Cerca nel blog

Visualizzazione post con etichetta antimilitarismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta antimilitarismo. Mostra tutti i post

martedì 17 luglio 2012

La Fortezza Olimpica incombe su Londra

da it.contrainfo.

I residenti di Tower Hamlets si sono inorriditi quando hanno appreso che missili di terra/aria dovevano essere posizionati su una torre sul loro sito, e praticamente sulla vecchia fabbrica di fiammiferi Bryant and May. Come risultato una campagna è stata istituita per contrastare le installazioni missilistiche, formata da residenti locali e sostenitori (per maggiori informazioni, qui).
Ma il posizionamento di missili qui e altrove è solo una parte della storia. Ben 48.000 forze di sicurezza saranno impiegate a Londra, oltre ai 13.500 soldati – più dei soldati dell’esercito britannico di stanza in Afghanistan. Un’arma sonica progettata per disperdere la folla con l’emissione di suono capace di causare “dolore fino a far scoppiare la testa”. Aerei senza equipaggio saranno in pattuglia ai cieli sopra Londra. Un portaerei sarà ancorato sul Tamigi vicino ad altre navi da guerra. Una “zona sicura” sarà messa in atto circondata da undici chilometri di recinzione elettrificata, e sorvegliata da 55 squadre di sicurezza con cani da attacco. Questa non è la Corea del Nord o l’Unione Sovietica, ma Londra di oggi-durante le Olimpiadi di Pechino, nemmeno il governo cinese ha messo una tale recinzione o aerei del genere.
L’Olympic Games 2006 Act (la legge che regola le Olimpiadi) impone che non solo la polizia e le forze armate, ma anche le forze di sicurezza private, possono usare la forza fisica per “proteggere le Olimpiadi”. Questo copre qualsiasi cosa, da manifestazioni e scioperi, fino la vendita di prodotti olimpici sulla strada che non sono ufficialmente approvati. “Squadre di protezione di marca” pattuglieranno all’interno dei Giochi per assicurarsi che solo i vestiti o gli accessori ufficialmente omologati con messaggi commerciali possono essere indossati.
In aggiunta persone che si congregano per strada, un fatto normale in particolare nei mesi estivi, saranno perseguitati, in particolare la gioventù locale della classe operaia. Questo sta già succedendo, con una maggiore sorveglianza e persecuzione nei comuni confinanti con l’impianti Olimpici. I senza tetto devono essere rimossi, infatti la polizia può rimuovere qualunque “considerato in alcun modo di essere causa di fastidio”.
Piuttosto, non vi è alcun segno che questo scomparirà con la fine delle Olimpiadi. La polizia uscirà più attrezzata ed arrogante di prima, interi quartieri saranno socialmente puliti e purificati, le tasse saranno aumentate per pagare tutto ciò, e tutti i dispositivi di sicurezza e le telecamere installate rimarranno al loro posto.
I Giochi non sono per lo sport. Essi si svolgono per il patriottismo commercializzato, il posizionamento del marchio, e per i profitti degli agenti immobiliari e dei proprietari. Sono lì per aumentare la spinta verso il neo-liberismo, per distruggere i nostri quartieri della classe operaia, per aumentare la potenza di uno stato che è sempre più uno stato di polizia. Chi è il nemico in questa nuova Gran Bretagna? Siamo noi, la maggioranza della popolazione!
Federazione Anarchica

giovedì 10 maggio 2012

In fuga da Tsahal: cresce il numero di giovani disertori

da infopal

An-Nasira (Nazaret) – InfoPal/Quds Press. La polizia militare dell’esercito israeliano ha recentemente lanciato una vasta campagna per l’arresto di centinaia di soldati in fuga dal servizio militare.
Il Comando della polizia ha spiegato che tale campagna “fa seguito al drammatico aumento del numero di disertori dalle fila dell’esercito, negli ultimi anni”.
Nel 2010, il numero di disertori è stato di 1800, mentre nell’anno in corso è salito a 2700. Inoltre, più di 1800 giovani uomini e donne sono in fuga dal servizio militare.
Secondo i dati diffusi dall’esercito israeliano e pubblicati nel giornale israelianoYediot Aharonot nell’edizione di oggi, 10 maggio, sono stati documentati 700 casi di fuga tra le giovani israeliane, mentre 800 altri di diserzione dal servizio militare, grazie a rapporti falsificati che li dichiarano “religiosi”.
La campagna, che durerà due settimane, si prefigge di catturare i disertori e di processarli per reati militari. Ciò porterà alla carcerazione in centri speciali di detenzione per un periodo di 28 giorni.

martedì 24 aprile 2012

Studenti in gita alla base Nato che arricchì la camorra

da http://romperelerighe

di Antonio Mazzeo
 Scuole italiane sempre più armate e militarizzate. Incontri e lezioni in classe con generali ed ammiragli, gemellaggi con i college per i figli dei militari Usa, attività didattiche sponsorizzate da forze armate e Finmeccanica, visite guidate a caserme e basi navali. L’educazione alla guerra è ormai una delle materie più gettonate dai licei, ma nessuno avrebbe mai immaginato che una delle basi radar ad alto impatto elettromagnetico, oggetto degli appetiti della camorra, sarebbe divenuta la meta delle gite primaverili di centinaia di studenti campani.
A Giugliano (Napoli), grazie ad un accordo tra il sindaco Giovanni Pianese, l’assessora alla pubblica istruzione Angela Rispo ed il comandante del 22° Gruppo Radar dell’Aeronautica militare (GRAM) Sergio Cannas, i cancelli della stazione radar di Licola verranno aperti per tutto aprile agli studenti delle scuole secondarie di 2° grado del comune. “La convenzione – spiega il sindaco – prevede la realizzazione di una visita guidata gratuita per i ragazzi frequentanti l’ultimo anno presso la struttura che, sebbene poco nota, costituisce un’eccellenza nell’organizzazione della Difesa Aerea Nazionale”.
