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giovedì 9 febbraio 2012

Soviet

da anarchopedia

Riunione del Soviet di Pietrogrado, 1917
Il termine Soviet (in russo совет, talvolta trascritto come sovet o sovjet, in italiano consiglio) si riferisce agli organismi espressi dai lavoratori e dagli operai a San Pietroburgo durante la rivoluzione russa del 1905. Comunemente ritenuta un'idea appartenente al marxismo e al bolscevismo, in realtà le sue radici affondano nella tradizione del socialismo libertario e nelle delibere dei vari congressi della I Internazionale.
«I “soviet” in senso storico-politico proprio sono originariamente i “consigli dei delegati degli operai” (sovety rabocich deputatov), poi i “consigli dei delegati degli operai, dei contadini e dei soldati” (sovety rabocich, krest'jankich i soldatskich deputatov), e infine i “consigli dei lavoratori” (sovety deputatov trudjašcichsja), come si chiamano a partire dalla costituzione del 1936»[1]

Indice

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[modifica] Le radici storiche ed ideologiche dei soviet

L'idea del soviet ha le proprie origini, non nel bolscevismo della rivoluzione russa del 1917, come comunemente si pensa, bensì nell'ambito del movimento operaio auto-organizzato formatosi della seconda metà dell'800. Una certa similitudine con i soviet la si può riscontrare anche nel vétché [2], ovvero l'assemblea urbana tipica dell'Ucraina del passato che ricordava le assemblee degli uomini liberi dei regni barbarici d'Occidente. Proprio in quei territori, infatti, l'idea del soviet si concretizzò durante la rivoluzione russa. Organi rivoluzionari con caratteristiche similari si ritrovano anche nelle tre rivoluzioni che l'Europa occidentale ha attraversato nell'epoca moderna, la rivoluzione inglese del XVII secolo e le rivoluzioni del 1789 e del 1848 in Francia. [3]
Principalmente l'idea della costituzione di consigli operai (soviet) si formò nell'ambito dei congressi della I Internazionale, soprattutto in quelli di Losanna (1867) e Ginevra (1868). L'anno seguente, durante il convegno di Basilea, la relazione del belga Hins e del francese Pindy espresse i principi ed il significato delle organizzazioni industriali. Partendo dall'idea che si dovesse porre fine allo sfruttamento dell'uomo sull'uomo e che ovviamente fosse necessario trovare nuove organizzazioni sociali, in antitesi alla politica gerarchica dei partiti e all'autoritarismo dello istituzioni, auspicarono la riorganizzazione sulla base di un socialismo autogestionario e libertario. Da questo convincimento nacque l'idea dei consigli operai (soviet), come appunto riportato nella relazione di Hins:
«I consigli delle organizzazioni del lavoro occuperanno il posto degli attuali governi. Queste rappresentazioni porranno fine una volta per tutte ai vecchi sistemi politici del passato» (da Origini e significato dell'idea dei soviet, tratto da Bolscevismo ed Anarchismo, cap7, di Rudolf Rocker).
In seguito l'idea fu strutturata meglio grazie alla diffusione dell'anarco-sindacalismo e del sindacalismo rivoluzionario, per merito soprattutto del lavoro svolto in Francia da Fernand Pelloutier, Emile Pouget e da tanti altri sindacalisti radicali.

[modifica] I primi soviet: Russia, 1905

In assenza dei sindacati, l'idea di un'organizzazione rappresentativa dei lavoratori e dei contadini si fece strada tra i rivoluzionari russi del 1905 e presero la forma dei soviet. Essi comparvero prima nelle province con il compito di costituire comitati che organizzassero gli scioperi (il termine fu adottato per la prima volta nel 1905 dai lavoratori di una fabbrica tessile di Ivanovo per designare il loro comitato di sciopero) e presero una connotazione più politica con la fondazione del Soviet di San Pietroburgo, il 13 ottobre, e di Mosca, il 5 dicembre.
Il soviet aveva la funzione di impedire che gli intellettuali o altre figure auoritarie potessero egemonizzare la rivoluzione. Il ruolo centrale nello sviluppo della stessa doveva invece spettare sempre e comunque ai lavoratori e i soviet erano considerati strumento necessario per evitare la centralizzazione e burocratizzazione della rivoluzione in atto.

[modifica] La rivoluzione russa del 1917: dal libertarismo alla gerarchizzazione dei soviet

Vladimir Lenin, leader dei bolscevichi, gerarchizzò i soviet, distruggendo di fatto l'origine libertaria degli stessi.
L'idea dei soviet non fu applicata solo dai bolscevichi. Nell'immagine è raffigurato il primo governo della Repubblica dei Consigli di Monaco (1918). Al centro, seduto, si può vedere l'anarchico Erich Muhsam.
Nel febbraio del 1917, la riforma dei soviet portò al rovesciamento del regime zarista. Tuttavia i soviet non esercitarono mai il potere durante quella fase: da febbraio ad ottobre, il potere fu in mano ad un « governo provvisorio » diretto prima dal principe Lvov e poi in luglio da Alexandre Kerensky. La parola d'ordine che caratterizzò la presa del potere bolscevico fu: « Tutto il potere ai soviet ! ». L'anarchico russo Voline denunciò quest'appropriazione indebita del termine soviet:
«Al fine di colpire lo spirito delle masse, guadagnare la loro fiducia e la loro simpatia, il partito bolscevico lancia (...) dei moti che, fino ad allora, caratterizzavano (...) l'anarchismo».
A partire dall'ottobre del 1917 il potere fu retto da « commissari del popolo », eletti dal Congresso dei Soviets (delegati eletti dai soviets) e diretti da Lenin. Secondo Hannah Arendt «il regime bolscevico ha spogliato i consigli (soviet, in base al nome russo) del loro potere quando era ancora diretto da Lenin, e ha rubato il loro nome per appropriarsene, mentre era in realtà un regime anti-sovietico».[4].
La distruzione di ogni principio libertario e autogestionario dei soviet fu esemplificato con l'introduzione del concetto di dittatura del proletariato, che significava sottomettere il soviet alla volontà dei bolscevichi. L'idea originaria dei soviet era invece del tutto inconciliabile con qualsiasi concetto di dittatura, ovvero di dominio gerarchico di una minoranza sulla maggioranza. Che i bolscevichi non avessero alcuna intenzione di concedere libertà di autogestione ai soviet fu chiaro a tutti con la repressione di Kronstadt. Infatti, di fronte alle richieste dei marinai e degli operai dell'isolotto di applicare lo slogan leninista : «Tutto il potere ai soviet!», i bolscevichi reagirono massacrandoli sprezzantemente e infamandoli con l'accusa di essere controrivoluzionari.
Pur essendo morta, nella sostanza ma non nella forma, l'idea dei soviet nella Russia bolscevica, il consiliarismo (soviet=consiglio) trovò applicazione, in maniera più o meno libertaria, nelle fabbriche italiane, durante il biennio rosso (1919-20), e in Germania, nella Repubblica dei Consigli di Baviera (1918).

[modifica] Bibliografia

  • Oskar Anweiler, Storia dei Soviet. I consigli di fabbrica in Urss (1905-1921), Laterza, Roma-Bari 19721.
  • Roberto Massari, Le teorie dell'autogestione, Jaca Book, Milano 19741.

[modifica] Voci correlate

[modifica] Collegamenti esterni

[modifica] Note

  1. ↑ Oskar Anweiler, Storia dei Soviet. I consigli di fabbrica in Urss (1905-1921), Roma-Bari 1972, p. VII,
  2. ↑ Skirda, Alexandre, Les anarchistes russes, les soviets et la révolution de 1917, Les Éditions de Paris, 2000, p.52
  3. ↑ Oskar Anweiler, Storia dei Soviet. I consigli di fabbrica in Urss (1905-1921), Roma-Bari 1972
  4. ↑ Hannah Arendt, A propos des Conseils Ouvriers en Hongrie

lunedì 6 febbraio 2012

La condanna del "comunismo" autoritario da parte di Michail Bakunin



 
Il nostro debito nei confronti di Michail Bakunin è molteplice.
 
Ma ce n'è uno che è tra tutti il più importante. I comunisti libertari della fine del XX secolo gli devono soprattutto, ben oltre le sue polemiche con Marx, superandole ad ampie falcate, di aver letto in un futuro ben più lontano ciò che un giorno sarebbe stato il bolscevismo. Certo, per fare ciò, si è mostrato eccessivo, spesso ingiusto, nei confronti del suo contemporaneo, il fondatore del socialismo detto scientifico.Tutt'al più alcuni tratti autoritari e contaminati di statismo erano evidenziabili in Marx, benché non manifestantesi che allo stato embrionario. Il colpo di forza del congresso dell'Aja del 1872 che escluse Bakunin dall'Internazionale aggrava queste velleità. Bakunin, nella sua polemica, se la prende meno con il suo rivale che con lo Stato popolare (Volksstaat) dei lassalliani e socialdemocratici, che Marx e Engels impiegarono troppo tempo a respingere.
 
marx_engels_congresso_aja_1872.jpgCongresso dell'Aja del 1872 che oppose le componenti marxista e anarchica della prima Internazionale (quadro di A. Rieznikov, nel più puro spirito oleografico sovietico).

