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lunedì 3 settembre 2012

Ancora una sommossa a Pozzallo



da macerie
Pozzallo,  3 settembre 2012
«Tunisini in rivolta al centro di accoglienza di Pozzallo. Quindici arresti
Quindici extracomunitari sono stati arrestati dopo la rivolta di sabato al centro di prima accoglienza di Pozzallo. Sono tutti tunisini. Li hanno tratti in arresto Squadra Mobile di Ragusa unitamente ai Carabinieri di Modica e alla Guardia di Modica e Pozzallo, in stretta sinergia con la Procura di Modica diretta dal Procuratore […]. Sono ritenuti responsabili di resistenza e violenza verso le forze dell’ordine presenti nel C.P.S.A. di Pozzallo per servizio di ordine pubblico e che nell’esercizio delle loro funzioni cercavano di impedire che ciò accadesse, in quanto, in concorso tra loro, nel tentativo di darsi alla fuga dal centro, dove si trovavano ospitati dopo il loro sbarco, avvenuto il 31 agosto scorso a Lampedusa e trasferiti a Pozzallo, procuravano lesioni personali a un Carabiniere (giudicato guaribile in 10 giorni, e tre poliziotti (guariranno in 10, 3 e 2 giorni). Nella circostanza gli extracomunitari hanno devastato la struttura distruggendo il pavimento in parquet, divelto le staffe in alluminio dell’intelaiatura del parquet utilizzandole quali armi improprie nei confronti dei tutori dell’ordine intervenuti, sfondato le porte vetrate prospicienti l’area esterna recintata del CPSA, divelto muri e porte con le predette staffe metalliche, per procurarsi la fuga, ed utilizzando corpi contundenti scagliandoli contro le forze dell’ordine che prontamente avevano fronteggiato la rivolta riuscendo ad allontanare gli extracomunitari i quali, al fine di riuscire nel loro intento, lanciavano contro l’anzidetto personale tutto il materiale che riuscivano a prelevare. Tutti gli arrestati, dopo le formalità di rito, sono stati associati presso le Case Circondariali di Modica, Ragusa, Caltagirone e Siracusa a disposizione del Sostituto Procuratore della Repubblica di Modica, Gaetano Scollo.»
macerie @ Settembre 3, 2012

martedì 14 agosto 2012

Rivolta nel centro semiliberi di Nantes

da contromaelstrom

Una rivolta di piccole dimensioni è scoppiata nel centro per la semilibertà della prigione di Nantes.
Da quel poco che si riesce a sapere dalla stampa, sabato sera, 11 agosto, la polizia è dovuta intervenire per “riportare la calma” (tipica frase per rappresentare l’aggressione delle forze dell’ordine) nel piccolo centro che ospita detenuti in semilibertà e in libertà vigilata del carcere di Nantes.  
Verso le 23, dopo una rissa (non si sa tra chi e chi, né per quali ragioni), si è sviluppata una rivolta di piccolissime dimensioni dato il numero limitato dei prigionieri presenti nel centro, soltanto nove.
Tre dei nove sono stati arrestati per danni, minacce e violenze. Non vi è stato nessun ferito, ma molti danni.




domenica 12 agosto 2012

Rivolta in un carcere a Ginevra

da contromaelstrom

Stamattina, 12 agosto 2012 molti media svizzeri hanno riportato questa notizia:

“Una rivolta è scoppiata ieri sera nel carcere di Champ-Dollon, a Ginevra: al termine della cena 40 detenuti hanno rifiutato di tornare nelle loro celle. La situazione è tornata alla normalità dopo circa due ore grazie all’intervento delle forze dell’ordine. Non vi sono feriti. I motivi della protesta sono da ricercare nelle sanzioni adottate nel pomeriggio nei confronti di due detenuti che avevano aggredito e ferito un altro prigioniero.
La direzione del carcere ha tentato invano di convincere i manifestanti a tornare nelle loro celle. Dopo aver giocato senza successo anche la carta dell’ultimatum, i responsabili della prigione sono dovuti ricorrere alle forze dell’ordine. La polizia cantonale si è presentata con un forte dispositivo: assieme al personale di sorveglianza è infine riuscita a prendere il controllo della situazione e a riportare gli ammutinati in cella”.

Stesse parole in tutte le agenzie e nei media (swiss.info, corriere del Ticino,info.rsi.ch,…). Chiaramente una velina del ministero.
Diversi erano i titoli: Sedata ribellione nel carcere di Ginevra,; Rivolta nel carcere di Champ-Dollon; 40 detenuti si rifiutano di rientrare in cella
Noi non sappiamo come è andata esattamente, dubitiamo della verità delle veline,  forse non si saprà mai il reale andamento dei fatti.

Ciò che sappiamo è che il carcere di Champ-Dollon a Ginevra è un “carcere preventivo” ha continue tensioni tra detenuti e custodia, a causa del sovraffollamento (615 detenuti per 375 posti) ed anche a causa della dura disciplina cui sono sottoposti i detenuti.

Il regolamento interno alla prigione è vecchio, risale al 1985. Inoltre quei pochi diritti dei detenuti, non vengono rispettati.

È un carcere in prevalenza per soggetti posti in “custodia cautelare”, ma anche condannati a pene detentive brevi, per i rei di delitti contro la PA, per i pregiudicati recidivi, per gli estradandi e per i minorenni.

LE CARCERI ESPLODONO!!!