Complessivamente saranno circa 250 i ragazzi di Giugliano che raggiungeranno la base con bus messi a disposizione dai militari. L’accordo Comune-Aeronautica definisce nei particolari il programma delle visite: un briefing iniziale, un question time e il tour alle sale operative e al sistema radar. Infine, a mezzogiorno, un coffee break “offerto dal Comandante del 22° GRAM presso il Circolo Ufficiali del Reparto ed a seguire il saluto del Comandante per poi rientrare nella sede scolastica”. Di sicuro una giornata che non sarà facile dimenticare.
Base di rilevante importanza strategica quella di Licola, immancabile protagonista delle operazioni di guerra nei Balcani e più recentemente dei bombardamenti in Libia. Il 22° GRAM è un CRP – Control Reporting Post sotto il comando della Nato e concorre alla sorveglianza e alla “difesa” dello spazio aereo nazionale, alla conduzione di “azioni tattiche” e alla “diffusione delle informazioni sulla situazione aerea agli altri enti della catena di Comando e Controllo”.
Le operazioni di Licola sono garantite da una rete di sensori radar integrati con quelli degli altri paesi appartenenti all’Alleanza atlantica e facenti capo al Comando Operazioni Aeree di Poggio Renatico (Ferrara) e, per la parte in volo, dai caccia “Eurofighter” del 4° Stormo di Grosseto, dal 36° Stormo di Gioia del Colle (Bari), nonché dagli F-16 in forza al 37° Stormo di Trapani-Birgi. Secondo il Ministero della difesa, il 22° GRAM “esercita inoltre le funzioni di controllo tattico, comune a tutti i Gruppi radar dell’Aeronautica militare, dei sistemi d’arma assegnati e che si espletano, sostanzialmente, con il controllo dei velivoli in allerta Nato e delle missioni addestrative e con il contrasto alla minaccia aerea terroristica”.
La base radar è sorta nel dicembre 1955, quando l’Aeronautica decise di trasferire a Licola il Control and Reporting Post per la gestione del traffico aereo civile e militare del centro Italia, prima ospitato nell’aeroporto di Capodichino. Dal luglio 1972 il sito fu trasformato in Master Direction Center alle dipendenze operative del 3° S.O.C. di Martina Franca (Taranto). Nel 1983 ebbe inizio la fase di transizione dalla vecchia configurazione fonetico-manuale a quella semi-automatizzata NADGE (Nato Air Defence Ground Environment), il sistema di comando e controllo della difesa aerea che copre integralmente il territorio europeo della Nato, dalla Norvegia alla Turchia. Nella base, in particolare, fu installato un radar 2D del modello “Argos 10” della Selenia, oggetto di inchieste da parte di alcune Procure per le emissioni di pericolose onde elettromagnetiche ben aldilà dei limiti consentiti dalle normative.
Successivamente Licola passò dalla configurazione NADGE/CRC a quella definitiva di CRC/FNS (Full Naegis Site), acquisendo la capacità di scambiare informazioni con i velivoli radar “Awacs”, schierati dalla Nato in alcune basi europee, tra cui Trapani. Nel 1995 il sito fu oggetto di ulteriore ammodernamento con l’installazione del Radar Integration System (RIS) che consente di coordinare e gestire congiuntamente le operazioni di otto testate radar dislocate sull’intero territorio nazionale. Le apparecchiature furono ulteriormente potenziate: l’Argos 10 fu sostituito dal radar 3D “multimissione e a lunga portata” AN/FPS-117 della Lockheed-Martin, anch’esso ritenuto da tecnici indipendenti e ambientalisti come pericolosa fonte di inquinamento elettromagnetico. Quest’ultimo sistema sta per essere sostituito dal Fixed Air Defence Radar (FADR) RAT31-DL prodotto da Selex Sistemi Integrati, azienda del gruppo Finmeccanica. Il nuovo programma radar interessa Licola e altri undici siti radar italiani e comporterà una spesa di 260 milioni di euro circa. Per l’azienda produttrice, il RAT31-DL avrà “eccellenti capacità di scoprire e tracciare i segnali radio a bassa frequenza di aerei e missili balistici”, supportando diverse funzioni d’intelligence e guerra elettronica in ambito alleato. Il Fixed Air Defence Radar appartiene all’ultima generazione dei sistemi 3D a lungo raggio: con una portata sino a 500 km di distanza e 30 km in altezza, opera in una frequenza compresa tra 1,2 e 1,4 GHz (L-band) e con una potenza media irradiante di 2,5 kW. Ignoti, ovviamente, gli impatti che ne deriveranno sull’ambiente e la salute della popolazione residente nei pressi della base radar AMI.
Se “poco nota” in ambito militare, l’installazione di Licola è ben conosciuta tra i cronisti e gli inquirenti impegnanti sul fronte anti-camorra. Nel dicembre 2011, un’inchiesta della magistratura napoletana ha accertato che alcune ditte di riferimento del clan dei Casalesi avevano gestito in subappalto (tra il 2003 e il 2004) alcune delle opere di potenziamento infrastrutturale del 22° GRAM, ottenendo in particolare la fornitura di cemento e calcestruzzo. Secondo l’accusa, le imprese avrebbero impiegato “materiali qualitativamente e quantitativamente diversi e inferiori rispetto alle previsioni del capitolato”. Tra gli indagati, il boss Pasquale Zagaria e un colonnello dell’Aeronautica militare, direttore dei lavori per conto della Difesa. Quest’ultimo avrebbe ricevuto compensi non dovuti da una ditta d’impiantistica nella titolarità di Immacolata Capone, la donna ai vertici del clan Moccia di Afragola, uccisa in un agguato camorristico il 17 marzo 2004. Difficilmente qualcuno ricorderà l’episodio nei briefing con gli studenti di Giugliano, aggiungendo magari che Licola è al centro dei misteri e dei depistaggi sull’abbattimento del DC9 Itavia, la notte del 27 giugno 1980, ad Ustica…

