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martedì 10 aprile 2012

Scontri a Tunisi. Il movimento riconquista l'Avenue Bourguiba

da infoaut

In primo piano



  • tunis_1Duri scontri nel centro di Tunisi tra manifestanti e polizia che sta facendo ampio uso di lacrimogeni caricando un partecipatissimo corteo. Sembra che alcuni militanti del sindacato UGTT ed esponenti della società civile e dei partiti della sinistra radicale (come Hamma Hammami del Partito dei lavoratori tunisini) siano stati selvaggiamente pestati e poi arrestati. Alle 10am l'appuntamento era sull'Avenue Mohamed V con l'obiettivo di dirigersi verso l'Avenue Bourguiba interdetta alle manifestazioni da un provvedimento imposto dal Ministero degli Interni. Quest'ultimo approfittando dello show architettato lo scorso 28 marzo dalle fazioni salafite nel centro della città aveva promulgato il divieto a manifestare sull'Avenue Bourguiba, decisione contestata dai movimenti di lotta che fin da subito hanno tentato di respingere la provocazione congiunta di salafiti e polizia.

    Sabato 7 aprile un grande presidio organizzato dal Coordinamento dei Diplomati Disoccupati era stato attaccato dalle forze dell'ordine che a suon di manganellate e lacrimogeni erano riusciti a scacciare dal centro (dopo una lunga resistenza) i disoccupati in lotta. E da settimane andava avanti la repressione contro l'associazione dei martiri e dei feriti della rivoluzione che più volte hanno tentato di avvicinarsi al Ministero dei Diritti dell'Uomo per far sentire le proprie ragioni contro un ministro che da quando si è insediato, al di là di qualche futile sortita mediatica, ha risposto ordinando pestaggi e provocazioni poliziesche contro l'associazione.
    Insomma la misura era colma per la piazza di Tunisi che in queste ore è tornata a battersi gridando “ il popolo vuole la caduta del regime!”, “viva la Tunisia, viva i Martiri”, “no alla nuova dittatura, ci vuole una nuova rivoluzione”. Ma lo slogan che oggi assume un valoretunis_2 davvero importante per la Tunisia post Ben Ali è quello che recita: “il popolo tunisino è un popolo indipendente, noi non vogliamo né il Qatar né gli USA!”, il 9 aprile è infatti la data che ricorda i martiri tunisini della lotta anti-coloniale contro i francesi, una data dai fortissimi lineamenti politici che oggi viene intelligentemente curvata dal movimento tunisino contro quei paesi che tramite politiche di debito e investimento (orientato verso le lobby affaristiche delle fazioni islamiste più o meno moderate) stanno tentando di scippare la rivoluzione alla Tunisia alle prese con un fragile termidoro islamista.

    In questi minuti apprendiamo che gli scontri si stanno allargando anche ai quartieri limitrofi del centro di Tunisi con il proletariato giovanile della zona impegnato a dare manforte come sempre al movimento rivoluzionario. E' la stessa piazza che solo un anno fa ha imposto il “game over” al rais Ben Ali e che ora torna a muoversi per staccare direttamente la spina a quella macchina perversa di un regime che tramite elezioni farsa e vesti moderate islamiste credeva di poter ricominciare a rapinare impunemente il popolo tunisino. Il 9 aprile in Tunisia non è più da oggi una ricorrenza retorica ma sta divenendo barricata su barricata, pietra su pietra, slogan dopo slogan una giornata della rivoluzione, della nostra rivoluzione globale contro l'1% del vecchio regime...

    Seguiranno aggiornamenti... intanto ci uniamo allo slogan “Tahya Tunes”, “Forza Tunisia” con l'augurio che sia l'inizio della fine di questo breve termidoro!

    giovedì 29 marzo 2012

    ANCHE IL SUDAN VITTIMA DELL'ASSISTENZIALISMO PER RICCHI

    Di comidad (del 29/03/2012 @ 01:21:34, in Commentario 2012, linkato 91 volte)
    Il caso del Sudan sta ricalcando un copione che a molti sembra di aver già visto. Il solito dittatore pazzo sta perpetrando il solito genocidio ai danni della propria popolazione; ed ecco che l'opinione pubblica progressista si mobilita sotto la guida di insospettabili alfieri dei diritti umani, come il giornale inglese "The Guardian" e l'attore George Clooney, fattosi arrestare davanti all'ambasciata sudanese il mattino dopo una cena col presidente Obama.
    Prove? Ci viene detto che da qualche parte ci sono, e per crederci basta la parola "dittatore". Nel frattempo il mandato di cattura della Corte Penale Internazionale contro il presidente Sudanese, Al-Bashir, è stato depennato dall'accusa di genocidio, anche se la Corte dichiara di avere prove su altri crimini di Al-Bashir, peraltro mai esibite.
    Alla mobilitazione sul caso Sudan partecipa spontaneamente una vasta area di personale della "sinistra" ufficiale, perché è bello stare dalla parte della giustizia e del bene, tanto più che ce la si va a prendere con un avversario debole. Il copione vuole che in questa fase il governo statunitense se ne stia defilato, in una posizione apparentemente neutrale, anzi confusa ed imbarazzata, con l'aria di lasciarsi supplicare di intervenire affinché l'annunciato genocidio non si compia.
    Strano che un copione del genere possa ripetersi nell'epoca di internet, nella quale non è più necessario passare giornate in emeroteca per reperire notizie. Gli Stati Uniti sono infatti da decenni in guerra aperta contro il Sudan, ed è agevole reperire informazioni a riguardo.
    Nel 1996 l'amministrazione Clinton riuscì ad imporre al Consiglio di Sicurezza dell'ONU delle sanzioni contro il Sudan con il pretesto di un fantomatico attentato contro il presidente egiziano Mubarak, cioè alcuni colpi che sarebbero stati sparati contro la sua auto blindata durante un summit africano ad Addis Abeba. Il segretario di Stato USA di allora, Madeleine Albright, accusò il Sudan di essere un "nido di vipere del terrorismo", cosa che giustificò anche la decisione unilaterale degli USA di un ulteriore inasprimento delle sanzioni contro il Sudan. [1]
    Le colpe del governo sudanese di allora erano le stesse di quello di adesso. Il Sudan ha infatti troppo petrolio e non lo lascia gestire tutto alle multinazionali "giuste", cioè quelle anglo-americane. Troppi contratti petroliferi vengono concessi dal governo sudanese a multinazionali come la cinese Petrochina e la malese Petronas. Il governo sudanese ha preferito le multinazionali petrolifere cinesi anche perché queste, in cambio del petrolio, garantiscono un consistente programma di creazione di infrastrutture: strade, ferrovie, ponti, canali, ecc. Sino a poco tempo fa le proiezioni della British Petroleum erano costrette a constatare che il Sudan si avviava a diventare un gigante petrolifero in campo africano. [2]
    Ma la vivacità economica del Sudan non riguardava solo il settore petrolifero. Sino al 1998 il Sudan deteneva un'autosufficienza in campo farmaceutico, con una fabbrica che si poneva all'avanguardia in Africa, e che, oltre a coprire il fabbisogno interno, era in grado anche di esportare i propri prodotti in altri Paesi africani. Non c'è quindi da stupirsi che nell'agosto del 1998 Bill Clinton abbia deciso di bombardare quella fabbrica, provocando numerose vittime e congelando per oltre un decennio la prospettiva di un'autosufficienza farmaceutica del Sudan. In quella circostanza il pretesto ufficiale di Bill Clinton fu che lo stabilimento farmaceutico nascondesse una fabbrica di armi chimiche. Come si vede non è necessario volere l'energia atomica, come l'Iran, per essere accusati di voler distruggere Israele, basta un'industria farmaceutica. L'accusa di Bill Clinton non solo non fu mai provata, ma ricevette una smentita da un tribunale statunitense a cui si era rivolto il proprietario della fabbrica; ma per questo crimine il governo statunitense non subì mai alcuna censura. [3]
    Infatti, secondo il conformismo vigente, i crimini dei ricchi vanno sempre considerati errori in buona fede, o, al massimo, "contraddizioni". Il capitalismo è la principale forma di crimine organizzato, poiché ha in più l'arma delle pubbliche relazioni.
    Del tutto casualmente furono le multinazionali farmaceutiche occidentali a giovarsi della liquidazione dell'industria farmaceutica sudanese. Qualcuno all'epoca accusò Clinton di aver bombardato il Sudan per far dimenticare i propri scandali sessuali; altri, più realisticamente, opinarono che Clinton avesse agito da lobbista delle multinazionali farmaceutiche. L'assistenzialismo per ricchi si fa anche con le bombe; anzi, soprattutto con le bombe.
    Ma, oltre le bombe, c'è anche la guerra psicologica. L'assistenzialismo per ricchi si basa infatti sulla svalutazione dei poveri: mentre i ricchi sono merce pregiata da coccolare e vezzeggiare perché con la loro sola esistenza fanno bene all'intera società, i poveri hanno sempre e soltanto moventi di fanatismo e terrorismo. La vitalità economica del Sudan assume perciò i contorni di uno scandalo che è necessario prima occultare e poi cancellare definitivamente.
    Lo scorso anno il Sudan ha già accettato la secessione del Sud del Paese. La separazione del Sudan tra nord e sud è stata studiata proprio per paralizzare le possibilità di sviluppo del paese finanziate dal petrolio. Infatti i maggiori giacimenti sono al sud o nella zona di frontiera, mentre le raffinerie e gli oleodotti sono al nord. Di recente il segretario di Stato Hillary Clinton ha rivendicato proprio agli USA la scelta di favorire questa secessione, accusando ovviamente Al-Bashir di voler aggredire il neonato Stato. [4]
    Da notare che adesso i Clinton non sono più i semplici lobbisti degli anni '90, dato che sotto l'amministrazione del mite Obama sono state condotte tre operazioni coloniali ad Haiti, in Libia e nel Sudan del Sud; tre Paesi che sono entrati nel carniere dei feudi personali del clan dei Clinton, che già controllava il Rwanda attraverso la Fondazione Clinton. Casualmente George Clooney è un testimonial della Clinton Foundation. [5]
    Al-Bashir aveva accettato il compromesso sperando che gli Stati Uniti si accontentassero della secessione del sud del Paese, invece per la cosca criminale dei Clinton questa era solo il primo passo per arrivare ad una dissoluzione del Sudan. La separazione ha lasciato il contenzioso dei confini, dove sono concentrati molti giacimenti di petrolio, quindi per le provocazioni degli USA la strada è spalancata. [6]
    Una bella campagna di bombardamenti USA e NATO favorirebbe infatti la frantumazione del Sudan attuale in tanti clan tribali in guerra tra loro; ciascun clan sotto la tutela di milizie armate dalle multinazionali, come in Libia o in Congo. Da quel momento anche morti e massacri cesserebbero di fare notizia e di suscitare indignazione nel Sacro Occidente.