AMNISTIA

LIBERE TUTTE E TUTTI

giovedì 12 luglio 2012

Fuga di massa dal cie di Trapani


fugacieLa notizia è arrivata l'altro ieri ma già dalla notte precedente circa settanta tunisini erano in fuga verso la libertà. E’ successo al Cie di Trapani, dove tre notti fa i migranti presenti all’interno della prigione della contrada Milo, si sono organizzati per attuare un piano di fuga di massa. La strategia, come ripartono i media mainstream il giorno dopo, era stata sperimentata altre volte in questi ultimi mesi, con un gruppo di tunisini che, attirando l’attenzione delle forze dell’ordine schierate da una parte della struttura, ha consentito agli altri di fuggire scavalcando i cancelli dalla parte opposta. La novità di quanto successo domenica notte è la dinamica di massa che ha permesso ad oltre settanta prigionieri di fuggire contemporaneamente.
A questa strategia collettiva praticata all'interno del CIE è seguita una fuga (questa appena accennata dagli stessi media di prima) in cui i migranti hanno reagito alle manganellate delle forze del dis-ordine, che invano tentavano di riportarli dentro, resistendo alle cariche degli inseguitori e riuscendo a far perdere le loro tracce.
Non si è fatta attendere la recriminazione minacciosa del Siulp, il sindacato di polizia, nelle parole del segretario provinciale Antonio Cusumano: "mi auguro che il governo intervenga prima che a Trapani ci scappi il morto. La situazione è insostenibile. Ci vogliono molti più agenti, ma anche strutture adeguate (…) le fughe, in queste condizioni, sono diventate inevitabili"...insomma: o ci date più soldi e risorse, o potremmo cominciare a sparare sulla folla.
Se queste minacce siano credibili o meno non possiamo ancora saperlo, ma certo di fronte a parole del genere gli sforzi di Manganelli e polizia di rifarsi la faccia e di far passare la retorica delle mele marce assumono chiaramente la dimensione (di mera retorica appunto) a cui devono essere relegati.
Di quei settanta tunisini intanto i giornali ci hanno raccontato che si sono perse le tracce, per ironia della sorte, proprio nel giorno in cui il Prof. Riccardi, Ministro (senza portafoglio ma del governo di forbici e tagli) per la cooperazione internazionale e dell'integrazione, era in visita presso la prefettura di Palermo proprio per discutere delle richieste di asilo politico, e della grave situazione dei migranti detenuti nel Cie di Milo.
Che dire: la soluzione alla grave situazione i detenuti nel lager di Milo l'hanno trovata per conto loro insieme alla libertà che gli viene negata quotidianamente dai vari status giuridici che li tengono in una costante situazione di precarietà e dalle strutture-lager costruite per rendere questa situazione unprivilegio.
Quel che ci auguriamo è che dinamiche di autorganizzazione come quella che ha visto protagonisti i fuggiaschi di Milo possano soltanto moltiplicarsi e diffondersi. Non che le fughe e i clandestini non siano previsti e ben accetti dalla strategia di inclusione differenziale che anima le politiche anti-immigrazione e i centri di detenzione in Italia e in Europa, ma la sensazione è che episodi del genere, oltre a costituire esempi concreti di lotta e organizzazione vincenti, contribuiscano alla diffusione di una nuova narrazione.
Una narrazione fatta proprio di lotta, di autodeterminazione e di conquista della libertà che scavalca tutto: dalle vane promesse e dai ricatti per un permesso di soggiorno alle barriere fisiche costituite dalle recinzioni e dagli sbirri posti a difenderle...più che compatire la condizione a cui la fortezza europa cerca di relegare i migranti, c'è da ammirare la determinazione più volte messa in campo in maniera autonoma per scardinarla.

domenica 13 maggio 2012

Rivolta al Cie di Modena


altModena, 13 maggio 2012 -  Lanci di sbarre di ferrosmontate dai letti contro i carcerieri, incendiate le coperte dando vita a una decina di focolai. Tutto questo è successo nella serata di ieri, sabato 12 maggio al Cie di Modena l’ennesima rivolta delle persone rinchiuse nel lager modenese, l'ennesima rivolta per la loro libertà per la loro dignità di essere umani.
Come non si può definire lager istituzionale una struttura di questo tipo? Perquisizioni, cibo scadente: questi sono i motivi, alcuni dei tanti, che hanno scatenato ancora una volta la rabbia dei migranti.
Per contrastare questa rivolta contro migranti la cui unica "arma" di lotta sono sbarre, coperte e, quella più importante, la volontà di conquistare la propria libertà, sono intervenuti numerose volanti della polizia, i carabinieri e la guardia di finanza, tutti in tenuta antisommossa, che hanno fatto tornare la calma con gli idranti.
Da un quotidiano locale riprendiamo le righe qui sotto dove i migranti parlono delle loro condizioni:
"In tanti hanno telefonato all’esterno, ai media, per gridare la loro condizione e la loro voglia di libertà: «Venite, mandate qualcuno, stanno sparando i lacrimogeni. C’è gente che sta male, ferita, sangue dappertutto. Ci trattano come animali, c’è il fumo, stanno incendiando tutto». E ieri mattina altra telefonata. «Ora iniziamo lo sciopero della fame».
Ancora una volta il cie di Modena vede una ribellione, andando a sfatare le numerose dichiarazioni dei politicanti che hanno voluto questa struttura. Una struttura voluta fortemente da quella governance che regge il potere a modena da oltre sessant' anni (che ora si chiama PD). Fino ad ora gestita dalla Misericordia di Giovanardi, il fratellino del senatore del Pdl, non portando fatturato necessario ( l'unico vero interesse del Sig. Giovanandi) il cie si ritrova al centro di una gara d'appalto al ribasso, che comporterà un forte peggioramento delle condizioni della struttura.

mercoledì 18 gennaio 2012

La scintilla di Bucarest: scatta la protesta in Romania

da http://www.infoaut.org


  • romania-riotsDopo le dimissioni di Raed Arafat (ex sottosegretario alla sanità, romeno di origine palestinese) scatta la protesta in tutta la Romania. I suoi sostenitori si sono radunati nelle prime ore del pomeriggio di venerdì scorso per manifestare la propria contrarietà alla riforma della sanità voluta dal premier Basescu e a cui Arafat si era pubblicamente opposto. Ma se i primi slogan erano tutti a favore di Arafat già in serata il tono delle manifestazioni era profondamente mutato: Basescu veniva definito dittatore e si rivendicavano elezioni anticipate. Nei giorni successivi la contestazione è aumentata di numero coinvolgendo non solo famiglie e pensionati ma anche il proletariato giovanile che soprattutto a Bucarest nel fine settimana ha fatto sentire alle autorità il rifiuto alle politiche di austerity del governo Basescu (che con una certa ironia potrebbe essere definito il più berlusconiano d'europa sia per lo stile politico del premier che per i contenuti delle riforme fin qui promosse). Duri scontri si sono protratti fino a notte tra le forze di polizia e i manifestanti raggiunti anche dai gruppi ultras della capitale. Decine di arresti, fermi e feriti non hanno però intimidito la piazza che dopo il fine settimana di rivolta rilancia nei prossimi giorni la mobilitazione. Bucarest in fiamme e più di 40 città in agitazione è il risultato con cui si è concluso il weekend di lotta contro la crisi e per le dimissioni del premier.
    La bandiera romena con il buco al centro, già simbolo della rivolta anti-Ciausescu, è tornata a sventolare in Romania legando almeno simbolicamente la contestazione al potere di diverse generazioni di romeni. Questa volta però ad essere al centro della dura contestazione e della rabbia dei manifestanti è la crisi neoliberista che in Romania negli ultimi mesi ha significato tagli alla spesa pubblica e privatizzazioni feroci. Da parte sua l'FMI non sembra turbato dai recenti eventi e con una nota ha confermato la prossima visita nel paese, tra il 25 gennaio e il 6 febbraio, invitando le istituzioni ad accelerare le riforme, specialmente in materia sanitaria, per allinearsi alle indicazioni del piano di aggiustamento.
    L'opposizione politica ha stigmatizzato l'eccessiva violenza delle forze dell'ordine accusando il governo e dichiarandolo ormai senza più consensi. “Al potere ci sono dei gendarmi” ha dichiarato il leader del Partito Nazionale Liberale aggiungendo che “delle violenze non sono responsabili le migliaia di persone che hanno manifestato pacificamente”.
    Intanto lunedì sono rientrati dalle vacanze gli studenti degli istituti superiori e delle università invitati dal movimento a raggiungere e ad allargare la protesta. Nei prossimi giorni sapremo se le quattro giornate di Bucarest sono solo l'inizio di una lunga lotta contro la riduzione dei salari, delle pensioni e dei sussidi sociali... insomma se anche nell'Est Europa la scintilla della lotta contro la crisi può già divenire un incendio.

