Dedicato a Manuel Gutiérrez giovane di 16 anni ucciso dalla violenza della polizia
I motivi per i quali gli studenti cileni si sono mobilitati da più di
tre mesi costituendo un ampio movimento sociale (a cui partecipano anche
universitari, lavoratori, docenti e professionisti) sono di ordine
politico, economico e culturale. La forza con la quale questo movimento
si è inserito nel dibattito pubblico nazionale ha generato una decisiva
frattura nell’ apparato istituzionale che si è estesa alla coscienza
storica della lotta del movimento popolare.
Più di 20 anni di dittatura neoliberale in Cile, che è giunta ad avere
uno sviluppo macroeconomico di grossa portata, si è rivelata come
un’esperienza negativa non solo in Latinoamerica ma anche nel mondo
intero. Nel momento attuale il neoliberalismo incomincia a sgretolarsi
già dalle sue fondamenta nei diversi strati della popolazione: il libero
mercato ha speculato sui settori dell’educazione, della salute, del
lavoro e della casa. Il profitto guadagnato illecitamente (come nel caso
del grande magazzino “La Polar”) ha portato ad una conseguente
diseguaglianza ed emarginazione nelle classi sociali più deboli.(
Quattro famiglie controllano il 47% del guadagno in Borsa e concentrano
il 12,14% del PIL nazionale. Questi Boss sono Andrónico Luksic, Anacleto
Angelini, Eleodoro Matte e anche l’attuale Presidente Sebastián
Piñera).
In Cile l’80% della popolazione percepisce il 40% del redito nazionale,
il 88% dei lavoratori non è sindacalizzata e il 95% non può contrattare
collettivamente i suoi stipendi; quasi 3 milioni di cittadini cileni con
i loro parenti (su una popolazione di 17 milioni), percepiscono 800
dollari al mese, e la povertà nelle regioni più danneggiate dal modello
neoliberale si eleva al 49% del totale dei suoi abitanti (Alto Biobio,
VIII regione). A tutto questo dobbiamo sommare un alto incremento della
popolazione carceraria. Insomma, in questo modo si configura un macabro
panorama di emarginazione sociale che condanna, giorno dopo giorno,
migliaia di giovani alle fogne del sistema dominante dove l’unica
aspettativa di vita è il cammino della droga, della delinquenza
giovanile e la miserabile condizione di esistenza della classe operaia.
D’ altra parte il sistema politico attuale, che non permette la
dissidenza politica (il sistema binominale del voto, la legge di partiti
politici e il quorum contro le maggioranze ) serve per proteggere la
costituzione politica della dittatura militare del Generale Pinochet.
Esiste ancora il modello elettorale invecchiato, assieme ad una crisi
che ha legittimato l’attuale conflitto nel campo dell’ educazione tra il
Presidente del Cile e l’opposizione politica.
Dinanzi a questo panorama, il movimento sociale per l’educazione
pubblica e di qualità, si trova al primo posto nelle rivendicazioni dei
settori sociali più colpiti dal modello attuale, il quale ha acquistato
inoltre un’ importante posizione nella lotta sociale per ottenere la
vittoria sul modello di dominazione mercantile attuale e si presenta
come una alternativa politica libertaria giacchè trova un’ ampio
consenso dei lavoratori e dei settori popolari.
La forza e l’impeto di questo movimento sociale si esprime attraverso
l’ampio appoggio sociale alle sue richieste da parte della popolazione
cilena (85% secondo l’inchiesta CEP), e la loro forza nelle
mobilitazioni e nell’occupazione dello spazio pubblico ha portato il
movimiento agli scontri di piazza. Questi scontri hanno permesso di
rompere il recinto della censura del duopolio che controlla la stampa
(COPESA-EDWARDS) associata alla destra ultracattolica (Opus Dei e
Legionari di Cristo) e neoliberale. Bisogna dire che la novità è stata
il profondo senso di autonomia del movimento, la sfiducia dimostrata
verso la leadership studentesca tradizionale che è associata alla
sinistra riformista social-democrata (I giovani comunisti e le diverse
varianti) e della classe politica nel suo insieme.