    [1] http://www.adnkronos.com/Archivio/AdnAgenzia/1996/04/27/Esteri/SUDAN-SANZIONI-DEL-CONSIGLIO-DI-SICUREZZA_143700.php
    [2] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.sudantribune.com/Sudan-Oil-Industry-in-BP-Figures,22437&ei=x5pwT7aKDYGg4gSp-ozAAg&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=1&ved=0CCkQ7gEwAA&prev=/search%3Fq%3Dsudan%2Bbritish%2Bpetroleum%26hl%3Dit%26prmd%3Dimvns
    [3] http://www.repubblica.it/online/fatti/kenya/rappre/rappre.html
    http://translate.google.it/translate?hl=it&langpair=en%7Cit&u=http://news.bbc.co.uk/2/hi/africa/425552.stm
    [4] http://www.wallstreetitalia.com/article/1333109/sud-sudan-clinton-accusa-bashir-di-voler-minare-esistenza-paese.aspx
    [5] http://translate.google.it/translate?hl=it&langpair=en%7Cit&u=http://www.looktothestars.org/news/7611-george-clooney-shows-support-for-clinton-foundation
    [6] http://www.ilsecoloxix.it/p/est/2012/03/27/AP5GjYBC-senza_sudan_guerra.shtml#axzz1qOJ7iiWO

    domenica 11 marzo 2012

    Un nuovo attacco colpisce la Striscia di Gaza

    da infoaut



  • attaccosugazaE’ di quindici palestinesi uccisi il bilancio dei bombardamenti israeliani che si sono abbattuti nelle ultime 24 ore sulla Striscia di Gaza.
    Dopo alcuni mesi di “calma” relativa , in cui comunque sono continuate le incursioni, sia aeree che via terra, un nuovo attacco israeliano ha colpito territori palestinesi.
    La nuova fiammata di violenze è cominciata ieri quando, dopo il lancio di colpi di mortaio da parte di alcune organizzazioni armate palestinesi, il cielo di Gaza si è nuovamente riempito di Apache israeliani che hanno ripetutamente bombardato quella piccola striscia di terra, perennemente sotto assedio.
    Netanyahu, primo ministro israeliano, ha affermato che i raid sarebbero stati la risposta al lancio di razzi da parte palestinese, MA netta è l’impressione che le forze armate israeliane fossero in attesa dell’occasione per uccidere Zuhair Kaisi, leader dei Comitati di Resistenza Popolare, colpito venerdì scorso mentre si trovava in automobile assieme ad un altro membro della stessa organizzazione, anch’esso deceduto a seguito dell’attacco.
    Secondo quanto affermato dalle autorità israeliane l’attacco in questione sarebbe stato un “omicidio mirato” nei confronti di Kaisi, accusato di aver diretto l’attacco dello scorso agosto nel quale rimasero uccisi, tra coloni e soldati, otto israeliani. Secondo le fonti israeliane, la stessa organizzazione sarebbe poi stata responsabile del rapimento del soldato israeliano Gilad Shalit, catturato nella Striscia di Gaza nel 2006 e rilasciato lo scorso ottobre, in cambio della liberazione di oltre mille palestinesi, molti dei quali in seguito nuovamente arrestati dalle autorità israeliane.
    L’uccisone del dirigente palestinese ha scatenato la ripresa dei lanci di missili e di colpi di mortaio da parte palestinese contro le città israeliane vicine al confine con la Striscia, che hanno provocato il ferimento di otto israeliani. A questi lanci ha risposto esercito israeliano vomitando tutta la sua potenza di fuoco sulla popolazione della Striscia, sottoposta a bombardamenti.
    Ad essere colpita intorno alla mezzanotte è stata Gaza City, mentre successivamente i combattimenti si sono spostati nell’area di Beit Lahia, a nord della Striscia: nelle prime ore del mattino si contavano già 12 palestinesi uccisi.
    Mentre si svolgevano i funerali delle vittime degli attacchi di ieri, un nuovo bombardamento è stato effettuato questa mattina. Nel pomeriggio truppe israeliane hanno poi aperto il fuoco su alcune decine di ragazzi che, durante un altro funerale, hanno marciato verso il confine con lo stato israeliano per lanciare sassi alle postazioni militari.
    Al momento si contano 15 morti e decine di feriti, tra cui molti bambini.
    Così, proprio mentre il governo israeliano, destabilizzato dalla solidarietà con la lotta palestinese emersa a seguito della Primavera Araba, si prepara per una sempre più una guerra sempre più probabile contro l’Iran, attuando una sempre maggiore militarizzazione dei territori palestinesi e chiedendo agli USA nuovi equipaggiamenti militari, aerei da combattimento israeliani stanno massacrando ancora una volta la Striscia di Gaza, mentre al momento non si esclude un attacco di terra.
    La Striscia, martoriata da oltre quattro anni di assedio, si trova in queste ore a dover fronteggiare un nuovo attacco che si va a sommare alla già precaria situazione che vive ogni giorno. Una “prigione a cielo aperto”, con frontiere ermeticamente chiuse, racchiusa su quattro lati da barriere militari che impediscono la pur minima libertà di movimento, che in queste ore sta vivendo una nuova interruzione energetica; un territorio al buio, costantemente sotto assedio, adesso vittima di un forte bombardamento, ma in cui altrettanto forte è la volontà di resistere ad una progettualità di sterminio sempre più marcata da parte sionista.

    giovedì 5 gennaio 2012

    GUERRA PSICOLOGICA CONTRO L'IRAN, GUERRA ECONOMICA CONTRO L'ITALIA

     
     