herzen_e_Ogarev_1861.jpgMa, avendo individuato l'embrione, Bakunin ha avuto la divinazione geniale della sua escrescenza futura. Così che la sua critica smisurata e un po' tendenziosa si troverà giustificata a posteriori quando essa si applicherà agli epigoni abusivi di Marx. La prescienza di Bakunin in quanto alle divinazioni perverse, prima di diventare mostruose, di ciò che prenderà impropriamente il nome di "marxismo", merita dunque da parte nostra un grande inchino.
Bakunin NadarPrima ancora di polemizzare con l'ispiratore della prima Internazionale, il profeta russo aveva messo in guardia contro il "comunismo" autoritario. Sin dal 19 luglio 1866, in una lettera a Alekandr Herzen e a Nikolai Ogarëv, discutendo con i suoi due corrispondenti come se si trattasse di una sola persona, Bakunin scriveva: "Tu che sei un socialista sincero e devoto, certamente, saresti pronto a sacrificare il tuo benessere, tutta la tua fortuna, la tua stessa vita, per contribuire alla distruzione di questo Stato, la cui esistenza non è compatibile né con la libertà né con il benessere del popolo. O allora, fai del socialismo di Stato e visto che sei capace di riconciliarti con questa menzogna più vile e più temibile che abbia generato il nostro secolo: il democratismo ufficiale e la burocrazia rossa" [1].
proudhon-d Sulla condanna del "comunismo" autoritario, Bakunin riprendeva le invettive del suo maestro Proudhon. Al secondo congresso della Lega della pace e della libertà, a Berna, a fine settembre del 1868, prima di rompere con questa emanazione del liberalismo borghese, affermava: "Detesto il comunismo [autoritario], perché esso è la negazione della libertà e non posso concepire nulla di umano senza libertà. Non sono affatto comunista perché il comunismo concentra e fa assorbire tutte le potenze della società nello Stato, perché sfocia necessariamente nella centralizzazione della proprietà tra le mani dello Stato [...]. Voglio l'organizzazione della società e della proprietà collettiva o sociale dal basso verso l'alto, per la via della libera associazione, e non dall'alto verso il basso per mezzo di qualsiasi autorità. Ecco in che senso sono collettivista e nient'affatto comunista" [2].
prima_internazionale_1864.gifTuttavia Bakunin è diventato membro locale, a Ginevra, dell'Associazione internazionale dei lavoratori dal luglio 1868 e ha scritto a Gustave Vogt, presidente della Lega della pace e della libertà, in settembre: "Non possiamo né dobbiamo ignorare l'immenso e utile portata del congresso di Bruxelles [della Prima Internazionale]. È un grande, è il più grande avvenimento dei nostri giorni e, se siamo noi stessi dei sinceri democratici, dobbiamo non soltanto desiderare che la Lega internazionale degli operai finisca con l'abbracciare tutte le associazioni operaie dell'Europa e dell'America, ma dobbiamo cooperarvi con tutti i nostri sforzi, perché essa può costituire oggi la vera potenza rivoluzionaria che deve cambiare la faccia del mondo" [3].
Marx.jpg Con questo slancio, Bakunin scrive a Marx, il 22 dicembre 1868: "Non conosco più altra società, altro ambiente che il mondo dei lavoratori. La mia patria ora è l'Internazionale di cui tu sei uno dei principali fondatori. Vedi dunque, caro amico, che sono tuo discepolo e sono fiero di esserlo". Marx fa subito sapere di passarlo in silenzio. Apro dunque una parentesi, per chiuderla velocemente.
Al suo ritorno in Europa occidentale, dopo i suoi lunghi anni di prigionia in Russia, Bakunin aveva fatto sue le idee anarchiche, improntate a Proudhon, benché sviluppate in un senso più rivoluzionario. Ma questa nuova convinzione si era sovrapporta presso lui a un gusto inveterato per la clandestinità delle cospirazioni. Egli aveva raccolto in qualche modo l'eredità del babuvismo, della carboneria, del blanchismo e più ancora delle attività segrete appropriate alla lotta contro il dispotismo zarista. Internazionalsita nell'anima, egli aveva cospirato in diverse "Fraternità" internazionali da cui reclutava gli affidati in diversi paesi latini.
bakunin L'ultima in data di queste iniziative sarà, nel 1868, all'indomani della sua rottura con la Lega della pace e della libertà, l'Alleanza internazionale della democrazia socialista, organizzazione, egli sosteneva, "semi segreta e semi pubblica", e che serviva di fatto da copertura a una società più ristretta e segreta: L'Organizzazione rivoluzionaria dei fratelli internazionali. Fatto ciò, Bakunin, sinceramente attratto dal movimento operaio, sollecitò l'adesione della sua Alleanza all'Internazionale (AIT). La diffidenza di Marx e del suo nucleo del Consiglio generale di Londra non era del tutto senza motivazione. Infatti, la candidatura dell'Alleanza, nuova versione delle società segrete fomentate da Bakunin, poteva far apparire quest'ultima come "destinata a diventare un'Internazionale nell'Internazionale" [5].
babeuf.jpgCome giunse Bakunin a conciliare le sue opzioni ferocemente antiautoritarie con questo tentativo appena mascherato di "entrismo"? Ecco la giustificazione che egli si faceva scrupolo di esporre negli statuti segreti dell'Alleanza, di cui una copia cadde tra le mani del Consiglio generale dell'AIT a cui Marx dettava legge: "Quest'organizzazione esclude ogni idea di dittatura e di potere dirigente tutelare. Ma per l'instaurazione stessa di questa alleanza rivoluzionaria e per il trionfo della rivoluzione contro la reazione, è necessario che nell'ambiente dell'anarchia popolare che costituirà la vita stessa e tutta l'energia della rivoluzione, l'unità del pensiero e dell'azione rivoluzionaria trovi un organo (...), una specie di stato-maggiore rivoluzionario composto da individui devoti, energici, intelligenti, e soprattutto amici sinceri, e non ambiziosi né vanitosi, del popolo capaci di servirsi di intermediari tra l'idea rivoluzionaria e gli istinti popolari [...]. Per l'organizzazione internazionale in tutta l'Europa, cento rivoluzionari fortemente e seriamente alleati bastano" [6].
marx karl, LevineLa dissonanza tra democrazia diretta e elitismo rivoluzionario era già notevole presso i babuvisti [7]. La si ritroverà ai nostri in certe controversie comuniste libertarie.
Chiusa questa parentesi, ritorniamo alla richiesta di adesione dell'Alleanza all'AIT. Il Consiglio generale di Londra comincia con il reagire molto sfavorevolmente. Nella sua seduta del 22 dicembre 1868, considera "che la presenza di un secondo corpo internazionale operante all'interno e posto fuori dall'Associazione internazionale dei lavoratori sarebbe il mezzo più infallibile della disorganizzazione e, di conseguenza, dichiara che l'Alleanza internazionale della democrazia socialista non è ammessa come ramo dell'Associazione internazionale dei lavoratori". La sentenza è redatta per mano di Marx. Ma, alcuni mesi dopo, il 9 marzo 1869, sotto la penna dello stesso Marx, il Consiglio generale, ripensandoci, non vede più alcun ostacolo alla "conversione delle sezioni dell'Alleanza in sezioni dell'Internazionale": L'Alleanza accetta queste condizioni ed è dunque ammessa [8].
incisione ProudhonBakunin assiste al congresso di Basilea dell'Internazionale, nel settembre del 1869, e fa blocco con i sostenitori di Marx contro gli epigoni degenerati di Proudhon che sostengono la proprietà individuale contro la proprietà collettiva.
Non sarà che due anni più tardi che le relazioni si faranno tese; alla conferenza di Londra che si apre il 17 settembre 1871, Marx svela un autoritarismo incompatibile con le opzioni libertarie di Bakunin. In poche parole, Marx tenta di accrescere i poteri del Consiglio generale di Londra, Bakunin vorrebbe ridurli. Uno vuole centralizzare, l'altro decentrare. L'ultima conseguenza sarà il congresso dell'Aja, all'inizio di settembre 1872, in cui Marx, attraverso procedure sleali e per mezzo di falsi mandati, riuscì ad escludere Bakunin e il suo amico James Guillaume, poi a relegare il Consiglio generale dell'Internazionale negli Stati Uniti.
È allora che Bakunin, indignato da questo atto di forza, si scatena davvero contro Marx e il "comunismo" autoritario. Questa rabbia ci vale le imprecazioni che oggi ci sembrano profetiche, poiché al di là degli intrighi marxiani essa pone in causa e denuncia tutto un processo che, ben dopo la morte di Bakunin e di Marx, riveste una singolare attualità.
Innanzitutto Bakunin presagisce ciò che un giorno sarà, sotto il termine ingannevole di dittatura del proletariato, la dittatura del partito bolscevico. In una lettera al giornale La Liberté di Bruxelles, scritta da Zurigo il 5 ottobre 1872, tuona contro la confisca del movimento rivoluzionario da parte di una cricca di capi: "Pretendere che un gruppo di individui, anche il più intelligente e i meglio intenzionati, sarà capace di diventare il pensiero, l'anima, la volontà dirigente e unificatrice del movimento rivoluzionario e dell'organizzazione economica del proletariato di tutti i paesi, è una tale eresia contro il senso comune e contro l'esperienza storica, che ci si domanda con stupore come un uomo così intelligente come Marx abbia potuto concepirla" [9].
E Bakunin continua a vaticinare: "Non ammettiamo nemmeno come transizione rivoluzionaria, né le Convenzioni nazionali, né le Assemblee costituenti, né i governi transitori, né le dittature sedicenti rivoluzionarie; perché siamo convinti che la rivoluzione [...] quando si trova concentrata tra le mani di alcuni individui che governano, diventa inevitabilmente e immediatamente la reazione".
La fatale esperienza di una potente Internazionale affondata dalla volontà arbitraria di un solo uomo porta Bakunin a diffidare da un'internazionale autoritaria come lo sarà, molto più tardi, quella della III Internazionale sotto la guida bolscevica: cosa dire di un amico del proletariato, di un rivoluzionario che pretende di voler seriamente l'emancipazione delle masse e che,  ponendosi come dirigente e arbitro supremo di tutti i movimenti rivoluzionari che possono scoppiare in diversi paesi, osa sognare l'asservimento del proletariato di tutti questi paesi a un pensiero unico, sbocciato dal suo cervello?
Bakunin non ci ripensa. L'accecamento di Marx gli sembra inconcepibile: "Mi chiedo come faccia a non vedere che l'instaurazione di una dittatura universale, collettiva o individuale, di una dittatura che necessiterebbe in qualche modo che un ingegnere sia a capo della rivoluzione mondiale, che regola e dirige il movimento insurrezionale delle masse in tutti i paesi così come si dirige una macchina, che l'instaurazione di una simile dittatura basterebbe da sé per uccidere la rivoluzione, per paralizzare e falsare tutti i movimenti popolari".
E il genere di dittatura che Marx ha esercitato sul Consiglio generale di Londra porta Bakunin a temere che un tale esempio si amplifichi e assuma delle proporzioni aberranti: "E cosa pensare di un congresso internazionale che, nel cosiddetto interesse  di questa rivoluzione, impone al proletariato di tutto il mondo civilizzato un governo investito di poteri ditattoriali, con il diritto inquisitoriale e pontifico di sospendere delle federazioni regionali, di proibire nazioni intere in nome di un principio sedicente ufficiale e che non è altro che il pensiero di Marx, trasformato dal voto di una maggioranza fittizia in una verità assoluta?".
L'anno successivo, nel 1873, ancora scottato per la disavventura dell'Aja, Bakunin redige un libro intitolato Stato e Anarchia dove approfondisce le sue riflessioni e precisa le sue invettive [10]. Il filo conduttore del suo ragionamento è, come dubitarne?, le pagine di  Idée générale de la Révolution au XIXè siècle [Idea generale della Rivoluzione nel XIX secolo] del suo maestro Proudhon. Con e dopo di lui, Bakunin pone la domanda: "Se il proletariato diventa la classe dominante, ci chiediamo, esso dominerà? (...). Chi dice Stato dice necessariamente dominio e, di conseguenza, schiavitù (...). Da qualunque angolazione ci si ponga, si giunge allo stesso esecrabile risultato: il governo dell'immensa maggioranza delle masse popolari da parte di una minoranza privilegiata. Ma questa minoranza, dicono i marxisti, si comporrà di operai. Essi sono, certamente, dei vecchi operai, ma che non appena saranno diventati dei governanti, smetteranno di essere degli operai e si porranno a guardare il mondo proletario dall'alto dello Stato, non rappresenteranno più il popolo, ma se stessi e la loro pretesa a governarli".
E Bakunin scende in guerra contro la pretesa del socialismo autoritario di essere "scientifico". Non sarà nient'altro che il governo dispotico delle masse proletarie da una nuova e molto ristretta aristocrazia di veri o pretesi uomini di scienza. Il popolo non essendo colto, sarà interamente liberato da preoccupazioni governative e del tutto integrato nel gregge dei governati [11].
Altrove, Bakunin si compiace nel dipingere sotto i tratti particolarmente sgradevoli questo Stato futuro dalle pretese scientifiche e che somiglia come un fratello a quello dell'URSS di oggi: "Ci sarà un governo eccessivamente complicato, che non si accontenterà di governare e di amministrare le masse politicamente,[...], ma che ancora li amministrerà economicamente, concentrando nelle sue mani la produzione e la giusta ripartizione delle ricchezze, la coltivazione della terra, l'edificazione e lo sviluppo delle fabbriche, l'organizzazione e la direzione del commercio, infine l'applicazione del capitale alla produzione da parte del solo banchiere, lo Stato. Tutto ciò esigerà una scienza immensa e molte teste straripanti di cervello in questo goveno. Sarà il regno dell'intelligenza scientifica, il più aristocratico, il più dispotico, il più arrogante e il più spregevole di tutti i regimi" [12].
Ma il dispotismo in questione sarà durevole Per Bakunin: "I marxisti si consolano all'idea che questa dittatura sarà temporanea e di breve durata. Secondo essi, questo giogo statale, questa dittatura è una fase di transizione necessaria per giungere all'emancipazione totale del popolo: l'anarchia o la libertà rimane lo scopo, lo Stato o la dittatura il mezzo. Così per liberare le masse popolari, si dovrà cominciare con l'asservirle (...). A ciò essi ci rispondono che nessuna dittatura può avere altro fine che di durare il più a lungo possibile" [13]. 
Si crederebbe in anticipo a una confutazione libertaria di Stato e Rivoluzione del "compagno" Lenin [14]!
Bakunin è giunto sino a presentire il regno degli apparatčiks. In un testo del marzo 1872, prima ancora del colpo di forza dell'Aia, egli annunciala nascita "di una borghesia poco numerosa e privilegiata, quella dei direttori, rappresentanti e funzionari dello stato cosiddetto popolare" [15].
Infine, in uno scritto datato novembre-dicembre 1872, che fungerà da conclusione, Bakunin accuserà Marx di aver "quasi assassinato l'Internazionale con il suo criminale tentativo dell'Aia" e porrà come condizione per essere ammessi nell'Internazionale detta antiautoritaria, che sopravviverà al colpo di forza la seguente condizione: "Capire che, poiché il proletario, il lavoratore manuale, l'uomo di fatica, è il rappresentante storico dell'ultimo schiavismo sulla terra, la sua emancipazione è l'emancipazione di tutti, il suo trionfo è il trionfo finale dell'umanità, e che, di conseguenza, l'organizzazione della potenza del proletariato di tutti i paesi [...] non può avere come scopo la costituzione di un nuovo privilegio, di un nuovo monopolio, di una classe o di un nuovo dominio" [16].
Bakunin era un comunista libertario ante litteram!
 
