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martedì 14 agosto 2012

Atene: Striscione contro i pogrom razzisti

da it.contrainfo

Rispondendo all’appello del network di traduzioni conto-informative Contra Info per 10 giorni d’azioni dirette contro la depressione, alcuni compagni hanno preso l’iniziativa individuale d’appendere uno striscione contro gli arresti e le deportazioni di massa degl’immigrati che stanno avendo luogo in tutta la Grecia, e soprattutto ad Atene.
Negli ultimi giorni avviene uno dei più grandi pogrom di massa nella storia della Grecia contemporanea. Storicamente, lo Stato e il capitale, quando hanno bisogno di difendere i loro interessi ed aumentare il loro potere ed influenza, si rivolgono contro costruiti nemici interni, creando capri espiatori in modo da rafforzare lo stato di polizia e la repressione. Dai regimi fascisti e gli esiliati, fino alla moderna democrazia borghese ed i centri di detenzione degl’immigrati, le tattiche rimangono le stesse.
Di conseguenza, contro gli ultimi pogrom della polizia, Martedì 7 Agosto, abbiamo appeso inizialmente uno striscione all’ingresso della Scuola di Difesa Nazionale, nel parco del Pedion di Areos, in una zona nel centro di Atene frequentata da immigrati con le loro famiglie, e dove la polizia abbia di recente effettuato diversi arresti. Come previsto, dopo un po, e siccome il palazzo appartiene all’esercito greco l’ufficiale della guardia dell’edificio ha insistito di abbassare lo striscione siccome questo è un’atto illegale e punibile dalla legge(sic).
In seguito, abbiamo appeso lo striscione in una scuola centrale nel quartiere di Gizi al centro di Atene, in una zona dove greci ed immigrati convivono in armonia.
Avendo come scopo di risvegliare la società sui pericoli del fascismo, abbiamo scritto il seguente:
“All’inizio vennero per i comunisti. Non ho parlato perché non ero uno di loro. Poi vennero per gli ebrei. Ora per gl’immigrati. Fra poco verranno per me e non sarà rimasto nessuno per protestare.”

Nessuna vita è illegale!
Né col fascismo né con la democrazia
Abbasso il statalismo
Viva l’anarchia!

domenica 15 aprile 2012

Grecia. Il muro di Evros e la guerra all’immigrazione

da http://senzafrontiere.

La Grecia ha deciso: il muro lungo il confine con la Turchia si farà. Lo ha annunciato il ministro “per la protezione dei cittadini” Michalis Chrisochoidis. L’Unione Europea non finanzierà il progetto, peraltro caldeggiato da Sarkozy, ma non si opporrà a quello che l’incaricata UE Cecilia Malmström, ha definito un “affare interno”.
La pressione dell’estrema destra xenofoba, che i sondaggi danno in crescita, il tentativo di spezzare il fronte della lotta di classe giocando la carta della guerra tra poveri, sono all’origine della scelta di dare una ulteriore svolta disciplinare all’immigrazione nel paese ellenico.
Molti immigrati sono afgani, spesso minorenni, cui è negato l’asilo politico o il riconoscimento dello status di profughi, perché provengono da una paese “democratico” e non hanno “motivo” di fuggire.
Tanti si ammassano in campi di fortuna alle spalle di Patrasso, nella speranza di guadagnare un passaggio clandestino verso l’Italia. Nel nostro paese se ne parla solo quando qualcuno muore schiacciato dalle ruote di un camion cui si era aggrappato.
Il muro di Evros è solo uno dei tasselli – forse solo il più visibile – di una politica di repressione dell’immigrazione clandestina, che nei prossimi mesi porterà alla costruzione di 30 centri di detenzione da mille posti l’uno.
Nei quartieri periferici di Atene, la grande città dove si concentrano gran parte degli immigrati che provano, attraverso la Grecia, ad approdare nell’Europa più ricca, si moltiplicano le aggressioni fasciste.
Ne abbiamo parlato con Georgios del gruppo di comunisti libertari di Atene.
Ascolta l’intervista a radio Blackout