     
    D
    Di comidad (del 05/01/2012 @ 01:18:45, in Commentario 2012, linkato 190 volte)
    Con tipica tecnica ritorsiva, la propaganda dei media occidentali sta attribuendo all'Iran tattiche di guerra psicologica in relazione alle manovre della Marina iraniana nel Golfo Persico. Si può parlare in effetti di contro-guerra psicologica, dal momento che la spirale delle minacce di attacco è stata iniziata da Israele molto tempo fa, come viene sottolineato dalla stampa mondiale non legata alla NATO. [1]
    L'Iran è infatti l'unico tra i tanti Paesi attualmente bersaglio del sedicente Occidente, ad aver assunto la categoria di guerra psicologica come fondamento della sua strategia anticoloniale, dato che il disarmare psicologicamente l'avversario è alla base della strategia della NATO. Le minacce di attacco e le sanzioni economiche hanno lo scopo di indurre l'Iran ad accettare quel calvario di compromessi, mediazioni ed ispezioni che hanno come diretta conseguenza non solo di lasciarsi invadere da spie, ma soprattutto di consentire alle agenzie dell'ONU, falsamente neutrali, di "lavorarsi" il gruppo dirigente iraniano, favorendo doppi giochi e defezioni.
    Vista l'esperienza dell'Iraq e della Libia, la leadership iraniana (la diarchia Ahmadinejad-Khamenei), sta quindi cercando di evitare la trappola delle mediazioni, poiché ormai vi è la convinzione che la NATO sia determinata ad attaccare, e stia operando di psywar, con sanzioni e continue accuse, solo per potere arrivare a ridurre al minimo i costi ed i rischi dell'attacco. Del resto, cercare di ragionare con un Occidente che lo descrive come il pazzo che vuole l'atomica per cancellare Israele dalla carta geografica, sarebbe per Ahmadinejad del tutto irragionevole.
    Ma nessun gruppo dirigente è compatto ed il grado di corruttibilità è sempre molto elevato, tanto più che le sanzioni possono allontanare la prospettiva di affari a lungo vagheggiati. Anche l'Iran ha infatti in corso le sue brave compromissioni affaristiche, ed il suo principale partner di affari è la British Petroleum, proprio la multinazionale che era dietro il colpo di Stato che rovesciò il primo ministro iraniano Mossadeq ed insediò il regime dello Scià. La partnership riguarda affari esterni all'Iran, dato che le sanzioni non consentono alla British Petroleum di operare direttamente in Iran. Si tratta di sfruttamento di giacimenti in Azerbaijan e nel Mare del Nord. Quest'ultimo affare potrebbe essere vittima delle imminenti sanzioni.[2]
    Ad avvantaggiarsi di una eventuale ricolonizzazione dell'Iran sarebbe soprattutto la British Petroleum. In Gran Bretagna vari giornali hanno fatto circolare documenti ufficiali che dimostrano il diretto coinvolgimento di questa multinazionale nell'organizzazione della guerra contro l'Irak del 2003, ed il suo ruolo di predominio nello sfruttamento del petrolio irakeno.[3]
    Il fatto che la British Petroleum intrattenga queste relazioni d'affari con l'Iran, non va quindi inteso come una sua disobbedienza alla disciplina NATO. Anzitutto la NATO opera da sempre come una sorta di agenzia di lobbying della British Petroleum, ed il supremo organo dirigente della stessa NATO, il Consiglio Atlantico, arriva a diffondere informative in cui le proposte di "pipeline" della British Petroleum vengono magnificate come ancore di salvezza per l'Occidente.[4]
    La British Petroleum è inoltre in rapporto diretto con i servizi segreti statunitensi e britannici, perciò gli agenti di questi servizi beneficiano di una cordiale accoglienza nella multinazionale, dove vengono immediatamente assunti in qualità di lobbisti non appena lascino le loro agenzie. La stampa statunitense e quella britannica hanno segnalato vari di questi casi di "porta girevole" tra servizi segreti e British Petroleum, che riguardano la CIA ed il MI6.[5]
    Quindi, la NATO fa da agenzia di lobbying per la British Petroleum, ma questa a sua volta fa da cavallo di Troia per i servizi segreti della NATO. Il lobbying in questa versione hard extreme è attualmente del tutto legalizzato, tanto che viene da chiedersi quale sia l'effettivo grado di commistione tra strutture militari e di intelligence con il sistema delle imprese.
    Su istruzioni della NATO, anche il governo italiano, con la Legge 124/2007, ha conferito ai rapporti tra imprese private e servizi segreti una veste istituzionale. L'articolo 25 della Legge 124/2007 consente inoltre ai servizi segreti di costituire proprie imprese private a carattere "simulato", mettendole a carico dei propri fondi riservati; un articolo che sa di sanatoria per il passato, più ancora che di indicazione per il futuro.[6]
    In più, il Consiglio Atlantico può permettersi di pubblicare senza pudore un elenco delle multinazionali che lo sponsorizzano; un elenco reperibile sul suo sito ufficiale. Chissà quante di queste multinazionali erano nate a loro tempo come "imprese a carattere simulato". C'è anche da rilevare che attualmente un'istituzione ufficiale - come è il Consiglio Atlantico - viene citata talmente di rado dai media, che risulta molto più segreta alle masse dell'ormai sputtanatissimo gruppo Bilderberg. [7]
    La prospettiva di perdere degli affari potrebbe aprire delle brecce nel regime iraniano, e le attuali relazioni con la British Petroleum comportano il trovarsi costantemente a rischio di essere infiltrati dai servizi segreti della NATO. Ma se qualcuno gli affari rischia di perderli, qualcun altro li sta già perdendo, come nel caso dell'Italia.
    Mentre il Presidente del Consiglio Monti, in pura malafede, blatera di "crescita", intanto l'effetto deprimente delle sanzioni contro l'Iran si fa sentire sull'economia italiana, tanto che persino il quotidiano confindustriale "Il Sole -24 ore" ha segnalato che i pagamenti iraniani alle aziende italiane non possono pervenire a causa del blocco delle banche occidentali. In questa guerra del lobbying, molte imprese esportatrici italiane stanno soccombendo. Si vede che non sono nelle grazie del Consiglio Atlantico.[8]

    [1] http://translate.google.it/translate?hl=it&langpair=en%7Cit&u=http://www.srilankaguardian.org/2011/11/iran-israeli-psywar-indicates-lack-of.html
    [2] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.time.com/time/nation/article/0,8599,1996921,00.html&ei=0uIBT767JaaQ4gTC7f2SCA&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=3&ved=0CD4Q7gEwAg&prev=/search%3Fq%3Dbritish%2Bpetroleum%2Biran%2Bazerbaijan%26hl%3Dit%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%3Dimvns
    [3] html&ei=0vH2ToHPGYfk4QTI5M2NCA&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=2&ved=0CC8Q7gEwATgo&prev=/search%3Fq%3Dbritish%2Bpetroleum%2Billegal%2Blobbying%26start%3D40%26hl%3Dit%26sa%3DN%26rlz%http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.dailymail.co.uk/news/article-1378428/Iraq-war-documents-reveal-talks-Government-oil-giants-BP-invasion3D1W1ACAW_itIT338%26biw%3D960%26bih%3D507%26prmd%3Dimvns
    http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.guardian.co.uk/business/2011/jul/31/bp-stranglehold-iraq-oilfield-contract&ei=01z3TtefN6OQ4gTNlMWNCA&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=8&ved=0CHAQ7gEwBzgK&prev=/search%3Fq%3Dbritish%2Bpetroleum%2Bassad%26start%3D10%26hl%3Dit%26sa%3DN%26rlz%3D1R2ACAW_it%26biw%3D960%26bih%3D507%26prmd%3Dimvnsb
    [4] http://translate.google.it/translate?hl=it&langpair=en%7Cit&u=http://acus.org/new_atlanticist/bp-pipeline-late-good
    [5] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.cbsnews.com/8301-31727_162-20006472-10391695.html&ei=6u_2TvWNEM724QSm4sGNCA&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=3&ved=0CEMQ7gEwAg&prev=/search%3Fq%3Dbritish%2Bpetroleum%2Billegal%2Blobbying%26hl%3Dit%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%3Dimvns
    http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.dailymail.co.uk/news/article-2015538/Revolving-door-row-ex-MI6-spy-lands-BP-job.html&ei=N6btTtHZL_D34QScleilCQ&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=2&ved=0CCsQ7gEwAQ&prev=/search%3Fq%3Dbp%2Bmi6%26hl%3Dit%26rlz%3D1R2ACAW_it%26prmd%3Dimvns
    [6] http://www.camera.it/parlam/leggi/07124l.htm
    [7] http://translate.google.it/translate?hl=it&langpair=en%7Cit&u=http://www.acus.org/about/sponsors
    [8] http://www.ilsole24ore.com/art/economia/2010-12-18/freno-banche-iran-081543.shtml?uuid=AYwmxnsC
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    giovedì 22 dicembre 2011