 
 
Daniel Guérin
 
[Traduzione di Ario Libert]

NOTE:

[1] Corrèspondance de Mikhail Bakounine, lettres à Herzen e à Ogarev [Corrispondenza di Mikhail Bakunin, lettere a Herzen e a Ogarev], éd. Perrin, 1896; in: Archives Bakounine.
[2] Sotto la direzione la direzione di Jacques Freymond, La première Internationale [La prima internazionale], op. cit., 1, p. 451.
[3] Ibidem, p. 450.
[4] Ibidem, I, p. 451 E. Kaminski, Bakounine, la vie d'un révolutionnaire [Bakunin, la vita di un rivoluzionario], op. cit.
[5] Les prétendues scissions dans l'Internationale, [Le pretese scissioni nell'internazionale], in: Bakounine, Œuvres complètes, vol. VI, [Opere complete], Champ libre,  p. 271.
[6] "L'Alliance de la démocratie socialiste et l'Association internationale des travailleurs" [L'Alleanza della democrazia socialista e l'Associazione internazionale dei lavoratori], in: Freymond, op. cit., 11, pp. 474-475.
[7] Cfr. Bourgeois et bras nus, 1792-1795, Gallimard, 1973, pp. 312-313; Les Nuits rouges, 1998.
[8] Procès-verbaux du Conseil général de la 1è Internationale, 1868-1870 [Verbali del Consiglio generale della I Internazionale],   in: Freymond, op. cit., 11, pp. 262-264 e 272-273.
[9] Lettre au journal 'La Liberté' 5 octobre 1872 [Lettera al giornale La Liberté], in: Bakounine, Œuvres complètes, vol. III, p. 147.
[10] Bakounine, Etatisme et Anarchie [Stato e anarchia], 1873, in: Œuvres complètes, vol. IV.
[11] Lettre au journal 'La Liberté', op. cit.
[12] Bakounine, Ecrits contre Marx [Scritti contro Marx], in: Œuvres complètes, Vol III, p. 204.
[13] Etatisme et Anarchie [Stato e anarchia], op. cit., pp. 346-347.
[14] Lenin, L'Etat et la Révolution [Stato e rivoluzione], op. cit.
[15] L'Allemagne et le communisme d'Etat [La Germania e il comunismo di Stato], in: Bakounine, Œuvres Complètes, vol. III, p. 118.
[16] Ecrit contre Marx [Scritti contro Marx], op. cit., pp. 182-183.
 


LINK al post originale:
 
 
LINK interno a una breve presentazione di Daniel Guerin:
 
LINK ad un saggio pertinente presente in un sito sulfureo:
Pier Carlo Masini, Il conflitto fra Marx e Bakunin in un'opera di Franz Mehring

mercoledì 25 gennaio 2012

È morto il dittatore


Cizeta [Costantino Zonchello]
 
21 gennaio 1924
Nikolai Lenin è morto. La Russia è in lutto. Il piccolo mondo comunista, che guardava a lui come ad oracolo, ha messo le gramaglie.
Così la notizia ufficiale. Con le doverose posteriori informazioni sugli onori tributati all'uomo.
E sulla notizia ufficiale i commenti più disparati, le previsioni più cervellotiche. Come se dall'esistenza o dalla morte d'un uomo dipendono veramente l'avvenire, la prosperità o l'indigenza d'un gran popolo e del mondo.
Denigratori ed ammiratori han voluto vedere nell'uomo che dalla rivoluzione ha avuto tutti gli onori ufficiali la figura centrale, quasi la causa e la forza della rivoluzione stessa.
Per noi Nicolai Lenin rimane memorabile come uno dei più grandi politicanti che siansi mai affacciati nella storia ad imbrigliare e soffocare una rivoluzione; mentre è ancora da dimostrarsi che il suo partito abbia avuto una grande forza propulsiva nello scatenamento della rivolta che rovesciò Kerensky, è fuori discussione che seppe barcamenarsi, scroccare la simpatia ed al momento giusto sostituirsi al popolo nel grande scombussolamento della rapida svalorizzazione degli uomini rovesciati.
È la storia della rivoluzione russa!
 
***
 
Si potrebbe, in una metafisica esercitazione, pensare una rivoluzione consapevole, fin dall'inizio, dei propri fini; e sarebbe la rivoluzione ideale contro cui si spezzerebbe ogni tentativo del passato e che fisserebbe subito i termini ed i modi della sua azione. La realtà ci offre invece una massa che, ad un momento critico della sua esistenza, acquista coscienza del suo malessere e, attraverso le convulsioni con cui si sforza di rimediarvi, finisce con l'intenderne le cause e distruggerle.
Le masse si muovono per il presente orribile, per il domani incerto. Un bisogno puramente materiale, un tozzo di pane meno avaro le fa muovere, e, dove manchino coscienza e forza di rivoluzionari, avanguardie e alfieri, basteranno a fermarle un pugno di farina, gli apologhi di Menenio Agrippa, le ipocrisie del Direttorio o la prepotenza del futuro console.
Tra gli orrori della guerra e i tradimenti dei cortigiani dilaga lo scandalo Rasputin, e l'aristocrazia – quella parte tenuta lontana dal potere – insorge armando il braccio d'un parente indignato. Scatenata la bufera, la stessa aristocrazia arcigna e superba, contro le mene di corte e delle sue creature, cerca il contatto con la borghesia. Arrivando, mediante questa sino al popolo, ma fermandosi alla discreta insurrezione dei moderati esclusi dalla benevola considerazione dello zar. Depongono insieme l'imperatore, ma ne offrono la successione ad un granduca. Ma, agendo, com'è naturale in tutte le rivoluzioni – che non sian di palazzo – più potentemente le forze di progresso, ai moderati si sovrappone la gente nuova, venuta su in giornata, spinta dalla risacca della popolarità impetuosa ed effimera ai primi posti; e in Russia si avanzano i Cadetti o i Liberali. E sacrificano, giacché il popolo è scatenato e non vuole accucciarsi, la monarchia, tanto più che non si trova un cane di sangue imperiale che ne assuma la responsabilità e ne affronti le torbide conseguenze. Arrivano sino ad accordarvi, in un compromesso politico, coi mensheviki, convenendo con questi la definitiva eliminazione della monarchia per una qualunque forma costituzionale di governo.
Contro i turbolenti, i rivoluzionari, gli anarchici, inaugurano la divisa di Danton, rovesciandola nelle applicazioni: la liberazione dei nemici interni, rappresentati dal popolo, anziché dagli aristocratici. Lenin è costretto a fuggire ed a nascondersi.
 