I lavori del MUOS un crimine contro l’ambiente

da http://romperelerighe

di Antonio Mazzeo
Un paesaggio da incubo. La collina stuprata, sventrata. Voragini ampie come i crateri di un vulcano. Il terreno lacerato dal transito dei mezzi pesanti, ruspe, betoniere, camion. Recinzioni di filo spinato, tralicci di acciaio. Una selva di antenne. E poi ancora e solo antenne. Terrazzamenti, gli uni sugli altri, per centinaia e centinaia di metri. Uno di essi mostra già evidenti segni di cedimento. Forse per la pioggia dell’ultima coda d’inverno. In cima, tre piattaforme in cemento armato. E un primo blocco di casermette, container in alluminio e i box per i generatori di potenza. Non conoscono soste i lavori di realizzazione, all’interno della riserva naturale “Sughereta” di Niscemi, del terminale terrestre del MUOS, il nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari della Marina militare USA. Scempi che si sommano ad altri scempi, l’elogio della follia della guerra, l’estrema profanazione del paesaggio e dell’ambiente.
“Abbiamo fatto un sopralluogo in contrada Ulmo per seguire i lavori del MUOStro di Niscemi rilevando alcune problematiche sulla conduzione delle opere di sbancamento”, denunciano i rappresentanti del Movimento No MUOS. “Negli elaborati grafici del progetto, la dislocazione delle piattaforme su cui saranno montate le mega-antenne non corrisponde con quelle in corso di costruzione. Nelle tavole le basi erano disposte lungo una direttrice nord-sud, mentre adesso le stanno realizzando in direzione est-ovest. Non sappiamo se siano mai state approvate varianti in corso d’opera al progetto autorizzato la scorsa estate. Se non è così, i lavori non sono coerenti con le autorizzazioni rilasciate. Di sicuro questa modifica, per il profilo del terreno, ha comportato un maggiore volume di terra movimentata e di conseguenza un più pesante impatto sull’ambiente e il territorio”.
“È perfettamente visibile, poi, la distruzione di essenze arboree tutelate”, aggiungono i No MUOS. “La scomparsa di parte della macchia mediterranea è provata anche dalle foto satellitari in nostro possesso, scattate prima dell’inizio dei lavori. Il minimo che ci si aspetti è un intervento chiarificatore dell’Ente Forestale di Trapani, il soggetto interessato alla vigilanza degli interventi in atto nella riserva”.
L’installazione delle tre antenne paraboliche del MUOS di 18,4 metri di diametro e di due torri radio di 149 metri d’altezza sta avendo conseguenze assai più devastanti di quanto era possibile prevedere dalla lettura del progetto del Comando US Navy di Sigonella. Originariamente si accennava solo all’esecuzione di opere di recinzione del perimetro interessato al sistema satellitare, alla realizzazione di un impianto di illuminazione e di un sistema di drenaggio delle acque meteoriche, al “livellamento superficiale” del terreno e al suo “consolidamento”, a “sistemi di viabilità” e “collegamenti dell’area con le esistenti reti idriche, elettriche e telefoniche mediante tubazioni interrate”. Interventi di per sé impattanti che l’allora ministro della difesa Ignazio la Russa si era ripromesso di mitigare e compensare. “Entro sei mesi dall’inizio dei lavori del MUOS sarà realizzata all’interno dell’area naturalistica una infrastruttura ecocompatibile per il controllo, la gestione ed accoglienza della Riserva, adeguata a supportare l’attività di unità ippomontate e di sistemi per la vivibilità del parco”, riporta il protocollo sottoscritto lo scorso anno dal dicastero della Difesa e dal presidente della Regione, Raffaele Lombardo. Di mesi ne sono trascorsi dieci e le uniche strutture realizzate nella “Sughereta” di Niscemi sono quelle adeguate a supportare il nuovo sistema per le future guerre teleguidate del XXI secolo.
I lavori del MUOS erano stati autorizzati, l’1 giugno 2011, dall’assessorato territorio ed ambiente della Regione siciliana, senza tenere minimamente conto delle norme di attuazione previste dal Piano territoriale paesistico della Provincia di Caltanissetta per la riserva naturale di Niscemi, approvato dalla stessa Regione nel maggio 2008. Il Piano inseriva l’area naturalistica all’interno del cosiddetto “livello di tutela 3”, limitando gli interventi alla mera conservazione del patrimonio naturale esistente “in un’ottica integrata di consolidamento delle funzioni ecologiche e protettive”, alla “rinaturalizzazione” e alla “sostituzione delle specie vegetali alloctone con specie autoctone” ai fini del potenziamento della biodiversità e della salvaguardia idrogeologica. Di contro, il Piano territoriale per la “Sughereta” (Sito di Importanza Comunitaria – SIC), vietava espressamente la “realizzazione di infrastrutture e reti, tralicci, antenne per telecomunicazioni, impianti per la produzione di energia anche da fonti rinnovabili; nuove costruzioni e l’apertura di strade e piste”. Proprio quanto è stato invece autorizzato per il terminale terrestre dell’EcoMUOStro di Niscemi.
Ai danni ambientali si è aggiunto poi l’aggiramento dei protocolli istituzionali in tema di legalità e opere pubbliche. Dopo che la Marina USA ha affidato l’esecuzione dei lavori al consorzio d’imprese “Team MUOS Niscemi” di Arcugnano (Vicenza), in contrada Ulmo è comparsa come subappaltatrice la “Calcestruzzi Piazza Srl”, società sotto osservazione da parte degli organi inquirenti per presunte contiguità criminali. Secondo il senatore Giuseppe Lumia (Pd) che il 14 febbraio 2012 ha presentato una specifica interrogazione ai Ministri della difesa e dell’interno, “la Calcestruzzi Piazza ha come amministratore unico Concetta Valenti, il cui marito convivente è Vincenzo Piazza, che, in base ad indagini della Direzione distrettuale antimafia (DDA) di Caltanissetta nonché ad altri elementi info-investigativi segnalati dalle Forze dell’ordine, apparirebbe fortemente legato al noto esponente mafioso del clan Giugno-Arcerito, Giancarlo Giugno, attualmente libero a Niscemi”.
Il 7 novembre 2011, la Prefettura di Caltanissetta ha reso noto che dopo le verifiche disposte dalle normative in materia di certificazione antimafia e delle più recenti direttive impartite dal Ministero degli interni, “sono emersi allo stato degli attuali accertamenti e dagli atti esistenti presso questa Prefettura-U.T.G. elementi tali da non potere escludere la sussistenza di tentativi di infiltrazione mafiosa tendenti a condizionare le scelte e gli indirizzi della sopracitata società”. Alla base del pronunciamento prefettizio, i contenuti di un rapporto della Divisione Polizia anticrimine della Questura di Caltanissetta del 6 ottobre 2011, e di quello della Sezione Criminalità organizzata della stessa Questura del 27 dicembre 2010.
A seguito delle verifiche della Prefettura, il 25 novembre 2011 il dirigente dell’Area servizi tecnici della Provincia regionale di Caltanissetta ha sospeso la “Calcestruzzi Piazza” dall’Albo delle imprese per le procedure di cottimo-appalto. Venti giorni dopo anche il capo ripartizione per gli Affari generali del Comune di Niscemi ha disposto l’esclusione della società dall’elenco dei fornitori e dall’Albo delle imprese di fiducia. Contro i provvedimenti, i Piazza hanno presentato ricorso al TAR, minacciando pure di querelare il senatore Lumia e i giornalisti che avevano segnalato la presenza dell’azienda nei lavori del MUOS. “La conoscenza o la frequentazione di Giancarlo Giugno da parte di Vincenzo Piazza non ha influenzato le scelte personali del secondo, che invece sono state di segno esattamente opposto rispetto alla vicinanza ad un comportamento mafioso”, affermano i legali della società. “Non si comprende, dunque, secondo quale passaggio logico il primo avrebbe sul secondo un’influenza così profonda ed estesa, da fare ritenere probabile l’intromissione nella gestione della società, di cui peraltro il secondo non è socio né amministratore”. La tesi deve aver lasciato tranquilli e soddisfatti il Dipartimento della difesa, il Comando USA di Sigonella, l’Ambasciata degli Stati Uniti a Roma e il Consorzio Team MUOS Niscemi. Non risulta, ad oggi, che qualcuno sia infatti intervenuto per revocare il subcontratto all’azienda sfiduciata dal Prefetto e dagli Enti locali.
Nonostante stiano per essere completati i lavori del MUOS, continuano in buona parte della Sicilia le iniziative di mobilitazione e di protesta contro il nuovo sistema di telecomunicazioni militari. Il comitato dei Sindaci dei Comuni del comprensorio interessato (Niscemi, Comiso, Riesi, Acate, Butera, Gela, San Cono, Mazzarrone, Mirabella Imbaccari, Chiaramonte Gulfi, Vittoria, Piazza Armerina, Caltagirone, San Michele di Ganzaria e Mazzarino) ha indetto un corteo per il prossimo 31 marzo a Niscemi, a cui dovrebbero partecipare movimenti e comitati No MUOS, studenti ed associazioni ambientaliste. I sindaci, in un appello congiunto, chiedono alla Regione Siciliana e al Consiglio dei Ministri di adottare “ogni utile provvedimento finalizzato alla revoca delle rispettive autorizzazioni rilasciate per l’inizio dei lavori del MUOS”, alla luce dei rischi per la salute della popolazione evidenziati in un recente studio dei ricercatori del Politecnico di Torino, prof. Massimo Zucchetti e Massimo Coraddu.“Le gigantesche antenne inizialmente erano destinate a Sigonella, ma la vicinanza con l’aeroporto civile di Catania ed il rischio di detonazione delle armi presenti nella vicina base NATO ne sconsigliarono l’ubicazione”, scrivono gli amministratori. “A pochi chilometri da Niscemi, invece, a breve entrerà in funzione l’aeroporto civile di Comiso, e di questo nessuno si preoccupa adeguatamente sulle conseguenze negative che avrebbe l’attività del MUOS”.
Per fine aprile, il Movimento No MUOS di Niscemi ha indetto invece un happening di tre giorni con sit-in, incontri, concerti e proiezioni, a cui interverranno artisti ed esponenti dei comitati no war siciliani. Perché la lotta contro la militarizzazione del territorio continui.

martedì 17 aprile 2012

Stretto di Messina a rischio sottomarini nucleari USA

da http://romperelerighe.