    lunedì 16 gennaio 2012

    Milano: Rivolta nel Cie di via Corelli, 27 Arresti

    da http://www.osservatoriorepressione.org/


    Nel primo pomeriggio di ieri c’è stata una rivolta nel Cie di via Corelli, alla fine la polizia ha arrestato 27 persone, quasi tutte provenienti dal nordafrica. Poche le informazioni disponbili, alcuni detenuti hanno appiccato un incendio dopo una perquisizione da parte della polizia. Gli agenti cercavano oggetti metallici, pile, lamette, batterie di cellulari e altri oggetti spesso usati per atti di autolesionismo. Gesti estremi per finire in ospedale e riannusare per qualche ora aria di libertà.
    I detenuti hanno dato fuoco a materassi e altri oggetti a portata di mano, le fiamme si sono estese rendendo inagibile tutto il settore composto di cinque camerate. I vigili del fuoco hanno spento l’incendio e dichiarato inagibile il settore.
    In 27 sono finiti in Questura e poi nel carcere di San Vittore, dove sarebbero tutt’ora. Non è chiaro dove saranno spostate le altre persone detenute in quel settore del Cie dato che le cinque camerate sono inagibili.
    Tra gli arrestati non ci sarebbero feriti.

    fonte:  MilanoX

    mercoledì 23 novembre 2011

    Piazza Tahrir: "E' impossibile arrendersi sugli obiettivi della rivoluzione"

     da infoaut



  • volantino_tahrirPubblichiamo la nostra traduzione di un volantino distribuito dai Comitati Popolari per la Difesa della Rivoluzione in Egitto. Raccolto nelle strade intorno Piazza Tahrir il 18 novembre, si tratta dell'appello alla mobilitazione che poi sfocerà nella grande insurrezione ancora in corso nella capitale e nel resto del paese egiziano. In poche righe si condensa il programma della rivoluzione riconoscendo nell'ultimo paragrafo il grande lavoro di lotta e organizzazione che ha attraversato l'Egitto dalle giornate di gennaio fino ad oggi. L'esortazione è che quel lavoro rivoluzionario trovi finalmente la massima espressione politica e sociale per compiere il nuovo titanico passo avanti nel proseguimento degli obiettivi della rivoluzione, primo tra tutti lo scioglimento del Consiglio Militare.

    I Comitati Popolari per la Difesa della Rivoluzione

    18 Novembre

    Insieme per il Potere del Popolo
    I Comitati Popolari per la Difesa della Rivoluzione partecipano alle manifestazionidi Venerdì 18 Novembre, per richiedere il passaggio di potere al governo dei civili, così realizzando gli obiettivi della rivoluzione che il popolo egiziano ha richiesto. I quali sono: giustizia sociale, libertà e dignità. Il Consiglio Militare sta bloccando la loro realizzazione a causa della propria parzialità verso i propri interessi che, necessariamente, sono in contraddizione con gli interessi del popolo. Il popolo vuole il suo pane quotidiano, ma essi vogliono accumulare ampie ricchezze nei loro conti bancari personali. Il popolo vuole libertà, ma essi non possono continuare a governare senza trascinare migliaia dei nostri ragazzi nelle loro prigioni. Il popolo vuole dignità, ma essi la schiacciano a terra migliaia di volte al giorno. Questa e la realtà nell'ombra del governo del Consiglio Militare, che protegge i lasciti di Mubarak, garantendo ad essi il controllo sul nuovo parlamento. Questo è ciò che ci ha spinto a dire con sicurezza che il Consiglio Militare è il primo nemico della rivoluzione, il vero leader della contro-rivoluzione, che non vuole il meglio per l'Egitto o per il suo popolo.
    Al contrario, dal momento che il Consiglio Militare è salito al potere, esso ha preparato il sentiero catastrofico attraverso il quale siamo stati condotti, riguardo all'amministrazione del paese. E' un sentiero basato sulla repressione; tribunali militari per i civili; esasperazione del conflitto settario tra cristiani e musulmani di quando in quando per distrarre il popolo dalle proprie vertenze di principio; degenerazione della sicurezza pre-programmata; assenza di processi per gli uccisori dei martiri; ritardo nel mettere a processo l'assassino Mubarak ed i suoi complici; e l'assassinio di cittadini, crivellati di colpi e travolti da mezzi corazzati che gli egiziani hanno comprato con i loro magri redditi.
    Oggi, gli egiziani non hanno nulla, se non la loro unità e l'organizzazione dei propri gruppi rivoluzionari e comitati popolari in espansione in ogni strada d'Egitto, che si preparano a strappare il potere al Consiglio Militare e a stabilire un'autorità popolare rivoluzionaria che dia alla nazione ed ai cittadini la propria dignità ed il proprio diritto ad una vita libera e degna. Alcuni hanno ventilato che raggiungere questo obiettivo sia impossibile. Diciamo ad essi che è impossibile andare avanti sotto il peso di un governo autoritario che ha succhiato il sangue del popolo egiziano per più di trent'anni. E' impossibile arrendersi sugli obiettivi della rivoluzione, che il popolo egiziano ha sognato per molti lunghi anni. Libertà e giustizia non sono troppo per gli egiziani, perché essi possono realmente strapparle alla morsa dei tiranni del Consiglio Militare, che si immaginano di essere al di sopra del popolo e di ogni responsabilità.
    Insieme per un Governo Civile Rivoluzionario
    Abbasso il Governo Militare

    martedì 20 settembre 2011

    La rabbia degli altri

    da macerie

    Lampedusa brucia, ancora. Ogni sincero nemico delle frontiere e delle espulsioni freme di gioia per questo ennesimo incendio alimentato della rabbia e della voglia di libertà, e allo stesso tempo trema di rabbia  e di sgomento per le vergognose parole del sindaco De Rubeis (”Questo è uno scenario di guerra. C’è una popolazione che non sopporta più, vuole scendere in piazza con i manganelli e difendersi da sola”). Parole che suonano come una vera e propria istigazione alla guerra civile. Parole che, lo sappiamo tutti molto bene, possono essere prese molto sul serio. A questo punto, ogni sincero nemico delle frontiere e delle espulsioni non può limitarsi a contemplare quella che potremmo definire la “rabbia degli altri”, di qualunque segno essa sia. Occore avere pronte idee e proposte semplici e all’altezza della gravità della situazione, e soprattutto delle sue potenzialità. “All’altezza della situazione” significa semplicemente questo: chiunque, in un’ipotetica assemblea, si facesse avanti ora con un discorso genericamente antirazzista, pieno di tutte le banalità del caso (siamo stati emigranti anche noi, dobbiamo accoglierli, e via sbrodolando) e proponesse, per dirne una, un volantinaggio davanti al municipio, ebbene costui correrebbe il rischio concreto di essere preso a sberle, sberle forse ben meritate. Ma se invece l’idea fosse “il problema è l’esistenza del Cie” e la proposta fosse “distruggiamo quel che ne resta e impediamone la ricostruzione”, ci potrebbe essere qualche concreta possibilità che diversi lampedusani arrabbiati, arrabbiati indistintamente col Governo e con gli immigrati, decidano di mettere da parte i manganelli di De Rubeis, e di impugnare tronchesine, piedi di porco, mazze, picconi e tutto quel che serve per terminare una volta per tutte l’opera di demolizione cominciata dai rivoltosi.
    (Si susseguono, una dopo l’altra, le agenzie di stampa sulla sommossa di Lampedusa. Le notizie sono ancora frammentate e un po’ confuse. Questo pomeriggio i reclusi hanno dato vita ad una grossa protesta dando fuoco al Centro che ora sta bruciando, un incendio che non può non riportare alla mente quello del febbraio 2009. Buona parte dei migranti sono scappati e si sono diretti verso la piazza centrale del paese per continuare la protesta. L’incendio non è ancora stato spento, ma si parla di due terzi del Centro inagibile e sembra che a causa della grossa nube di fumo sia stato chiuso l’aeroporto dell’isola.)
    macerie @ Settembre 20, 2011