***
 
Come in tutti i grandi movimenti di popolo, abbiamo anche per la rivoluzione russa due cause che si completano a vicenda: una, quella che si afferra immediatamente, ed è lo sfregamento del fiammifero sulla superficie aspra o la scintilla che si accende all'urto e dà fuoco alla paglia; l'altra, quella che prepara gli animi ed il combustibile. Nell'insurrezione della aristocrazia meno favorita contro lo zar, la prima; nel diffuso malcontento delle masse, la seconda.
La prima rappresenta le solite conseguenze dei soliti ripicchi e la diffidenza contro i Rasputin ciarlatani ed i Cagliostro di tutte le corti.
Della seconda diceva chiaramente Lenin:
«Il popolo russo sarà miserabile finché 629.000.000 di acri di terreno saranno posseduti da 500.000 famiglie soltanto. Esso non può sfuggire alla miseria finché 170.000.000 di acri appartengono a 50.000 famiglie, le quali non sfruttano né coltivano il loro terreno, ma, lungi dai loro latifondi, fanno la vita dei nobili e gavazzano nell’abbondanza sulla schiavitù del proletariato agrario. Il popolo russo rimarrà pezzente finché 1.500.000 su 10.000.000 di contadini possiederanno metà delle terre, metà del bestiame da lavoro e da sfruttamento e più che metà dei risparmi dei contadini; l’altra metà spettando all’aristocrazia che poltrisce e gode. A questi contadini privilegiati è permesso di divenire più e più ricchi, opprimendo la media e la minuta gente di campagna, rovinandola con l’usura e rendendola schiava del salario».
Su questo doloroso sfondo di miserie proletarie collocate le bastiglie di San Pietro e Paolo, le tundre della Siberia, gli aguzzini cosacchi, e troverete la causa profonda efficiente del rivolgimento russo.
In queste condizioni i pannicelli caldi di Kerensky e la prospettiva della continuazione della guerra non potevano non spingere il popolo più avanti; specialmente perché il regime zarista aveva avuto cura di preparare, con le stupide quanto feroci persecuzioni, le coscienze profondamente rivoluzionarie.
Nella mentalità di tutti i popoli è così radicato il pericolo delle invasioni che, spesso, ad ipnotizzarli e a intontirli, si provocano. Kerensky forzò l’offensiva di Brussiloff, pur sapendo che la disorganizzazione degli eserciti russi avrebbe facilitato l’offensiva del Kaiser. Occorrevano le impellenze della guerra a sviare le masse dal loro obiettivo principale.
Ma questo si affermava perché emergeva da una causa solida a conseguenze ineluttabili. E furono tosto i bolsheviki – che diventarono presto tutto il popolo russo – a fissare l’obiettivo, a non perderlo di mira e a farne oggetto di ogni forma di demolizione per un rimedio radicale.
Quale?
Lo disse Lenin, su cui, da questo momento si appuntano le speranze del popolo. E seppe fare, brigare e barcamenarsi da avere – in un primo periodo, quando l’offensiva tedesca invadeva la Russia ed i rivoluzionari eran tutti occupati a fronteggiare il nemico esterno – il nulla osta e il tacito consenso di tutti.
Si sostenga pure il contrario, ma l'offensiva tedesca determina la costituzione del nucleo minuscolo che andrà allargandosi sino a dominare gli sviluppi posteriori della rivoluzione, a farle dare macchina indietro, a farla passare dalle piazze nei gabinetti e a infrenarla poi definitivamente.
E se per opera dei rivoluzionari della piazza si ebbero eccidi di aristocratici, la rivoluzione ufficialmente rappresentata nei tribunali non lesinava l’indulgenza agli aristocratici stessi.
Doveva essere nell’implacabile esigenza delle cose e delle conquiste della rivoluzione ad evitare sanguinose riprese, a tagliare ogni possibilità di ritorno, lavare del passato le ultime vestigia. E nella storia il lavaggio è di sangue.
Ma la rivoluzione si presentava troppo anarchica. Mentre all’intorno marxisti della più pura sorgente meditavano l’affermazione ed il trionfo dello Stato e della centralizzazione, il trattato di Brest-Litovsk ne dà l’opportunità. Il partito che si auto-delega a rappresentare la rivoluzione vi fa la prima comparsa ufficiale, che tacitamente consentiva da un popolo in ebollizione, sarà la prima e più potente investitura per usurpare in seguito, con molto tatto politico e con grande saggezza guardinga, tutto il potere.
Alla distruzione completa del passato non pensavano i marxisti. Ohibò! Il caos può sprigionare forze completamente nuove a cui le leggi marxiste potevano essere d’ostacolo e perciò da rigettarsi. E qui entrano in campo i dottrinari, che hanno programmi fissi ben definiti e ben sviluppati anche nei particolari.
E allora l’ira rivoluzionaria di demolizione sarà bene infrenarla, conservare gli uomini e gli apparati del defunto organismo zarista per usarli e ristabilire con altro nome le stesse cose e gli stessi apparati; e se violenza e veemenza han da essere, siano contro gli estremisti della rivoluzione.
Una volta scroccata la fiducia delle masse, in un modo o nell’altro nel primo entusiasmo per gli uomini nuovi, bisogna consolidarla di gendarmi, rafforzarla con la legge. Che venne su, piano piano, più specialmente intenzionata a reprimere gli estremisti dei... malintenzionati.
Kolchiak, Yudenich, Denikine, Wrangel, inconsapevolmente rafforzano l'accentramento del potere nelle mani del partito comunista. E Nestor Makhno e le migliaia di anarchici, di sindacalisti, di socialisti rivoluzionari, passata la tempesta e i pericoli delle invasioni, a respingere le quali avevano dato il massimo contributo e della disfatta di certune furono gli artefici massimi, seppero ben presto della politica comunista propositi e carezze.
La Tcheka è qualche cosa di rinnovellato della vecchia polizia zarista. La possanza di questa vasta organizzazione di alguazili è tanto più larga in quanto pare si diletti di spiare anche le mosse degli stessi commissari del popolo, perché solo Nicolai Lenin n’era la mente direttrice alla quale si doveva ossequio e devozione assoluta.
 
***
 
L’han chiamato lo zar rosso. E non a torto. Lo stato comunista russo, la cosiddetta dittatura del proletariato è l’ultima evoluzione e, come tale, la più perfetta in rapporto alle antecedenti dell’organismo statale. Vi si accoppia alla prepotenza degli uomini con l’inflessibilità delle premesse dottrinarie.
Chi volesse tacciare di malafede, di insincerità, di ipocrisia Lenin ed i suoi collaboratori risolverebbe puerilmente con un insulto ed un oltraggio alla verità una situazione complessa e sovratutto giudicherebbe con faciloneria bigotta e intollerante gli uomini.
Gli uomini, gli uomini di studio specialmente, hanno dogmatismi e ideali fissi da quanto i preti.
Osservatene qualcuno all’opera.
Giuseppe Mazzini. Chi più di lui amò la libertà e il benessere del popolo? O non fu lui, triumviro, ad inscrivere tra le idee della repubblica romana del 49 la nazionalizzazione della terra? O non fu lui a predicare la libertà, di cui non soffrì in se stesso minimamente e per cui sfidò persecuzioni ed ire dei tiranni? Eppure, di fronte ad un fatto di libertà, di dignità e di profonda trasformazione economica, sognata dai pochi socialisti e dal popolo parigino, come quella della Comune di Parigi, insorse con ferocia con accanimento superlativo, perché gli straccioni di Parigi minacciarono la sorgente repubblica dei Thiers, succeduta all’impero del piccolo Napoleone. E a Mazzini nessuno sogna di negare la buona fede, la sincerità, l’abnegazione. Ma aveva le sue linee programmatiche, in cima a cui stava dio con a fianco il popolo con la sua legge. Altrettanto di Nikolai Lenin. Abbeveratosi alle teorie di Marx, ubriacatosi delle idee politiche di stato e di governo, egli, ormai a capo d’una grande nazione, non poteva non attenersi ai suoi programmi.
Né mi si affaccino le sue promesse della prim’ora, e le sue comunicazioni spirituali del primo tempo con gli anarchici. Non dimentichiamo: l’uomo politico è duttile; ha la facoltà – e quanto in maggior grado tanto più grandi saranno i suoi successi – di uniformarsi al momento che corre e alle passioni delle maggioranze. Saper parlare il linguaggio caro alle masse, sempre solleticarle per averne l’appoggio quando l’appoggio è necessario, sminuzzare, allungare, diluire, o nascondere e attenuare un paragrafo del programma, è opera di tenace e perseverante inseguimento del successo. Per poi tornare rigidamente, inflessibilmente al proprio dogma e imporlo dall’alto con la forza, con la violenza. È lo Stato che trova la sua forma ultima e definitivamente di assetto per avviarsi agli argini sagaci della conservazione, quando non sia una vera e propria restaurazione.
Per diverse vie arrivati al potere, nel potere s’identificano e nei sistemi Lenin e Mussolini. Solo che questi serve ad una restaurazione ed è un venduto e l’altro sinceramente ha servito all’esperimento d’un nuovo partito al potere o a consolidargli le possibilità di governare e d’imporre le proprie idee ed i propri propositi.
 