    PUTIN INSEGUITO DAL FANTASMA DI GHEDDAFI



    Di comidad (del 22/12/2011 @ 01:03:06, in Commentario 2011, linkato 87 volte)
    Un Putin politicamente in difficoltà ha scelto di rilanciare la polemica contro gli Stati Uniti a partire da un tema cruciale, cioè le dirette responsabilità americane nell'assassinio di Gheddafi. All'opinione pubblica russa, questa presa di posizione di Putin rischia però di apparire come una tardiva scoperta dell'acqua calda, che non ottiene altro che di mettere ancora più in rilievo la linea di acquiescenza seguita dal Cremlino nei confronti dell'aggressione della NATO alla Libia.[1]
    La diplomazia russa, nel marzo scorso, aveva condiviso supinamente la narrazione NATO circa un Gheddafi tiranno isolato, pronto a bombardare il suo popolo: un Gheddafi politicamente morto.[2]
    Nei fatti invece il regime di Gheddafi si è confermato come il vero referente dell'equilibrio tribale in Libia; tanto che ci sono voluti più di sette mesi di bombardamenti feroci per sconfiggerlo, nonostante alcune opportunistiche defezioni interne al regime. Persino per la conquista sul terreno non sono bastati i sedicenti "ribelli", ma sono risultate necessarie non solo truppe mercenarie inviate dal Qatar, ma anche truppe scelte britanniche, come le SAS.[3]
    Queste cose i cittadini russi le sanno, poiché la loro informazione gliele ha raccontate giorno per giorno; e la frustrazione è stata tanta, non soltanto in riferimento all'aggressione contro un Paese ritenuto amico, ma anche per le gravi conseguenze a scapito della sicurezza russa. Appare perciò strano un Putin che rinfaccia alla NATO il suo comportamento criminale, ma che poi continua ad apparire esitante di fronte alle nuove aggressioni in programma da parte della stessa NATO, come quelle nei confronti della Siria e dell'Iran. Solo pochi giorni fa la diplomazia russa ha lanciato una proposta di risoluzione ONU sulla Siria che è un vero esercizio di cerchiobottismo.[4]
    Se Putin volesse davvero rifarsi una verginità, gli basterebbe offrire pubblicamente la sua garanzia militare alla Siria ed all'Iran, che sono anche Paesi a ridosso dei confini russi. Ma Putin può permettersi un ritorno alla guerra fredda? Su un piano strettamente politico e militare se lo potrebbe permettere, eccome.
    Ci sono però in ballo gli affari di Gazprom, che non sopporterebbero un inasprimento dei rapporti con la NATO. La Russia è oggi il maggiore produttore ed esportatore di petrolio al mondo, davanti persino all'Arabia Saudita.[5]
    Il gruppo dirigente di Gazprom, di provenienza KGB, sta accumulando fortune personali da capogiro, cosa che la dice lunga sui veri motivi della caduta del comunismo. Gazprom è riuscita a far approvare una legge che le consente persino di farsi un proprio esercito privato.[6]
    Il giro di affari russo con la Germania è di proporzioni spaventevoli, tanto che Putin è stato incensato sfacciatamente dal governo tedesco; un dettaglio che ha fatto molto arrabbiare il filosofo e russofobo francese André Glucksmann.[7]
    Persino Marchionne è in contatti di affari con la Russia, ed è volato a Mosca, probabilmente non solo a discutere di mercato russo, ma anche per riscuotere da Putin garanzie e coperture circa l'ulteriore colonizzazione dell'Europa dell'Est.[8]
    A coronamento del suo percorso affaristico, oggi la Russia è stata accolta trionfalmente nell'Organizzazione Mondiale per il Commercio (WTO), cosa che spiega le timidezze di Putin verso la NATO e verso le sue minacce colonialistiche contro Siria ed Iran.[9]
    Le sparate di Putin possono perciò incantare i tanti "putiniani" dell'Europa occidentale, ma non convincono più i Russi, che cominciano a vedere in lui un fumoso parolaio funzionale all'affarismo; un affarismo che oggi costituisce un'oggettiva minaccia per la integrità della Russia, dato che proprio la vicenda di Gheddafi dimostra che le oligarchie occidentali non si accontentano di trovare partner d'affari, ma vogliono colonie.
    Per le recenti elezioni russe si è parlato di brogli, ma in effetti anche i brogli hanno funzionato poco, visto che il partito comunista di Zyuganov si è avvicinato nei risultati alle sue dimensioni reali, che sono storicamente quelle del partito di maggioranza relativa. Zyuganov oggi è in piazza a protestare contro i brogli, ma probabilmente è il primo a rendersi conto che una situazione di instabilità prolungata rischierebbe di favorire non lui, bensì soluzioni del tipo "rivoluzione colorata", con l'emergere di qualche fantoccio della NATO, del genere di Vaclav Havel.[10]
    Il problema è che in Russia non c'è solo Gazprom a fare affari, ma è rimasta ancora una presenza significativa ed incombente della multinazionale British Petroleum, che è oggi la seconda nel giro di affari del petrolio e del gas russi.[11]
    La convivenza di BP con Gazprom è conflittuale, ma entrambe condividono il culto degli affari ed il timore nei confronti di Zyuganov. La rivoluzione colorata, con la conseguente colonizzazione e lo smembramento della Russia, diventerebbe una prospettiva concreta se alla crisi del putinismo non dovesse corrispondere un'immediata affermazione di forze decisamente anticolonialiste.
    La British Petroleum è da sempre in simbiosi con i servizi segreti britannici. Le attuali legislazioni occidentali sul lobbying e sul conflitto di interessi non sono soltanto permissive, ma addirittura promuovono i rapporti tra imprese private e servizi segreti. Anche l'Italia si è adeguata a questa tendenza con la Legge 124/2007, che prevede e favorisce accordi diretti tra affaristi privati e servizi segreti. Appena l'anno scorso il servizio segreto interno, l'AISI, e Confindustria hanno stretto ufficialmente una sorta di patto d'acciaio.[12]
    Questa ufficialità dei rapporti tra imprese private e servizi segreti consente oggi alle notizie a riguardo di uscire tranquillamente allo scoperto. Ha fatto di recente scalpore in Gran Bretagna la vicenda di un agente del servizio segreto MI6, un esperto di Russia e Cina, prepensionatosi per andare a fare il lobbista alla British Petroleum; tanto non c'è più rischio di incriminazione ad esibire certe "connection", che una volta avrebbero suscitato non solo stupore, ma anche scandali ed inchieste giudiziarie; magari poi insabbiate, ma comunque fastidiose.[13]
    Le direttive del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale e del WTO circa lo Sviluppo del Settore Privato (Private Sector Development) hanno infatti trasformato le istituzioni pubbliche in agenzie del lobbying delle imprese private, cioè in enti assistenziali per ricchi. Il conflitto di interessi non solo viene accettato, ma è stato anche consacrato dalla dottrina economica ufficiale.[14]
    Nell'orticello italiano ciò ha fatto sì che un banchiere privato come Attilio Befera possa vantare il suo incredibile curriculum. Partito da Efibanca per presiedere dapprima una società per azioni a capitale pubblico come Equitalia, Befera è andato poi alla conquista della dirigenza del suo principale azionista, cioè l'Agenzia delle Entrate, dalla quale ora può controllare anche la Guardia di Finanza.[15]
    A questo punto non è neppure più una sorpresa che Befera possa ostentare pubblicamente i suoi rapporti con i servizi segreti, andando a scrivere sull'organo ufficiale dell'AISI, la rivista "Gnosis". C'è una intossicazione informativa piuttosto diffusa che cerca di dirottare le notizie sui conflitti di interessi nel calderone del complottismo. Ma immaginiamoci il povero Befera intento ad organizzare un complotto: per mettere insieme Efibanca, Equitalia, Agenzia delle Entrate, Guardia di Finanza ed Aisi, sarebbe costretto a parlare sempre da solo.[16]
    Nella grande arena internazionale, lo Sviluppo del Settore Privato (o Assistenzialismo per Ricchi) ha comportato che la British Petroleum oggi possa vantare tra i suoi lobbisti nientemeno che l'Unione Europea, che è quella che assiste e tutela gli affari di BP in Russia, ed intercede per essa quando finisce nel mirino delle autorità russe per averla fatta troppo grossa.[17]
    C'è da chiedersi come Putin possa aver pensato di affrontare questi fior di criminali super-assistiti mantenendosi le mani legate. Ma l'avidità può ottundere anche l'istinto di conservazione.


    [1] http://www.corriere.it/esteri/11_dicembre_15/putin-contro-usa_b23498ea-2704-11e1-853d-c141a33e4620.shtml
    [2] http://www.instablog.org/ultime/111834.html
    [3] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.guardian.co.uk/world/2011/aug/23/sas-troopers-help-coordinate-rebels&ei=JfGwTs61HY7OswaBxuDrCg&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=3&ved=0CDwQ7gEwAg&prev=/search%3Fq%3Dqatar%2Blibya%2Bguardian%26hl%3Dit%26sa%3DG%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%3Dimvns
    [4] http://blog.panorama.it/mondo/2011/12/16/siria-la-russia-a-sorpresa-presenta-una-bozza-di-risoluzione-allonu/
    [5] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.energytribune.com/articles.cfm/8444/TNK-BP-Gazprom-Lead-Russia-To-Record-High-Oil-Output&ei=69vsToavEav24QSz_9yQCQ&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=10&ved=0CHEQ7gEwCQ&prev=/search%3Fq%3Dgazprom%2Bvs%2Bbritish%2Bpetroleum%26hl%3Dit%26sa%3DG%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%Dimvns
    [6] http://translate.google.it/translate?hl=it&langpair=en%7Cit&u=http://www.liveleak.com/view%3Fi%3D829_1183743028
    [7] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.gazprom-germania.de/en/&ei=wtrsTrjCFoWM4gSflbDsCA&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=10&ved=0CF8Q7gEwCQ&prev=/search%3Fq%3Dgazprom%2Baffari%2Bgermania%26hl%3Dit%26sa%3DG%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%3Dimvns
    http://archiviostorico.corriere.it/2011/luglio/10/Germania_incorona_Putin_Lavora_per_co_9_110710021.shtm
    l [8] http://www.trend-online.com/ansa/fiat-marchionne-vola-in-russia/
    [9] http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-12-17/russia-entra-anni-negoziati-081533.shtml?uuid=Aae0Q5UE
    [10] http://www.agenziastampaitalia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=4768:zyuganov-il-neo-colonialismo-della-nato-minaccia-anche-la-russia&catid=3:politica-estera&Itemid=35
    [11] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.bp.com/sectiongenericarticle.do%3FcategoryId%3D483%26contentId%3D2000676&ei=vt3sTs-gDI6K4gSMy8mICQ&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=1&ved=0CDAQ7gEwAA&prev=/search%3Fq%3Drussia%2Bbp%26hl%3Dit%26sa%3DG%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26biw%3D960%26bih%3D507%26prmd%3Dimvns
    [12] http://www.oipamagazine.eu/categoria1060/Imprese/Tecnologia-e-Business/aisi--confindustria-piano-per-la-tutela-delle-imprese-strategiche-italiane.html
    [13] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.dailymail.co.uk/news/article-2015538/Revolving-door-row-ex-MI6-spy-lands-BP-job.html&ei=N6btTtHZL_D34QScleilCQ&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=2&ved=0CCsQ7gEwAQ&prev=/search%3Fq%3Dbp%2Bmi6%26hl%3Dit%26rlz%3D1R2ACAW_it%26prmd%3Dimvns
    [14] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://wwwr.worldbank.org/fpd&ei=VNTwTpz5E8zY4QSRmOW0AQ&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=3&ved=0CEgQ7gEwAg&prev=/search%3Fq%3Dprivate%2Bsector%2Bdevelopment%2Bwto%26hl%3Dit%26sa%3DG%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%3Dimvnsb
    [15] http://www.agenziaentrate.gov.it/wps/content/nsilib/nsi/agenzia/chi+siamo/organigramma+centrale+2009/direttore+agenzia+delle+entrate
    [16] http://www.sisde.it/gnosis/Rivista19.nsf/ServNavig/13
    [17] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://archive.corporateeurope.org/docs/extracting_influence_russia.pdf&ei=MaLtTtbVEsPQhAeUrLmxCA&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=9&ved=0CGwQ7gEwCA&prev=/search%3Fq%3Dbritish%2Bpetroleum%2Bsecret%2Bservice%26hl%3Dit%26sa%3DG%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26biw%3D960%26bih%3D507%26prmd%3Dimvns
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    FEDERALISTI ANARCHICI:
    il gruppo ed il relativo bollettino di collegamento nazionale si é formato a Napoli nel 1978, nell'ambito di una esperienza anarco-sindacalista.
    Successivamente si é evoluto nel senso di gruppo di discussione in una linea di demistificazione ideologica.
    Aderisce alla Federazione Anarchica Italiana dal 1984.


