Cerca nel blog

Visualizzazione post con etichetta giornali. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta giornali. Mostra tutti i post

venerdì 6 luglio 2012

E' uscito il n°0,2 de "L'Innocenza Del Divenire"

da http://www.informa-azione.info


E' uscito il numero 0,2 de "L'Innocenza Del Divenire - Libera Sperimentazione Dell'Ignoto Contro il Dominio" [luglio 2012]

In questo numero:
- Alla continua ricerca della gioia di vivere
- Ipnosi democratica
- Cocci e frammenti
- Suicidi

"Parole di libertà in libertà. Ci salviamo per esserci, anneghiamo nell’oblio; a quando la vita?
Necessità del raccontare ciò che ci opprime per darsi all’intelligenza della pratica, dissolvendo i tempi e i luoghi del potere.
Nessun ruolo, nessuna gerarchia, nessun suddito, semplicemente individualità.
Esistere con il denaro è necessario, vivere senza moneta è possibile.
Farla finita con la merce è un’essenzialità materiale e psicologica.
Porre domande, niente risposte.
Relativismo e rivolta!
Liberare se stessi, perché ci si può liberare assieme agli altri, perché nessun potere può reggersi senza la schiavitù voluta di chi la subisce.
Odio per l'autorità, amore per l’unicità della libertà.
Rottura con l’abitudine per far emergere il possibile.
Trame di singolarità per una comunanza senza comandanti e senza dormienti.
La dissonanza dell’inimmaginabile, dove le diversità si liberano nella rottura netta con questo mondo."

domenica 10 giugno 2012

E' uscito il n°0,1 de "L'Innocenza Del Divenire"

da http://informa-azione.info

E' uscito il numero 0,1 de "L'Innocenza Del Divenire - Libera Sperimentazione Dell'Ignoto Contro il Dominio" [giugno 2012]

"Parole di libertà in libertà. Ci salviamo per esserci, anneghiamo nell’oblio; a quando la vita?
Necessità del raccontare ciò che ci opprime per darsi all’intelligenza della pratica,
dissolvendo i tempi e i luoghi del potere.
Nessun ruolo, nessuna gerarchia, nessun suddito, semplicemente individualità.
Esistere con il denaro è necessario, vivere senza moneta è possibile.
Farla finita con la merce è un’essenzialità materiale e psicologica. Porre domande, niente risposte.
Relativismo e rivolta!Liberare se stessi, perché ci si può liberare assieme agli altri, perché nessun potere può
reggersi senza la schiavitù voluta di chi la subisce.
Odio per l'autorità, amore per l’unicità della libertà. Rottura con l’abitudine per far emergere il possibile.
Trame di singolarità per una comunanza senza comandanti e senza dormienti.
La dissonanza dell’inimmaginabile,
dove le diversità si liberano nella rottura netta con questo mondo."