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Della cosiddetta trasformazione economica, di cui, nel primo sviluppo della rivoluzione, si erano infarciti tutti i discorsi, non è il caso di parlare. Rimane una reminiscenza. La Russia va oggi in cerca di capitali esteri che si decidano a sfruttarne le varie risorse naturali e gli uomini validi. Per aver voluto tutto centralizzare, per non aver permesso che gli individui costituissero a proprio piacimento la nuova esistenza ed i nuovi rapporti, per creare l’uniformità monotona, lenta e impacciante oltreché logicamente ostile ad ogni più largo sviluppo, che da uomo a uomo, da borgo a borgo, da regione a regione, non ammette uguale e identica applicazione rigida e costante, la trasformazione economica sognata è caduta per opera degli stessi uomini che se n’erano fatti predicatori e antesignani.
Oggi il popolo russo geme e soffre delle stesse cause e delle stesse conseguenze che tutto il restante proletariato del mondo.
 
***
 
Il prorompere delle speranze che salutarono la rivoluzione dell’ottobre del 1917 aspettava ben altra dimostrazione. Vero è che le stesse crisi delle nazioni europee riuscirono ad effetti diametralmente opposti a quelli desiderati. Sono le oscillazioni della vita, attraverso le quali l’uomo si educa, migliora e si prepara a nuovi slanci sul cammino faticoso dell’avvenire.
Lenin è morto! E il sole splende ancora sugli ozi e le gioie e le lussurie e le orge della beata gente che possiede, mentre par che irrida sempre, forse più ironico, alla miseria dei paria e dei reietti e alla loro palese impotenza. Perché non dalla volontà di pochi uomini chiusi in dottrine e in formule più o meno scientifiche (la scienza è, da quanto la religione, conservatrice quando non ne schianti le prigioni qualche soffio potente d’innovazione), anche quando questi uomini siano largamente dotati dalla natura e ben corazzati dagli studi (e Lenin fu di questi), ma dalla larga visione, dall’incontinenza, della incompostezza, dalla mobilità suprema degli animi anelanti al meglio, che si cerca, si scruta, si afferra solo attraverso le molteplici voci che si sprigionano dalle folle e dalle cose, dipende la nuova vita e la nuova società.
Lenin è morto! Lasciamo agli epigrafisti ed ai preti l’ode e l’inno, constatiamo e passiamo oltre, con lena, con energia, con vigore verso tutto l’uomo che non sa idoli né conosce adorazioni.
 
 
[da L'Adunata dei Refrattari, anno III, n. 5 del 2-2-1924]

venerdì 6 gennaio 2012

Critiche anarchiche al "Che"


da http://ita.anarchopedia.org/Che_Guevara

Gli anarchici e gli anarcosindacalisti cubani sono stati parte integrante della rivoluzione cubana, rappresentando per lungo tempo la principale componente del movimento operaio e contadino dell'isola. Già nella seconda metà del XIX secolo, gli anarchici del "Gruppo dei 3 Enriques" (Enrique Roig de San Martin, Enrique Messonier ed Enrique Creci), furono attivi, sulle pagine del giornale anarchico "El Productor", propagando la lotta di classe contro lo Stato ed i partiti politici. Questa premessa serve a sottolineare che la caduta di Batista fu possibile anche grazie al clima di intensa agitazione promosso dai libertari cubani.
Non è quindi in dubbio la sincerità e l’ardore di Che Guevara a favore del proletariato, tuttavia è innegabile che egli contribuì, visto che fu parte integrante del governo castrista nonché guida della gestione economica di Cuba, alla repressione delle richieste di uguaglianza e libertà e all’imposizione del socialismo di Stato, ispirato al modello sovietico. Inoltre, Che Guevara non ha mai nascosto il suo stalinismo.[2]
Non bisogna dimenticare che il modello centralista sovietico determinò, nel gennaio 1959, l’espulsione degli anarcosindacalisti da tutti i sindacati, la chiusura di El Libertario, organo della Federazione Libertaria di Cuba, e di Solidaridad Gastronomica, costringendo gli anarchici alla clandestinità, alla cessazione dell’attività politica o all’esilio.

lunedì 2 gennaio 2012

LA MORTE DI BERNERI

Da "Il Massacro di barcellona" di Mario Signorino


La sua morte, Berneri se l'era proprio cercata. Due giorni prima, sorpreso in casa dall'inizio dei combattimenti, con altri compagni, non li aveva seguiti quando si erano rifugiati al comitato regionale della CNT-FAI. Era rimasto in casa, con Francesco Berneri, la compagna di questi e una giovane miliziana giunta da poco a Barcellona. La sera stessa, la radio diffondeva la sua commemorazione di Antonio Gramsci, morto a Roma il 26 aprile.
"Noi salutiamo dalla radio CNT-FAI di Barcellona l'intelletuale valoroso, il militare tenace e dignitoso che fu il nostro avversario Antonio Gramsci, convinti che egli ha portato la sua pietra all'edificazione dell'ordine nuovo..."
I quattro si trovavano dunque isolati in uno dei punti più caldi della battaglia, attorno alla Casa CNT-FAI, chiusi in una piazzetta cinta da ogni lato da barricate comuniste. Eppure non se ne preoccupavano: forse convinti che nessun pericolo li minacciava nella Barcellona anarchica.
A Barbieri, per la verità, era sempre andata bene. Aveva una scheda biografica molto movimentata, fughe e persecuzioni in mezzo mondo; ma se l'era cavata sempre. Subito dopo l'avvento del fascismo in Italia era scappato in Argentina e di qui, dopo una condanna a morte era passato in Brasile. Arrestato e deportato in Italia, era finito al confino; ma era fuggito di nuovo riparando in Francia.
Altra condanna, otto mesi di galera, altra espulsione; passato in Svizzera, era stato di nuovo arrestato e rispedito alla frontiera.
Nell'ottobre '35 si trovavano in Spagna, durante il "biennio nero" della destra al potere. Dopo un nuovo arresto era ripassato in Svizzera, per tornare definitivamente in Spagna dopo lo scoppio della rivoluzione. A Barcellona era andato a stare da Berneri.
Berneri, da parte sua era impegnato, in prima fila nel movimento anarchico. E' strano che, iniziata la battaglia, non sentisse il bisogno di parteciparvi direttamente. Non capiva neanche quali pericoli si potevano correre in quei giorni a Barcellona?
Sapeva di essere esposto anche troppo nella lotta politica catalana. Tra i dirigenti anarchici, era stato uno dei pochi a prendere le difese del POUM contro la campagna terroristica dei comunisti. Proprio alla vigilia dei fatti di Barcellona, l'"Adunata dei refrattari" di NeW york aveva pubblicato la prima puntata di un suo articolo in difesa del partito di Nin. E già prima Berneri aveva provocato la rabbia dei comunisti e dei sovietici: tutti ricordavano, ad esempio, che alla fine del dicembre '36 Antonov-Ovseenko, console dell'URSS a Barcellona, aveva protestato presso le autorità catalane per un articolo apparso su "Guerra di classe" in cui Berneri denunciava "l'assedio di Barcellona", chiusa politicamente tra Burgos e Mosca.
L'anarchico italiano era anche sostenitore dell'uscita della CNT dal governo di Valenza. E la sua opinione contava, essendo uno degli elementi più in vista dell'anarchismo catalano. Era difficile immaginare che i comunisti e la KNVD aspettassero solo l'occasione per fargliela pagare?
Forse Berneri era convinto che i comunisti non avrebbero osato toccarlo: per lui, "el muy conocido profesoro Berneri", si sarebbero certamente mossi i proletari anarchici e anche i miliziani al fronte.
Ma più ancora doveva aver giocato l'incomprensione della battaglia appena iniziata: un errore comune a molti dirigenti anarchici, che nasceva dalla fiducia smisurata nella forza del movimento. Non a caso la prima reazione di Berneri, come degli altri dirigenti, era stata di far da paciere.
Dopo la sua morte, infatti, era stato trovato il testo di un appello alla pacificazione, scritto probabilmente nelle giornata del 4.
"Lavoratori di ogni tendenza, gridiamo ora più che mai: viva l'alleanza rivoluzionaria antifascista!... Alcuni militanti delle organizzazioni operaie delle nostre città si sono lanciati in una lotta fratricida determinata, a quanto sembra, da vecchie rivalità sindacali...Niente può giustificare fatti di questo genere... Riflettete, lavoratori di ogni tendenza: il pericolo fascista non è sparito. Compagni, manteniamo fino al definitivo trionfo l'unità d'azione".
In questo errore di valutazione (attribuire ad esempio la battaglia a vecchie rivalità sindacali) sta forse la spiegazione della tranquillità di Berneri. Un atteggiamento sorprendente, che non era cambiato neanche quando si erano verificati alcuni fatti strani. La mattina del 4, infatti, si erano presentati in casa due uomini con bracciali rossi.
-Non sparate, siamo amici.
Sorpreso, Berneri aveva chiesto perchè avrebbero dovuto sparare. I due avevano dato un'occhiata in giro ed erano andati via; dalle finestre li avevano visti entrare nella vicina sede dell'UGT.
E' chiaro che erano venuti in avanscoperta, forse avvertiti dal portiere che "gli anarchici del primo piano" erano rimasti chiusi in casa. Adesso sapevano che Berneri era veramente isolato, con pochi compagni.
Nel pomeriggio, alcuni poliziotti con il bracciale del PSUC erano venuti a fare una perquisizione. Avevano preso tra fucili, lasciati li da miliziani in licenza, ed erano andati via raccomandando di restare in casa. Certi ormai che gli anarchici erano senza armi, avevano potuto preparare con cura l'arresto e l'uccisione di Berneri.