mercoledì 11 aprile 2012

Terrore e unità nazionale




Questo mondo produce quotidianamente orrore. Nelle guerre che gli Stati si fanno tra di loro, o contro gruppi che – benché non si possano definire propriamente Stati – non anelano che al potere e al dominio sociale e politico. A suon di bombe o di altre armi che colpiscono ben oltre i cosiddetti avversari indicati, che colpiscono cioè centinaia e migliaia di individui che non chiedono di partecipare a queste guerre, in ogni caso che non desiderano creparvi. Il massacro e la mutilazione permanenti si estendono fin nelle conseguenze sociali che derivano dal capitalismo: col suo lavoro, la sua industria, le sue nocività, le malattie che provoca copiose. Giorno, dopo giorno, dopo giorno.
Questo orrore diffuso diventa banale, lo si evoca citando cifre: dieci morti qui, trenta morti là, centinaia e migliaia di feriti. Banale come un'ecatombe in seguito a uno tsunami, a un terremoto, fatale come lo sono i periodici furori e scatenamenti della natura. Lo si evoca (talvolta per alcuni è più utile evocare il dramma che tacerlo, anche le lacrime possono essere produttive in modo interessante in questo mondo putrefatto), lo si fa scivolare nelle notizie di cronaca, rapidamente, perché in fondo non c'è nulla di sostanziale da dire. Cittadini, non scordatelo, il dramma è quello, la morte bussa sempre alle nostre porte, e al suo cospetto come sono dolci la sicurezza e la stabilità che lo Stato ed il flusso delle merci apportano! Che la miseria quotidiana della sopravvivenza continui e tutto andrà per il meglio.
Ma, d'un tratto, ecco che un fatto fra gli altri interrompe il trascorrere del tempo, che un orrore fra gli altri incrina lo schermo, che la normalità fa una pausa, ecco che bisognerebbe mettersi a riflettere mentre nel resto del tempo si deve correre proprio da nessuna parte. Ecco che non si tratta più di qualche «notizia dell'orrore», lontana ed insignificante, ma dell'Orrore, con la sua figura terrificante, la morte terrorista appollaiata su un potente motorino e vestita di nero, che ha l'astuzia di celarsi sotto un casco integrale per sfuggire ai prodi cavalieri della polizia giudiziaria. Dietro di sé lascia sette morti. 
Torniamo velocemente indietro. Sì, la morte colpisce continuamente, non la morte che ti toglie la vita in modo tranquillo, non solo quella che fa sì che ti addormenti nel tuo letto una sera senza risvegliarti la mattina dopo. Non solo quella che ti ricorda che, volente o nolente, la vita degli esseri umani non dura che qualche decennio e che ogni cosa ha una fine. No, quella che bussa brutalmente, che lascia sulla propria scia il suo fardello di storpiati e mutilati, oltre ai cadaveri; quella che lascia anche il terrore, che cerca di stamparlo nel cranio di chi sopravvive. Che vuole colpire le menti per meglio paralizzare i corpi, spossessare gli individui di qualsiasi determinazione autonoma e concreta della propria esistenza. Come a dire, una morte che ha dei mediatori, dei responsabili. Essi agiscono sempre nel nome di una ideologia, sia essa politica (democratica o meno) o religiosa (poco importa quale), oppure di entrambe al tempo stesso. La falce che si abbatte per uccidere e terrorizzare non cade dal cielo o, se ciò avviene, è con un cacciabombardiere o un lanciamissili a lunga gittata, e non attraverso i fulmini divini. Non proviene da una «mano invisibile», ma da un braccio sovente ricoperto con un tessuto color kaki, e poco importa quale mostrina vi sia appuntata.
Nel caso che conduce a queste riflessioni, sarebbe stato assai plausibile che sotto l'abito nero del «motociclista squilibrato» si nascondesse anche quello kaki, poiché una delle prime eventualità elencate era che si trattasse di un ex parà con tendenze neonaziste che voleva sfogare le proprie pulsioni razziste su ex colleghi troppo abbronzati per i suoi gusti, e su persone identificate come «ebrei».
Cosa che, intendiamoci su questo, era nell'ordine delle possibilità. Mohamed Merah, l'uomo identificato ed infine giustiziato dal Raid, aveva in passato cercato di arruolarsi nell'esercito, nella Legione straniera. Avrebbe potuto tranquillamente uccidere altrimenti, e altrove. L'abbiamo visto qualche settimana fa, quando un G.I. americano in servizio in Afghanistan è uscito dal suo campo per andare a sparare nel mucchio in un vicino villaggio, massacrando indistintamente numerose persone. E sì, l'esercito francese è parecchio attivo in Afghanistan – e altrove – sotto l'egida della Nato; occupazione che gli Stati chiamano «missione di messa in sicurezza, assistenza e di passaggio delle competenze in quell'ambito allo Stato afgano», e che noi chiamiamo semplicemente guerra e occupazione militare. Questo significa, a meno di voler cambiare il significato delle parole, bombardare, uccidere, massacrare, pacificare con la forza e la violenza, controllare, umiliare, perquisire e all'occorrenza giustiziare. Se l'«assassino di Tolosa» fosse stato preso all'epoca nell'esercito, per forza di cose si sarebbe concluso che era stato formato alla stessa scuola dello Stato. In quel caso non lo si sarebbe definito «assassino sanguinario», bensì «soldato semplice». Nel caso di Tolosa e di Montauban, l'atto di premere il grilletto non è stato dato dal comando militare, e gli obiettivi non sono stati da esso designati. Non in questo caso, appunto. Ma in ben altre situazioni, in molte altre situazioni, sì.
Così, quando lo Stato decide di cancellare dalla mappa interi villaggi o città, ovvero migliaia di vite umane, con il napalm, la bomba termonucleare, i famosi missili chirurgici o qualsiasi altro bel gingillo in suo possesso, è la ragione che parla, la civiltà, la democrazia, e anche – finendo nel cinismo – il Progresso e la «libertà». Quindi esistono l'orrore e i massacri giustificati, le guerre giuste e le guerre sante, e poi c'è «l'assassino in motorino di Tolosa». Secondo una folla di esperti accorsa con la bava alla bocca appena il sangue è scorso sul marciapiede, costui è un «pazzo isolato», uno «squilibrato con motivazioni ideologiche», un «terrorista individualista» (sic!). Siamo chiari: non si piange la morte di un tipo del genere. Ma ciò detto, siamo chiari fino in fondo: cos'è che negli ultimi giorni ha caratterizzato quello che politici, media e rappresentanti comunitari hanno definito «dramma nazionale»? La risposta più evidente che prorompe: «non si colpiscono bambini» e «attaccare persone in base alla loro religione, al colore della pelle, o alle loro presunte origini, è una barbarie».
Una barbarie, certo. Sono spiacente, ma personalmente non conosco barbari. Conosco solo individui che devono sopravvivere in mezzo alla civiltà, fra le maglie della grande frantumatrice economica (che divora anche bambini), che la politica spesso arruola sotto bandierine verdi, azzurre, rosa, rosse, tutte tricolori alla fine. Alcuni si adattano abbastanza bene, altri non ce la fanno; gli uni gridano «viva la patria!», altri ne hanno le scatole piene e si tirano un colpo in testa o si impiccano, lasciando una frase che suona pressappoco «il lavoro mi ha ucciso». Gli uni si arrangiano come possono per raccattare qualche briciola, pronti a fregare altri come loro costretti ad arrangiarsi. Gli uni tessono le lodi delle virtù di questa società, del lavoro e della famiglia, gli altri (a volte gli stessi) s'imbottiscono di Prozac solo per... tirare avanti. Ce ne sono anche alcuni che non ne possono più di questa vita di merda, ma che prima di schiattare si ribellano, mordono la mano al padrone, rovinano la vita a chi dà ordini. Alcuni fra loro non se la passano troppo male, altri (quanti milioni in questo pianeta murato?) finiscono dietro le sbarre. Altri ancora vengono ammazzati dagli sbirri. Qualcuno spara nel mucchio, spesso rivendicando una causa, o a partire da ciò che si suole definire nichilismo.
Vedo molto bene tutto questo, ma non ho mai visto un barbaro. Barbaro, barbaro... ah sì, barbaro, quello che per definizione si oppone alla civiltà. C'è la civiltà e c'è la barbarie. I barbari ed i civilizzati. I cittadini ed i selvaggi. Gli uni sono cortesi ed educati, mangiano a tavola e sono puliti, sono saggi a scuola, utili alla società, e questa rende loro omaggio con una piccola lapide di marmo nell'ora fatale. Gli altri... che orrore! Ma in questo caso si tratta di un nuovo tipo di barbaro, di un barbaro che corre su una T-Max Yamaha equipaggiato con armi automatiche. Un barbaro al culmine della tecnologia, e animato da una ideologia. Mettiamo un po' d'ordine in questo merdaio. Armi da guerra, potente veicolo a motore, razzismo, ideologia, comportamento freddo e controllato, arte del grilletto e pure videocamera incorporata. Il nostro barbaro non era vestito con pelli animali, non teneva in mano una rozza clava, aveva sicuramente in testa un argomentario ben ponderato per spiegare perché bisogna eliminare metodicamente e freddamente tutto ciò che è «ebreo» (i militari, sono un'altra cosa) dalla faccia della terra. Isolato, dite? «Pazzo»? «Terrorista»?