di Antonio Mazzeo
Dall’antichità è ritenuto uno dei corridoi marittimi più pericolosi per la navigazione. Lo Stretto di Messina vanta un triste record d’incidenti e collisioni, eppure continuano ad attraversarlo annualmente più di quindicimila imbarcazioni. Si tratta di superpetroliere, traghetti, navi da crociera e pescherecci, unità container con a bordo rifiuti radioattivi, tossici e nocivi, imbarcazioni da guerra di Stati Uniti d’America ed alleati NATO. E le portaerei giganti e i sommergibili a capacità e propulsione nucleare.
Il 5 aprile scorso l’ultimo transito atomico. Mentre alcuni curiosi assistevano all’attracco nel porto di Messina della nave da crociera “Splendida”, a pochi metri dalla costa è improvvisamente emersa l’inquietante sagoma nera di un sottomarino USA. Stamani la foto dell’hunter killer atomico a passeggio nello Stretto è stata pubblicata in prima pagina dalla Gazzetta del Sud.
“Secondo i dati acquisiti dal registro del sistema Vts di Forte Ogliastri, nella disponibilità della Guardia costiera, si è trattato di un sottomarino nucleare presumibilmente della classe Virginia, l’ultima nata dalla modernissima tecnologia americana, che ha preso il posto degli obsoleti sottomarini della classe Los Angeles”, riporta il quotidiano. Costruiti a partire del 2005 nei cantieri di Newport dai colossi General Dynamics e Northrom Grumman, i sottomarini Virginia hanno un costo di quasi 2 miliardi dollari l’uno, sono lunghi 115 metri, larghi 10 e pesano 7.900 tonnellate. Ma imbarcano soprattutto un reattore atomico modello “9SG” (di nona generazione) e i famigerati missili da crociera BGM-109 “Tomahawk” con doppia capacità, convenzionale e nucleare. Le azzardatissime manovre del sottomarino, in uno specchio d’acqua assai trafficato, avrebbero potuto avere conseguenze a dir poco catastrofiche. L’eventuale collisione con altra unità in navigazione, lo scoppio di un incendio a bordo, uno spiaggiamento come quello verificatosi appena due mesi fa in località Ganzirri alla nave “Rubina” (quasi un “Concordia” bis), avrebbero potuto trasformare lo Stretto nella Fukushima del Mediterraneo.
“In Italia, siamo già andati vicino al disastro nucleare nel settembre 2003, quando il sottomarino nucleare “Hatford” si danneggiò gravemente per aver urtato contro il fondale marino, nella zona vicina alla base della Maddalena, in Sardegna”, ricorda il professore Massimo Zucchetti, ordinario di Impianti nucleari del Politecnico di Torino. “Poi la Maddalena è stata abbandonata, ma le misurazioni della radioattività diedero dati allarmanti. Noi riuscimmo a determinare la presenza di materiale radioattivo, ed in particolare plutonio, in certe alghe nella zona dell’arcipelago. Ciò ci permise di dimostrare, contrariamente a quanto sostennero le autorità militari, che era avvenuta una sia pur limitata immissione di inquinanti nelle nostre acque”.
I dati statistici sul numero d’incidenti avvenuti ai reattori nucleari navali sono inquietanti. Negli ultimi quarant’anni si sono avute ben oltre un centinaio di emergenze nucleari o radiologiche ad unità di Stati Uniti, Russia, Gran Bretagna e Francia. “Purtroppo, la sicurezza dei reattori nucleari su navi a propulsione nucleare è secondaria rispetto ad altre ragioni, strategiche, di produzione e di presenza della flotta”, aggiunge Zucchetti. “Mentre in campo nucleare civile esistono sistemi di sicurezza che sono obbligatoriamente presenti e senza i quali l’impianto non ottiene il permesso di funzionamento da parte delle autorità, su un sottomarino, la presenza di questi sistemi di sicurezza è limitata, per ragioni di spazio, di peso e di funzionalità. Essendo vascelli militari, sono soggetti all’approvazione e alla responsabilità esclusivamente delle autorità militari. Ci ritroviamo quindi col paradosso di reattori nucleari che non otterrebbero la licenza di esercizio civile in nessun paese, e che circolano invece liberamente nei nostri mari”.
Tutt’altro che remota la possibilità di un surriscaldamento del nocciolo del reattore per il mancato funzionamento del circuito di raffreddamento e finanche la fusione parziale o totale del nocciolo. “La fusione del nocciolo è un evento ipotizzato dai piani di emergenza di Taranto e La Spezia, due dei porti italiani utilizzati per le soste di navi militari nucleari”, rileva il fisico Antonino Drago dell’Università di Napoli. “Esso potrebbe provocare un possibile cataclisma tipo maremoto, dovuto allo sfondamento dello scafo da parte del nocciolo che fonde o evapora a milioni di gradi fondendo anche tutto ciò che incontra; si leverebbe una nube radioattiva che spazzerebbe larghe zone seminando morte, provocando un inquinamento del mare in proporzioni inimmaginabili, e in definitiva, attraverso le piogge, dell’acqua potabile e dei prodotti agricoli”.
Un caso di avaria all’impianto di raffreddamento, con conseguente perdita di refrigerante è avvenuto il 12 maggio 2000 al sottomarino d’attacco britannico “HMS Tireless”, mentre transitava al largo della Sicilia. Dopo aver ha spento il reattore, il comandante chiese di potere fare ingresso in un porto italiano, ma il permesso gli fu negato dalle autorità competenti per motivi di sicurezza. Il sottomarino si diresse poi nel porto di Gibilterra; l’entità dei danni subiti dal reattore costrinse l’unità all’ormeggio per diversi anni, generando le proteste della popolazione e una querelle diplomatica fra Gran Bretagna e Spagna.
Una quindicina di anni fa il Comitato messinese per la pace e il disarmo unilaterale pubblicò un rapporto sui più gravi incidenti che hanno interessato navi militari in transito nello Stretto. “L’alba dell’1 novembre del 1971 si verificò una collisione tra la nave delle Ferrovie dello Stato “Villa” e il sommergibile statunitense “Uss Hardhead” con propulsori deseal”, riportavano i pacifisti. “Il 29 novembre 1975, a circa 25 miglia nautiche dallo Stretto di Messina, nel mar Ionio, l’incrociatore USA “Belknap” subì una notevole fuoriuscita di nafta durante le operazioni di rifornimento con una nave cisterna. Al tempo il “Belknap” ospitava i sistemi missilistici “Asroc” e “Terrier” in grado di montare testate nucleari del tipo W44 e W45 da un kiloton”.
Tre gli incidenti verificatosi nel corso del 1977. Il primo, l’11 gennaio, a due miglia a nord da Capo Peloro, vide la portaerei statunitense a propulsione nucleare “Theodore Roosvelt” speronare un mercantile liberiano. “L’unità da guerra proseguì verso il porto di Napoli, pur avendo riportato la fenditura di 5-6 metri sulla prura a tribordo”, scriveva il Comitato per la pace. “La “Roosvelt” utilizzava come generatori due reattori e imbarcava un centinaio di testate nucleari del tipo B43, B57 e B61, con una potenza variabile dal mezzo Kiloton ad un Megaton”. Il secondo incidente avvenne il successivo 23 agosto: la portaerei “USS Saratoga”, anch’essa con un centinaio di testate a bordo, subì un incendio nei pressi dell’hangar per il ricovero dei caccia, a seguito dell’esplosione di un fusto di aerosol. “La velocità e la reazione professionale dell’equipaggio e la decisione di chiamare a distanza il Quartier generale hanno permesso di ridimensionare il potenziale disastro”, fu il laconico commento del Comando generale della US Navy. Il 6 ottobre, mentre era ancora una volta in transito nello Stretto, la “Saratoga” fu speronata sulla fiancata di dritta da un mercantile austriaco. “L’urto fu talmente violento che da una falla fuoriuscì una grossa quantità di nafta, ma anche in questo caso la “Saratoga” continuò la sua rotta senza rispondere ai messaggi radio del mercantile e della Capitaneria di porto”.
La sera del 3 gennaio 1983 fu la volta dell’incrociatore a propulsione nucleare “USS Arkansas” ad entrare in collisione con il mercantile italiano “Megara Iblea” davanti a Punta Pezzo. Notevoli i danni registrati dalle due unità. L’“Arkansas”, classe Virginia, era dotato al tempo di due reattori atomici ed armato con missili antisottomarino “Asroc” (con testate nucleari W44 da un kiloton) e da crociera “Tomahawk” (con testate W80 con un potenziale esplosivo variabile dai 5 ai 150 kiloton).
Singolare quanto accadde invece nella tarda serata del 15 ottobre 1985. “Nei pressi di Capo Peloro venne evitata in extremis la collisione tra una nave militare americana e la nave da crociera Achille Lauro in transito nello Stretto per imbarcare alcuni magistrati responsabili dell’inchiesta sul sequestro dell’unità da parte di un commando palestinese”, segnala il report del Comitato per la pace. “L’imbarcazione statunitense si era avvicinata pericolosamente alla Achille Lauro per spiare l’arrivo dei giudici. Il mancato incidente fu denunciato dal comandante Giuseppe Floridia, responsabile dell’Ufficio navigazione nello Stretto, che era riuscito a dirigere via radio l’Achille Lauro verso una nuova rotta ed evitare la collisione. Il comandante Floridia riuscì ad identificare la sigla della nave USA, F96, presumibilmente corrispondente alla fregata “Valdez”, classe Knox, dotata al tempo di tre missili “Asroc” armati con testate W44 da un kiloton”.

mercoledì 28 marzo 2012

Tracce radioattive nelle ossa dei pastori al poligono di Quirra

da lavallecheresiste.