venerdì 12 agosto 2011

Santo Che

da finimondo

martire guerrigliero


Il Che è l’essere umano più completo della nostra epoca
Jean-Paul Sartre


Una contadina accende una candela al santo e prega affinché il suo figliolo goda di buona salute e la raccolta di patate vada bene. Le sue preghiere, come le preghiere degli altri contadini, sono già state esaudite in passato — sostengono gli abitanti del villaggio. «Assomigliava a Nostro Signore, là steso morto nella scuola», dice la contadina all’intervistatore televisivo. Il nome del santo miracoloso? Ernesto Che Guevara!
Non prendiamo in giro questi contadini. Non guardiamoli con l’arroganza tipica di chi vive nel Primo Mondo. Non c’è dubbio che il Che “interviene” nelle loro vite afflitte dalla povertà, come fanno tutti gli altri santi. E poi, chi siamo noi per sostenere l’assoluta conoscenza del mondo, della mente umana e di tutti i suoi funzionamenti?
Come si sentirebbe il Che per l’incenso e le candele bruciate in suo nome? In quanto militante comunista ed ateo, avrebbe liquidato tutto ciò come rozza superstizione di un passato reazionario. Che ironia, per una persona simile. Ma non sono solo i contadini boliviani a riverire il guerrigliero morto. Quarant’anni dopo la sua morte, la sua immagine è affissa sulle pareti delle stanze di metà degli studenti del mondo. Il suo sguardo duro e ascetico ci punta da innumerevoli magliette e spillette. La mistica di Che Guevara è pervasiva.
Inutile domandarsi se meritasse questa idolatria. Di primo acchito, si potrebbe dare una risposta affermativa incondizionata. In fondo era considerato il Numero Due a Cuba, che si è dimesso da ogni carica di potere per andare a combattere nella giungla in favore di quella che riteneva fosse liberazione. Ammalato d’asma e con una esigua banda di seguaci, venne braccato e ucciso dall’esercito boliviano. Guevara era anche una perfetta figura romantica, avvenente, carismatico e amato dalle donne. Non era un burocrate sanguinario come Stalin, né un pervertito come Mao, neppure un megalomane come il suo vecchio amico Fidel, ma un “vero uomo”. Sarebbe potuto sbucare fuori da qualsiasi romanzo d’avventura. E nella famosa fotografia che lo ritrae steso morto, egli assomiglia davvero al Cristo.
Sì, è facile comprendere il fascino che molte persone, soprattutto giovani, avvertono per quest’uomo. Ma capire un fenomeno è una cosa, verificarne la realtà è un’altra. Per far ciò, bisogna andare al di là della mistica, magari con l’ausilio della sua «biografia definitiva» — Che. Una vita rivoluzionaria (Baldini&Castoldi, 1997) — scritta da Jon Lee Anderson, frutto di oltre cinque anni di ricerche condotte in mezzo mondo, basata fra l’altro su documenti originali finora inediti e sulle testimonianze di chi l’ha conosciuto, e la cui stesura ha goduto dell’appoggio diretto della sua vedova e di molti suoi amici. Tutte le citazioni e le indicazioni di pagina, laddove non espressamente indicato, si riferiscono a quest’opera.

Don’t cry for me Argentina
Durante gli anni formativi di Che Guevara, l’Argentina era dominata dal movimento peronista. Il Peronismo — in gran parte invenzione della brillante moglie di Peron, Eva Duarte — è forse stata l’ideologia più vicina al fascismo perfetto. Tralasciate tutta la propaganda spicciola che circonda la parola “fascista”. Dimenticate il nazi-fascismo e il fascismo clericale di Franco e Salazar. Mi riferisco alla vera essenza di quel che volle essere un movimento rivoluzionario — il cosìddetto fascismo di sinistra.
Il vero puro fascismo, così come immaginato da Mussolini, crebbe fuori dall’ala sinistra militante del socialismo italiano. Fu un tentativo di imporre il programma socialdemocratico attraverso la dittatura e la forza armata. Il movimento fece a meno dell’asettico positivismo ed evoluzionismo del marxismo ortodosso, sostituendolo con l’emotivismo romantico, l’estremo nazionalismo, il culto della volontà e dell’«uomo di azione». L’obiettivo era quello di nazionalizzare l’industria e subordinare tutte le classi sociali ai bisogni dello Stato. Le classi lavoratrici avrebbero beneficiato di questa rivoluzione, ma solo finché fossero rimaste sottoposte allo Stato fascista. Il problema di Mussolini fu di non avere mai avuto il sostegno della classe lavoratrice e quindi di dover rivolgersi alle tradizionali classi medie. Per cui gran parte della sua rivoluzione rimase sulla carta.
Questa non fu la situazione che dovettero affrontare i Peron. Molti anni prima della loro presa del potere, i generali avevano già annientato ogni movimento libertario, di cui rimasero solo pochi avanzi. Gli operai erano poveri, disorganizzati e senza voce. Eva Duarte-Peron fu capace di costruire un movimento operaio riempiendo il vuoto organizzativo (e, dove necessario, eliminando i suoi deboli oppositori). Perciò il peronismo aveva solide basi fra i lavoratori. Stimolato dall’energica Evita, il movimento nazionalizzò le banche, le compagnie assicurative, le miniere e le autostrade. Il risultato fu che l’Argentina ebbe probabilmente il più esteso settore capitalista statale fuori da un regime stalinista. I salari vennero aumentati per decreto e una schiera di benefici sociali furono introdotti per i Los Descamisados (gli “scamiciati”, gli operai seguaci dei Peron). Persino la Chiesa fu attaccata. Il gioco “anti-imperialista” venne giocato fino all’eccesso, alternando un violento anti-americanismo ad un sentimento anti-britannico. Lo straniero diventò il capro espiatorio di ogni problema argentino.
Per quanto in gioventù non avesse mai manifestato un grande interesse per le questioni politiche e sociali, rifiutandosi di muovere un dito allorquando a più riprese alcuni suoi amici finirono in prigione, Che Guevara era comunque simpatizzante del peronismo ed imbevuto delle sue idee. In molti modi rimase sotto l’incantesimo dell’ideologia peronista per tutta la sua vita. Ancora nel 1965, affermava che «dobbiamo dare a Peron tutto il sostegno possibile…» (220). Quando il regime di Peron finì, egli dichiarò: «Devo confessare in tutta sincerità che la caduta di Peron mi ha molto amareggiato… l’Argentina era il paladino di tutti coloro che pensano al Nord come al nemico» (244). Durante la guerriglia nella Sierra Maestra, chiamò le sue prime reclute guerrigliere Los Descamisados, in omaggio al nome che Peron aveva dato ai suoi seguaci (366).
Questa viva simpatia per il peronismo lo accompagnò sempre. Nel 1961 il Che confessò ad Angel Borlenghi, antico ministro dell’Interno di Peron, che il caudillo argentino era la più avanzata incarnazione di riforma politica ed economica dell’America Latina (Ricardo Rojo, My friend Che). Nel 1962 il Che si batté affinché i peronisti venissero inclusi in un fronte rivoluzionaro argentino in via di costituzione. Fidel invitò Peron, allora in esilio, a visitare Cuba promettendogli gli onori dovuti a un capo di Stato. John Cooke, già leader della gioventù peronista nonché emissario personale di Peron, visse per anni a Cuba ed elogiò la rivoluzione, diventando amico del Che (748).

Le radici reazionarie della visione del mondo del Che
È possibile rilevare l’influenza peronista in molti tratti del pensiero del Che. Ad esempio nel suo nazionalismo, messo in evidenza dal suo sostegno alle lotte d’indipendenza nazionale portate avanti in molte parti del mondo. Oppure nel suo autoritarismo, nella sua tendenza presente fin dall’adolescenza a porsi alla guida degli altri (38), nella sua convinzione che «ogni azione intrapresa dovrebbe essere di natura tale da avvicinare alla presa di potere» (715). Per fare la rivoluzione, egli credeva che fosse necessaria la violenza al servizio di una autorità. Non a caso non si preoccupava dei metodi dittatoriali e autocratici di Fidel, ritenendo che la vera rivoluzione potesse essere compiuta solo da un uomo forte (445).
Il Che era anche persuaso della necessità della centralizzazione, come dimostrò sia durante il periodo della guerriglia — allorquando decretò che «qualsiasi membro di un’organizzazione rivoluzionaria diversa dal “Movimento 26 Luglio” può entrare, vivere e operare in questo territorio. Il solo requisito è quello di sottostare agli ordini militari che sono stati o che saranno promulgati» (497) — sia dopo la rivoluzione quando nazionalizzò l’economia, militarizzò il lavoro, esautorò i sindacati e stabilì la fine dell’autonomia dell’insegnamento universitario.
Inoltre il suo pensiero era infarcito di meccanicismo. La sua visione di un ordine sociale era fondata sul coordinamento automatico, la sua conformità era ottenuta attraverso la tecnica e il totalitarismo più efficaci. Del resto, un’economia centralmente pianificata riduce ogni questione sociale a problema tecnico-organizzativo. Significativa a questo proposito la convinzione del Che che il contadino cubano, grazie alla rivoluzione, avrebbe ritrovato «l’allegria di sentirsi importanti nel meccanismo sociale, di sentirsi un ingranaggio che ha caratteristiche proprie — necessario ma non indispensabile per il processo produttivo —, un ingranaggio cosciente che ha il proprio motore e che cerca di farlo rendere sempre di più» (843). Questa nauseabonda retorica, più che fare luce sulla distanza emotiva del Che nei confronti della realtà individuale, la dice lunga sul suo odio poliziesco nei confronti dell’individuo e della sua libertà, in cui vedeva una minaccia per il socialismo. Come ogni autoritario, era «convinto che si debba costantemente pensare in funzione della massa e non degli individui… è criminale pensare da individui perché le necessità del singolo sono assolutamente senza peso di fronte alle necessità del conglomerato umano» (652). Va da sé che «l’individualismo… deve sparire a Cuba… ci deve essere la realizzazione della capacità di tutto un individuo a beneficio assoluto di una collettività» (664).
Il Che aveva anche l’ossessione della glorificazione della guerra e del militarismo, giacché identificava la guerra come la circostanza ideale per raggiungere la coscienza socialista (416) e considerava l’esercito rivoluzionario come il «primo e più importante strumento di lotta, l’arma più potente e vigorosa» (549). Questo, oltre a portarlo a formulare la sua disastrosa concezione fochista della rivoluzione frutto di una mera campagna militare, da attuarsi al di fuori d’ogni contesto sociale, lo spinse a sostenere la necessità di sacrificare innumerevoli vite per il glorioso futuro socialista. Dopo che i russi ritirarono i loro missili, ponendo fine alla “crisi cubana” del 1962, il Che si infuriò per il «tradimento sovietico» e dichiarò al giornalista del Daily Worker di Londra che, se i missili fossero stati sotto il controllo cubano, sarebbero stati lanciati (756). Nel 1965 invocò una guerra mondiale rivoluzionaria apocalittica, da attuare anche con l’utilizzo di armi atomiche. «Milioni di esseri umani moriranno, in tutti i punti della Terra… Questo non ci deve preoccupare…» (841). Il buon Che era persuaso che il nuovo ordine socialista sarebbe sorto da questa distruzione di massa.
Monaco gesuita della rivoluzione, il Che esprimeva il suo cinismo anche nei suoi testi letterari. Il suo racconto La bambola assassinata, apparso nel novembre 1959, è una allegoria sulla necessità di sacrificare gli innocenti in una causa rivoluzionaria (636). D’altronde, il suo progetto per la campagna boliviana non prevedeva forse che «bisogna sacrificare la Bolivia affinché le rivoluzioni possano nascere nei paesi limitrofi»? (963). L’idea era quella di provocare nuove guerre del genere Vietnam in America Latina, costringendo all’intervento il governo degli USA. Questo avrebbe spinto la Russia, la Cina e i movimenti guerriglieri del terzo mondo ad unirsi in un potente fronte per poi distruggere l’odiato Zio Sam. Che Guevara pensava che la rivoluzione dovesse assumere i tratti della terza guerra mondiale, per di più atomica. Il suo celebre messaggio inviato all’incontro Tricontinental, tenutosi all’Avana nel 1967, raggiunse toni sanguinari. Egli desiderava null’altro che un «lungo e crudele» confronto globale. La qualità più importante richiesta in questa guerra era «un odio senza tregua… che ci spinge sopra e oltre i limiti di cui l’uomo è erede per trasformarlo in una efficace, violenta, seduttiva e fredda macchina per uccidere» (986).
Insomma, per riuscire ad imporre il suo volere il Che non indietreggiava di fronte a nulla. Non solo i nemici imperialisti, ma anche i contadini per cui diceva di combattere erano vittime della sua forza bruta. Come scrisse sul suo diario boliviano, «la base contadina non risponde ancora, anche se pare che, seminando sistematicamente il terrore, otterremo la neutralità dei più; l’appoggio verrà più avanti». Seminare sistematicamente il terrore fra i contadini: questa tecnica infame era già stata sperimentata durante la guerriglia a Cuba, nella Sierra Maestra (982).