    22/12/2011 @ 20.48.06
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    martedì 20 dicembre 2011

    La guerra del petrolio nel Kazakhstan soffocata nel sangue tra il silenzio dei media

    da http://www.ecoblog.it
    Pubblicato: martedì 20 dicembre 2011 da Marina
    strage di operai in kazhastan
    La storia che vi racconto entra nel più ampio scenario degli approvvigionamenti energetici del Kazkhstan, centro Asia, dove si muore per il petrolio. C’è in atto, almeno dal 2008 una protesta alimentata dagli operai specializzati che lavorano alle estrazioni e alle raffinerie. I motivi sono prettamente sindacali e le richieste consistono in migliori condizioni di lavoro e salari più alti.
    Ma gli scontri degli ultimi giorni con le forze governative che tentano il controllo sono state durissime e il bilancio come riporta Fulvio Scaglione vicedirettore di Famiglia Cristiana conta 11 morti, 90 feriti e 70 arresti. La disparità è evidente: a beneficiare della ricchezza prodotta dal petrolio non sono gli operai che si sporcano le mani e ci muoiono perché senza tutele né per la salute, né per la sicurezza, né per l’ambiente (figuriamoci!).
    Il Kazakhstan esporta 1,5 milioni di barili di petrolio che per il 20% arrivano Cina. Scrive Scaglione:
    Così si consuma in queste ore uno scontro tra i privilegiati di due classi, quella dei poveri (gli operai petroliferi) e quella dei ricchi (i burocrati dello Stato), che lascia indifferente la gran massa della popolazione. Un altro segnale dell’irrisolta transizione post-sovietica.

    venerdì 2 dicembre 2011

    Shanghai, scontri operai-polizia

    da .infoaut.org



  • chinariots2Migliaia di lavoratori si sono mobilitati nei sobborghi di Shanghai, nel secondo di una due-giorni di sciopero, contro la decisione dell'azienda Hi-P International di spostare i propri impianti in un'altra provincia del paese ed i licenziamenti che ne avrebbero costituito la messa in pratica. A dirlo è il China Labour Watch, un gruppo di studio sulla situazione del lavoro in Cina che però è di stanza a New York. Contro i manifestanti è intervenuta la polizia e ci sono stati scontri con feriti e arresti.

    Le prime avvisaglie della protesta sono arrivate ieri l'altro quando i primi dipendenti della Hi-P, una società di Singapore impegnata nel settore tecnologico, hanno cominciato a gridare slogan fuori dalla fabbrica dopo aver saputo dell'intenzione dei vertici di spostarla. I manifestanti portavano uno striscione con scritto "Vogliamo una spiegazione! Vogliamo la verità! Dov'è la verità della Hi-P' Dov'è la credibilità del governo? "

    Secondo la stessa Hi-P le problematicità emerse dallo sciopero sarebbero state "molto ridotte". La proprietà singaporiana dell'azienda, che produce pezzi per Apple, Hewlett-Packard, Rim (la produttrice dei Blackberry), Motorola e altri intende spostare la fabbrica di Shanghai in una zona meno cara, licenziando 1000 dipendenti che non avrebbero avuto (secondo il CLW) alcun preavviso e ai quali sarebbero state promesse compensazioni irrisorie. La Hi-P è stata fondata nel 1980 ed ha 25 siti produttivi in Asia, America ed Europa. In Cina ha fabbriche a Shanghai, Chengdu, Xiamen, Qingdao, Tianjin, Suzhou e Dongguan.

    Da qui è nata la protesta sfociata in scontri con la polizia, protesta che si sta diffondendo in tanti teatri della Cina anche a causa della congiuntura economica e della nuova ondata recessiva alle porte che sta seriamente rallentando le esportazioni cinesi.

    L'azienda non ha voluto confermare la circostanza anche se non è la prima volta che si trova in una situazione simile. Lo scorso luglio, infatti, migliaia di lavoratori scesero in strada per dieci giorni per protestare contro lo spostamento di parte dell'azienda da Shanghai alla vicina Suzhou. Come la Hi-P sono moltissime le aziende che stanno abbandonando Shanghai per altre città, a causa degli alti costi della capitale economica cinese in termini di terreno, spostamenti e manodopera.

    Turchia: Il Padishah in parlamento, gli studenti in galera

    da infoaut.org



  • 9-aralik-ankaraTante sono state le proteste in seguito ai fatti del maggio scorso in cui nella città di Hopa, nella Turchia nord-orientale, l'insegnante in pensione Metin Lokumcu venne ucciso dai gas lacrimogeni della polizia turca durante la visita del primo ministro Erdoğan, impegnato nel tour elettorale del partito AKP. Lokumcu, insieme al popolo di Hopa, lottava per difendere la loro terra e le loro acque dall'espropriazione dovuta alla costruzione di una nuova centrale idroelettrica HES.
    La morte di Lokumcu ha provocato un'onda di proteste in tutto il paese. Nella capitale Ankara la tensione é salita quando il corteo ha cercato di avvicinarsi alla sede dell' AKP, il partito al potere. Con manganelli, gas lacrimogeni, carri armati, cannoni ad acqua e torture la polizia turca ha cercato di liberare le strade dai manifestanti. I duri scontri hanno portato a più di 60 arresti.
    Il 9 dicembre inizierà ad Ankara il processo contro 28 persone che presero parte all'onda di proteste, la maggior parte sono ancora detenuti, tra di loro molti studenti. Il Padishah Erdoğan é spesso in prima fila nel criticare la violazione dei diritti umani e la repressione inflitta da altri paesi (ultimo tra tutti la Siria). Il tentativo di profilarsi come alternativa democratica nel Medio Oriente non é che un'inutile propaganda, la realtà é invece un altra: la Turchia é il paese con più giornalisti in carcere al mondo, più di 500 studenti sono detenuti nelle carceri turche, tanti di questi proprio per aver manifestato contro il regime dell' AKP come nel caso dei manifestanti di Hopa, altri, ma per il diritto all'educazione e alla sanità gratuita. I 28 manifestanti sotto processo rischiano fra i 17 e i 52 anni di prigione, le accuse sono pesantissime, essere “membri di organizzazioni terroristiche armate” e di aver propagato con scopi terroristici (accuse molto spesso usate contro i critici dell'AKP).
    Tanti gruppi e organizzazioni si danno appuntamento di fronte al tribunale di Ankara il 9 dicembre, ricordando a tutti che questo processo riguarda tutti i soggetti che lottano per i beni comuni, contro l'esproprio di terre e fiumi, per la sanità e l'educazione gratuita, che scendono in strada per Metin Lokumcu o per rivendicare diritti... Questo processo, da molti considerato il più importante degli ultimi anni, riguarda tutti e per questo i movimenti della Turchia hanno lanciato un appello di solidarietà internazionale per il 9 dicembre.
    Gli accusati detenuti: Ömür Çağdaş Ersoy, Ozan Gündoğdu, Soner Torlak, Ferat Koyuncu, Göksel Ilgın, Demet Yılan, Tayfun Yıldırım, Uğur Tuna, Hikmet Tanıl, Uğur Uzunpınar, Can Kaya, Nuri Özçelik, Mahir Mansuroğlu, Çağrı Yılmaz, Hamza Doruk Yıldırım, Zafer Algül, Can Türkyılmaz, Kadir Aydoğan, Özgür Atmaca, Ozan Sürer, Eda Dişkaya e Cüneyt Çakır.
    Gli accusati non detenuti: Pelin Bayram, Başak Eylül Şan, Sevgi Sönmez, Mehmet Cem Çıplak, Hazal Kangal, Özge Aydın.

    domenica 27 novembre 2011

    Una nuova ondata di proteste nel Golfo

    da .infoaut.org



  • Nuovi moti popolari scuotono l'assolato autunno del Golfo Persico, andando a colpire il fronte controrivoluzionario delle monarchie petrolifere in un momento di crescente instabilità regionale.

    In Bahrain imponenti e ostili manifestazioni di piazza hanno accolto la pubblicazionealt del rapporto della Commissione di Inchiesta Indipendente - presieduta dall'attempato giurista egiziano Bassiouni e, a dispetto del nome, convocata dal sovrano Hamad bin Isa Al-Khalifa davanti alle persistenti tensioni interne ed alle pressioni della comunità internazionale.

    Un documento inconcludente in cui, pur smentendo il coinvolgimento iraniano nelle proteste e ammettendo la gravità della repressione, (dall'uso gratuito della forza contro i manifestanti alle detenzioni senza processo civile, fino al ricorso sistematico alla tortura) si omette di indicarne i responsabili e chiedere la loro rimozione, come denunciato dall'attivista per i diritti umani Nabeel Rajab e dalla blogosfera locale.


    Nulla di nuovo per le diecimila persone che si sono mosse in marcia dal sobborgo sciita di Aali, che comunque hanno intonato a gran voce 'Bassiouni dice che siete torturatori, Bassiouni dice che siete assassini' in segno di sfida alle autorità dell'isola.
    Dopo la sepoltura dell'ultimo martire della protesta (ancora una volta, un caso di speronamento da parte delle volanti della polizia) sono state erette barricate per le strade in preparazione dell'ennesima notte di battaglia, mentre manifestanti a volto coperto vergavano con le bombolette sulle serrande chiuse dei negozi: "Resistenza, volontà e determinazione".


    altIn Arabia Saudita dall'inizio della settimana le città prevalentemente sciite della costa orientale (Qatif, Awamiyah e Dammam, già protagoniste dei brevi moti di febbraio-marzo e di altre sporadiche sollevazioni) hanno visto reintensificarsi le proteste contro le discriminazioni sociali, economiche e politiche. Più volte nelle strade è risuonato il grido 'Morte ai Saud!', dopo l'assassinio di un giovane di 19 anni da parte della polizia reale, e l'uccisione di altri tre manifestanti nei giorni seguenti.