Per diversi motivi assistiamo oggi all’interno della gioventù cilena,
del movimento popolare e del movimento studentesco in particolare, alla
nascita di una nuova coscienza politica che si basa sul dialogo
orizzontale. La sfiducia nel potere politico e il forte senso di
democrazia all’interno del movimento ha reso difficile qualsiasi
negoziazione burocratica senza previa approvazione della maggioranza che
fa parte del movimento stesso. Questo spirito di mobilitazione del
movimento studentesco dimostra di volersi sganciare da ogni programma
ideologico. Questa nuova forma di política, che oggi si esprime con
forza all’interno del movimento studentesco stesso, affonda le sue
radici nelle rivendicazioni dello stesso movimento e delle politiche
istituzionali già negli anni ‘80 del secolo scorso.
Alcuni cenni sulla storia del movimento studentesco cileno
La relazione che lega i giovani e i cambiamenti politici in seno al
movimento studentesco cileno si evidenzia con chiarezza nella crescita e
nella profondità della sua coscienza sociale e politica seguita alla
radicale riforma universitaria avvenuta negli anni che vanno dal 1961
al 1972. Quest’ultima si manifestò nei termini di un diffuso
collegamento alle problematiche sociali, di un allargamento della
copertura, gratuità e democratizzazione effettiva della gestione
universitaria. Tutto ciò diede luogo al progetto programmatico per una
nuova istituzione educativa in una nuova società da realizzarsi
attraverso la lotta di classe diretta dal movimento popolare. Tale
processo fu stroncato brutalmente dalla dittatura militare fomentata
dagli USA e con l’appoggio della componente conservatrice di
centro-destra (Partido Nacional y Democracia Cristiana). I militari
intervennero nelle università e violarono ripetutamente i Diritti umani:
scomparsa, uccisioni e l’esilio di migliaia di accademici, funzionari e
studenti. Per l’estrema destra, nelle parole dei suoi principali
esponenti (ad esempio l’attuale ex-ministro dell’educazione Joaquin
Lavin), in larga parte, il problema dell’ U.P. ( Unidad Popular) e la
polarizzazione delle classi sociali erano originate dalla
“politicizzazione” dei giovani e delle università.
Fu durante la decada degli anni ‘80, mentre si svolgeva il processo di
realizzazione delle riforme strutturali nell’ambito del progetto
neo-liberale, che inizia la mercificazione dell’università pubblica e
statale e la municipalizzazione dell’insegnamento nelle scuole medie e
superiori. In questo momento, ancora una volta gli studenti protestarono
con forza, senza temere la repressione della dittatura e formarono
parte di un movimento di protesta molto più fluido dall’anima
insurrezionale che, dal 1983 al 1986, mise in scacco la dittatura. Si
organizzarono più di 17 giornate di protesta popolare e si registró pure
un fallito tentativo di tirannicidio conosciuto come operazione “Siglo
XXI”. Allora vennero riattivate le associazioni studentesche
universitarie e si impose un piano d’azione di resistenza contro la
privatizzazione. Purtroppo, data la pressione politica del momento e le
necessità legate alla transizione democratica, si spostò il centro
dell’attenzione dal tema dell’istruzione a quello nazionale: eliminare
la dittatura. A questo errore non solo corrispose l’accettazione tacita
dell’eredità lasciata dal generale mantenendo intatta la struttura della
sua costruzione istituzionale, ma anche il fatto che vennero
penalizzati il movimento studentesco ed il movimento popolare cileno.
Gli effetti si manifestarono tra il 1990 e il 1995. In questi anni
declina l’azione politica studentesca, clientelizzata/cooptata dai
partiti politici tradizionali i quali amministrarono la transizione
politica e canalizzarono le aspettative di trasformazione sociale dei
movimenti sociali nei canali istituzionali dello Stato. Si ridusse a
merce di scambio gli apparati politico-militari dell’insurrezione
popolare e si praticò una politica di cooptazione tra la Concertazione
antidittatoriale e la destra come si trattasse dell’unica forma
possibile per fare politica. Qualsiasi opposizione critica ai fondamenti
del sistema istituzionale era considerata sovversiva, antisistemica e
inutile.