martedì 5 giugno 2012

«Pronti ad azioni da jihad» Il rapporto dei carabinieri sugli anarchici

da culmine


fonte: stampa di regime, 05 giugno 2012
I carabinieri: “schemi tipici del terrorismo confessionale”
Ci sono nuovi e inquietanti segnali di fermento che arrivano dalla galassia eversiva. A rilanciare i timori già espressi da altri vertici degli apparati della sicurezza è il comandante generale dell’Arma Leonardo Gallitelli. Parla agli allievi e rilancia l’analisi che aveva già formulato di fronte al Comitato parlamentare sui servizi segreti dopo il ferimento di Roberto Adinolfi, l’amministratore delegato di Ansaldo Nucleare colpito a Genova il 7 maggio scorso.
«I gruppi anarcoinsurrezionalisti — avverte — potrebbero compiere nuove azioni “informali” seguendo uno schema tipico del terrorismo di matrice confessionale che proprio in meccanismi informali e spontanei trova ispirazione per i propri attacchi contro gli obiettivi della jihad».
Dichiarazioni che arrivano alla vigilia della Festa dell’Arma che quest’anno si è deciso di celebrare in tono minore a causa della crisi economica e di dedicare «alle tante comunità dell’Emilia Romagna colpite dal recente sisma».
Le indagini su quell’agguato e sulle campagne con plichi esplosivi del dicembre scorso — quando furono feriti il direttore generale di Equitalia Marco Cuccagna e altri due pacchi bomba furono recapitati all’amministratore della Deutsche Bank a Francoforte e all’ambasciatore greco in Francia — sono entrate in una fase cruciale. L’attività dei carabinieri del Ros ha consentito quel salto di qualità che potrebbe portare importanti novità nella ricerca dei responsabili, ma anche delineare con maggior precisione quella rete che si muove tra l’Italia e l’estero, con un’attenzione particolare alla Grecia.
«Gli anarcoinsurrezionalisti — avverte il comandante del Ros Giampaolo Ganzer — sono passati dalla tipica impostazione su base individualista dello spontaneismo in una strutturazione reticolare che pur non costituendo un’organizzazione verticistica come quella delle Br, vede in questo schema un’adesione a un progetto complessivo antisistema da parte di una vera e propria organizzazione che l’attività investigativa deve individuare e adeguatamente comprendere». Secondo il comandante del Raggruppamento Operativo Speciale «da questo impianto che ha assunto un respiro internazionale con Grecia, Spagna, Messico e Cile, si è staccata la componente che nel dibattito interno proponeva di aggiungere alle campagne contro le cose o contro le persone anche azioni dirette che dal punto di vista ideologico hanno un impatto maggiore e si sono concretizzate con l’agguato di Genova».
Le ultime stime investigative contano almeno 50 persone aderenti alla Fai, la Federazione anarchica informale, entrate in clandestinità ma ciò che più spaventa è il consenso che questi estremisti avrebbero trovato all’interno di vaste aree dell’antagonismo. «Frange — conclude il generale Ganzer — che si oppongono a una serie di situazioni politiche, economiche e ambientali e sono sparse tra Napoli e Torino».

venerdì 16 marzo 2012

Pasolini e il movimento No Tav (di Lucio Garofalo)

da .anarchaos

 