Che lo stalinista
Nel 1955, mentre si trovava in Guatemala, il Che diventò un convinto stalinista. Fino ad allora era rimasto scettico a proposito del marxismo, ma poi scoprì i libri di Stalin (786). Per lui fu una autentica rivelazione: «ho giurato davanti ad una fotografia del vecchio e compianto compagno Stalin che non avrò riposo fino a che non vedrò annientare queste piovre capitaliste» (174). La sua ammirazione per il dittatore russo rasentava l’identificazione, se si considera che arrivò a firmare «Stalin II» una lettera inviata alla zia nell’aprile di quell’anno (226). L’ideologia stalinista lo pervase completamente, al punto da intervenire anche nella sua vita privata. In Messico amava recitare alla neonata figlia Hildita — che chiamava amorevolmente «il mio piccolo Mao» — una poesia di Antonio Machado in onore del generale Lister, il fucilatore di anarchici durante la rivoluzione spagnola (270).
Il Che sentiva di avere alcuni doveri estremamente importanti da compiere nell’interesse del movimento comunista e dell’Unione Sovietica. Il primo di questi era orientare la rivoluzione cubana verso lo stalinismo. Infatti all’interno del Movimento 26 Luglio, il gruppo guidato da Fidel Castro, erano assai pochi i comunisti, o simpatizzanti tali. Per non parlare degli altri gruppi rivoluzionari, come il Directorio o gli anarchici, decisamente antistalinisti. Dato che Fidel era sì simpatizzante del Partito Comunista, ma su posizioni distanti, il Che diventò la figura chiave dei rapporti con il Partito Socialista Popolare (cioè il Partito Comunista Cubano) (494). Egli lavorò per cementare i legami con il PSP (539), la cui alleanza con il 26 Luglio doveva rimanere segreta per non dividere il movimento rivoluzionario ed accrescere l’ostilità americana. La maggior parte dei cubani infatti odiava il Partito Comunista, sia perché era intervenuto nella lotta contro Batista con molto ritardo sia perché in precedenza ne aveva sostenuto il regime. Il Che si diede anche da fare per indottrinare i suoi uomini durante il periodo della guerriglia, insegnando loro i rudimenti del marxismo-leninismo (413). 
Dopo la rivoluzione, il Che divenne il legame fra il KGB e il nuovo governo rivoluzionario, quando le relazioni fra Cuba e la Russia dovevano rimanere clandestine per non adirare il cubano medio e spaventare il Dipartimento di Stato statunitense. Come dichiarò l’agente del KGB inviato sul posto, «il Che era il nostro architetto nelle relazioni con Cuba» (682). È forse per questa ragione che nel novembre del 1960, durante il suo viaggio in Russia, il Che venne invitato a presenziare alla parata commemorativa del 43° anniversario della rivoluzione d’ottobre, sulla Piazza Rossa a Mosca, accanto al presidente Nikita Kruscev: un “onore” concesso per la prima volta ad una persona che non era un capo di Stato o di partito (673). Nulla di strano quindi se l’accordo missilistico nucleare con la Russia che quasi scatenò la terza guerra mondiale fu anch’esso concluso dal Che (736). 
Nel 1963 dovette passare momenti di forte sconforto quando si accorse che il modello russo, che aveva ingenuamente abbracciato, non era poi così corrispondente al suo puritanesimo proletario (676).  Per fortuna in soccorso alla sua ideologia traballante venne il maoismo, di cui ammirava le origine guerrigliere e l’abnegazione di sé: «il sacrificio è fondamentale per un’educazione comunista. I cinesi lo capiscono molto bene, molto meglio di quanto non facciano i russi» (847). Va detto che il Che, per non farsi mancare niente, manifestava un certo debole anche per il regime del Nord Corea (686).

Che il boia
Durante il periodo della guerriglia nella Sierra Maestra il Che si conquistò sul campo la sua fama di implacabile giustiziere. A detta del suo benevolo biografo, il cammino del Che nella Sierra Maestra era cosparso dei cadaveri di chivatos [informatori], disertori e delinquenti comuni, uomini le cui morti aveva ordinato, e che in alcuni casi aveva giustiziato di persona (391). Ah, le dure necessità della guerriglia… Certo, eliminare gli informatori può bene essere una triste necessità della lotta rivoluzionaria, ma il Che si distinse soprattutto nel richiedere esecuzioni per guerriglieri e contadini locali che non si adeguavano ai suoi criteri. Bastava poco per beccarsi una pallottola in testa, giacché era notoriamente severo con le punizioni. Persino Fidel era molto più tollerante e commutò molti ordini di esecuzione del suo compagno. A titolo di esempio, una volta il Che minacciò di fucilare un certo numero di guerriglieri che erano scesi in sciopero della fame per protestare contro i cattivi rifornimenti. Solo l’intervento di Fidel lo fermò (476).
Vivere sotto i suoi comandi era talmente duro che molti soldati se ne andarono (per questo vennero dichiarati “disertori”, ricercati e, se scovati, condannati a morte) oppure chiesero di essere trasferiti (384). Ciò è comprensibile, considerato che pochi uomini venivano assolti dall’occhio sospettoso del Che (328), il quale riempiva il suo diario con sprezzanti commenti e giudizi su quasi tutti i suoi uomini, rei di non essere fanatici anacoreti come lui. Va anche detto che il Che trasmise questa sua mania per le esecuzioni, questa sua durezza, ai suoi più fedeli seguaci che lo consideravano un esempio da imitare (390 e 823).
Durante il periodo della guerriglia, mantenere la disciplina fra le truppe e stabilire una parvenza di legge e ordine nella provincia erano due fra le sue principali priorità. Per prevenire l’anarchia, il Che aveva nominato autorità rivoluzionarie provvisorie in ogni città liberata e aveva decretato norme di comportamento per i suoi uomini (507). Inutile domandarsi cosa succedeva a chi trasgrediva queste norme. Un giovane combattente, a cui era partito per sbaglio un colpo di fucile, venne privato della sua arma e mandato in prima linea (514).
Subito dopo la caduta di Batista, il nuovo governo si pose il problema di amministrare la giustizia rivoluzionaria. E chi venne incaricato di vestire i panni di Torquemada? Così, al Che venne affidato il compito di epurare l’esercito e la burocrazia governativa da spie, traditori e generici “nemici della rivoluzione”. Diventò il «procuratore generale» che nella caserma di La Cabana, dove ogni giorno confluivano i prigionieri, decideva se giustiziare o no. E lui giustiziava senza pietà e fra il gennaio e l’aprile 1959 più di 550 persone vennero fucilate (543). Secondo i suoi vecchi colleghi in esecuzioni, «la nostra più grande preoccupazione era assicurarci che il senso di giustizia e la morale rivoluzionaria prevalessero, che non venisse commessa alcuna ingiustizia». In questo, il Che era molto attento (542). Nobile preoccupazione ma che contrasta con le numerose testimonianze secondo cui non furono solo poliziotti torturatori a venire messi al muro o gettati in prigione. Basti pensare che nel gennaio 1960 un giovane cattolico venne giustiziato per aver distribuito volantini anticomunisti (637). Per non parlare di tutti quei rivoluzionari che, dopo aver combattuto contro la dittatura di Bastista, continuarono a impugnare le armi anche contro la dittatura di Castro. Fra questi, oltre a militanti degli altri gruppi rivoluzionari, ci furono anche ex membri dello stesso Movimento 26 Luglio. 
Il Che fu inoltre uno degli artefici del nuovo apparato di servizi segreti, la Seguridad del Estado, o G-2. Il comando della nuova polizia segreta venne affidato ad un suo collaboratore durante la guerra (539). Scontato fu il suo coinvolgimento nella creazione dei Comitati di Difesa della Rivoluzione, rete di organizzazioni civiche sparse fra i quartieri di ogni città per assicurare il rispetto delle leggi e fornire informazioni ai servizi di sicurezza statali.
Per tutti questi motivi, il Che può essere considerato uno dei responsabili della distruzione del movimento anarchico cubano. A detta degli stessi storici di regime, per mezzo secolo l’anarchismo era stato il principale pensiero sovversivo della penisola caraibica. I libertari erano attivi in molti sindacati e costituivano una importante forza anti-Batista. Gli anarchici sopravvissero alla dittatura di Machado e di Batista, ma non sopravvissero a due anni di castrismo. La stampa libertaria venne proibita nel 1961, e molti anarchici finirono in esilio, in galera o al cimitero. Fra questi anche molti compagni che pure avevano combattuto contro Batista nelle stesse fila del Movimento 26 Luglio (come riportato da Sam Dolgoff, The Cuban Revolution).
Infine il Che va ricordato per essere l’ideatore di Guanacahabibes, “campo di rieducazione” dove era solito mandare i suoi subalterni colpevoli di qualche mancanza per espiare la pena con periodi di lavoro fisico, potersi redimersi e poi tornare. Inutile dire che Guanacahabibes si conquistò immediatamente una sinistra fama, versione tropicale dei lager siberiani, al punto da venire chiuso subito dopo la partenza del Che (789).