Fu a partire dal 1995, con la progressiva perdita dell’appoggio della
base sociale alla Concertazione e la riorganizzazione politica delle
iniziative giovanili, che comincia nuovamente un piano di resistenza
alla radicalizzazione del modello educativo neo-liberale (la riforma dei
curricula iniziata dal governo Aylwin e culminata sotto il governo di
Frei). Tale processo portò con sé una restaurazione organica delle
principali organizzazioni corporative degli studenti e, tra il 1996 ed
il 1997, interrompe la cooptazione del movimento sociale attuata dalla
Concertazione, ottiene un pacchetto di riforme conosciuto come “Legge
Marco” ed instaura una politica più autonoma e propositiva. Tutto ciò
però ancora in una logica di difesa corporativa delle Università da
parte del Consiglio dei Rettori, senza proposte rivendicative per il
settore emergente delle università private e, purtroppo, senza un
progetto programmatico per il sistema educativo nel suo complesso che
ponesse le basi per un orizzonte dal quale far emergere una politica di
rivendicazione chiara e strategica. La sconfitta definitiva del 2005,
che vide il tradimento della Gioventù Comunista, della Concertazione con
le sue varianti cittadine, si concretò nell’approvazione dell’ “Accordo
CONFECH-MINEDUC” che stabilì il tasso d’interesse del credito con il
consenso dello Stato (5,6% d’interesse) smantellando quello del Fondo
di Solidarietà (2% d’interesse). Iniziò così una fase di aggregazione
nel movimento universitario che ha continuato ad espandersi fino a
quest’anno.
La generazione di studenti delle scuole superiori del 2006, con il
precedente della mobilitazione studentesca del 2001 conosciuta come il
“mochilazo” (zaino) avviata dalla componente più giovane del movimento
prima del consolidamento della privatizzazione, passò all’offensiva
attraverso una concreta mobilitazione, occupando i licei e coinvolgendo
più di 1.300.000 studenti in tutto il Paese. In questo momento in cui la
nuova cultura politica inizia ad esprimersi sulla base della precedente
esperienza di mobilitazione degli studenti: una politica libertaria,
fondata sulla democrazia diretta ed un approccio decisionale di tipo
orizzontale. Con quest’opportunità, il movimento studentesco delle
scuole superiori, conosciuto come “Revolución Pingüina” - richiamando
l’abbigliamento degli studenti e gli uccelli marini- si affiancò al
governo della “socialista “ Michelle Bachelet riuscendo a modificare il
programa di governo ed inserendovi altre problematiche: la speculazione
nel campo dell’educazione, lo smantellamento della municipalizzazione ed
il ritorno allo stato della gestione del sistema educativo attraverso
la promulgazione della L. O. C. E. (Legge Organica Costituzionale
dell’Educazione).
Dopo mesi di mobilitazione e nonostante il peso negativo della classe
politica rispetto alla crisi del sistema educativo, gli studenti hanno
ottenuto le dimissioni di un ministro, la vittoria su alcune delle loro
rivendicazioni minori (borse di studio e tessere per agevolazioni) ed
infine, l’apertura di un tavolo di lavoro volto alla modifica della L.
O. C. E. . Tuttavia, in questa Commissione presidenziale, gli attori
sociali erano un’ esigua minoranza rispetto agli interessi corporativi
abbondantemente rappresentati, e questo fatto portò come conseguenza
l’abbandono da parte degli studenti e dei professori delle trattative.
Queste portarono alla proposta di cancellazione e, attraverso il
consenso della classe politica successivamente concretizzata, con
l’emanazione della Legge Generale sull’Educazione approvata nel 2009
che venne così a sostituire la L. O. C. E. dell’epoca di Pinochet.
Sulla scena attuale
Lo sviluppo del conflitto studentesco che è iniziato lo scorso maggio
sorge con la tiepida partecipazione della CONFECH ( Confederazione di
studenti del Cile) e per la mancanza di risposte da parte del governo,
che cercò in un primo momento di ignorare la situazione di crisi
nell’educazione.