Una bieca circostanza, solo apparentemente marginale, che si inquadra nel profilo della vertenza sorta in Val di Susa e che ha destato in me una reazione di scandalo, al di là della dura repressione scatenata contro il movimento No TAV, si riferisce al tentativo di strumentalizzazione e mistificazione ideologica del pensiero di Pier Paolo Pasolini compiuto da alcuni esponenti prezzolati dell’informazione nazionale. Alludo a quanti hanno provato a distorcere e strumentalizzare in modo indegno e disonesto una posizione assunta da Pasolini molti anni fa, il 16 giugno 1968, quando pubblicò i famosi versi intitolati “Il Pci ai giovani”, sugli scontri di Valle Giulia a Roma. In quella occasione Pasolini si schierò dalla parte dei poliziotti, in quanto di estrazione proletaria, mentre si scagliò apertamente contro la “massa informe” degli studenti, figli di quella borghesia che egli detestava profondamente. Eppure Pasolini non ha mai rinnegato o esecrato i movimenti di contestazione come Lotta Continua o altre formazioni extraparlamentari, con cui ha persino collaborato attraverso esperienze di controinformazione. Si pensi solo alla controinchiesta condotta dal collettivo politico di Lotta Continua guidato da Giovanni Bonfanti e Goffredo Fofi, che si concretizzò nel film-documentario “12 
dicembre”, uscito nel 1972 e dedicato alla strage di Piazza Fontana. Un’opera la cui realizzazione coinvolse direttamente Pasolini, il quale contribuì pure alla sceneggiatura.
In altri termini, la disonestà intellettuale e la mistificazione ideologica di questi presunti operatori dell’informazione, in evidente mala fede, consistono nel fatto che essi espongono solo la versione dei fatti che fa loro comodo, mentre tacciono, o fingono di dimenticare, quella porzione di verità che non conviene (o non interessa) raccontare.
Tornando alla questione della TAV, è assai probabile che Pasolini avrebbe solidarizzato e simpatizzato nei confronti della mobilitazione popolare sorta in Val di Susa, conoscendo il rispetto quasi sacrale e la passione viscerale che nutriva per lo studio e la salvaguardia di ogni identità antropologica particolaristica, da intendersi in un’accezione tutt’altro che nostalgica o reazionaria, intimamente connessa ai valori più autentici e genuini dell’uomo, spazzati via dall’omologazione imposta dall’ideologia del “pensiero unico”.
In tal senso la vertenza scaturita in Val di Susa è paradigmatica, in quanto la TAV non è un progetto al servizio della modernità e del progresso dei popoli, bensì delle merci e dei profitti, ossia delle forze egemoni nel mondo capitalistico. Si tratta di una vicenda esemplare che smaschera il volto ipocrita, autoritario e affaristico dei sedicenti “stati democratici”, che dirottano soldi pubblici nelle tasche della grande imprenditoria privata, infiltrata dalla criminalità organizzata, per finanziare opere faraoniche prive di vantaggi sociali e molto discutibili a livello economico, in quanto costose ed inutili per rilanciare l’economia in crisi. Nel contempo si depotenziano le infrastrutture ferroviarie del Sud Italia, considerate di minore importanza, e si tagliano fondi ai settori pubblici che, oltre a creare opportunità di lavoro, forniscono beni e servizi utili alla collettività.
In questa ottica la TAV è una chiara testimonianza dell’assoluta subalternità del potere pubblico alla logica del profitto privato, l’ennesima conferma che certifica il primato della sfera economica sulla dimensione collettiva della politica, anteponendo le leggi ferree e spietate del mercato e la forza smisurata del capitale, agli interessi della comunità, del territorio e della sanità locale, della democrazia e della giustizia sociale.
Di fronte ad ingranaggi così folli e mostruosi, si erge in termini antagonistici il movimento No TAV che, a dispetto di quanti sostengono il contrario, denota un ruolo di protagonismo attivo delle popolazioni locali, che ormai oltrepassa i confini territoriali della Val di Susa e coinvolge gruppi di militanti provenienti da tutta l’Italia e persino dall’estero. Non è un caso che questa vertenza locale si allacci saldamente con le proteste e le rivolte globali che hanno sconvolto il mondo nell’anno appena trascorso.
Del resto, una lotta per la tutela dell’ambiente e della salute della gente, potrebbe configurarsi come una posizione di retroguardia, quindi di conservazione. E in un certo senso lo è. A tale proposito rammento una provocazione“corsara” che Pasolini lanciò oltre 35 anni fa, l’ennesima intuizione “profetica”: in una società consumistica di massa che promuove “rivoluzioni” ultraliberiste che potremmo facilmente definire “di destra”, i veri rivoluzionari sono (paradossalmente) i “conservatori”. I cambiamenti innescati nel quadro dell’economia capitalistica contemporanea, sono di natura liberticida e reazionaria, frutto di un’accelerazione storica improvvisa che ha determinato un processo di sviluppo abnorme ed irrazionale, di globalizzazione a senso unico, in ultima analisi sono “rivoluzioni conservatrici”. Il ricorso ad un ossimoro serve ad indicare la funzionalità ad un’istanza di stabilizzazione conservatrice dei rapporti di forza esistenti.
Quanti si battono per arginare la deriva autoritaria e destabilizzante provocata dallo strapotere delle oligarchie finanziarie, per contenere l’offensiva neocapitalista sferrata contro le conquiste dei lavoratori, per resistere agli assalti della destra più agguerrita e oltranzista (che non è tanto la destra berlusconiana o leghista, quanto quella più elegante e sofisticata delle tecnocrazie che fanno capo al governo Monti), coloro che si adoperano per mantenere le condizioni residuali di legalità democratica e le tutele costituzionali, sono indubbiamente “conservatori”, per cui oggi sono i veri rivoluzionari.
Ma essere contro la TAV non equivale ad essere contro il progresso, bensì contro un falso e aberrante modello di sviluppo che genera una perversa e fallace nozione di “modernità”. Gli esiti rovinosi di questa modernizzazione posticcia sono ravvisabili ovunque, soprattutto in un processo di perversione e degrado dei rapporti umani, improntati in maniera sempre più ossessiva ad un interesse esclusivo, la ricerca del profitto, quale unica ragione esistenziale da esibire e proporre alle nuove generazioni.
Questo paradigma ideologico è altamente diseducativo e deviante, poiché si assume come fine univoco uno stile di vita e di comportamento che diviene pervasivo e non è sorretto da una coscienza intellettuale sufficientemente critica, capace di sostituire, se occorre, quell’esigenza unilaterale e morbosa con valori etici e culturali più gratificanti.
L’imposizione di una visione  della vita che è perfettamente conforme all’ordinamento economico e politico dominante, non si esercita più attraverso strumenti di coercizione e di oppressione diretta, ma si esplica con procedimenti diversi rispetto al passato, ricorrendo a sistemi di alienazione subdola e strisciante che solo apparentemente sono democratici e pacifici, ma in effetti si rivelano più repressivi di una dittatura fascista. Il controllo degli stati e delle società tecnologicamente avanzate non si regge tanto sull’uso della forza militare, quanto sul ruolo di condizionamento, disinformazione e manipolazione ideologica svolto dalla televisione. Vale la pena di richiamare la tesi sostenuta da Pasolini in diverse circostanze a proposito della televisione, considerata come un mezzo di comunicazione antidemocratico, poiché non suscita e non consente uno scambio dialettico interattivo, ossia aperto e paritario, ma al contrario privilegia ed esalta un rapporto autoritario e paternalistico, che non ammette possibilità di replica.
In tal senso, la televisione incarna il nuovo fascismo, il vero Leviatano della modernità.