quirra articolo tratto da ‘Il Corriere della Sera’, 26 marzo 2012
Stefania Divertito è una giornalista autrice di diverse inchieste sul rapporto tra la giustizia e l’ambiente. Si è occupata spesso anche del poligono di Quirra e ha scritto un libro intitolato «Toghe verdi» tutto dedicato alle vittime dell’inquinamento in giro per l’Italia.
Quanto sono importanti i primi risultati dell’inchiesta della Procura di Lanusei?
«Molto, per due ragioni. La prima è che l’indagine fa luce su una zona grigia rimasta nell’ombra per molti anni. La seconda è che finalmente sono state individuate le persone che avrebbero dovuto sorvegliare sulla salute dei cittadini e che invece hanno omesso o nascosto per tutelare chissà quali altri interessi. Quelle persone sono le stesse che hanno minacciato i rappresentanti dei comitati dei cittadini».
Quali sono, ora, gli sviluppi possibili?
«Speriamo che ci sia il rinvio a giudizio e che il processo si concluda con le giuste condanne. Non sempre è scontato. Il caso degli ammiragli della Marina militare assolti nei giorni scorsi fa riflettere: erano chiamati a rispondere della morte di alcuni marinai contaminati dall’amianto respirato sulle navi, ma il procedimento nei loro confronti si è concluso con un nulla di fatto».
Cosa si aspettano i cittadini dei paesi vicini al poligono e i comitati contro le basi?
«Chiedono che si vada avanti, che all’attività della magistratura segua quella della politica. Bisogna bonificare le aree e trovare un futuro diverso a quel territorio».
Una drammatica certezza e un inquietante sospetto. La prima: nelle ossa di dodici cadaveri riesumati per ordine del magistrato ci sono tracce del micidiale torio. La seconda: le persone stroncate dal nemico radioattivo potrebbero essere non meno di centosessanta. E proprio per questo la Procura della Repubblica di Lanusei ha deciso di approfondire ulteriormente l’inchiesta sui veleni della base militare del Salto di Quirra.
L’indagine è arrivata ora a una prima conclusione e nel registro degli indagati sono finiti in venti: gli ex comandanti del poligono sperimentale di Perdasdefogu e del distaccamento di Capo San Lorenzo, ma anche i responsabili sanitari del comando militare, alcuni professori universitari e i membri di un commissione nominata dal Ministero della Difesa che avrebbero dovuto studiare gli effetti della contaminazione dell’uranio.
Nell’elenco dei primi venti indagati, visto che l’inchiesta potrebbe avere altri sviluppi, è finito anche il sindaco di Perdasdefogu, uno dei paesi su cui ricade la gigantesca base militare sarda. Walter Mura, insieme al medico competente del poligono, è accusato dal procuratore Domenico Fiordalisi di aver ostacolato l’inchiesta sul disastro.
Il poligono sperimentale di Quirra è il primo al mondo a finire sotto inchiesta, solo un’altra volta (in Francia) era stata dimostrata con chiarezza la diretta relazione tra una morte sospetta e la contaminazione da uranio impoverito. Nella base ogliastrina la situazione è ben più grave. E per provarlo, il procuratore Fiordalisi ha schierato un pool di esperti di fama internazionale e ha ordinato la riesumazione di diciotto cadaveri. Il risultato è impressionante: in dodici casi il professor Evandro Lodi Rizzini ha riscontrato una grande quantità di torio radioattivo sulle ossa analizzate. I parametri non solo oltrepassano la media, ma risultano ben superiori a quelli riscontrati sulle persone che non hanno mai frequentato l’area del poligono militare.
A Perdasdefogu e Capo San Lorenzo le esercitazioni militari e le sperimentazioni sui nuovi armamenti hanno creato un disastro senza precedenti.
La diffusione dei tumori e delle leucemie tra gli abitanti della zona, secondo la tesi della procura, dimostrano come le sostanze tossiche e radioattive abbiamo contaminato il suolo, le falde acquifere che alimentano diversi paesi e persino l’atmosfera. Gli effetti, oltre alla morte di tanti militari e dei pastori che hanno allevato le loro greggi dentro il poligono, sono dimostrati dalla nascita di bambini e agnelli malformati. Ora c’è la prova, quella che non hanno mai riscontrato le commissioni nominate per far luce su uno strano fenomeno di cui si parlava da molti anni. E anche per questo, nell’elenco degli indagati, ci sono professori e altri specialisti che avrebbero volutamente negato gli effetti della contaminazione.
«Basta tentennamenti – sostiene il presidente regionale di Legambiente, Vincenzo Tiana – è urgente intervenire subito con la bonifica delle zone più contaminate e contemporaneamente stabilire una moratoria per le esercitazioni militari. I risultati delle analisi sulle salme anno confermato la gravità di una situazione che denunciamo da anni. Ora non è più consentito rimandare e decisioni ad ulteriori verifiche. Bisogna intervenire subito per mettere in sicurezza la popolazione e ristabilire l’equilibrio ambientale».

domenica 8 gennaio 2012

Colombia - Contro il reclutamento forzato, insubordinazione!

da http://www.informa-azione.info

fonte: contrainfo | trad. cenere



L'educazione del personale militare, dal soldato fino ai più alti ranghi, trasforma necessariamente questi in nemici della società civile e delle persone.
Mikhail Bakunin


Ancora una volta, lo scorso martedi 13 Dicembre, lo stato colombiano, a capo delle sue repressive forze militari, ha convocato migliaia di giovani tra le sue grinfie per incontrare le richieste della “democrazia”. File tortuose, lacrime di padri e madri sconsolate, tanta corruzione quanta solo lo stato ne conosce per rinforzare il suo apparato omicida è tutto ciò che possiamo pensare di questa giornata.

Per noi, libertari, il servizio militare – imposto o no – deve scomparire, come ogni altro apparato gerarchico e/o permanente politico-militare. Ma non possiamo avere due pesi e due misure; la rivoluzione che vogliamo (quella sociale) deve combattere il Capitale per la libertà, uguaglianza e giustizia, quindi non può diventare una lotta che rigetti la libertà sociale dell'individuo, né una gerarchica, una lotta che sacrifichi i mezzi per i fini. In ciò, c'è ciò che noi ci rifiutiamo di accettare sia nei confronti dello stato di destra che dell'oppossizione di sinistra il cui unico fine è il raggiungimento del potere.

Per questi motivi, dobbiamo considerare il militarismo come una naturale espressione violenta del capitalismo e dello stato, lo strumento col quale vengono represse le lotte sociali. Dobbiamo anche capire che esso è legalizzato e moralizzato dallo stesso governo che mostra la sua oppressione agli occhi della gente come un concetto che va oltre la fisicità (armi, soldari, infrastrutture militari, ecc) e si trasforma in un'attitudine violenta e discriminatrice indotta dalla borghesia (specismo, sessismo, razzismo, ecc), usate a loro volta per giustificare l'esistenza del “rinforzamento delle leggi” dello stato, completando cosi l'autodistruttivo ciclo del capitalismo.

Dunque, lo stato mette le sue armi nelle mani della gente (specialmente i giovani) al fine di sopprimere le persone e le lotte. E' ovvio che il governo cerca di riempire le sue fila con giovani disoccupati senza educazioni, provenienti dai settori disagiati e persone vulnerabili. Per questo motivo la lotta antimilitarista deve essere anche la lotta di quelli che stanno in basso contro quelli che stanno al vertice.

Dobbiamo continuare la lotta per la completa abolizione del servizio militare obbligatorio, ma con una visione sempre focalizzata sulla scomparsa dell'esercito, della polizia e dello stato. L'obiezione di coscienza, come strumento antimilitarista, deve rimanere diffusa e supportata dall'anarchismo, sottolineando che essa è una delle tante forme di insubordinazione ad ogni governo e di lotta sociale nella quale ci troviamo. Invitiamo anche per un attivo – e non passivo – antimilitarismo libertario e, soprattutto, connesso con la lotta della gente, la lotta di classe... e la lotta per la libertà completa e integrale.



Colectivo Libertario Thrash Iria

venerdì 6 gennaio 2012

Un antimilitarista in carcere

da http://romperelerighe.

Da circa un mese Stefano, compagno di Torino molto presente alle iniziative NO TAV in Valsusa, si trova nel carcere di Ivrea, condannato a un anno e mezzo per delle scritte antimilitariste all’Alenia Aeronautica (gruppo Finmeccanica) e attualmente detenuto per “interruzione di pubblico servizio nell’attività aeronautica”.
Non sappiamo in che senso delle scritte possano costituire “interruzione dell’attività aeronautica”. Daremo a breve informazioni più precise. Ciò che sappiamo, invece, è che l’Alenia è una delle aziende più importante del gruppo Finmeccanica, produttore industriale di morte. Se Stefano ha fatto solo delle scritte ha la nostra solidarietà, se ha cercato in qualche altra maniera di ostacolare il funzionamento di una fabbrica di armi ce l’ha ancora di più.
Stefano sarà processato il 24 febbraio alle ore 9,00 presso il tribunale di Torino. Per chi volesse spedirgli telegrammi, lettere o materiale (lui chiede in particolare ospuscoli su CIE, nano- e biotecnologie, lotte nel Delta del Niger), questo è il suo indirizzo:
Stefano Mangione
C.C. Corso Vercelli 165
10015 Ivrea (TO)

sabato 17 dicembre 2011

Refusnik

da http://ita.anarchopedia.org

Israele, manifestazione dei refusniks
Il termine refusniks (ebreo סרבנים - sarvanîm -, da sarav : «ha rifiutato») si riferisce in particolare agli obiettori di coscienza israeliani che rifiutano il servizio militare (obbligatorio per uomini e donne). Alcuni di questi soldati si rifiutano semplicemente di combattere nei territori occupati o di ubbidire a determinati ordini. Quello dei refusnik è un movimento di disobbedienza civile, sempre più diffuso in Israele nonostante ciò comporti l'arresto e il dover scontare una pena detentiva.