    Ultimo - ma non meno importante - teatro della nuova ondata di proteste nel Golfo è il Kuwait. Differente da altri paesi del Golfo per la presenza di un parlamento eletto a suffragio universale non sempre compiacente verso la famiglia Al-Sabah al potere (ma sempre dissolvibile da parte di essa), il piccolo emirato ha visto negli scorsi mesi partecipate manifestazioni di segmenti eterogenei della società locale - dai 'Bidun', frange della popolazione prive di cittadinanza ed accesso ai servizi di base, al movimento giovanile '16 Settembre' che si rifà alla Primavera Araba, ai lavoratori dell'industria petrolifera in sciopero generale ad ottobre.


    altTutte esplosioni che la famiglia reale ha cercato di contenere a suon di sussidi (e, nel caso dei Bidun, di concessioni di diritti sociali) ma che non hanno rimosso il problema della corruzione negli apparati istituzionali, personificato dal primo ministro Nasser Al-Mohamed Al-Sabah. Così le proteste sono continuate, culminando nell'irruzione di migliaia di persone in parlamento a metà novembre
    per chiedere le dimissioni di Al-Sabah
    ; evento inaudito nella storia dell'emirato, che le forze dell'opposizione islamica (vicina ai Fratelli Musulmani ed all'Arabia Saudita) hanno tentato immediatamente di strumentalizzare, e che ha prodotto finora una cinquantina di mandati di cattura per altrettanti attivisti.

    giovedì 24 novembre 2011

    Yemen: il Rais si dimette, la rivoluzione continua

    da .infoaut



  • YEMENQuanti manifestanti sono caduti in Yemen nella Piazza del Cambiamento, tanti, troppi... ricordiamo il primo grande corteo aperto dalle studentesse dell'università di Sana pochissimi giorni dopo le prime manifestazioni nella capitale tunisina contro il regime di Ben Ali, ricordiamo quell'immagine insieme a molte altre come gli imponenti cortei di donne interamente coperte da vesti neri innalzare gigantografie di Che Guevara, e poi le tende coperte di striscioni e cartelloni colorati da appelli alla rivoluzione e alla giustizia sociale, gli studenti in piazza, gli operai e i lavoratori dei servizi, e ci ricordiamo anche che mentre i riflettori del mondo puntavano su piazza Tahrir d'Egitto, in Yemen lo slogan “irhal” non ha mai cessato di rimbombare tra pozze di sangue e sibili di proiettili.
    Poi la lotta che si fa sempre più dura tra giornate della collera, segni di cedimento del regime e nuovi lutti, fino all'incendio del palazzo presidenziale in cui il volto del tiranno Saleh resterà sfigurato a vita dalle fiamme. Neanche quell'episodio riuscì a far desistere immediatamente il regime e dare ragione alla piazza, neanche la fuga “sanitaria” di Saleh funzionò da ultimo colpo, ancora scontri, ancora manifestazioni, ancora assemblee dove lo Yemen rivoluzionario continuava a prendere forma resistendo al silenzio del mondo e ai lancia fiamme che con la scusa del pericolo alqaeda bruciavano sit in e presidi permanenti. Poi le forti crepe nell'esercito, una parte si schiera con il movimento rivoluzionario, e poi i nervi saldi nella società più armata del mondo (a 14 anni è segno di maturità girare con i coltelli della tradizione yemenita) che non hanno mai ceduto alla tentazione di premere il grilletto sfuggendo a quella tentazione che in Libia è stata in parte fatale per le sorti del rovesciamento del regime.
    Eppure gli scontri di piazza durissimi, le pietre, le molotov e l'arsenale della dignità in lotta contro il regime alla fine ha avuto la meglio, e il primo piccolo passo è stato fatto: ieri sera Saleh è stato costretto alle dimissioni. La situazione politica nel piccolo e ricco paese arabo non era più sostenibile e dai palazzi dei reami petroliferi la pressione si è fatta talmente forte al punto che la firma del Rais sul documento che annunciava le sue dimissioni non era più ritardabile. Una sorta di atto formale che ha sancito pubblicamente quello che la materialità dello scontro aveva già prodotto da tempo. Si avvia così anche in Yemen la transizione democratica che come ha insegnato l'esempio tunisino ed egiziano non è altro che il proseguo della reazione da una parte e della lotta del movimento rivoluzionario dall'altra, una fase politica ancora più dura e difficile ma che sembra non aver colto di sorpresa il movimento yemenita che ieri mentre rilanciava la lotta per lo scioglimento del parlamento ha visto cadere a terra altri 5 manifestanti, uccisi dai cecchini del regime. Anche in Yemen la transizione democratica inizia, ma la lotta rivoluzionaria continua.

    mercoledì 23 novembre 2011

    Agli "Indignati"

    da
    http://ekbloggethi


    Graziosissime "indignate", pregiatissimi "indignati", prendete quel cazzo di tendine e smontatele. A casina a ripigliarvi un po', ché i tempi sono cupi e duri, nell'emisfero nord fa freddo e l'indignazione con la bronchite funziona ancor meno bene. Liberate piazze e piazzette, i parchi degli Zuccotti, i campus universitari; statevene a twittare, che mi sembra un termine molto adatto per ciò che state facendo: cinguettare. Beccatevi Roberto Saviano, che del resto fa l'indignato di professione, e pure il globetrotter: sarà anche inseguito dai Casalesi, ma alla fine li vincerà per sfinimento a forza di farsi dare la caccia per i quattro angoli del globo. Insomma, fate una cosa saggia: levatevi dai coglioni. Sarete anche il "99 per cento", ma non ho mai visto un novantanove per cento più insulso e inconcludente. Ci avrete anche le "armi del pacifismo e della nonviolenza", ma mi sembrano piuttosto spuntate se basta un po' di peperoncino per farvi sloggiare. Poi tornate, sí; e intanto che tornate, l'Uno-per-cento sghignazza a tutt'andare. Vi piglia per il culo permettendosi pure di blandirvi; e fa benissimo. Gli state simpatici. Siete come il cacio sui maccheroni. Tutti belli ordinati, puliti, legali, pacifici, giojosi, allegri; se vi attaccano, vi mettete col culo per terra -il che è una perfetta metafora-, rifate Nespole e sangue o quel che era, e poi arrivano i presidenti a dire che "bisogna ascoltarvi". Ma insomma, alla fin fine, l'avete occupata Wall Street? Non è mica un giardinetto, Wall Street; è difesa da gente armata fino ai denti. Come pensate di occuparla? Con la "forza delle idee"? Avete presente come si fa un'occupazione di quelle serie? Oppure pensate di "smuovere le coscienze"? Bisogna che qualcuno si decida a dirvelo: non state smuovendo una ceppa di minchia. Guardate un po': nel paese dove siete nati, la Spagna, il risultato è che è andata al potere una bella destrona, votata a furor di popolo. O non eravate il 99 per cento? Visto che siete "pacifisti", datevi pace una buona volta: non siete affatto il 99 per cento. Siete soltanto dei ragazzotti e delle ragazzotte che non siete costretti/e a cercare qualcosa da mangiare nelle discariche del Cairo. La vostra "forza delle idee" equivale al nulla, perché si basa sul nulla. Ce l'avete tanto con le "banche", poi se qualcuno le assalta lo stigmatizzate nel migliore dei casi, e lo consegnate alla polizia nel peggiore. Vi sistemate nelle piazze, mettete su spettacolini, punti informatici, performances, cazzatine di ogni genere e, diciamocelo francamente, vi divertite un mondo. Aspettando magari che vengano a sgomberarvi, perché lo sgombero è il clou del giochino. Vuoi mettere la solita pallosa serata fra amici, e una bella forza dell'ordine che arriva a portarvi via e magari vi smonta persino le tende al posto vostro? Poi, dopo avervi sgomberati, vi ricevono perché dovete essere ascoltati; e giù delegazioni, forum, elogi perché siete stati tanto bravini e belle promesse. Non si sa bene se vi piaccia così tanto essere presi per il culo, o se siate voi i primi a farlo. Funzionate da distributori automatici di "speranze", però siete esattamente come le bibite gassate: tanto frizzanti all'inizio, ma poi vi dissolvete in bollicine.

    In un'altra piazza, che si chiama Tahrir, invece, non stanno montando tende. E' perché la hanno occupata sul serio. E' perché non stanno giocando affatto. E' perché la loro non è "indignazione", ma rivolta. Di fronte non hanno peperoncini spray, ma un esercito con armi ad alzo zero. E' perché non sono lì per provare il brrrrrrivido dello sbirro che si avvicina, ma per assaltarlo. E' perché non c'è nessuna gioia, nessuna festa in quella piazza; ci sarà soltanto quando quei merdosi se ne saranno andati via tutti. E in quella piazza, vi devo dire una cosa, si muore. Eh, lo so: morire non è divertente. Morire è brutto. Toccherebbe morire anche a parecchi di voi, a parecchi di noi, se vi decideste a occupare le piazze con tutt'altri intenti. Vi siete mai chiesti come mai l'unico paese d'Europa dove non c'è stato nessun movimento di "indignati" sia stata, toh, la Grecia? Ci sarà penuria di tende, in Grecia, oppure almeno qualcuno ha preso un'altra strada meno comoda e ben più pericolosa? Quante domande, e sono peraltro sicuro che avrete altrettante risposte. Tutte belle "indignate", naturalmente; intanto i salvatori della patria (Monti, Papadimos, Rajoy...) fanno passare benissimo l'idea del "massacro necessario" e, come si dice all'incrocio fra Oxford e Cambridge, ve lo mettono nel culo. Ce lo mettono nel culo a tutti quanti. Le banche? Quelle che creano la crisi? Non so se guardate mai la vecchia televisione, in mezzo a tutte le vostre facebuccate e tuittate. Le banche si fanno pubblicità magnificando ognuna di essere un "porto sicuro pur nella crisi". E l'unica cosa che, in fondo, mi viene a mente, è che se quelli di piazza Tahrir per un momento potessero trasferirsi in una delle vostre piazzette e nei parchi Zuccotti, non esitereste neanche per un momento a dar loro di black bloc, a condannare la loro violenza e magari anche a credervi tanto ganzi.