Isolato. Non di certo. Per nostra disgrazia, di persone che pur senza premere il grilletto all'impazzata sono animate dall'ideologia razzista e/o religiosa ce ne sono state un sacco nel passato, ce ne sono parecchie ancora oggi, e questo a tutti i livelli e in tutti i posti della società, «servitori di Dio» così come militari, persone qualsiasi o personaggi dello Stato. L'«assassino in motorino» ha agito forse da solo, ma ciò che lo ha fatto agire, la sua rancida ideologia, occupa la mente anche di un gran numero di persone. In altri termini, si parla dell'albero che nasconde la foresta o della punta visibile di un iceberg.
Pazzo. Come dire... In fin dei conti questo termine è distorto come quello che indica i famosi «barbari». Chi è pazzo, chi è «sano di mente» e incarnazione della Ragione Pura – ampia questione che magari agita freneticamente i pensieri e i calcoli di esperti, sociologi, medici, genetisti, psicologi, psicanalisti, psichiatri e altri psicoterapeuti, ma che a dire il vero ci lascia alquanto indifferenti. La follia viene descritta a volte come l'incapacità di conformarsi alle norme sociali, altre volte come il risultato al contrario di un eccesso di normalità, si parla dei pazzi d'amore, dei pazzi da legare. Il denaro, il potere, l'ambiente circostante deprimente, il lavoro, la gelosia, l'automobile come la metropolitana, il possesso e lo spossesso, la reclusione, le medicine infine, rendono le persone «pazze». La società rende «pazzi». Parlare di follia nel caso specifico significa impedire di mettere il dito sull'ideologia e sulla logica morbosa che stanno dietro all'atto.
Terrorista. Per il momento si sa che l'assassino ha ucciso e che ha creato un certo terrore. Forse il suo scopo era solo quello di uccidere, forse voleva al tempo stesso uccidere e seminare terrore. Ma non lo sappiamo. Pensiamo di aver detto abbastanza all'inizio di questo testo a proposito della questione del terrorismo: che si invochi il Führer, non so quale Dio o profeta, o la Repubblica democratica, un massacro (più o meno discriminato, non fa una grande differenza) resta un massacro, e il potere resta il potere, il dominio vuole dominare, e perciò uccidere in massa e terrorizzare vanno di pari passo; terrorizzare e controllare (in maniera più o meno violenta), terrorizzare per sfruttare. Lo Stato è necessariamente terrorista, è lui che ha creato il concetto di Terrore e la realtà che ne consegue.
Ed è lo Stato che pretende, non solo a partire da quel lunedì in cui quattro persone sono state abbattute in una scuola di Tolosa, ma da decenni, di condurre la lotta «antiterrorista». «La Repubblica è molto più forte del terrorismo», declama il capo dello Stato. Sarebbe facile rispondergli (se avessimo la bizzarra idea di voler dialogare con il potere): «La Repubblica è forte come il terrorismo, per mezzo del terrorismo». Certo sarebbe semplicistico vedere nel dominio solo il risultato del terrore imposto con la forza. Esiste anche una forma di consenso, di interesse talvolta condiviso fra lo Stato e alcuni pezzi della società, di accettazione più o meno velata di disgusto. Servitù volontaria e rassegnazione, servilismo per vigliaccheria o per convinzione, per paura o per rassegnazione. Una rassegnazione più o meno monetizzata. Una sottomissione ottenuta col ricatto di crepare di fame, di ritrovarsi sulla strada. Con la carota ed il bastone, con il salario e la prigione. 
Fatto sta che il governo ne ha approfittato per decretare il passaggio al livello «scarlatto», ossia il massimo grado, del piano Vigipirate nella regione meridionale dei Pirenei e nei dipartimenti limitrofi. Non una sola delle carogne politiche, adoratrici del potere, che l'abbia criticato su quel punto, e questo può stupire solo gli stupidi. Nella fraseologia cangiante propria della lingua di Stato, ecco a cosa mira il piano Vigipirate elevato a quel livello: «prevenire il rischio di attentati maggiori (simultanei o meno), avviare appropriati mezzi di soccorso e di risposta, possibilità di mettere in atto misure particolarmente restrittive, proteggere le istituzioni e garantire la continuità dell'azione di governo». In due parole come in mille: occupazione poliziesca e militare ad ogni angolo di strada, sorveglianza onnipresente, possibilità di controlli in qualsiasi momento, in ogni luogo e senza «giustificazione formale», paura diffusa. Si tratta dell'ultimo stadio prima dello stato d'emergenza. La stessa cosa dei tempi normali, si sarebbe tentati di dire. Sì, solo con in più l'effetto dell'annuncio, e con un po' più di intensità e soprattutto di mezzi. Il piano Vigipirate è attivo dall'inizio degli anni 90, al livello «rosso» dopo gli attentati a Londra nel 2005. Ma la democrazia si riserva sempre la possibilità di stringere o allentare la stretta del suo controllo sociale sulle popolazioni in funzione della situazione: sommosse generalizzate, situazione pre-insurrezionale, stato di guerra, catastrofe nucleare... Le situazioni cosiddette d'emergenza, decretabili e moltiplicabili a piacimento, permettono di meglio radicare nella mente e nella vita di ciascuno l'abitudine ad essere rinchiusi, sorvegliati, trasferiti, schedati, controllati. Di riconfermare il monopolio della violenza nelle sole mani dello Stato, e in modo visibile, perfino dimostrativo. È quindi inutile indignarsi davanti a presunte «leggi eccezionali» che sarebbero il rovesciamento della normalità democratica. Le due cose sono inseparabili.
Che dire inoltre di questo mondo polarizzato in identità immaginarie? Quando l'assassino ammazza persone di origine musulmana, vengono convocati i «rappresentanti» della «comunità» musulmana per esprimere il proprio cordoglio. Poi, quando vengono ammazzate persone di origine ebraica, si convocano gli equivalenti ebrei. Come se il dispiacere causato dalla morte di un individuo riguardasse solo i suoi correligionari, come se dovesse appartenere per forza ad un gruppo sociale ben definito. È in questa confusione identitaria tipica dell'epoca, unita a quella che Dagerman definiva «dittatura del dispiacere», che il velo nauseante dell'autorità consolida il proprio dominio sui suoi sudditi. Perché il presidente si sente obbligato ad andare a spiegarsi con il primo ministro israeliano ogni qualvolta viene perpetrato un crimine razzista contro una persona indicata dai suoi aggressori come ebreo? Quelle persone appartengono allo Stato israeliano? Appartengono ad una qualsivoglia comunità prima di appartenere a se stesse? Quando fa comodo al potere, le vittime sono prima di tutto francesi, «figli della Repubblica», e quando bisogna lisciare il pelo alle lobby religiose si utilizza il discorso opposto. Comunque sia, si resta nel culto della carogna e nelle logiche politiche ed elettorali di recupero, a seconda delle opportunità.
In una toccante unanimità, i nostri eco-social-sovrano-centro-frontedisinistra-fascio-reazionari mescolano le loro voci per intonare: «Viva la Repubblica! Viva l'Unità Nazionale!». Le poche voci parzialmente critiche di questo ricatto si sono affrettate a precisare che comunque incoraggiano il lavoro degli inquirenti e delle forze dell'ordine, ovvero la Sezione Anti-Terrorista, e che in caso di cambio della maggioranza in parlamento gli strumenti dei servizi di sicurezza saranno accresciuti. L'Unità Nazionale, parliamone. Quella che si entusiasmava nel XIX secolo ad andare nelle contrade lontane a portare i lumi repubblicani a colpi di cannone, sciabola ed aspersorio, quella che collaborò al macello del 14-18, quella che portò Pétain sul trono, quella che rimise in piedi il capitalismo nel 45 sganciando qualche bomba a Sétif e lasciando tranquilli i collaborazionisti, che massacrò, torturò e gettò allegramente nella Senna durante la guerra d'Algeria. Quella che permise al potere di meglio isolare, reprimere ed eliminare i refrattari, i ribelli, i senzapatria, i rivoluzionari, quelli che sputano su tutte le bandiere e su tutti i regimi. Che rifiutano di andare a farsi bucare la pelle e di bucare la pelle altrui per interessi che non sono i loro, che non lo saranno mai.
Noi siamo fra questi ultimi, e contiamo di non restare impotenti in una posizione di rifiuto. Rifiutiamo e ci battiamo al tempo stesso contro il ricatto dell'unità nazionale, l'adesione sotto la bandiera repubblicana, che è sempre l'orrore statale e capitalista. Così come rifiutiamo di ululare insieme ai lupi avidi dei racket comunitari e religiosi, quest'altra forma di museruola universale che, lungi dall'opporsi all'addomesticamento politico e al regno del denaro, ne è storicamente compagna di strada, assai efficiente nel diffondere gerarchia, fatalismo, obbedienza e divisione fra i poveri.
Se noialtri oppressi, indesiderabili e ribelli in questo mondo dobbiamo criticare e combattere giorno dopo giorno tutto ciò che ci rende schiavi, questo non avverrà mai sparando nel mucchio, né per diffondere il terrore e l'orrore, ma precisamente per farla finita con tutto ciò che ne è la causa: lo Stato, il razzismo ed il nazionalismo, il denaro, Dio.
 