Lucio Garofalo

lunedì 5 marzo 2012

Un altro servetto qualsiasi

da http://ekbloggethi


L'entità pulloverizzata raffigurata nella foto sopra va sotto il nome di Michele Serra.

Informano le biografie di tale entità che essa è nata a Roma il 10 luglio 1954 e che scrive da qualche decina d'anni dei commenti corrosivi più o meno espletati nell'ambito dell'ex Partito Comunista Italiano e dei suoi ancor più o meno derivati. Nel medesimo ambito diventa famoso per satireggiare prima con "Tango" e poi con "Cuore"; come esempio supremo di tale satira, nel 1990 si iscrive contemporaneamente al Partito Radicale, agli Antiproibizionisti e ai Verdi Arcobaleno, contravvenendo allo statuto del PCI e dichiarando, in feroce polemica con Piero Z. Fassino ("Z." sta per Zombie), di averlo fatto per chiedere che la "sinistra" possa diventare "unita e antagonista".

Ventidue anni dopo, il Serra Michele ce lo ritroviamo ancora a corrodere con riquadrini su Repubblica, che fino all'altro ieri -inutile persino specificarlo- sono stati occupati quasi interamente da Berlusconi. Arruolato in pianta stabile, negli ultimi tempi si è dedicato spesso e volentieri ad un'attività altamente apprezzata da quelle parti: il servetto pro-TAV. Non ci sarebbero da spendere eccessive parole su una figura del genere, specializzata da sempre nel leccare tutto il leccabile facendo finta di ironizzare pesantemente, ma tornando a obbedire non appena veniva richiamato all'ordine oppure c'era una "causa superiore" cui uniformarsi. Repubblica ama parecchio queste false figurette "devianti", apparentemente spesso in contrasto con le linee editoriali e politiche, ma che al momento giusto, da buoni picciotti quando il capobastone lo ordina, si mettono buoni buoni al servizio. Per quanto riguarda la TAV, ne abbiamo già vista una, l'illuminato matematico Piergiorgio Odifreddi.