Indice

[-]

[modifica] Breve storia

Il termine era inizialmente riferito, durante la guerra fredda, alle persone cui venivano rifiutati certi diritti umani, in particolare quello di emigrare. In seguito, il suo uso si è esteso ad indicare le persone che fanno obiezione di coscienza nei confronti del servizio militare, riferendosi in particolare agli israeliani e alle israeliane (in Israele il servizio militare è obbligatorio per uomini e donne) che non vogliono svolgere il servizio militare (durata: 3 anni) o che si rifiutano di ubbidire ad alcuni ordini.
Questo movimento è comparso nel 1979 con Gadi Algazi, il primo obiettore di coscienza a rifiutarsi di svolgere il suo servizio militare nei territori occupati. Itzik Shabbat, è invece il primo refusnik della guerra del Libano del 2006.

[modifica] La posizione degli anarchici

Molti anarchici israeliani sono refusnik totali o parziali, ma non tutti i refusnik sono necessariamente anarchici. Il 20 novembre 2006, un refusnik anarchico di Anarchici contro il Muro, Lyor Volinytz, allora 19enne, è giunto in Italia per spiegare le ragioni del suo NO al servizio militare e all'oppressione del popolo palestinese nell'ottica anarchica che lo contraddistingue.
Refusnik anarchici si possono trovare in Anarchici contro il Muro, nell'organizzazione femminista New Profile, nel movimento Shministim e in altri gruppi non necessariamente anarchici ( Yesh Gvul, The Adam Keller Court Martial, Courage to Refuse).

[modifica] Voci correlate

[modifica] Collegamenti esterni

domenica 4 dicembre 2011

Grecia: Solidarietà verso l’anarchico G. Koronaios, sotto processo per renitenza alla leva

da contrainfo

Sabato mattino, 3 Dicembre, un presidio di solidarietà e contro-informazione per l’anarchico G. Koronaios, che è perseguitato dalle autorità greche a causa della sua dichiarazione pubblica verso il rifiuto del servizio militare, si è svolto fuori lo squat Parartima, nella città di Patrasso.
Durante l’azione sono stati distribuiti molti volantini e sono stati incollati dei manifesti mentre un’ impianto microfonico informava le persone dell’imminente processo verso Koronaios G. alla corte marziale di Ioannina per il 13 Dicembre.
Le azioni di supporto e solidarietà continueranno Lunedi mattino, presso il campus dell’ Università di Patrasso, dove è stato annunciato un nuovo raduno di solidarietà, e culminerà Sabato, 10 Dicembre, con una manifestazione al mattino e un concerto notturno allo squat Parartima. Per il  giorno del suo processo, i compagni anarchici, lanciano un presidio di solidarietà fuori la corte marziale di Ioannina.
Come lo stesso G. Koronaios scrive nella sua dichiarazione riguardo il suo rifiuto al servizio militare: “Dichiaro che non voglio essere arruolato nell’esercito, nè voglio avere alcun rapporto con questa struttura del sistema autoritario (…) Io sono un nemico di ogni Stato, ogni nazione e un loro potenziale distruttore”.

Solidarietà con l’anarchico G. Koronaios!
Nemmeno una sola ora nell’esercito!

SERVITU MILITARI

DA NUMERO 76 DE "LA MICCIA MENSILE AD ALTO POTENZIALE"


La presenza di uomini in divisa, armati e diretti da un preciso disegno politico in diversi paesi del mondo è oramai un film vecchio. Non ci impressiona anzi, sarebbe strano il contrario.
Si deve a tutti i costi esportare la democrazia, anche a costo di usare delle armi su dei civili. C’è chi le chiama missioni di pace, noi le chiamiamo semplicemente occupazioni.
Per quanto molti saranno d’accordo con questa riflessione, a me preme evidenziare quanto l’occupazione non avviene solo in quei territori dove spartirsi, in nome appunto della democrazia, un succulento banchetto fatto di risorse, appalti e storia da riscrivere, ma anche nel “proprio” territorio.
Abbiamo scritto tante volte sulla enorme quantità di polizia ed esercito nelle nostre città, di come il numero sia cresciuto vertiginosamente negli ultimi anni e dello stato di controllo e repressione che viviamo. Stavolta voglio porre l’attenzione sulla quantità e sull’estensione di quelle aree sottratte alle città e interdette a tutti perché destinate ad ospitare strutture o aree di addestramento per la difesa militare dello Stato: le così dette servitù militari e cioè limitazioni della proprietà fondiaria (che viene definita fondo servente) per garantire la piena funzionalità e la sicurezza del bene demaniale destinato alla difesa militare dello Stato (chiamato fondo dominante).
Avevamo già intrapreso quest’argomento nel numero di settembre e vorremmo continuare anche nei prossimi numeri a fare una carrellata di esempi di privazione di spazi e aree di agibilità.
Il Demanio militare occupa circa lo 0,26% del territorio nazionale e cioè 783 chilometri quadrati su un totale di 300mila492.
La Sardegna e il Friuli Venezia Giulia sono le regioni italiane a più alta concentrazione di installazioni militari sul loro territorio. Seguono Lazio e Puglia.
Qualche esempio per chiarire di cosa sto parlando.
LE PRINCIPALI INSTALLAZIONI MILITARI.
Il poligono militare per eccellenza, dove possono essere svolte attività di addestramento interforze e multinazionali, è quello di Capo Teulada, in Sardegna.
Altri poligoni, ugualmente rilevanti per esigenze addestrative definite 'complesse', sono quelli di Capo Frasca e di Salto di Quirra, anch'essi in Sardegna, di Tor di Nebbia in Puglia, di Monteromano nel Lazio e del Cellina-Meduna in Friuli Venezia Giulia.
Il poligono di Capo Teulada occupa un'area di 72 chilometri quadrati, ai quali vanno aggiunti 58 chilometri quadrati di area a mare permanentemente interdetta, oltre ad ulteriori 90 chilometri quadrati utilizzabili nel corso delle operazioni a fuoco che si svolgono nel poligono. In funzione del tipo di esercitazione, l'ampiezza massima dell'area a mare interdetta può giungere fino a 1.300 chilometri quadrati.
Il poligono interforze di Salto di Quirra, a ridosso del piccolo centro di Perdasdefogu in Sardegna, è di tipo permanente e si sviluppa su una superficie di 11,6 chilometri quadrati a terra, cui vanno aggiunte 9.946 miglia quadrate a mare per l'addestramento di unità nazionali ed estere, per i collaudi di prototipi e di missili e di bersagli, per attività legate alla ricerca scientifica, collaudo e sperimentazione del munizionamento navale e terrestre a media e lunga gittata e sperimentazione di sistemi missilistici.
Il poligono di Tor di Nebbia, in provincia di Bari, è di tipo 'occasionale'. Non è un'area demaniale e per utilizzarlo la Difesa corrisponde indennizzi. Ha un'estensione di 90 chilometri quadrati per lezioni di tiro con armi individuali e di reparto, per tiri di armamento principale per i mezzi corazzati e blindati.
Il poligono di Monte Romano, in provincia di Viterbo, copre un'area di 46 chilometri quadrati. È un poligono permanente per lo svolgimento di diverse attività di addestramento fra le quali anche il maneggio e l'impiego di esplosivi.
ESERCITO.
Attualmente utilizza, su tutto il territorio nazionale, 32 aree addestrative, più di 107 poligoni, di cui 15 “in galleria”, realizzati all'interno di infrastrutture militari e che per questo non comportano gravami di servitù militari.
MARINA MILITARE.
Su tutto il territorio nazionale le servitù relative alla Marina occupano una superficie complessiva di 8mila ettari. Attualmente sono 12 i depositi di munizioni della Marina che richiedono l'imposizione di servitù militari. La più importante fra queste strutture è quella di Guardia del Moro, nell'arcipelago della Maddalena, l'unico in grado di rispondere a tutti i requisiti operativi logistici. Per l'addestramento della componente anfibia, la Marina dispone di due sole aree, di limitata estensione: le isole Cheridi, nel golfo di Taranto (500 ettari) e Torre Cavallo, Isola Pedagne, nei pressi di Brindisi (13 ettari).
AERONAUTICA MILITARE.
Le servitù connesse alle attività dell'Aeronautica riguardano, oltre ad alcuni scali aeroportuali, depositi carburanti e munizioni, nonché impianti per le telecomunicazioni, l'assistenza al volo e la difesa aerea.

