzioni e soprattutto la propria indipendenza”.

    fonte: Redattore Sociale