Come il Serra è specializzato in Berlusconi, l'Odifreddi è specializzato invece in anticlericalate, razionalità e scienze. Queste ultime, però, non gli hanno impedito di schierarsi a favore della TAV con argomentazioni di una banalità raggelante, da bar sport. L'altro giorno, da un pizzicagnolo dell'Esselunga, ne ho sentite di singolarmente identiche; solo che quest'ultimo, appunto, affetta salami e impasta salsicce. Non fa il matematico tuttologo su Repubblica. Il Serra è, naturalmente, altrettanto banale e servile; solo che lo deve fare satireggiando nei suoi riquadrini (i quali, va da sé, prima o poi verranno raccolti nel volumetto simil-bestseller, come quelli delle vignette di Forattini).

Poco fa mi è capitata tra le mani una copia di Repubblica di venerdì scorso, 2 marzo. Il riquadrino di Michele Serra, quel giorno, se la prendeva con gli antagonisti. Basta una telefonata, ma che dico, un messaggino SMS: "Ahò, Michè, oggi ce devi scrive du'righe su que' puzzoni d'antagonisti, cerca d'esse' gajardo". E Michè (che non è, purtroppo, quello che s'impiccò nella vecchia ballata di De André) scrive. Non importa sapere esattamente cosa, e in quale prevedibilissimo modo; importa invece ricordarsi di quando voleva la "sinistra unita e antagonista" iscrivendosi al partito dei guerrafondai filosionisti "gandhiani" e alla formazione del fascista cannabinomane Marco Taradash. Logico che, alla fine, uno che ha avuto così ben chiaro che cosa fosse l'antagonismo si sia ritrovato a sbeffeggiarlo si-gnor-sì! quando gli è stato comandato.

S'incazzano parecchio, i micheliserra, quando viene ricordato loro lo status di servi obbedienti che rivestono; si ergono immediatamente, s'imbufaliscono e fanno proclami automatici di libertà e di indipendenza, menzionando magari passati che starebbero a dimostrarle. Il qui presente, invece, ha sempre schifato grandemente le satire istituzionali e promananti dagli organi di partito o dai quotidiani che sono diventati partito. Più ha sentito pronunciare e scrivere, a profusione, la parola irriverente, e più si è ricordato che la cosiddetta "irriverenza" presuppone una riverenza di base che, per il suo tornaconto, permette a volte che la si irrida falsamente e senza mai toccarla nel profondo (è, tra l'altro, la perfetta essenza anche di Striscia la Notizia dell'intoccabile peracottaro Antonio Ricci). Non per niente, il Michele Serra è (o è stato, non ricordo) coautore della bibbia del leccaculismo televisivo, Che Tempo Che Fa, affidato a Fabio "Chupa Chups" Fazio.

Ora il Michele Serra può finalmente mostrarsi per quel fulgido antagonista che è sempre stato, attaccando dai suoi riquadrini repubblichini chi certamente non ha a disposizione cotali e cotanti mezzi per ribattergli a dovere e per fargli presente che è soltanto un altro servetto qualsiasi, a disposizione nel suo campo specifico. Un soldatino che marcia obbediente. Una pecorella forse ancor più dell'encomiato carabinierino figlio di operai. Ora il Michele Serra non fa più feroci polemiche con Piero Fassino: sono entrambi sulla stessa allegra barca, in compagnia dei Monti, dei Virano, degli Esposito, delle Bresso, dei Marchionne, delle Marcegaglia, delle Cancellieri e di quant'altri. Proprio un bel tango, non c'è che dire! O una questione di cuore?