    giovedì 13 ottobre 2011

    Della scherma e del boicottaggio allo Stato d’Israele: Sarra Besbes

    da infoaut

  • besbes01gSarra Besbes è una giovane donna tunisina, una delle migliori spadiste africane;
    ieri in pedana ai mondiali di scherma di Catania contro un’ avversaria israeliana di nome Noam Mills.
    Ha scelto di non gareggiare, ma non di ritirarsi.
    Ha deciso volutamente di rimanere ferma e di subire le cinque stoccate che valgono per la sconfitta, perché certo di vittoria non si può parlare.
    Una forma di boicottaggio allo stato di Israele, lo stesso che persevera scientificamente nella pulizia etnica della terra di Palestina e nel mantenimento di un regime di Apartheid all’interno dei suoi confini, in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.
    Una forma di boicottaggio che deve essere costata molto ad una donna che ha costruito una vita per combattere su quella pedana, e che immobile ha deciso di  lasciare la vittoria a chi, da più di 60 anni, è abituato a vivere in uno Stato che abitualmente infierisce su un corpo disarmato per poi chiamarla vittoria.

    lunedì 10 ottobre 2011

    Testimoni oculari al Cairo: i copti sono stati abbattuti dai militar

    da infoaut

  • coptidi Hossam el-Hamalawy al Cairo

    Almeno 23 manifestanti sono stati uccisi al Cairo la scorsa notte, domenica, nel massacro perpetrato dall'esercito e dalla polizia davanti al palazzo della TV di stato.
    I cristiani copti avevano attuato un corteo pacifico dal distretto operaio di Shubra fino a Maspero, nel centro del Cairo, per denunciare gli attacchi settari contro le chiese.
    I media internazionali hanno parlato di "scontri" - ma la verità è che le autorità hanno attuato un brutale giro di vite, utilizzando proiettili convenzionali, mentre i veicoli corazzati dell'esercito hanno falciato i manifestanti a sangue freddo.
    L'esercito ha inoltre preso d'assalto gli uffici di due emittenti televisive, oscurandole, per tentare di fermare la trasmissione dei video degli attacchi.
    La TV di stato egiziana ha continuato ad aizzare i conflitti settari, insinuando che i cristiani fossero armati e che avessero attaccato l'esercito. Ha inoltre esortato la "cittadinanza" a scendere in strada per "proteggere" l'esercito. Teppisti, armati di bastoni e coltelli, hanno attaccato i manifestanti, rispondendo alle chiamate settarie.
    Ma i dimostranti non erano esclusivamente cristiani come i media hanno cercato di ritrarli. Molti musulmani si sono gettati nella mischia, ed hanno combattuto contro l'esercito e la polizia. Ad un certo punto, un religioso musulmano ha trasportato una croce oltre il ponte del 6 Ottobre, guidando i manifestanti copti in marcia su Maspero.
    I manifestanti hanno ripetutamente gridato: "musulmani, cristiani...una mano!" e lanciato accuse contro il ministro della difesa di Mubarak, il quale sta ora controllando il paese ? il Capo di Stato Maggiore Tantawi.
    Al momento in cui scriviamo, l'esercito ha imposto un coprifuoco dalle 2 alle 7 di mattina nel centro del Cairo. Ma si attendono nuove proteste.
    I cristiani copti sono discriminati in Egitto, ma sono anche alleati con i musulmani nella lotta contro il regime. Due settimane prima della rivoluzione, il Cairo ed Alessandria traboccavano di copti in protesta, i quali denunciavano gli attacchi settari ed incitavano all'unità contro Mubarak.
    Più avanti, molti cristiani hanno sfidato la chiesa prendendo parte alla sollevazione di gennaio assieme ai loro fratelli e sorelle musulmani.
    Gli attuali attacchi contro i copti sono un tentativo della giunta militare al potere di dividere le fila degli Egiziani poveri e di metterli l'uno contro l'altro. Ma la presenza di dimostranti musulmani al fianco dei copti dovrebbe rappresentare un segnale di speranza.
    Nel corso del mese passato, più di mezzo milione di insegnanti, dottori, e lavoratori del trasporto pubblico e di altre categorie hanno incrociato le braccia, nonostrante la legge anti-sciopero che deferisce gli scioperanti ai tribunali militari. Queste lotte dal basso forniscono l'arma più forte per fronteggiare il settarismo.

    fonte: www.socialistworker.co.uk/

    EGITTO: 36 MORTI E OLTRE 200 FERITI NEGLI SCONTRI SETTARI

    DA .radiondadurto

    Dopo gli scontri dei giorni scorsi che hanno causato almeno 36 vittime, quasi tutte copte la tensione in resta molto alta: migliaia di si sono radunati attorno all’ospedale copto del Cairo, dando fuoco a un blindato della polizia. Nell’ospedale ci sono ancora le salme dei rimasti uccisi negli scontri di ieri ed i feriti.  Il Consiglio egiziano Supremo delle Forze Armate ha intanto dato incarico al consiglio dei ministri di formare una commissione d’inchiesta e di “adottare tutte le misure dissuasive contro le persone coinvolte  come provocatori o responsabili”.Da Il Cairo Giovanni Esti, missionario comboniano presente in Egitto. 

    mercoledì 28 settembre 2011

    Marocco, violenti scontri a Dakhla: quale futuro per il Sahara Occidentale?

    da osservatorioiraq

    Negli ultimi due giorni la città di Dakhla, situata nella zona sud del Sahara Occidentale, è stata teatro di violenti scontri tra gli abitanti del quartiere al-Massjid e i coloni marocchini residenti nel sobborgo di al-Wakala, che domenica sera, al termine di una partita del campionato di calcio locale, hanno attaccato alcuni cittadini saharawi e preso d’assalto le loro case. La situazione è rapidamente degenerata durante la notte e la guerriglia urbana è proseguita l’indomani sotto lo sguardo complice delle forze di polizia.
    di Jacopo Granci da Rabat
    Sette morti (tra cui due agenti), decine di feriti e di auto e negozi bruciati. Questo è il bilancio ufficiale diffuso nella giornata di ieri (martedì 27 settembre) dall’agenzia spagnola EFE, mentre le violenze si sono fermate solo dopo l’ingresso dell’esercito nella cittadina, dal 1979 sotto il controllo di Rabat.
    L’episodio non è inedito, seppur sorprendente per la sua gravità. Le aggressioni ai danni dei Saharawi, a Dakhla come a Laayoune o Smara, si succedono con una frequenza sempre più preoccupante. L’ultima solo pochi mesi fa, nel febbraio 2011. Anche in quell’occasione i coloni di al-Wakala si erano scagliati contro gli abitanti di al-Massjid, lasciandosi alle spalle un morto e la rabbia della popolazione locale, esasperata dalla continua violazione dei propri diritti fondamentali. Dopo trentacinque anni di occupazione e un conflitto ancora irrisolto, ormai caduto nell’oblio, in Sahara Occidentale la vita umana non sembra più avere un grande valore. Almeno per il governo marocchino e per la comunità internazionale.

    MINURSO: né referendum né diritti umani

    Il 27 aprile scorso, come ogni anno dal cessate il fuoco firmato nel 1991 tra Marocco e Fronte Polisario, il consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si è riunito per esaminare il rapporto del segretario generale Ban Ki Moon e rinnovare il mandato della MINURSO (la missione Onu per l’organizzazione del referendum in Sahara Occidentale).
    La risoluzione 1979, approvata all’unanimità dai quindici membri del Palazzo di Vetro, ha confermato la permanenza dei circa trecento effettivi già dislocati nella ex colonia spagnola (parte ad ovest del “muro di sabbia” – e mine – eretto dalle forze marocchine, parte nella zona controllata dalla Repubblica Araba Saharawi Democratica) fino al 30 aprile 2012.
    Tuttavia la realizzazione del referendum – obiettivo dichiarato della missione e primo passo verso l’autodeterminazione del popolo saharawi (nel cammino verso l’indipendenza) – non sembra più essere all’ordine del giorno.
    Prevista inizialmente per il gennaio del 1992, la consultazione ha infatti subito sistematici rinvii, fino al definitivo accantonamento sopraggiunto nel 2007, quando Rabat ha sottomesso alle Nazioni Unite il suo “piano di autonomia” per il Sahara Occidentale, rifiutato dal Polisario e dal suo alleato algerino. Il Marocco, che dal 1975 ha occupato due terzi della regione assicurandosi una annessione de facto delle “storiche province del sud”, non intende rinunciare alla propria sovranità su Laayoune, Smara e Dakhla, mentre il Fronte di stanza a Tindouf (territorio algerino) continua a sostenere la legittimità della causa indipendentista, portando a supporto delle proprie rivendicazioni la risoluzione Onu 1514 (1960) che riconosce “il diritto dei popoli all’autodeterminazione” e la carta fondativa dell’Unione Africana (1963) che impegna i membri a rispettare “l’intangibilità delle frontiere coloniali”.
    Per il leader del Polisario (e presidente della RASD) Mohamed Abdelaziz, la proposta di autonomia formulata da Rabat non contempla il diritto del popolo saharawi all’autodeterminazione e l’attuazione del referendum resta la sola via per mettere fine alla contesa: “la risoluzione 3437 dell’Assemblea generale ha definito quella marocchina come una «occupazione militare», di conseguenza la sua presenza nel Sahara Occidentale è illegale”, riferiva nel 2006 lo stesso Abdelaziz, denunciando lo “statuto di potenza amministratrice” di cui si è fregiata la monarchia alawita a dispetto dei pronunciamenti della comunità internazionale.
    Oltre ad aver rifiutato la smilitarizzazione della regione prevista dagli accordi del 1991, il Marocco ha integrato unilateralmente il territorio sahariano attraverso una politica di colonizzazione, avviata nel 1975 con la “marcia verde” e proseguita fino ad oggi (in Sahara Occidentale su 300 mila abitanti circa 250 mila sono marocchini), riuscendo ad imporre il proprio controllo da Laayoune fino a Laguira.
    La risoluzione del 27 aprile, se da un lato non ha apportato nessuna novità concreta, rappresenta l’ennesima beffa per il popolo saharawi.
    La votazione (posticipata di quindici giorni sul calendario previsto) è stata infatti preceduta da un acceso dibattito che ha spinto Ban Ki Moon a rivedere il rapporto presentato al Consiglio di Sicurezza. Il nodo da sciogliere, non era il dubbio sul rinnovo o meno della missione, ma la possibilità di estendere le competenze della MINURSO alla tutela dei diritti umani ed al monitoraggio delle violazioni in tutta la regione (Sahara Occidentale e campi di rifugiati a Tindouf), come normalmente previsto per tutti i mandati delle Nazioni Unite. Una richiesta espressamente formulata da Navanethem Pillay, Alto commissario Onu per i diritti umani, che al paragrafo 119 della relazione inviata al Segretario generale ad inizio aprile sollecitava “la creazione di un meccanismo internazionale per un controllo effettivo, continuo e indipendente dei diritti dell’uomo” inquadrato dalla stessa MINURSO. Tuttavia l’iniziativa del commissario Pillay, appoggiata del Parlamento europeo ma respinta in modo categorico dalla diplomazia marocchina e francese, è stata accantonata da Ban Ki Moon.