Per la libertà. Libertà per tutti e tutte.
Né cittadini, né sbirri. Né fascismo, né democrazia. Né religione, né terrore. Né denaro, né Stato. Né patria, né nazioni, né frontiere. Né padroni, né schiavi.



fonte: finimondo

martedì 17 gennaio 2012

Leggi raziali in Israele: vietati i matrimoni misti con i palestinesi

da ww.anarchaos.org

ISRAELE MI FAI SCHIFO!

 

 
 
«Se questo è il nostro avamposto democratico in mezzo all’islam»
di Paola B.
Notizia di ieri, 12 gennaio: la Corte suprema israeliana ha confermato valida la legge approvata dal Parlamento nel 2003. Che dice questa legge? Essa impedisce di fatto a cittadini israeliani di potersi sposare con cittadini palestinesi, pena la perdita della cittadinanza. In buona sostanza, non solo è proibito ad una o ad un palestinese di acquisire la cittadinanza israeliana;  se un cittadino o una cittadina israeliani vogliono coniugarsi con una o un palestinese possono farlo solo  all’estero, e se lo fanno perdono automaticamente la cittadinanza israeliana.

Con quali motivazioni la Corte ha emesso questa agghiacciante sentenza? Leggo: «Secondo la Corte, i palestinesi che diventano cittadini israeliani tramite matrimonio sono una minaccia per la sicurezza dello Stato. Rispettare i diritti umani non vuol dire accettare un suicidio nazionale”, ha scritto nella motivazione della sentenza il giudice Asher Grunis». [la Presse]
 
Indicativo che questa notizia gravissima sia stata confinata dalla grande stampa in piccoli trafiletti. Pensate se fosse avvenuto il contrario. Pensate se una simile decisione fosse stata presa, che so, dalle autorità palestinesi, sudanesi o iraniane. Apriti cielo. Prime pagine e caratteri di scatola contro l’integralismo islamico, il fondamentalismo fanatico, la teocrazia, e via dicendo.
 
Cosa significa questa decisione? Essa getta un fascio di luce sinistra sulla natura stessa dello Stato israeliano, che da un pezzo, oramai, ha superato di gran lunga le nefandezze ben note dell’ideologia sionista. Qui siamo oltre, qui siamo all’enormità che uno Stato fonda il fatto della cittadinanza sull’appartenenza alla religione ebraica. Di più: si istituzionalizza la “pulizia etnico-religiosa” proibendo matrimoni misti e dando l’ostracismo a coloro che si vogliano sposare con un o una palestinese.
 
Altro che “avamposto democratico” dell’Occidente in terra araba! Invece l’Occidente tace, in ossequio alla realpolitik per cui il fido alleato si deve sostenere sempre e comunque, anche a costo che di avallare leggi simil-naziste, leggi che cristallizzano l’odio nazionalistico e religioso anti-palestinese. Dico simil-naziste con cognizione di causa, perché esse ricalcano appunto le specifiche leggi hitleriane in difesa della razza ariana e della persecuzione degli ebrei.
 
Ora, io mi chiedo, dove sono gli ebrei democratici? Quelli che qui in Italia non perdono occasione per dirci che solo Israele è un paese democratico e dunque, tutti i suoi avversari arabi sono antidemocratici? Essi tacciono, tace Riccardo Pacifici. E lo credo bene che tacciono! Quali argomenti “democratici” potrebbero mai portare in difesa di una legge-abominio? Una legge che allarga il fossato coi palestinesi, che fomenta l’odio e alimenta guerra e terrorismo?
 