    lunedì 29 agosto 2011

    Regno Unito: la lotta contro l’esistente continua


    4 agosto 2011. Tottenham, nord di Londra: mentre rientra a casa a bordo di un taxi, Mark Duggan («un uomo schietto e rispettato», secondo le parole del rapper londinese Chipmunk) viene freddato a morte da una squadra di poliziotti armati di carabine Heckler & Koch MP5. Mark, 29 anni, padre di quattro bambini, viveva a Broadwater Farm, un blocco di case popolari situato in un’area degradata abitata prevalentemente da afro-caraibici, già tristemente nota a causa di una sommossa scoppiata nel 1985. Quella rivolta era stata innescata dalla morte di Cynthia Jarrett, colpita da un attacco di cuore durante una retata poliziesca in casa sua (durante quella sommossa un poliziotto, l’agente Blakelock, fu sgozzato a morte con un machete). Come un abitante del quartiere ha dichiarato, oggi «se sei di Broadwater Farm, la polizia ti bracca ogni giorno, non ti è permesso uscire liberamente. Se lo fai, gli sbirri ti seguono». 
    E gli sbirri hanno seguito Mark Duggan, la qual cosa si è conclusa con la sua morte.  
     
    6 agosto 2011. L’arroganza degli assassini in uniforme di fronte ad una protesta organizzata da familiari e amici di Mark e da simpatizzanti, unita ad un brutale attacco sbirresco contro una ragazza di 16 anni durante detta protesta, costituiscono la goccia che fa traboccare il vaso.  
     
    Quella notte la stazione di polizia di Tottenham viene attaccata, auto di sbirri date alle fiamme, un autobus londinese a due piani diventa un rottame dopo essere stato incendiato, fotografi della stampa vengono picchiati e privati della loro attrezzatura, questo anche per tutte le menzogne propagate nel corso degli ultimi  decenni. Vetri di banche vanno in frantumi. Numerosi negozi vengono saccheggiati, le loro merci gettate in strada. Giovani irrompono nel locale McDonald’s e cominciano a friggere hamburger e patatine. Una rabbia sdegnata schiarisce le menti e si riversa sulle teste degli sbirri. La furia collettiva verso quest’ultimo omicidio poliziesco si unisce a quella dovuta alle quotidiane prepotenze e umiliazioni dell’essere fermati e perquisiti, ai moralismi, alle false promesse, alle vite inutili, alla mancanza di un futuro, alla frustrazione nell’impossibilità di soddisfare i propri “bisogni” a causa dell’aumento delle tasse, alla disoccupazione e al taglio della spesa sociale, ai quattro milioni di telecamere, agli sbirri posti a protezione di ogni negozio, alla colonizzazione di ogni spazio urbano da parte di bar alla moda pieni del chiacchiericcio di chi se ne frega… questo e molto altro ancora di cui non sappiamo ha fomentato il desiderio di spaccare le invisibili barriere di vetro che mantengono lo status quo.  
     
    Gli ostaggi della prigione a cielo aperto, i giovani dei ghetti di Londra si rivoltano e fanno sì che l’incubo dei capitalisti finalmente si materializzi, quando l’ultimo anello della catena di consumo e sottomissione si spezza. Ed esplode in un tutto-gratis-per-tutti nel momento in cui viene risolto il dilemma esistenziale: Devo avere/Non posso avere = Me lo prendo. È semplice: impara ed esegui, possibilmente bruciando i negozi mentre ti ritiri. 
    La sommossa cresce, molte altre persone raggiungono l’area e rispondono alle chiamate diramate su Twitter che spronano a raggiungere la zona, combattere gli sbirri e saccheggiare negozi. Nei giorni successivi la rivolta si espande in molti altri quartieri di Londra e oltre, verso altre città.    
     
    Ma la rabbia si estende al di là degli scontri di Nottingham, Manchester, Bristol, Gloucester, Liverpool, Birmingham. In molti casi le storie sfuggono ad ogni classificazione e conteggio. Una certezza che non viene riportata dai media, anzi viene deliberatamente ignorata, è il sapore decisamente anti-autoritario della rivolta: il governo e le corporazioni brandiscono senza sosta la gente in rivolta come “feccia”, “ladri” e altri accattivanti appellativi di demonizzazione. È chiaro come tutto questo fallisca lo scopo di impedire ai giovani di identificarsi con la rivolta; infatti le sommosse si replicano rapidamente e basta poco affinché comincino a squarciare la pace della regina. I resoconti dei media si fanno incredibilmente convenzionali, in quanto i padroni, per raggiungere i loro obiettivi politici, non fanno che mostrare ossessivamente le stesse immagini stracariche di stereotipi di condanna e rassicurazione. Il disordine diffuso non si ferma. La gente che non ha più paura, viene allo scoperto, si raduna per attaccare e prendere tutto ciò che può. 
    Gli sbirri sono sopraffatti e battuti da piccoli e agili gruppi che non aspettano di essere colpiti ma si muovono velocemente, seminando terrore in quelli che non sanno identificarsi come appartenenti alla massa in rivolta.  
     
    Alcuni anarchici e “ribelli coscienti” accorrono verso i segnali di fumo che si sollevano all’orizzonte. Alcuni si fermano sulla via, per lo più come affascinati spettatori di uno scenario che non si era mai affermato neppure nei loro sogni più selvaggi: folle di giovani in fila fuori dai negozi delle strade principali, come fossero clienti delle svendite di gennaio, che con calma si fanno strada all’interno sotto lo sguardo implacabile di file di sbirri antisommossa, per riapparire dopo un po’ con borse e perfino carrelli traboccanti di merce.  
    Altrove, dietro barricate improvvisate in fretta da ragazzi del posto in vie secondarie per accogliere con bottiglie e pietre il loro nemico quotidiano, gli sbirri a bordo di camionette anti-sommossa, chi proviene da altre aree viene riconosciuto immediatamente per l’età e il colore della pelle, ed è guardato con sospetto. Chi sei? Che cosa vuoi? In molte zone le gang, incoraggiate dal momentaneo sconvolgimento negli equilibri del potere, sequestrano auto, fuggono a bordo delle stesse o le danno alle fiamme, oppure saccheggiano e vandalizzano negozietti col solo scopo di approfittare del caos diversivo così che altri piccoli gruppi possano organizzarsi e iniziare i loro attacchi. Per alcuni, vestiti neri e visi coperti sono un segno di illegalità organizzata e pertanto meritano rispetto. Ogni area e ambiente specifico creano possibilità diversificate e modi di cooperazione e confronto. Ancora oggi, diversi giorni dopo gli scontri, vi è un’aria diversa negli sguardi di coloro che ne hanno preso parte. Il conflitto aperto contro la polizia e il sistema che essa difende è la caratteristica che accomuna ogni resistenza popolare contro tutti i regimi. 
     