    “Da molti anni ormai, dietro le porte chiuse del consiglio di Sicurezza, la Francia utilizza il potere di dissuasione conferitole dal diritto di veto per tenere le Nazioni Unite al di fuori di ogni questione che riguardi il rispetto dei diritti umani nel territorio annesso dall’alleato marocchino”, ha riferito Philippe Bolopion, rappresentante di Human Rights Watch presso la sede Onu, in merito all’accaduto. Una dichiarazione che spiega tanto l’atteggiamento del Segretario generale, quanto la scarsa volontà dimostrata dalla comunità internazionale nel mettere fine ad un’impasse ultratrentennale.

    “L’ultima colonia”
    A Dakla, ma soprattutto a Laayoune e Smara, dalla ripresa dell’“intifada” nel 2005 (manifestazioni e sit-in soffocati in maniera violenta), si è registrato un netto incremento degli arresti e dei maltrattamenti all’indirizzo degli indipendentisti locali e degli attivisti della società civile, in particolare i membri del Codesa e dell’ASVDH (associazioni saharawi per la difesa dei diritti umani demonizzate dalla monarchia alawita). Nelle due città di riferimento, i legittimi abitanti della regione vivono di fatto in stato d’assedio, reclusi in veri e propri quartieri-ghetto e costretti con frequenza al coprifuoco. Dall’ottobre 2009 l’accanimento di Rabat ha raggiunto livelli tali da suscitare imbarazzo perfino nelle cancellerie di Washington e Madrid, storiche sostenitrici del Marocco nella 'question du Sahara' assieme all’Eliseo.
    Prima l’espulsione di Aminatou Haidar, emblema internazionale della resistenza pacifica all’occupazione nonché presidente del Codesa, respinta alla frontiera per essersi rifiutata di riconoscere la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale e riammessa a Laayoune solo dopo “l’interessamento” di Hilary Clinton e uno sciopero della fame nell’aeroporto canario di Lanzarote durato 32 giorni. Poi l’irruzione violenta delle forze di sicurezza, l’8 novembre 2010, nel “campo della dignità” di Gdeim Izik (a pochi chilometri dalla capitale sahariana) dove si erano riuniti circa settemila Saharawi per protestare contro le difficili condizioni socio-economiche e le vessazioni inflitte dalle autorità marocchine.
    L’intervento, dopo la distruzione completa dell’accampamento, è proseguito nei giorni seguenti per le strade di Laayoune: oltre ai soldati e alla polizia del regno, hanno preso parte ai rastrellamenti anche “milizie coloniali”, e la città si è subito trasformata in un campo di battaglia (Rabat ha segnalato l’uccisione di undici agenti ed ha aperto un’inchiesta parlamentare sull’accaduto – dai risultati ancora ignoti – mentre almeno due sono i morti accertati tra i manifestanti). Per gli abitanti saharawi “il bilancio è pesante.
    Centinaia di civili, tra cui donne e bambini, sono stati selvaggiamente repressi, alcuni feriti con colpi d’arma da fuoco (…); trasferiti nei centri di detenzione, sono stati torturati e le donne violentate; le sevizie si sono ripetute perfino negli ospedali, dove il personale medico si è rifiutato di prestare soccorso (…). Le case dei quartieri saharawi sono state prese d’assalto e saccheggiate”. Questa la testimonianza resa da una delle vittime, la vice-presidente dell’ASVDH Djimi Elghalia, durante la 16° sessione del Consiglio Onu per i diritti umani (Ginevra, 5 marzo 2011). Un’ulteriore conferma alle denunce di HRW, che nell’inchiesta datata 26 novembre 2010 ha accusato il Marocco di aver fatto ricorso alla forza in maniera ingiustificata e sproporzionata, impedendo l’accesso al territorio ai giornalisti indipendenti e agli osservatori internazionali.
    Il testo della risoluzione 1979 approvata il 27 aprile scorso, oltre ad aver ignorato le raccomandazioni dell’Alto Commissario per i diritti umani e delle principali ong internazionali, ha suscitato la dura reazione dei rappresentanti nigeriano e sudafricano al Consiglio di Sicurezza i quali, pur avendo accordato il rinnovo della missione, non hanno rinunciato ad esprimere le loro critiche al documento prima della votazione.
    Il delegato di Abuja si è detto deluso dall’atteggiamento del Consiglio nei confronti del Sahara Occidentale, che non gode dello stesso sostegno offerto al Sud Sudan (dove in gennaio è stato votato il referendum per la secessione da Khartoum). Anche l’omologo sudafricano ha parlato di “due pesi due misure”, prima di insistere sulla necessità di “un meccanismo di protezione permanente e credibile per il popolo saharawi” e di ricordare agli altri membri dell’assise che il Sahara Occidentale rappresenta ad oggi “l’ultima colonia del continente africano”.

    lunedì 26 settembre 2011

    Presente coloniale

    da romperelerighe.noblogs



    La Libia, l’esercito italiano e il nuovo Ordine
    Il 29 Agosto, a Doha (Qatar), si è svolta la riunione dei capi di stato maggiore dei paesi coinvolti nella guerra in libia, alla quale ha preso parte anche il capo di stato maggiore della difesa italiana, generale Biagio Abrate.
    All’incontro, oltre ai rappresentanti di Qatar, Emirati Arabi Uniti e Giordania, hanno preso parte il presidente del comitato nazionale di transizione libico (CNT) di Bengasi, Mustafa Ab-del Jalil, il responsabile delle questioni militari del CNT, Omar al-Hariri, e l’ammiraglio Samuel J. Lockear, capo del comando NATO di Napoli. Nel corso della riunione, a meno di una settimana dalla conquista di Tripoli da parte dei ribelli, è stato fatto il punto della situazione in relazione a quanto sinora svolto e ai futuri sviluppi.
    Mustafa Ab-del Jalil ha sottolineato che non sarà disconosciuto il ruolo svolto dalle nazioni amiche, la cui collaborazione sarà ancora utile e necessaria in settori quali l’addestramento di forze armate e di polizia e nel controllo delle frontiere sia marittime che terrestri.
    Il generale Abrate, nel corso del proprio intervento, ha ribadito che è importante “il raggiungimento dell’ordine e della sicurezza pubblica in tutto il paese, innanzitutto attraverso il disarmo delle truppe irregolari e la creazione di forze armate nazionali”.
    Migliori alleati di Gheddafi fino al giorno prima dei bombardamenti NATO, ora addestratori delle nuove truppe libiche: la farsa e la tragedia del colonialismo italiano in Libia.

    venerdì 23 settembre 2011

    Cina, cittadini in piazza contro espropri forzati

    da infoaut

  • altScontri con le forze dell'ordine: feriti e forze due morti
    Nel sud della Cina, migliaia di persone sono scese in piazza per protestare contro l'espropriazione forzata delle terre da parte delle autorità. A riferirlo è la stampa di Hong Kong. La folla si è scagliata contro la sede centrale del partito comunista di Lufeng, nella provincia del Guangdong e contro una stazione di polizia. Gli scontri con gli agenti hanno portato ad arresti di massa e numerosi feriti. Il Comune ha minimizzato la protesta, dicendo che meno di un centinaio di persone hanno protestato, ma testimoni, anche su internet - da dove sono però già stati cancellare commenti ostili alle autorità, parlano di migliaia di residenti provenienti anche da villaggi vicini.
    La protesta è cominciata dopo che funzionari governativi hanno espropriato, sotto forma di vendita forzata, alcune terre ai cittadini che ieri mattina, a centinaia, sono scesi in piazza a Wukang (il villaggio all'interno della città di Lufeng dove è cominciata la protesta) bloccando le strade. A loro se ne sono uniti molti nei pressi dell'area industriale, dove sono stati attaccati uffici e locali pubblici. Gli scontri sono continuati per tutta la sera. Secondo i residenti, le autorità avrebbero acquistato con la forza la terra a poco prezzo per poi rivenderla ad un costruttore a più di un miliardo di yuan, oltre 120 milioni di euro. La protesta è stata sedata in tarda serata con l'arrivo di poliziotti in tenuta antisommossa e cannoni ad acqua, lacrimogeni e bastoni. Il governo ha assicurato che nessun civile è stato ferito, mentre testimoni riferiscono di una ventina di cittadini feriti, con voci incontrollate di un paio di morti.