martedì 13 dicembre 2011

Rifiuti

Nel mese di maggio [2008] il presunto rapimento di una bambina per mano di una Rom sedicenne, doverosamente pompato dai media, accende gli animi a Ponticelli, quartiere della periferia napoletana. I residenti insorgono e attaccano a più riprese il campo nomadi, incendiandolo col lancio di bottiglie molotov; gli abitanti del campo sono costretti a lasciare le loro abitazioni scortati dalla polizia.
Nello stesso periodo, i residenti di numerosi quartieri napoletani pongono fine, a modo loro, alla cosiddetta “emergenza rifiuti”, appiccando il fuoco ai mucchi di spazzatura ammassati per le strade. Il fuoco è la costante delle due storie, ma non è l’unica.
In un caso si incendia la spazzatura, gli scarti dei prodotti che la società mercantile ci impone di consumare, una società che trasforma tutto in merce ed attribuisce a ogni cosa un valore d’acquisto. Nell’altro caso si incendia la “spazzatura sociale”, gli scarti umani che la società dello sfruttamento tende ad escludere e per cui non c’è spazio al suo interno, perché anch’essi sono lo scarto di una merce, la merce umana, il cui valore d’acquisto è dato dalla loro forza lavoro: quella che serve la si compra, il resto si butta. È un discorso vecchio, se pensiamo che i Rom sono passati dai camini dei forni crematori così come la spazzatura passa dai camini degli inceneritori.
Mercantilismo e razzismo si manifestano per quello che sono, cioè le due facce di una stessa medaglia. L’uno è conseguenza dell’altro e contemporaneamente si compenetrano e si completano a vicenda. Comprendere questa banalità può aiutarci a capire che le responsabilità dell’insicurezza in cui versano le nostre esistenze non sono nostre o del nostro vicino di casa e non si trovano laddove ci vogliono far credere. La responsabilità della spazzatura per strada non è attribuibile all’opposizione della gente verso discariche ed inceneritori, né alla mancanza di una corretta raccolta differenziata - semplice foglia di fico per mascherare le nudità di un sistema -, ma ad uno stile di vita che ci viene imposto e di cui non possiamo fare a meno all’interno di questo mondo; allo stesso modo, le nostre vite non sono insicure perché un luogo comune favorito dal Potere vuole che gli zingari rubino i bambini o perché chiedono l’elemosina per strada e vivono di espedienti, ma perché condizioni di vita e di lavoro infami e precarie spingono una fetta sempre maggiore di popolazione alla marginalità, costringendola a vivere di espedienti e ad accettare l’elemosina, tramite il ricatto di salari sempre più svalutati nel loro potere d’acquisto.
Non è il rimedio ad essere sbagliato, ma la diagnosi. Una volta che la malattia, e con essa l’untore, siano identificati con chiarezza, il fuoco, come cura, va benissimo.

[Da Lanterna n°1, foglio aperiodico di stimolazione cerebrale, giugno 2008

domenica 4 dicembre 2011

STAI SCIOLTO

DA numero 76 de "La Miccia mensile ad alto potenziale"