    Non c’è voluto molto per capire come la tattica poliziesca, apparentemente insolita, di restare in attesa ad osservare i saccheggiatori svuotare i negozi non sia stata affatto casuale: era già stato riportato da alcuni giornali di destra come la polizia avrebbe lasciato che la situazione si svolgesse indisturbata per almeno tre giorni prima di intervenire con pesanti colpi repressivi, una storia successivamente scomparsa da tutte le agenzie di stampa. Questa tattica anti-sommossa tipicamente britannica, già adottata nelle colonie e nell’Irlanda del Nord, viene utilizzata nelle fasi preliminari di insorgenza sociale allo scopo di creare una situazione di devastazione in cui tutte le contraddizioni sociali si esacerbano e pongono il falso interrogativo: preferisci il “caos senza legge” o un regime autoritario che assicura ordine? La domanda è posta alle masse servili dal potere, che utilizza la ribellione come lancia di indagine.   
    A Londra la polizia ha ritirato i suoi sbirri dalle zone più seriamente colpite dalle sommosse, in modo da far sì che queste ultime si bruciassero da sé – lasciando che la “violenza” raggiungesse un punto tale da negarle la giustificazione che si sarebbe prodotta se gli scontri si fossero mantenuti ad un certo livello sociale, magari coinvolgendo anarchici, alcuni elementi della sinistra e gli studenti arrabbiati.  
    La linea frontale dello scontro – quella contro gli sbirri, le stazioni di polizia, i media, i politici – ha cominciato a scomparire quando l’obiettivo degli attacchi ha lasciato il posto all’appropriazione delle merci da parte di masse incontrollate. Questo ha dato alle forze di polizia sconfitte nelle strade la possibilità di preparare una massiccia operazione repressiva e investigativa facente leva sulle telecamere di sorveglianza – e di provocare, con l’aiuto dei media, la reazione scatenata di coloro che si identificano con il sistema, con la legge e con il lavoro, e che hanno voluto dalla polizia la messa in forze di un massiccio contro-attacco. Tale reazione non è venuta solo dai bottegai saccheggiati e dai nazionalisti britannici ma anche dai cittadinisti che reclamano una società-prigione fatta da individui ordinati e controllati e che non si fanno scrupolo essi stessi di controllare altri.   
     
    Il 10 agosto è arrivato il momento che il potere aspettava: tre giovani che difendevano negozi asiatici a Birmingham vengono travolti e uccisi da un’auto. Una perdita irreparabile per chi li conosceva e amava, un grosso guadagno per il potere. L’accorato appello di “pace” da parte del padre di uno dei tre giovani uccisi (ma quanti fiumi di lacrime sono stati versati quel giorno in tutto il pianeta per dei figli uccisi dal mostro capitalista?) viene incessantemente utilizzato dal nemico di classe, esattamente come la conseguente unione tra sikh e musulmani nella difesa delle loro proprietà viene presentata come un trionfo della democrazia. Il fatto che la politica britannica del dividi e impera sia stata determinante nella divisione tra India e Pakistan, un’operazione che ha portato a più di un milione di morti, è stato rimosso dagli annali della storia. Rule Britannia! Governa Britannia! Questo paradiso multiculturale alla Disney non è che un fragile mosaico composto da persone rapinate all’origine e che ora cercano di sopravvivere vivendo fianco a fianco ciascuno con la sua miserabile prospettiva di inclusione o esclusione, a seconda della sua capacità di collaborazione, ossequiosità e auto-mutilazione. 
     
    Una parte dell’equazione che è stata totalmente ignorata durante questi giorni sono gli stessi produttori delle tanto ambite merci. I crimini saltano fuori da idee fisse. La sacralità della proprietà è una di queste idee ed è anche il crimine per eccellenza fatto balenare di fronte alle masse diseredate. Proprio come nella psiche dell’uomo e della donna comune la guerra viene dissociata dall’assassinio, così il saccheggio delle risorse del pianeta e il soggiogamento degli invisibili schiavi che producono merci è totalmente assente dalle diatribe sul “furto” e sul “saccheggio”. 
    Che cos’è un negozio in fiamme in una strada principale se messo a confronto con l’esistenza stessa di quel negozio? Ogni supermercato è la scena di un crimine, mentre McDonald’s e Coca Cola sono veri e propri motori di distruzione di massa. Dopo aver blaterato resoconti sensazionali sulle sommosse londinesi dallo schermo televisivo, il ciglio aggrottato della giornalista si apre in un sorriso luminoso quando annuncia la notizia che Apple ha superato Exxon Mobile ed è diventata «la compagnia che genera i profitti più alti a livello mondiale». Meravigliosa Apple, che stile, che deliziosi gadget! Forse questi enormi profitti vanno attribuiti ad una buona gestione, come abbiamo potuto leggere sui quotidiani: «L’anno scorso Tim Cook, l’uomo a capo della gestione di Apple, ha avuto a che fare con un lavoro delicato. Dopo che una decina di lavoratori di Foxconn, una ditta manifatturiera in appalto in Cina, si sono suicidati, Cook si è recato a visitare la ditta – e ha fatto pressione affinché migliorassero le condizioni lavorative. Uno dei provvedimenti è stato appendere ampie reti dagli edifici delle fabbriche».    
     
    Considerare i recenti eventi di Londra come qualcosa che non riguarda anarchici e ribelli coscienti sarebbe assurdo come lo sarebbe se questi ultimi avessero partecipato ai saccheggi per un momento di veloce gratificazione o per essere nella “realtà della lotta”. Questo non significa che dovevano restare al sicuro a casa lontano da quegli amorali saccheggiatori “ingordi”. Ma un movimento composto soprattutto da anarchici anti-consumismo, vegani e amanti della bicicletta e dalla loro controparte, gli anarchici col mito della working class, cosa ha a che fare con l’appropriazione di massa di schermi al plasma, scarpe da ginnastica e capi di vestiario alla moda? La linea di divisione, che gli anarchici – a dispetto della loro eredità – non riescono a digerire, è che i protagonisti ribelli dei giorni scorsi non stessero lottando per la nobile causa della “libertà” ma per se stessi. Dei se stessi alienati e inibiti nella realtà vorace in cui sono nati, spinti all’azione in un assalto immediato alla proibizione. Ora vengono demonizzati per la loro mancanza di “coscienza politica” e di altruismo proprio da chi dovrebbe sapere meglio e di più. In situazioni del genere gli anarchici possono solo fare il punto e cercare di mettere in atto una progettualità già elaborata e sperimentata da piccoli e agili gruppi. Ciò che risulta evidente da questo punto critico di insurrezione è che il movimento anarchico (per mancanza di una definizione migliore), qui in Gran Bretagna, è decisamente insignificante in termini di attacco e del tutto inadeguato a preparare una linea di superamento dell’esistente, meno che mai durante una sommossa di massa.   
     