Esilarante la presa di posizione del Partito Democratico. Leggiamo sul sito del Pd: «Conforta che la legge sia passata per un solo voto, a dimostrazione del fatto che Israele, aldilà degli attuali equilibri governativi e parlamentari, è un Paese che possiede sufficienti strumenti di ragionevolezza e lungimiranza da fare ben sperare per il futuro. Per questo ci auguriamo che questa dialettica nel Paese rimanga aperta e che possano prevalere le ragioni del dialogo, della democrazia e della pace. Noi in Europa sosteniamo queste ragioni”.
 
Ps
L’altro giorno, ascoltando Rai3Mondo, il bravo Giordana ha dato la parola ad una giornalista israeliana, Bibi David che raccontava del fenomeno del “fondamentalismo ebraico” in Israele, anzitutto a Gerusalemme [clicca per ascoltare la testimonianza]. Sapevo già che la religione ebraica, tra tutte quante, è quella più discrimina la donna. Ma sono rimasta allibita quando una giornalista, in collegamento da Telaviv riportava la notizia che ci sono forti gruppi integralisti taridim che impongono alle donne di non indossare con t-shirt, di non scoprirsi le braccia; di mettere il velo o parrucche per nascondere alla vista i loro capelli. Gruppi che in pratica teorizzano la segregazione della donna. Alcuni sono giunti a discriminare diverse bambine, proibendo loro di accedere alle scuole perché “sconciamente vestite”. Altri addirittura, proprio come certi gruppi tribali in Afghanistan o Yemen, consentono alla donne di andare per strada solo se indossano il burqa. Sì, sì, proprio così: certi ebrei ortodossi teorizzano e impongono alle donne il burqa. Si tratta spesso proprio dei coloni armati fino ai denti, la falange del “democratico Israele”

venerdì 23 dicembre 2011

Firenze: Nuova aggressione razzista nei confronti di un senegalese

da osservatoriorepressione

«Voi, negri, dovete andarvene dall´Italia». Se l´è sentito dire ieri un ambulante senegalese che, di fronte a una libreria in via dei Servi, proponeva romanzi di autori africani ai passanti. Ad offenderlo è stato un italiano di 51 anni appena sceso in strada con il cane e poi denunciato dai carabinieri per offese razziste e minacce. Succede tutto intorno alle 12.30. L´uomo si ferma, spazzola il cane e getta i peli sui libri che l´ambulante tiene sullo scalino della libreria. «Ne è nato un diverbio molto animato – racconta la libraia – sono uscita per calmarli, ma quel signore continuava ad offendere il ragazzo». «Brutto negro, ora torno in casa, prendo una pistola e il bastone e ti faccio vedere», urla l´uomo. Tanto che intorno si forma un capannello. E tutti cercano di farlo ragionare.
«Non ne voleva sapere, abbiamo dovuto chiamare i carabinieri. Non capisco per quale motivo l´abbia aggredito – continua la titolare della libreria – semmai avrei potuto lamentarmi io, ma in realtà la sua presenza mi onora. A un certo punto il ragazzo ha anche detto: “Ma perché ce l´ha tanto con noi, siamo nel 2011, il mondo è di tutti”».
Su quanto successo è intervenuta Ornella De Zordo, consigliera comunale di perUnaltracittà, che ha dichiarato: “E’ urgente che tutti gli strumenti legislativi siano utilizzati per fermare la deriva razzista che sta prendendo piede in città e non solo, a partire dalla legge Mancino che ad oggi è poco o per niente utilizzata per inibire la destra xenofoba e razzista. Bene ha fatto la libraia che ha preso le difese del senegalese contro l’aggressore”, ha concluso. “A fianco della legge contro il razzismo serve infatti rinnovare un’etica pubblica che negli ultimi anni la società italiana ha colpevolemente trascurato di coltivare. La nostra solidarietà va quindi al ragazzo senegalese per ciò che ha subito e alla libraia per ciò che ha saputo fare”.
Intanto, Assane Kebe, portavoce della Comunità senegalese fiorentina, ha ribadito il fermo rifiuto di ogni “dialogo” con i neofascisti: «Quelli di Casa Pound si proclamano “fascisti del terzo millennio”: e noi non vogliamo dialogare con nessun fascista, né di ieri, né di oggi, né del domani. Non può esistere un confronto né un incontro possibile con chi oggi ha la faccia di dichiararsi fascista. Anzi, per noi definirsi così nel 2011 non dovrebbe essere possibile, né immaginabile».

martedì 20 dicembre 2011

No al razzismo della democrazia, per una resistenza popolare antirazzista

da http://senzafrontiere.

L’assalto al campo Rom di Torino, una lucida azione razzista, è l’ultimo episodio di un esclation di violenza. Le leggi ed i provvedimenti razziali hanno dati i loro frutti. L’odio profondo verso i migranti, creato ad hoc da governi e partiti, ha prodotto un nemico ben delineato: la comunità Rom, in passato sterminata dai nazisti e oggi aggredita con le leggi e con il fuoco dai meccanismi della democrazia. Nel 2008 a Ponticelli, vicino a Napoli, l’aggressione ai Ron di via Malibrand fu scatenata dalla falsa accusa ad una ragazza rom. Nel 2007 ad Opera la marcia razzista guidata dai politici della Lega Nord e di An diede fuoco alle baracche e costrinse gli abitanti ad andarsene. Il progrom di Torino è la conseguenza degli appelli delle istituzioni democratiche contro i migranti, i lavoratori schiavi dei campi del Sud e quelli dei cantieri del Nord e delle cooperative dell’hinterland milanese, uomini e donne ricattati dallo Stato per la loro provenienza geografica. E’ bastata la bugia di una ragazza, generata da un costesto autoritario che la obbligava a giustificare i suoi comportamenti, a scatenare la violenza contro coloro che vengono presentati ogni giorno come soggetti di cui disfarsi, sacrificabili per qualsiasi pretesto.
Pochi giorni dopo a Firenze un membro Casa Pound ha sparato contro sei uomini senegalesi che esponevano la propria merce. Due sono morti, Modou Samb e Mor Diop, gli altri quattro gravemente feriti.
Un simile orrore non è futto di una follia individuale. Un giorno dopo l’altro la canea razzista continua a causare vittime. I C.i.e. e il meccanismo delle deportazioni, l’infame ricatto che vede il permesso di soggiorno legato al contratto di lavoro, obbligando i lavoratori migranti ad accettare condizioni schiavistiche pur di non perdere un pezzo di carta, ricordano molto da vicino i meccanismi di segregazione razziale nazisti e fascisti In diverse occasioni esponenti della Lega Nord, tra cui l’ex ministro dell’interno Roberto Maroni hanno affermato pubblicamente che sui migranti si sarebbe dovuto sparare.
La Commissione Antirazzista della Federazione Anarchica Italiana punta il dito contro chi ha armato le mani di chi ha compiuto la stragi di Torino e di Firenze. Dal grande corteo di Firenze in solidarietà alla comunità senegalese alle rivolte nei campi degli schiavi del Sud, ai cancelli delle cooperative dei caporali, mentre dentro i Cie i migranti bruciano le loro gabbie come a Lampedusa, esiste una resistenza antirazzista sempre più cosciente.
Solidarietà alla comunità Rom, a quella senegalese e alla resistenza popolare di migrant* e antirazzist* che ogni giorno lottano insieme per estirpare il cancro del razzismo.
Commissione Antirazzista della FAI

domenica 18 dicembre 2011

Razzismo di Stato, Razzismo autorizzato!