L'Aeronautica militare addestra i propri piloti per attività di tiro aria/superficie nei poligoni della Sardegna (Capo Frasca, Salto di Quirra e Capo Teulada) ed in minima parte presso il poligono di Punta della Contessa (Brindisi), mentre per l'addestramento di tiro aria/aria, sempre in Sardegna, si utilizzano il poligono a mare di Capo S. Lorenzo e le aree addestrative sul mare a ovest di Decimomannu.
E tutto questo solo per la difesa militare nazionale, per non parlare delle aree occupate dalla NATO.
E se questi dati non dovessero essere sufficienti per delineare lo scenario di occupazione che viviamo, possiamo fare ricorso ancora una volta alla Sardegna, che di esempi ne ha da vendere.
Forse qualcuno avrà sentito parlare del progetto (già abbondantemente partito) di istallazione di 4 radar da parte della Guardia di Finanza sulle coste della Sardegna per l’individuazione di imbarcazioni illegali e per la lotta contro l’immigrazione clandestina e i narcotrafficanti; beh, sono in arrivo altri 11 radar appartenenti alla Capitaneria di porto, per un totale di 15 radar su tutta la costa. Questi, in realtà, non sono “semplici ed innocui” sistemi di tutela ma ordigni militari controllati dalla NATO, strumenti indispensabili al completamento di un progetto che vede la Sardegna come una piattaforma militare del Mediterraneo. D’altra parte l’ammiraglio Locklear, comandante della NATO per il Sud Europa e per l’Africa, in occasione del vertice del Patto Atlantico tenuto a La Maddalena, ha dichiarato che “dobbiamo garantire la sicurezza nel Mediterraneo” e che per questo motivo "i radar in Sardegna sono indispensabili alla NATO".
Non vogliamo parlare degli altissimi costi che questi presidi militari comportano, ma di chi ci guadagna: il sistema operativo usato dai radar è stato partorito dalla Selex Sistemi Integrati, l’azienda specializzata, leggiamo sul sito ufficiale, in “'Homeland Protection, sistemi e radar per la difesa aerea, la gestione del campo di battaglia e del traffico aereo ed aeroportuale, la difesa navale, la sorveglianza costiera e marittima”. La “Selex”, guarda caso, appartiene a FINMECCANICA, la holding a partecipazione statale il cui 80% di fatturato dipende direttamente dalle commesse dei militari.
I radar della Guardia di Finanza, invece, sono progettati e fabbricati dalla società israeliana ELTA SYSTEMS, specializzata in dispositivi di sorveglianza e difesa, società appartenente al gruppo IAI (Israel Aerospaces Industries).
E che dire dell’impatto ambientale? Da un decreto della commissione difesa della camera datato 2006 si legge un progetto di ridislocazione delle forze armate sul territorio, in cui si riconosce che la presenza di siti militari è concentrata in maggior parte in alcune regioni che risentono di una grossa sofferenza ambientale. Nello stesso decreto c’è scritto che pur dismettendo tali aree, una bonifica non riuscirebbe comunque a raggiungere risultati soddisfacenti.
E allora si riconosce il danno offerto, si riconosce l’accanimento su alcune aree, si riconosce l’impossibilità di un recupero, ma allo stesso tempo si dichiara di cercare altre aree da devastare.
E così mentre si costruiscono armi per uccidere, mentre si collaudano e si sperimentano armi che provocano danni letali ad ambiente e persone, la macchina da guerra produce denaro arricchendo i soliti noti.
E noi non possiamo rimanere impassibili a tutto questo. Non possiamo permettere che ci uccidano senza far niente, tenendoci buoni con il ricatto della perdita del lavoro o della libertà. La posta in gioco è la nostra vita, visto che moriremo lo stesso, allora viviamola intensamente e prendiamoci quello che ci hanno tolto. Ognuno con i propri mezzi.