    Se la sommossa ci ha colti impreparati, se non abbiamo ancora trovato le nostre affinità, sviluppato le nostre idee e messo in pratica attacchi minimi sulla realtà di dominio e oppressione di classe, non è certo dai “figli degli uomini” che ricaveremo le indicazioni per estendere la lotta. Gli anarchici rischiano di restare spettatori passivi, “provocatori” o semplici intrusi nella festa di qualcun altro.  
    Alcuni compagni hanno iniziato un tragitto nella loro progettualità con sperimentazioni nell’attacco, che si sono anche materializzate in questi giorni insieme o a margine degli attacchi alle strutture del dio consumo e dei suoi servi. Senza bandiere, striscioni o proclami altisonanti. Altri si stanno chiedendo come muoversi in quella direzione, come proseguire ora che la “società”, questo grande mito, questa truffa vecchia di secoli sottomessa agli imperativi dei cartelli corporativi difesi dai loro servi – governi, sbirri e media – viene riaffermata.    
     
    Adesso che la festa è finita, mentre i filmati delle videocamere vengono analizzati e si fa uso dei software di riconoscimento del viso, gli spioni si mettono in fila per il pagamento. Foto di “ricercati” sono esposte nelle città su enormi cartelli digitali, porte di case vengono sfondate da bande urlanti di sbirri antisommossa che brandiscono teste di ariete, intere famiglie sono sfrattate nel vecchio ardore fascista della punizione collettiva [le famiglie di coloro che hanno preso parte ai disordini, ndt], sussidi in denaro vengono interrotti, tribunali-farsa lavorano ventiquattro ore al giorno e le porte delle celle si richiudono implacabili mentre la “comunità” è polarizzata in conflitto aperto. Circa 2.000 arresti finora. Sbirri e politici si contendono il merito di chi è riuscito a sedare la battaglia, mentre Twitter e Facebook si sono salvati dal bando per diventare strumenti dei buoni cittadini. La scopa è stata rubata alla strega cattiva per diventare un simbolo di cittadinanza, quando centinaia di brave persone spazzano le strade in questo delirio di difesa civica.    
    I media e gli sbirri buoni si sforzano di trovare la formula magica, il nuovo superattac che tenga insieme ciò che non si può tenere insieme. A margine, sicuramente, qualche buon anarchico o elemento della sinistra darà loro una mano.
    Ma niente sarà più come prima dopo quello che è successo nei giorni scorsi. Il nostro compito non è unirci ai recuperatori ma è usare ogni mezzo per contribuire alla creazione delle condizioni dove gli esclusi, sulle cui spalle vivono i recuperatori, possano fare qualcosa per distruggerli. Stiamo andando verso una nuova fase di repressione, più brutale e più fascista, che conta sul pieno consenso dei cittadini dalla coscienza risvegliata. Il terreno dell’accettazione della nuova fase di neofascismo britannico è stato lastricato: le Olimpiadi e le conseguenti massicce installazioni di sorveglianza e controllo.  
     
    La lotta contro l’esistente deve continuare ed aprire nuovi incontri e campi di sperimentazione pronti ad unirsi agli ingredienti irrinunciabili di tutti i nostri interventi: affinità, solidarietà e auto-organizzazione dell’attacco. 
     
     
    [tradotto dal blog angry news from around the world]


    martedì 23 agosto 2011

    Torino. Furia d’agosto al CIE

    da senzafrontiere

    “Noi da qua non scendiamo. L’altra sera la polizia ci ha sparato i lacrimogeni”. È una torrida domenica di agosto, ancora più torrida per i reclusi del CIE di corso Brunelleschi che nella notte sono saliti sul tetto delle aree bianca e blu. Chi parla è un immigrato appollaiato lassù, che spera che i microfoni di radio Blackout possano rompere il muro di silenzio e indifferenza che stringe le maglie delle gabbie che rinchiudono le vite dei senza carte.
    Tutto comincia venerdì 19 agosto. Nella notte scoppia una rivolta che investe diverse aree del CIE: vanno a fuoco materassi e suppellettili, un ragazzo si taglia, un altro cerca di impiccarsi. I poliziotti rifiutano di far arrivare le ambulanze e assediano le gabbie. Poi entrano nelle aree ribelli colpendo con i manganelli e gli spray urticanti. Impiegano anche i cani . Alcuni ragazzi vengono feriti. Poi cala una calma tesa, tra le minacce degli uomini in divisa e la rabbia dei prigionieri.
    La mattina dopo la protesta riprende: sciopero della fame e battiture. Nella notte molti decidono di salire  sui tetti.
    Alcuni antirazzisti fanno un piccolo presidio solidale in serata. Un secondo presidio notturno viene disperso dalla polizia, tra le proteste e le urla degli immigrati sul tetto. Due donne vengono fermate, trattenute a lungo in questura e rilasciate con un bel pacchetto di denunce.
    Il solito gruppetto di residenti incarogniti urla contro chi è abbastanza umano da non tollerare che nella loro città vi sia una galera per chi è nato povero.
    Domenica 21 nuovo presidio solidale al CIE. Un compagno si guadagna subito un soggiorno di tre ore al commissariato di corso Tirreno per aver provato senza successo a lanciare bottigliette d’acqua agli immigrati sul tetto della sezione blu, quella più vicina alla strada. Dal tetto arriva un messaggio in una bottiglia di plastica: “aiuto e libertà”.
    Alcuni residenti si avvicinano e comincia un dialogo meno incarognito del solito.
    Il quotidiano “La Stampa” racconta un’altra storia. Per il quotidiano torinese si sarebbe trattato di un fallito tentativo di fuga di messa, seguito da una rivolta con danneggiamenti della mensa dell’area bianca. L’innesco di questo fuoco d’agosto sarebbero state le palline infarcite di messaggi lanciate dagli antirazzisti. Stessa musica nell’articolo del 21 agosto.
    Se bastassero gli incitamenti a innescare le rivolte, oggi dei CIE resterebbe ben poco.
    Le rivolte, le fughe sono normali in un mondo di gabbie e filo spinato.
    Chi si oppone alle frontiere da sostegno ai ribelli e cerca di spezzare il silenzio e le bugie su questi moderni lager della democrazia.

    Corna al cielo

    da macerie

    Cie Torino - 210811 - Collage
    Ieri sera diversi reclusi del Cie di Torino sono saliti nuovamente sui tetti delle camerate. Una protesta che, tra alti e bassi, va avanti ormai da tre giorni. Incendi di materassi, danneggiamenti delle strutture, scioperi della fame, battiture, sputi alle guardie, lanci di bottigliette d’acqua e piscio addosso ai militari e tentativi di fuga. Oltre quelle mura, a sostenere i reclusi, soltanto pochi solidali con saluti rumorosi più o meno improvvisati. Almeno per ora.
    Ecco un breve video che mostra tre ragazzi dell’area bianca sui tetti della loro sezione: grida, corna al cielo e una maglietta con scritto: “Libertà per tutte”




    Pozzallo: rivolta, fuga di massa e arresti

    da
    autistici.