da .osservatoriorepression

La Cosenza antirazzista, assieme ai tanti compagni e fratelli migranti, stamattina si è data appuntamento davanti alla prefettura per un partecipato e pacifico presidio “antirazzista” e “antifascista”. Non poteva passare nel silenzio la barbara uccisione di Mor e Modou che è stata solo l'ultimo e piu' violento stadio di un lungo processo che ha visto sedimentare un senso comune “razzista” in Italia. Tutto questo è avvenuto non solo per l'opera di propaganda di forze dichiaratamente razziste e neonaziste, come casa pound, blocco studentesco, alternativa popolare e feccia simile ma anche grazie agli atteggiamenti giornalieri di piccoli e grandi amministratori e delle forze dell'ordine. Tutti ricordano le famose ordinanze, sull'onda delle tante emergenze sicurezza, contro i “pericolosi” lavavetri e le campagne di massa contro il pericolo “rumeno” all'indomani dell'omicidio Reggiani. Ma fa tanta rabbia osservare l'ipocrisia del nostro stato che si affanna a bollare come isolato gesto razzista quello commesso dalla feccia “fascista” fiorentina mentre poi da mandato alle proprie forze dell'ordine di attuare una persecuzione giornaliera verso i migranti che risiedono in Italia.
Questa persecuzione istituzionalizzata tocca vette intollerabili come mostra bene l'episodio di stamattina a Cosenza. Dopo il pacifico sit-in una volante si avvicina a tre compagni di cui un giovane ghanese di nome Justice. Dopo la solita ingiustificata identificazione Justice viene portato in questura:“Lo portiamo a prendere solo un caffè” dice il poliziotto. In realtà a Justice viene trattenuto piu di tre ore e alla fine viene rilasciato con un bel decreto di espulsione.
Il semplice fatto che piu' volanti ronzassero intorno al presidio è già intollerabile, ma che poi la polizia approfitti di un tremendo momento di raccoglimento e dolore per colpire i migranti è veramente incredibile e la dice lunga sulla sincerità del cordoglio istituzionale dinanzi ai fatti di Firenze. Ma dobbiamo riconoscere alla questura cosentina il primato, ben poco onorevole, di aver usato “la giornata internazionale dei diritti del migrante” e il il sit-in pacifico, per un motivo cosi doloroso, per colpire il nostro fratello Justice compiendo un capolavoro di cinismo e barbaro razzismo.
La verità è che l'Italia è uno stato intrinsecamente razzista, dai suoi gangli amministrativi e istituzionali periferici fino ad arrivare ai governi, di centro destra e centro sinistra, autori delle sciagurate leggi Turco-Napolitano e Bossi-Fini. Ma noi, oggi come sempre, lotteremo al fianco dei nostri fratelli migranti perchè non riconosciamo nessuna clandestinità se non quella dei fascisti.