Inoltre il governo provò a smobilitare il movimento imputandolo di
essere un gruppo ideologico e reprimendolo con durezza. Cercò poi di
prendere in mano il processo di riforma, con proposte pompose in materia
di educazione ma che, in sostanza, non davano risposte alle richieste
studentesche. Davanti a questi fatti, il movimento scommette per la
mobilitazione diretta attraverso l’occupazione di Licei e Università. Le
innovazioni di queste proposte, assieme alle marce a livello nazionale,
iniziarono a riempire le strade dal 14 giugno scorso, (200.000
manifestanti a Santiago e 500.000 a livello nazionale). Dinanzi a questa
situazione, il governo incominciò ad essere accerchiato giacché il
movimento studentesco ebbe l’appoggio da parte notevole della società
mettendo in risalto le richieste dell’abolizione del profitto e
dell’indebitamento. Questo fatto innescò le dimissioni del ministro di
educazione, Joaquín Lavín, e ci fu un nuovo annuncio presidenziale.
Nonostante tutto ciò, il movimento non si arrendeva e chiamava alla
mobilitazione il giorno 4 agosto che viene citata anche sulla stampa
internazionale. Questa manifestazione sarà conosciuta col nome di
Mobilitazione “4-A o inverno cileno” e per aver ignorato il divieto di
manifestare imposto da ordine del Ministero dell’Interno e aver respinto
la repressione della polizia. E’ finita con violente proteste che
riempirono tutto il centro di Santiago e sette comuni vicini con delle
barricate insieme ai rumori assordanti delle casseruole che i
manifestanti battevano. Questi eventi causarono un bilancio di perdite
miliardarie nonché l’incendio della multinazionale “La Polar”,
anticipando in questo modo un nuovo periodo di mobilitazione. Scene
simili furono ripetute lungo tutto il Paese.
Attualmente il conflitto tra il movimento studentesco e l’esecutivo si
trova nuovamente sulla scena cilena dopo lo sciopero generale del 24 e
25 di agosto proclamato dalla Centrale Unitaria dei Lavoratori (CUT).
Quelle intense giornate di violenza politica popolare paralizzarono il
Paese mentre la polizia uccise uno dei manifestanti, Manuel Gutiérrez.
Dinanzi a questi fatti e all’ acutizzarsi della protesta sociale,
l’esecutivo finalmente ha ceduto nonostante la contrarietà del ministro
dell’istruzione Bulnes. Il Presidente Piñera ha poi convocato un
incontro di dialogo (per il 2 settembre) per sbloccare il conflitto. E’
necessario evidenziare che è la prima volta dal ritorno alla democrazia
che un movimento sociale attraverso la mobilitazione diretta è riuscito
ad avere un incontro per confrontarsi con Presidente, ministro delle
finanze e il ministro d’istruzione.
Da parte sua il movimento sociale ha detto che desidera ampliare la
propria base d’appoggio sollecitando la partecipazione degli
intellettuali per sviluppare programmi politici più chiari e nuove
proposte tecniche che servano a sostenere le posizioni del movimento.
Inoltre il movimento comincia ad avere la necessità di organizzarsi e di
coordinarsi. I germi del Potere Popolare si trovano nelle lotte e
iniziative locali articolate in una prospettiva nazionale: le Assemblee
Tterritoriali.
Molto ampio è l’appoggio della società al movimento sociale. Per questo
motivo si è verificata una riattivazione del movimento di massa di
lavoratori che dal 2006 ha modificato lo scenario politico popolare. Al
giorno d’oggi il movimiento sta esprimendo una fase aperta di lotta di
classe che da una prospettiva rivoluzionaria e libertaria prospetta la
costruzione di una alternativa politica popolare che trovi un grande
riscontro nella classe operaia e nei settori più popolari.
Oggi, ancora una volta, come diceva il sindacalista Clotario Blest, i
giovani devono essere alla testa dei lavoratori per far sì che
il cambio sia possibile. Oggi, ancora una volta, siamo noi giovani,
lavoratori, studenti e le singole persone a far rivivere la politica
nelle strade in modo organizzato e senza chiedere permesso. Abbiamo
ormai una chiara iniziativa nelle strategie per la costruzione del
popolo organizzato, cosciente e felice che lotta per la dignità.