Che il burocrate
Alla fine del 1959 le università, da sempre focolai di critiche e proteste, videro abolita la propria autonomia. Fu lo stesso Che ad annunciarlo agli attoniti studenti dell’università di Santiago, con queste esplicite parole: «Qualcuno direbbe che questa è dittatura, d’accordo: è dittatura» (625). Venne introdotto un nuovo curriculum di Stato, e le università diventarono semplici strumenti del regime, tanto che due terzi degli insegnanti furono costretti all’esilio (Matthews, Revolution in Cuba).
Nel 1960 l’Istituto Nazionale della Riforma Agraria venne costituito sotto il controllo del Che. Questa organizzazione aveva il compito di varare la nuova legge di riforma agraria e prese il controllo sull’intera economia. All’inizio il suo lavoro doveva essere quello di gestire le cooperative statali. Ora, una cooperativa statale è una contraddizione in termini, poiché le cooperative sono per natura associazioni volontarie possedute e gestite localmente. L’INRA nazionalizzò le cooperative esistenti (alcune delle quali erano anarchiche) e mise in piedi una schiera di nuove cooperative fasulle, fondamentalmente fattorie di Stato. In base alla legge 43, «l’INRA nominerà gli amministratori e i lavoratori accetteranno tutti gli ordini e i decreti emessi dall’INRA» (René Dumont, Is Cuba socialist?). Il 20 febbraio 1960 il Che annuncerà la «pianificazione centralizzata» su modello sovietico per Cuba (642), qualcosa che aveva desiderato da sempre. La guida dell’economia cubana da parte del Che fu un disastro totale e probabilmente contribuì a spingerlo verso la sua impresa suicida in Bolivia.
In quanto ministro dell’economia cubana, il Che è stato il principale responsabile dell’abolizione dei diritti dei lavoratori e della distruzione del movimento sindacale autonomo. Alla fine del 1960 gli operai avevano perso il diritto allo sciopero (considerato legittimo in un sistema capitalista, ma controrivoluzionario sotto il socialismo), la sicurezza sul lavoro, la malattia, la settimana di 44 ore, le indennità per straordinari, le ferie pagate, e vennero costretti a fare «lavoro volontario». Come per i sindacati, il regime tentò di imporre l’elezione di pedine del Partito Comunista alla direzione della Confederazione del Lavoro Cubana. Il 90% dei delegati si rifiutarono. Gli stalinisti vennero imposti dall’alto, su ordine dello Stato. Il leader della Confederazione, David Salvador, un importante membro del Movimento 26 Luglio, venne condannato a 30 anni di prigione per la sua opposizione all’assalto stalinista al suo sindacato. Trascorse il tempo dietro le sbarre di una prigione, con circa altri 700 prigionieri politici, molti dei quali erano sindacalisti. La responsabilità del Che in questi fatti non è un mistero, avendo dichiarato nell’ottobre 1960 che «il destino dei sindacati è di scomparire» e varato la legge agraria 647, che sosteneva che «il Ministro del Lavoro può prendere il controllo di qualsiasi sindacato, dimettendo i funzionari e nominandone altri…» (Sam Dolgoff, The Cuban Revolution).

La tragedia di Che Guevara
Prima di diventare il Savonarola della Sierra Maestra, il Che era noto per essere un gran mattacchione. Un hippie antelitteram, un amante della poesia, delle conversazioni notturne, dei viaggi, del calcio, delle motociclette e delle donne. Fra i suoi amici erano in pochi a credere nella trasformazione che aveva colpito il loro vecchio compagno El Chanco dopo il suo viaggio a Cuba. 
Certo, egli assorbì molte delle idee autoritarie di Peron, ma questo accadde a un mucchio di altra gente, che proseguì la propria vita senza farsi distruggere da un’ideologia. La politica non era poi così importante per il Che finché non andò in Guatemala. Qui scoprì una ideologia che combaciava con le sue convinzioni e pregiudizi, e che sembrava spiegare il mondo intero dando alla sua vita sostanza e significato. Il Che divenne schiavo di una crudele religione secolare: il suo sistema di idee lo consumò, costringendolo a fare cose che non avrebbe fatto. Lo costrinse a diventare duro e fanatico. Come disse suo padre, «Ernesto aveva brutalizzato i suoi sentimenti» per diventare un rivoluzionario. Sua madre descriveva il nuovo Ernesto «intollerante e fanatico» (848).
Questo suo fanatismo lo portò a non rompere con lo stalinismo durante le rivelazioni di Kruscev del 1956 (quando migliaia di intellettuali occidentali lasciarono il partito comunista) e poi, alla fine, fecero nascere il suo desiderio di sostituire lo stalinismo russo con quello cinese. Non è che gli orrori di Stalin non fossero noti — non avevamo bisogno che Solzenicyn ci venisse a raccontare dei gulag —, qualsiasi anarchico, trotskista o socialista antistalinista avrebbe potuto dirgli la verità. Forse qualcuno lo fece pure, forse egli si rifiutò di ascoltare. 
Il suo culto per la forza militare era anch’esso una forma di fanatismo, che alla fine lo portò alla morte. Invece di confrontarsi di continuo con le condizioni materiali in cui si trovava ad agire, ignorò la realtà in favore della sua ideologia. I suoi tentativi di riprodurre pedissequamente l’esempio cubano sono una sfilza di imbarazzanti sconfitte (Repubblica Domenicana, Nicaragua, Guatemala, Perù, Argentina, Colombia, Venezuela, Congo, Bolivia), che testimoniano la sua ottusità. Come poteva ignorare che i contadini boliviani, avendo ottenuto la terra durante la rivoluzione populista del 1952, non erano interessati ad un’altra insurrezione armata? Leggiamo il suo discorso alla Tricontinental — quando pensava che attaccare un paese avrebbe spezzato la volontà del suo popolo — quando pensava che attraverso guerriglie tropicali avrebbe terrorizzato gli americani fino a sconfiggerli. Ma cercare di terrorizzare una nazione non fa che accrescere la fermezza della sua popolazione. 
Non c’è dubbio che il Che fosse molto coraggioso, più volte si mise in situazioni di estremo pericolo durante la lotta di guerriglia. Era un guerriero valoroso. Sebbene brusco nei metodi, non era certo un ipocrita — i suoi sacrifici, le sue sofferenze, erano un esempio per i suoi uomini. Ma il coraggio fisico non è raro, molte persone che appartengono al peggior genere di culti politici o religiosi agiscono con immenso coraggio.
Altra questione è il coraggio morale, che mai potrà avere chi crede che il fine giustifichi i mezzi. 
Il Che non era affatto un «uomo completo» come dichiarato da Sartre, il quale non ha mai incontrato uno stalinista di fama che non gli piacesse. Il Che è chiunque sia convinto che la libertà debba sacrificarsi all’autorità. Il Che è chiunque ritenga che il dovere viene prima del piacere. Il Che è chiunque rinunci alla gioia di vivere e si faccia sopraffare dal senso del sacrificio. Il Che è chiunque creda nella logica del «con ogni mezzo necessario». Certo, il Che non era un tiranno alla Hitler o Stalin — despoti che possono semplicemente venir liquidati come mostri e che quindi non hanno rapporti con la vita quotidiana. Seppe rinunciare ad ogni privilegio legato alla sua carica, pur di essere coerente con le sue idee rivoluzionarie. Ammirevole virtù, tanto quanto il coraggio. Ma è sufficiente per trasformare in idolo questo feroce stalinista, questo rivoluzionario di Stato?
Nello scrutare la sua vita, il Che non assomiglia molto a un santo, non è vero? Ma c’è una cosa di cui bisogna tenere conto: anche il più grande peccatore può talvolta diventare santo. Un esempio è San Paolo, che prima di venire illuminato sulla via di Damasco fu un violento persecutore di cristiani. Naturalmente Che Guevara è morto prima che potesse accorgersi dei suoi errori, e data la sua testardaggine è probabile che non lo avrebbe nemmeno fatto — chi può dirlo? Tuttavia la sua sofferenza, la sua autodistruzione (e la distruzione degli altri) e il suo fallimento finale possono servire da esempio. Non seguite le sue orme! Se il suo sacrificio saprà dissuadere i rivoluzionari dal cadere nel suo inferno ideologico, il mantello di santo se lo meriterà davvero. Forse anche noi dovremo accendere una candela a San Che. 


[da Machete n. 1, gennaio 2008]