CPOA RIALZO

giovedì 15 dicembre 2011

Continua a parlarmi


Alfredo Bonanno
 
Affacciandosi alla comprensione di se stessi, e degli altri, si scoprono aspetti della conoscenza spesso insospettabili. Quando avviciniamo un problema da noi poco conosciuto, o una persona che ci è ignota, proviamo un senso di panico (o di piacere, sottile differenza mai del tutto chiarita). Riusciremo a venirne a capo? ci chiediamo. E la risposta non è sempre positiva.
Il più delle volte guardiamo lo "straniero" con sospetto, col sospetto che sempre ci viene dalla differenza non ancora codificata. Cosa ci porterà lo "straniero"? Di certo delle novità, e queste come saranno? Potranno essere buone o cattive, comunque turberanno i nostri equilibri, i sonni (e i sogni) che spesso facciamo tra un brusco risveglio e l'altro.
Da qui la necessità di non scoprirci più di tanto. I confini del nostro mondo personale, il nostro mondo quello che siamo disposti a difendere fino alla morte, perché è di esso che ne va quando rischiamo l'avventura dell'ignoto, questi confini si irrigidiscono e propongono uno schema interpretativo. Lo "straniero", uomo o problema non fa differenza, viene così catalogato nell'ambito dei nostri schemi, diluiamo la forma nella struttura, la comprimiamo a forza, pretendiamo che l'altro si adegui alle nostre necessità. Così, dopo averlo ucciso, in modo rituale per quel che possiamo e nell'ambito delle nostre capacità di uccisori, lo riproduciamo adatto ai nostri scopi, perfino a continuare ad alimentare i nostri pruriti, sogni e sonni compresi.
Così alcuni di noi, e non certo fra i peggiori, senza accorgersene, si avvolgono nel bozzolo delle codificazioni, giudicando o sospendendo il giudizio. Ma questa sospensione, nella pratica giornaliera, si traduce sempre nel lasciare che l'altro si collochi da sé nell'ambito delle nostre prospettive, senza ribellarsi e quindi senza bisogno che noi gli si faccia violenza. Il comune senso del ridicolo aiuta in questi casi a rintracciare sintonie che altrimenti si rivelerebbero come inesistenti.
Non urlare, per favore, il tuo disprezzo per l'ordine, basta che mi dimostri che il tuo modo di vivere segue una logica del qualitativo, vivace, danzante, e non l'impegno della routine della quiete e del codice. Ma dimostramelo con concatenazioni logiche, accurate. Per favore, dimmi che sei pazzo, come lo sono anch'io, ma dimmelo con chiarezza. Parlami, per favore, dello spaventoso brivido delle tenebre, ma parlamene alla luce del sole, che io possa vederlo, qui e subito, raffigurato nelle distinte favelle cui sono stato educato.
Confortami con le tue nenie sulla distruzione, esse sono dolce ninna-nanna per i bisogni del mio cuore, ma parlamene in maniera ordinata, che io possa capirle, e con esse, grazie ad esse, capire cos'è la distruzione. Insomma, che le parole mi arrivino ben organizzate tra loro, guai se ti mettessi ad urlare, non ti ascolterei più. Distruggere va bene, ma con l'ordine che la logica impone. Altrimenti andiamo nel caos dell'irripetibilità, dove tutto svanisce nell'incomprensibile. Sì, d'accordo, qualcosa mi arriverebbe anche attraverso il vociare imbarazzante d'un mercato algerino in un giorno di festa, ma io non sono abituato a quella vita, alla danza imprevedibile e fugace, all'improvviso apparire dello "straniero", bisogna che tu metta davanti a me il codice dell'abitudine, che il linguaggio si faccia carico d'intermediarietà. Parlami, ti prego, che la parola diventi per me il cordone ombelicale col mondo del di già accaduto, che niente si presenti come l'essere gettato improvvisamente nell'oscura dimensione del caos.
Parlami d'amore, del tuo amore, per me, di ogni amore possibile, anche del più remoto e difficile da capire, della violenza che gli cammina a fianco, della violenza e della morte, ma parlamene, quindi fammelo vedere con gli occhi della mente, prigioniero, catturato nel tessuto limaccioso e corruttibile delle parole. parlamene cautamente, te ne prego, che il mio cuore possa sopportarne il contraccolpo. Poi ci farò l'abitudine. E, proprio per avermene parlato, l'amore mi diventerà familiare, e lo porterò con me dappertutto, come si porta un coltello in tasca, un oggetto pensante che fornisce sicurezza. Di quell'altra possibilità, dello "straniero" che mi si era presentato davanti agli occhi, improvvisamente, come un ladro nella notte, non me ne fare più cenno, abbandona l'alto urlo nella notte che potrebbe ancora parlarmene.
Parlami della società del futuro, dell'anarchia, in cui tu e io crediamo, descrivimi le sue condizioni d'incertezza, l'imprevedibilità dei rapporti fra esseri umani finalmente liberi da ogni costrizione, raccontami con le tue parole calme, suadenti, il ribollire delle passioni che si scateneranno, l'odio e il desiderio di distruzione che non scompariranno da un giorno all'altro, la paura e il sangue che non smetteranno di serpeggiare e correre nelle vene d'una società finalmente differente da ogni incubo del passato. Parlamene, te ne prego, ma fallo in modo che non mi metta paura, parlamene ordinatamente, raccontami di quello che faremo, tu e io, e gli altri, e i compagni, e coloro che compagni non sono mai stati ma che da un momento all'altro capiranno, tutti insieme, per costruire, qualcosa qua, qualcosa là, a poco a poco, mentre tutt'intorno la vita, la vera vita intendo, comincerà a rifiorire. Ma parlamene con la logica della comprensibilità. Non mi urlare nell'orecchio quello che ti urla dentro, mi metteresti paura, tienilo per te. Tieni per te il bisogno di distruggere, forse di continuare a distruggere. Tieni per te le difficoltà di coordinarti con i miei bisogni, con le mie idee. Tieni per te l'irriducibile forza che ti porta lontano da ogni accettazione delle mie volontà, volontà, la tua, insopprimibilmente avversa ad ogni codificazione, come la mia, per altro. Non mi dire tutte queste cose, finiresti per farmi paura.
Ti prego, non darmi altre preoccupazioni.
 
[da Canenero, n. 28, 1995

domenica 11 dicembre 2011

Torino, campo rom dato alle fiamme. Ecco il mostro della paura!

DA osservatoriorepressione

E se una ragazza sedicenne come tante di un quartiere di periferia della Torino del politically correct ha paura di confessare ai suoi di aver perso la verginità, e inventa una balla su uno stupro da parte di due Rom? E se i giornali e i media mainstream soffiano sul fuoco titolando giornali e servizi con espressioni razziste e xenofobe? E se tutto questo accade in un momento in cui in Italia il disagio sociale cresce a vista d’occhio e le condizioni di vita sono sempre peggiori, sempre più misere? Ecco che spunta il mostro.
Moltissimi sono i lati inquietanti di questa vicenda, perlopiù legati ad un fattore dirimente della nostra società moderna, la società della psicosi, del terrore di massa, della paura. E infatti è proprio la paura come forma di dominio che si manifesta in maniera terribile e schizzofrenica nella giornata di ieri, in cui un corteo di solidarietà contro uno stupro di trasforma in una caccia alle streghe, con tanto di fiamme; un centinaio di persone danno assalto al campo Rom da cui si presumeva venissero gli (inesistenti) aggressori. Tutto ciò accade proprio mentre la ragazza confessa di aver detto una menzogna.
Paura. Paura di autodeterminarsi liberamente senza dover pensare a come la famiglia o l’ambiente sociale in cui si vive reagirà. Paura dello straniero perché è diverso, è mostruoso, è demoniaco, nelle migliori narrazioni del capro espiatorio. Ed è proprio di questo che parliamo quando intendiamo la paura come forma di dominio, il capro espiatorio su cui scaricare le proprie rabbie, le proprie frustrazioni, il proprio disagio, evitando così di andare ad indagare su quali siano le cause di ciò, evitando così di scoprire che la colpa è di chi ci sfrutta ogni giorno e di chi ogni giorno stimola questo meccanismo. Quale migliore esempio dell’exploit del giornale 'La Stampa' che titola la vicenda sul quotidiano di ieri così: 'Mette in fuga i due rom che violentano sua sorella'. A parte il fatto che la notizia fosse inesatta anche nella narrazione del primo momento, ma in più è evidente come senza prove, senza sicurezze vengono subito individuati i colpevoli, e la caratteristica che viene sottolineata, che si fa motivo principale del titolo è che sono due rom. Oggi sul quotidiano on-line sono arrivate le scuse del giornale, ma ci chiediamo, se non fosse successo quello che è successo, se la ragazza non avesse smentito, se il campo rom non fosse andato a fuoco, i giornalisti della Stampa avrebbero comunque corretto il tiro? Abbiamo i nostri dubbi…
E’ proprio quel meccanismo alimentato dai partiti come la Lega Nord, dalle destre populiste e dai movimenti neofascisti, quel clima di paura generale, in cui i potenti possono continuare a fare i loro porci comodi e chi sta male, chi vive la miseria inizia una guerra tra poveri. E dentro un quartiere come Vallette, pieno di gente fantastica, ma pieno anche di un disagio viscerale che si compone in molti modi, ci vuole poco perché il mostro attecchisca, e si sfoghi in maniera barbara ed affamata.