“Non capisco perchè avete paura dell'anarchia e soprattutto della sua massima espressione che è l'amorfia.”
Amorfia: assenza di forma.
Anarchia: il manifestarsi delle pulsioni di un individuo o di una collettività senza canoni, leggi, regole, morali imposti da altri, in altre parole la libertà.
Perchè iniziare in questo modo a scrivere? Perchè il naturale manifestarsi della vita mette paura?
La parte più profonda della persona è quella chiamata a volte intimo, a volte individualità. È quello che ci differenzia l'uno dall'altro, è quello che detta le nostre regole, la nostra morale. Riuscire ad esprimere liberamente il proprio essere non è cosa facile e quasi mai ben vista. Viviamo in una società che tende a mutilare le persone astraendo le esigenze di queste per delegarle ad istituzioni create ad hoc: il sapere all'accademia, la sopravvivenza al lavoro, la sicurezza alle autorità, il benessere alla proprietà. In questo contesto ed in tutto ciò che ne consegue l'individuo non trova posto. Tutto ciò è vero ad una sola condizione: che le regole, i comportamenti imposti vengano accettati supinamente, cioè accettate in quanto regole, senza chiedersi chi le ha decise e soprattutto senza distruggerle, con tutti i loro difensori, se esse non ci appartengono. E’ intuitivo pensare che una regola ci appartiene solo se decisa personalmente o liberamente assieme ad altri, ovvero tiene conto delle nostre necessità ed esigenze. Permettere che altri decidano al posto nostro ci lascerà inevitabilmente insoddisfatti, nella migliore delle ipotesi. Seguire percorsi disegnati da terzi ci allontana dai nostri sentimenti facendo assopire qualsiasi scintilla di ingegno e di emotività, lasciandoci stipati nell’immobilismo dell’accettazione e sopportazione dell’esistente. In pratica ci allontana dalla nostra umanità. Questi cosiddetti altri o terzi sono quelle persone che si prendono la briga e “l’oneroso” impegno di tracciare, come degli eroici esperti, l’ufficialità e la legittimità delle nostre azioni: politici, saggi, professori, etc. Tali esseri pervadono anche ambienti dove non dovrebbero esistere, tracciando l'ortodossia della rivoluzione e del percorso che porta ad essa ergendosi ad élite depositaria della verità. Qualsiasi veste essi indossino, di professori, di comunisti o di anarchici, sono solo assimilabili a dei nemici atti ad impedire il naturale manifestarsi della vita ricoprendo un ruolo utilissimo se non fondamentale al potere, che ci vorrebbe vestiti uguali e produttivi in un unico grande carcere senza sbarre.
Accettare ciò che ci è imposto significa fare il gioco di chi impone e legittimare l'imposizione. Significa sottomettere la nostra individualità ai bisogni di altri.
Quanto detto sono di sicuro belle intenzioni, belle parole con cui stupire chi legge, un amico al bar, mandare a fare nel culo un vigile urbano (visto che in questi giorni se ne vedono tanti), ma come si passa nel quotidiano dalla teoria alla pratica? Organizzarsi indipendentemente da strutture politiche, da centri sociali, da gruppi anarchici, ma seguendo esclusivamente i propri obiettivi sfidando a viso aperto chi ci ammorba, chi ci vessa; portare avanti le lotte quotidiane secondo la propria teoria, secondo la propria esperienza e vissuto eludendo metodi e ricette proposte dal cittadinismo o da chicchessia, dando sfogo solo al proprio essere umano; utilizzare le pratiche che più si abbinano al proprio modo di essere è l'unica risposta possibile, l'unico modo di attaccare l'autorità. Solo estremizzando il nostro lato umano, fatto di paure e di incazzature, si può delegittimare l'autorità o meglio tutto quello che non vogliamo, ma che dobbiamo vedere tutti i giorni.
L'assenza di umanità, di individualità è il maggiore punto di forza del potere che si ritrova a governare su individui in serie e quindi facilmente manovrabili e accatastabili. Perchè la vera forza dell'oppressore sta negli oppressi che sopportano la loro condizione; il potere non è un'entità astratta capace di permeare tutta l'aria e manifestarsi ogniqualvolta viene messo in discussione o vengono violate le sue leggi, esso è fatto di persone che sfruttano al massimo le nostre paure e le nostre passività. Quale controllo migliore dell'autocontrollo. Se contiamo nella nostra mente il numero totale di telecamere presenti in un qualsiasi supermarket di Napoli quante persone sarebbero necessarie per controllare tutti gli schermi per tutto il periodo di apertura? Un numero troppo grande per essere vero, quindi come in un problema matematico si deduce che le telecamere servono solo da deterrente. Se non ci credete entrate in un negozio e fate attenzione a dove sono gli schermi del circuito chiuso e chi li controlla, dopo provate a rubare qualcosa; rimarrete stupiti di quanto è semplice e gratificante.
Cosa voglio dire con questo stupido esempio? L'occhio infallibile del potere, il controllo, non può essere dappertutto. Il più delle volte siamo noi che controlliamo noi stessi. Guardate quanti vigili, poliziotti, e
carabinieri sono in giro per Napoli e pensate alla quantità abnorme di reati commessi a qualsiasi ora del giorno e della notte e alla piccola parte di essi i cui responsabili vengono arrestati. Ricordarsi di essere individui e non massa, ricordarsi dell'ingegno che abbiamo è solo un punto a nostro vantaggio che ci permette di fare il nostro comodo senza utilizzare, ed in questo modo legittimare, sovrastrutture.
Bastano poche e piccole accortezze per rapinare una banca senza essere arrestati, alla faccia di tutta la tecnologia e di tutti gli esperti.