     

     
    «Pozzallo, 21 agosto 2011
    Guerriglia nel centro di accoglienza: in fuga 50 migranti, feriti 5 poliziotti

    È stata una notte di guerriglia al centro di primo soccorso di Pozzallo (Ragusa) dove circa cento immigrati hanno cercato di fuggire dalla struttura usando pezzi di ferro staccati dai letti a castello per spaccare i vetri delle porte d’ingresso dell’edificio. A fronteggiare la rivolta una quindicina di agenti che poco hanno potuto fare per fermare gli extracomunitari, trasferiti a Pozzallo nei giorni scorsi da Lampedusa. Sedici dei fuggitivi sono stati rintracciati subito, ma una cinquantina mancano ancora all’appello e vengono ricercati dalle forze dell’ordine. Tredici immigrati sono stati arrestati con l’accusa di danneggiamento e resistenza a pubblico ufficiale. Cinque agenti di polizia sono rimasti feriti negli incidenti e sono stati medicati al pronto soccorso dell’ospedale Maggiore di Modica, da dove sono stati poi dimessi.»
    «Ancora una rivolta degli immigrati ospiti al Centro di prima accoglienza al porto di Pozzallo. La terza, nel giro di 4 mesi, stanotte intorno alle 4.30, un numero indefinito di immigrati hanno divelto porte, rotto vetri, ridotto il centro in uno stato di assoluta invivibilità. La sommossa è stata determinata dal timore di un imminente rimpatrio.
    Cinque agenti delle forze dell’ordine sono finiti in ospedale al «Maggiore» di Modica ma sono stati dimessi con contusioni sparse su tutto il corpo. Non sono esclusi sviluppi sulla vicenda e per gli immigrati potrebbero registrarsi conseguenze penali. Un caso simile accadde lo scorso 8 luglio scorso quando un gruppo di 50 immigrati, sedicenti egiziani, diedero vita a disordini.
    In quell’occasione scattò l’emergenza e fu aumentato il numero del personale delle forze dell’ordine per riportare la calma. Lo scorso 17 aprile altri momenti di tensione tra migranti sfociarono in uno scontro con gli uomini delle forze dell´ordine nel centro di accoglienza. Trentanove clandestini riuscirono a fuggire e una ventina furono fermati. Solo qualche giorno fa 74 immigrati invece avevano pensato di darsi alla fuga studiando il metodo «Alcatraz», ovvero forando la parete del centro di prima accoglienza. L’intervento immediato delle forze dell’ordine hanno fatto fallire il piano di fuga.
    »
    macerie @ Agosto 22, 2011

    venerdì 19 agosto 2011

    Bristol, Regno Unito: La polizia fa’ incursione in uno squat alla ricerca di sospetti partecipanti alla sommossa –17/8

    DA     contrainfo.espiv.net 

    circa 3.000 disoccupati si scontrano con la polizia, Bristol 23 Febbraio,1932
    La polizia, con più di dieci furgoni antisommossa e le unita’ della scientifica, hanno fatto irruzione in uno squat in Park Row questo pomeriggio alla ricerca di una persona. I poliziotti stavano cercando di recuperare computer, telefoni cellulari, martelli, guanti, vernici, letteratura anarchica e materiale connesso con Indymedia. Questo ci fa’ capire che è collegata al recente attacco avvenuto contro gli uffici del Bristol Evening Post  la notte di Giovedi, 11 Agosto.
    L’Unione nazionale dei giornalisti (NUJ) e i grandi media fanno parte degli strumenti repressivi del sistema capitalistico, sono il naso nel culo dei politici britannici e della classe dirigente.
    La ragione dell’attacco all’ Evening Post è spiegato di seguito:
    “Giovedi notte, nonostante la massiccia presenza della polizia nel centro della città e in tutta Bristol, abbiamo rotto tutte le finestre della facciata al piano inferiore ed alcuni di quella superiore presso la sede dell’ Evening Post e decorato la facciata con bombe di vernice. Il danno causato alla carta e’ di circa 20,000 sterline.
    I media demonizzano coloro che scelgono di resistere e reagire, aprendo la strada ad una maggiore repressione contro tutti noi. Essi cercano di deviare la nostra attenzione dai veri quotidiani delinquenti  e saccheggiatori; i poliziotti e i capitalisti, che abitualmente perpetrano grandi furti e omicidi.
    Questo è parte della strategia di divisione attuata dai governanti per farci impaurire e combattere gli uni contro gli altri e farci prendere posizione a favore delle autorità contro i ribelli.
    Questa azione è stata fatta da persone che non si sono fatte ingannare. Non capiscono che la nostra rabbia e’  una forza inarrestabile che non sarà fermata dai bastoni o dai proiettili, lottiamo con tutti i mezzi per un futuro e una completa libertà che ancora dobbiamo conoscere.
    Quando i guanti vengono sfilati e la guerra sociale non è stata mai piu’ chiara di così, la risposta del nemico di classe e’ sui mezzi di comunicazione che vengono utilizzati giusto come un’ ulteriore arma contro  tutti noi che vogliamo qualcosa di meglio per la nostra vita e per quella di coloro che ancora devono venire.
    Guardiamo i padroni e i politici dimenarsi per essere visti con le scope per le strade. Le loro porcate gli si rivolteranno contro e li morderanno, le vie sono disegnate: questo è quello a cui questa grande fottuta società assomiglia.”
    Contro la repressione dello stato,
    SOLIDARIETA SIGNIFICA ATTACCARE!
    fonte: 1, 2, 3

    mercoledì 17 agosto 2011

    London Riots – Rivolta di una notte di mezza estate

    da anarchi.co

    Da sabato scorso (6 agosto 2011) Londra è teatro di una rivolta moderna, dai tratti direi ‘più che classici’.
    Non mi interessa in questa sede perdermi in discussioni semantiche su parole tanto semplici quanto antiche.
    Una ‘rivolta‘ non è una ‘rivoluzione‘; e cioè è tanto di più e tanto di meno.
    Un ‘moto‘ nell’epoca moderna assalta il potere nei suoi santuari pubblici, gli esercizi commerciali.

    Il ‘saccheggio‘ non è il tacchegggio di massa, ma una delle più antiche strategie di guerra dai tempi dell’antico impero romano.
    Una ‘rivolta’ disseminata da atti di saccheggio, e condotta dalla minoranza povera delle periferie di Londra e dei maggiori centri industriali del Regno Unito, è pur sempre una rivolta.
    Il ‘sacchegggio ‘ è solo una risposta costruttiva alla contemporanea crisi dei mercati finanziari mondiali, e direi che i ‘looters’ inglesi abbiano tutte le possibilità culturali – e soggetttivamente concrete – per afferarre questo stringente quanto ineliminabile collegamento.
    Ma appunto queste sono tutte speculazioni semantiche trite e ritrite, spero solo che non vengano dei benpensanti a dirmi le solite baggianate della serie.
    “Così non si risolve niente!”, “Voglio vedere se bruciavano il tuo negozio..” … e tante altre similari.
    Certo che non si risolve niente; e comunque non si è MAI trattato del mio negozio, semplicemente perchè non ne ho uno.
    Ma risponderei molto più semplicemente: una ‘rivolta’ non ha mica l’ambizione di risolvere i grandi problemi dell’umanità. E’ un atto di sfogo collettivo irrazionale, che solo incidentalmente riequilibra la giustizia in favore di quelli che normalmente vengono giustiziati.
    Come Mark Duggan, 29 anni e padre di 4 figli.
    Il solito nero pregiudicato che, dimostrando un incredibile sprezzo per i composti punti di vista dei benpensanti, ha pensato di morire nel corso di un fermo di polizia nel pomeriggio dello scorso giovedì 4 agosto.