martedì 15 novembre 2011

Contro segregazione ed Apartheid: ecco i Freedom Riders in Palestina, come negli USA degli anni ’60

da polvere da sparo

I Freedom Riders, nell'America degli anni '60, contro la segregazione razziale
Oggi è toccato ai coloni.
La peggior faccia d’Israele, la più violenta, quella genocidaria e assetata di sangue,
quella che estirpa ulivi, alimenta la devastazione e l’Apartheid, oltre ad uccidere spesso per gioco.
Oggi hanno vissuto una giornata da “palestinesi” almeno per quanto riguarda la libertà di movimento.
Siamo in West Bank, quella che io ho sempre chiamato Territori Occupati, Palestina Occupata: quella terra che a macchia di leopardo vede le metastasi dell’occupazione rosicchiare pezzo pezzo i suoi confini, il suo interno, le sue fonti, i suoi punti fertili.
La terra più triste, più martoriata, più abituata all’Apartheid, ai checkpoint che non permettono spostamenti se non dopo deliranti e incomprensibili ore in attesa di qualche permesso, spesso negato.
La libertà di movimento, nella terra che Israele (quello vero) ha “lasciato” ai Palestinesi, è un diritto dei coloni: loro hanno le loro strade, le loro ferrovie, i loro bus, i loro taxi. Tutto il resto si muove se la mano dell’occupante lascia passare, altrimenti può morire così, ai tornelli metallici che chiudono in gabbie tutti gli incroci di Palestina.
Oggi alcuni attivisti hanno, anzi lo stanno facendo proprio in questi minuti, tentato di usare, occupare, fruire, rallentare la normale circolazione dei bus utilizzati normalmente dai coloni per sportarsi: sono mezzi di trasporto vietati agli arabi, come nei peggiori racconti sud-africani. NO ARAB. Poca differenza col NO BLACKS.
In questi secondi in molti sono ancora su quei mezzi, malgrado i coloni siano scesi velocemente e scomparsi nel nulla lasciando che i bus venissero circondati dalla polizia militare israeliana e dall’esercito: nessuno ha intenzione di scendere.
L’obiettivo è arrivare a Gerusalemme:
qui potete seguire la diretta video,
altrimenti seguite su twitter l’hashtag #FreedomRides
Spero di aver modo di aggiornare tra poco..
STOP APARTHEID – END COLONIZATION – BOICOTT ISRAEL
FREEPALESTINE!
AGGIORNAMENTI: I soldati hanno preso uno dei bus, pieno di attivisti, e lo sta facendo dirigere verso il checkpoint di Hizmeh.
Verranno probabilmente arrestati da un momento all’altro.
Nel frattempo il livestream è saltato, purtroppo
ORE 16.15: Uno ad uno, vengono arrestati dall’esercito israeliano. L’accusa è l’ingresso illegale nello stato d’Israele: un manifesto all’Apartheid!

domenica 6 novembre 2011

"Levanta la cabeza, eres un libio libre"...

da http://liadiperi.blogspot.com

La Comunità nera sfollata prende le strade di Tripoli.
" Siamo arrivati fin qui per dire alla gente che ci trattano come cani. Preferisco che mi uccidano qui, non sarò la prima né l'ultima morta", grida Hamuda Bubakar al suo arrivo alla Piazza dei Martiri, nel centro della capitale libica.

Questa giovane di 23 anni è una dei duecento sfollati arrivati alle caserme di Tarik Matar,alla periferia di Tripoli. Come tutti i suoi compagni/gne, Bubakar è anche nera.
" Abbiamo vissuto più di due mesi in quelle baracche" spiega Aisha che preferisce non dare il suo nome completo. " Martedì notte i ribelli di Misurata hanno portato via sette dei nostri giovani. Non sappiamo più nulla di loro" continua questa donna di 40 anni.

Molte donne degli accampamenti sono state rapite e violentate nelle ultime settimane- ha aggiunto.
Nella piazza il già pesante traffico si congestiona definitivamente, e gli animi dei soldati che custodiscono la piazza si scaldano.
" Dovremmo ucciderli tutti qui stesso,così come abbiamo fatto a Misurata", esclama un giovane vestito con m
imetica, prima che i suoi compagni lo zittiscano.

Un'ora dopo, la pressione dei miliziani sostenuti da decine di clacson impazienti riesce a sciogliere i manifestanti.

" Ci chiamano gheddafisti, ma ci odiano anche per il colore della nostra pelle. " Tutti i neri della Libia stiamo soffrendo per questa ragione" si lamenta Rahman Abdulkarim mentre si appresta a ripercorrere il lungo cammino. Rivedrà tra poco, gli immensi quartieri di cemento a sud di Tripoli. Le baracche sono oggi le case di mille sfollati bastioni gheddafisti come Bani Walid a 150 km. a sud-est di Tripoli - Tawergha o anche di Abu Salim, l'ultimo distretto nella capitale libica a cadere nelle mani dei ribelli.

(...)
" Molti arrivano dopo aver trascorso giorni vivendo in spiaggia, la maggior parte ha paura di camminare per la strada, racconta il volontario Abudheer, che riferisce siano 27.000 il numero dei tawerghesi sfollati principalmente tra Tripoli e Bengasi, la seconda città della Libia.
Lo scenario di persone assemblata nella baracche circondate da filo spinato sul quale stendono i vestiti si ripete a Tarik Matar.
Nella stanza che divide con altri otto membri della sua famiglia Azma mostra una foto di chi manca. Il 13 settembre suo fratello Abdulah fu fatto uscire dalla macchina nella quale viaggiva con i suoi tre figli e la sorella in un posto di blocco alla periferia di Tripoli.
L'ultima cosa che abbiamo saputo di lui ce l'ha detta l'autopsia : Lesioni multiple causate da oggetti solidi e flessibili in tutto il corpo, in particolare, testa e torace"
Di fronte a questo antecedente,i familiari dei sette giovani rapiti martedi scorso, temono uguale destino.
Mabrouk Mohammad, anch'egli sfollato nel campo di Tarik Matar, dedica ora la sua vita per coordinare l'ingresso di cibo e rifornimenti per il plesso, molti delle quali arriva attraverso iniziative private.
" Abbiamo bisogno di sicurezza nel luogo dove siamo oggi e che quelli di Misurata ci facciano tornare nelle nostre case, senza paura di ritorsioni" dichiara davanti alla porta della caserma- supermercato un ex professore di educazione fisica.

Ma tornare alla natale Tawergha è un sogno che, la maggior parte, ha smesso di accarezzare.
Non riescono neppure a garantire la loro permanenza in un posto tanto precario come questo.
(...)
Web Islam






(traduzione di Anita Lia Di Peri Silviano)