    Breve Cronistoria della Rivolta di Londra

    4 agosto 2011
    Tottenham – A Ferry Lane, nella periferia nord di Londra, la polizia effettua il fermo di un taxi. Non si hanno ricostruzioni oggettive e precise della dinamica, ma in ogni modo vengono esplosi dei colpi di arma da fuoco, sicuramente da parte degli agenti delle forze di polizia.
    Mark Duggan riceve la sua dose di piombo e perde la vita sul posto.
    6 agosto 2011
    Tottenham – Un corteo di protesta pacifico raggiunge la stazione di polizia locale, chiedendo ‘justice’ per i familiari di Mark Duggan, stroncato dall’intervento di polizia.
    Verso le 20 iniziano i tafferugli, alcuni veicoli della polizia vengono dati alle fiamme. Le molotov raggiungono anche l’edificio della stazione di polizia. Nella notte si contano circa 50 focolai, prevalentemente legati ad automobili dell’autorità pubblica (ma anche pullmann e macchine private).
    Anche i primissimi saccheggi ad esercizi commerciali risalgono alla notte di sabato 6 agosto, sempre nella periferia nord di Londra.
    7 agosto 2011
    Londra – Nel pomeriggio e nel corso della notte riprendono gli episodi di sommossa, stavolta in diverse zone di Londra (interventi di polizia a Brixton (Londra sud) e ad Oxford Circus): a nord di Tottenham si verificano i disordini maggiori di domenica 7, precisamente ad Enfield, dove vengono tirate giù numerosissime vetrate commerciali, e un centinaio di ‘looters’ riesce persino a ‘circondare’ la locale stazione di polizia.
    8 agosto 2011
    Londra – La giornata di sommosse ormai coinvolge l’intera e immensa cinta periferica della città di Londra. Si aggrava il bilancio dei disordini e i media sono ormai tutti riversati sulla ‘notizia’, fungendo da detonatore.
    9 agosto 2011
    Londra – Liverpool – Leeds – Birmingham – Nottingham – Bristol … la ‘rivolta di Londra‘ raggiunge le periferie industriali delle principali città del paese, sommosse e saccheggi tengono in scacco la Gran Bretagna nella notte di ieri sera, tra l’8 e il 9 agosto 2011. In seguito ai disordini notturni nella zona sud di Londra, il 9 agosto muore un ragazzo di 26 anni, ferito da una pallottola della polizia. E’ storia di oggi.

    Dio salvi la Regina

    I benpensanti delle nostre opulente società occidentali soffrono di un grave disturbo della vista, una miopia unilaterale che coinvolge l’intero apparato della ragione.
    I nostri eserciti fanno guerre in tutto il mondo e ci piace chiamarle ‘missioni di pace’, anche se usano l’uranio impoverito e il fosforo bianco per dissuadere le ‘barbariche’ popolazioni civili dei paesei in cui interveniamo. I ‘costi della democrazia’.
    La violenza delle polizie occidentali nei confronti del soggetto ‘pregiudicato con la pelle scura’ è tanto nota da essere un topos cinematografico tra i più difffusi, per le produzioni in stile “Hollywood”.
    La violenza della crisi economica e sociale che stiamo attraversando si abbatte trasversalmente su tutti gli strati bassi e medio-bassi della popolazione europea e americana.
    E i benpensanti pensano di impetosirmi per delle vetrine infrante e qualche falò in centro?
    Possibile che il portafoglio di qualche grande impresa sia tanto più commovente dei tanti ragazzini resi orfani dalle guerre ‘giuste’ cui partecipa la Regina Elisabetta, insieme a tutto il carrozzone filisteo che sostiene gli Usa?
    E d’altra parte, è molto facile recriminare per il furto di qualche televisore al plasma, come se dovessimo accettare filosoficamente solo l’idea dell’ “assalto ai forni” in stile Rivoluzione Francese.
    Allora dite questo alla Regina, e ai benpensati che tanto non capiranno.
    “Il popolo ha certamente fame, sua Maestà. Ma non si accontenta di avere i bignè, come già disse la sua collega francese qualche tempo addietro. Vogliono proprio i televisori al plasma.”
    E come stupirsi, del resto. La società del Grande Fratello ha dato la possibilità a tutti di diventare ‘parte del sistema’, con quella fama per quindici minuti di warholliana memoria. Ma è pur sempre un sistema che sulla televisione si regge, pertanto TUTTI vogliono un televisore al plasma.
    Bianchi e neri, ricchi e poveri, looters e benpensanti.
    L’accesso a quel simbolo è un marker della partecipazione sociale, l’identità si costruisce anche grazie alla merce ‘mega-televisore’, oggi come oggi.
    Chi dice, pensa o scrive il contrario è semplicemente un ipocrita: mi va benissimo che si può vivere senza televisione, personalmente non ce l’ho.
    Ma l’identità collettiva è un’altra cosa e le mie personali percezioni sull’utilità di un televisore al plasma sono del tutto ininfluenti.
    Oggi non si ruba il pane, si ruba la merce. E la merce più desiderabile, più preziosa.
    Quella cioè che ci viene proposta, esposta e imposta meglio delle altre, lo status symbol della tecnologia nel pacchetto ordinato e ‘gestibile’ della verticalissima comunicazione televisiva.
    Mentre invece su Twitter cinguettano sediziosi i rioters londinesi, e l’autorità è mobilitata ai massimi livelli per la repressione dei disordini.
    Siamo alle solite. Una monarchia straniera di tipo dinastico, fondata su centinaia di anni di pirateria internazionale, reprime violentemente le popolazioni civili locali, a partire dalle minoranze etniche.
    E’ facile fare i democratici quando sei tu a ‘portare la democrazia’ all’estero, in barba a tutti i trattati internazionali e a scapito di tutti i civili che rimangono uccisi.
    Ma quando vengono infrante le vetrine di un centro commerciale a Londra la ‘levata di scudi’ in nome della non-violenza è unanime e accorata.
    E segue l’acclamato ricorso alle soluzioni d’ordine e agli interventi straordinari di polizia.
    Va bene, vaffanculo, nessuna rivolta ha la pretesa di scoprire un ‘potere’ diverso dal solito, che sia realmente pacifico e disposto ad indagare le proprie contraddizioni, come quelle che emergono dalle crisi come questa.

    I looters sono criminali, quindi, e vanno repressi nel sangue.
    Questo l’andazzo culturale rapidamente esibito dalle autorità britanniche e dai media ufficiali.
    In casi come questo ho veramente pochi dubbi. Mentre nella City gli ‘squali’ speculano sulle borse mondiali facendo pagare la crisi a miliardi di persone, non me ne frega niente se vengono infrante mille vetrine nei quartieri esterni di Londra, o nelle periferie industriali delle altre cittadone inglesi.
    Dio salvi la Regina, dicono gli inglesi. Ma Dio non esiste e la monarchia è un residuo feudale iniquo e antidemocratico, che andrebbe spazzato via dalla storia degli ordinamenti costituzionali dei moderni paesi ‘democratici’.
    Una rivolta estiva come quella di Londra non si comprende al meglio se non si soppesano attentamente le parole, e se non si ha un quadro generale di contorno di una situazione sociale tutt’altro che pacificata.