martedì 29 novembre 2011

Sigonella, capitale degli aerei senza pilota USA

da http://romperelerighe



di Antonio Mazzeo
Aerei senza pilota a gogò per la base Usa di Sigonella. Dopo l’utilizzo come avamposto per le missioni d’intelligence e bombardamento in Libia dei famigerati droni delle forze armate degli Stati Uniti d’America, dal prossimo anno l’infrastruttura siciliana sarà una dei principali centri al mondo per il comando, il controllo e la manutenzione dei velivoli telecomandati “Global Hawk”, “Predator” e “Reaper”.
È quanto rivelato dal programma delle costruzioni militari di US Air Force per l’anno fiscale 2012, in via d’approvazione dal Congresso. Con codice 141-454 UAS SATCOM Relay Pads and Facility, il piano prevede la spesa di 15 milioni di dollari per installare a Sigonella un sito fornito di antenna, ripetitori e generatori di potenza per supportare le telecomunicazioni via satellite (SATCOM) del Sistema degli aerei senza pilota (Unmanned Aircraft System – UAS) e assicurare “lo spazio per la gestione delle operazioni e delle attività di manutenzione” dei droni (una ventina solo del tipo “Global Hawk”). “Nel nuovo centro saranno installati dodici ripetitori UAS SATCCOM con antenne, attrezzature e macchinari con la possibilità di aggiungere altri otto ripetitori della stessa tipologia”, è riportato nella scheda progettuale fornita dal Dipartimento della difesa. “Il progetto prevede inoltre tutti i sistemi infrastrutturali, meccanici, elettrici, stradali, di prevenzione incendi ed allarme per supportare il sito per le comunicazioni satellitari”.
“Il Sistema degli aerei senza pilota richiede un’ampia facility che assicuri la massime efficienza operativa durante le missioni di attacco armato e di riconoscimento a supporto dei war-fighters”, aggiunge il Pentagono. “La costruzione di una SATCOM Antenna Relay facility è necessaria per supportare i link di comando dei velivoli controllati a distanza, in modo da collegare le stazioni terrestre presenti negli Stati Uniti con gli aerei senza pilota operativi nella regione dell’Oceano atlantico. Con il completamento di questo progetto saranno soddisfatte le richieste a lungo termine di ripetitori SATCOM per i “Predator” (MQ-1), i “Reaper” (MQ-9) e i “Global Hawk” (RQ-4). Il nuovo sito supporterà inoltre il sistema si sorveglianza aeronavale con velivoli senza pilota UAV Broad Area Maritime Surveillance (BAMS) di US Navy e le missioni speciali del Big Safari di US Air Force”. Il BAMS prevede nello specifico l’acquisizione entro il 2015 di una quarantina di aerei del tipo “Global Hawk” da dislocare nelle stazioni aeronavali della Marina Usa di Jacksonville (Florida), Kadena (Giappone), Diego Garcia, Hawaii e Sigonella; il Big Safari è invece un articolato programma di potenziamento delle funzioni e delle capacità operative di alcuni velivoli strategici dell’Aeronautica statunitense, come i grandi aerei da trasporto C-130 e quelli da riconoscimento RC-135.
I “Predator”, i “Reaper” e i “Global Hawk” di Sigonella verranno utilizzati per le missioni pianificate nella Regione dell’Oceano Atlantico dai comandi strategici di Eucom, Africom e Centcom, in modo da fornire in tempo reale le “informazioni più aggiornate ai reparti combattenti”. “Il sito di Sigonella garantirà la metà delle trasmissioni del Sistema dei velivoli senza pilota UAS e opererà in appoggio al sito di Ramstein (Germania)”, aggiunge il Pentagono. “Senza questa facility, gli aerei senza pilota non saranno in grado di effettuare le loro missioni essenziali e non potranno essere sostenuti gli attacchi armati UAS. Senza l’UAS SATCOM Relay Site si verificherà una riduzione significativa delle capacità operative odierne e si avrà un serio impatto negativo sulle future missioni d’oltremare”.
A Sigonella è pure prevista la realizzazione di un’ampia area per la sosta dei velivoli e strade d’accesso al sito. “Il costo delle infrastrutture di supporto è superiore del 25% di quanto calcolato preventivamente perché la facility deve essere realizzata in un’area sottosviluppata e delicata dal punto di vista ecologico. La  SATCOM Communications Support Facility avrà un’estensione di 1.200 metri quadri e non potrà contare sull’apporto finanziario della Nato”. I lavori dovrebbero iniziare il 12 gennaio 2012 per concludersi entro il 13 settembre. Nel 2013 saranno poi acquistate alcune apparecchiature di comunicazione del Sistema di comando e controllo degli UAV per un valore stimato di 1.225.000 dollari. Quando la nuova stazione entrerà in funzione, verranno trasferiti a Sigonella 55 militari e 58 dipendenti civili dell’US Air Force.
In vista della trasformazione della base siciliana in capitale internazionale dei velivoli senza pilota, sono stati appaltati alla Cooperativa Muratori Cementisti – CMC di Ravenna (LegaCoop) i lavori per la realizzazione del “Global Hawk Aircraft Maintanance and Operations Complex”, un mega-hangar di 5.700 metri quadri per la manutenzione, la riparazione e le ispezioni dei droni-spia in dotazione all’Aeronautica militare e di quelli in via di acquisizione da Us Navy. A Sigonella è inoltre divenuto operativo uno dei tre terminali terresti della rete di telecomunicazione satellitare Global Broadcast Service – GBS (gli altri due sono stati realizzati a Norfolk, Virginia e Wahiawa, isole Hawaii). Dal marzo 2009 le stazioni di telecomunicazioni GBS sono passate sotto il comando e il controllo del 50th Space Communications Squadron, con sede nella base aerea di Schriever, Colorado. Lo squadrone sovrintende ai sistemi tecnologici e informatici dei programmi satellitari del Dipartimento della Difesa, garantendo il loro collegamento con più di 170 satelliti e i centri di comunicazione delle forze Nato e di altri alleati regionali degli Stati Uniti.
“Il GBS sostiene le operazioni di routine e le esercitazioni militari, le attività speciali, le risposte in caso di crisi, la predisposizione degli obiettivi degli attacchi”, recitano i manuali di guerra delle forze armate Usa. “Il GBS supporterà inoltre il passaggio e la conduzione di brevi operazioni di guerra nucleare”. Tempo fa si è conclusa la “seconda fase” di sviluppo del Global Broadcast Service, con la fornitura a Sigonella, Norfolk e Wahiawa delle tecnologie per ridurre la larghezza della banda di trasmissione degli impianti e renderli idonei a ricevere i dati audio e video raccolti dai “Global Hawk”. La tappa successiva prevede l’integrazione del GBS nel Defense Satellite Communications System, l’architettura delle telecomunicazioni satellitari per le future guerre planetarie Usa. Altro elemento chiave sarà il MUOS (Mobile User Objetive System), il sistema che vedrà operare in network cinque satelliti di ultima generazione e i quattro terminali terrestri in fase di costruzione a Niscemi (Caltanissetta), Kojarena-Geraldton (Australia) e nelle basi GBS di Norfolk e Wahiawa. La stazione di telecomunicazioni US Navy di Niscemi è stata scelta al posto di Sigonella dopo che uno studio sulle onde elettromagnetiche dell’antenna UHF del MUOS aveva determinato che esse potevano causare la detonazione dei sistemi d’arma e creare gravi pericoli al traffico aereo dello scalo militare siciliano.
Il Comando di Us Navy ha intanto bandito una gara per la riparazione e l’ampliamento delle piste aeree di Nas II Sigonella, importo 3.606.000 euro. Verranno asfaltati oltre 25.000 metri quadri di piste e aree di sosta, mentre saranno rammodernati i sistemi di drenaggio e d’illuminazione dello scalo.

sabato 12 novembre 2011

Poligono di Quirra, accuse per tre generali di disastro ambientale

da ecoblog.i

Pubblicato: venerdì 11 novembre 2011 da Marina
zona militare e òpoligono di quirra
La Asl di Lanusei un paio di giorni fa ha reso noti i risultati delle analisi su carne, latte e derivati prodotti nella zona del Poligono sperimentale interforze di Perdasdefogu-Salto di Quirra: nessuna contaminazione. Nelle stesse ore si chiudeva anche la prima parte dell’inchiesta sul PISQ disposta dalla procura di Lanusei e condotta dal procuratore Domenico Fiordaliasi. Ci sono sei indagati che hanno tempo 20 giorni per presentare le loro difese e attendere o l’archiviazione o l’apertura del processo. Intanto, non sono ancora giunti, sebbene annunciati fin dallo scorso settembre, i risultati delle 20 autopsie disposte da Fiordalisi sui corpi di 19 pastori e un militare morti per cancro. Il magistrato intende indagare su una possibile correlazione tra nanoparticelle e morti per cancro.
La novità è che in un certo senso viene sollevato dalle indagini l’uranio impoverito che secondo il magistrato non sarà possibile rintracciare poiché le piogge hanno dilavarto qualunque traccia utile.
Tre dei sei indagati sono militari che hanno lavorato a diverso titolo al PISQ di Perdasdefogu teatro delle indagini: il generale Fabio Molteni, il generale Alessio Cecchetti, il generale Roberto Quattrociocchi. Ai tre militari viene contestato che:
avrebbero cagionato un persistente e grave disastro ambientale con pericolo per la salute di circa 15mila animali da allevamento, e per la pubblica incolumità dei pastori, del personale civile e militare della base e dei cittadini frequentanti il poligono e i centri abitati ad esso vicini.
Con loro risultano indagati anche due tecnici della società Sgs, Gabriella Fasciani e Gilberto Nobile, per falso ideologico avendo, secondo le accuse :
certificato dolosamente l’assenza di alcuna possibilità di inquinamento antropico di tipo militare per la “litologia naturale” del terreno del poligono.
Infine, il sesto indagato è il docente universitario Francesco Riccobono esperto ambientale. Il capo d’accusa contestato è concorso in disastro ambientale poiché:
avrebbe omesso dolosamente di esprimere le sue valutazioni nella relazione del 2004 sulla riscontrata presenza di anomale concentrazioni di torio radioattivo non naturale in varie parti del poligono; omesso dolosamente di evidenziare l’inutilità di una ricerca dell’uranio impoverito nel nudo terreno lavato dalle piogge, stante la notoria solubilità dell’uranio impoverito.
Scrive la Nuova Sardegna:
Proprio a corredo di questa tesi “della solubilità” dell’uranio impoverito, la Procura di Lanusei e i suoi consulenti, fanno riferimento a una ricerca Usa condotta per l’Air Force nel ‘78 che stabilisce, in sostanza, che nel terreno esposto alla pioggia le nanoparticelle di uranio si sciolgono, e dunque non possono più essere trovate se non nell’immediato. Secondo la Procura - che lo considera come un nuovo pilastro della sua tesi accusatoria - questo è un dato scientifico notorio, che Riccobono così come i due chimici dell’Sgs avrebbero dovuto conoscere. Ergo: chiunque di loro ha certificato che l’uranio nel poligono non esiste, avrebbe fatto finta di cercare qualcosa che già in principio sapeva di non poter trovare.
Via | La Nuova Sardegna, Infoggi
Foto | Flickr

venerdì 11 novembre 2011

UN GOVERNO MORIBONDO DICHIARA GUERRA AI CITTADINI

da .notav.info

Submitted by on 10 novembre 2011 – 21:43No Comment
Comunicato Stampa dalla valle che resiste e non si arrende, 10 novembre 2011
LA MILITARIZZAZIONE DELLA VAL SUSA PER LEGGE, L’ULTIMO ATTO
L’ultimo atto di un governo moribondo, con l’avallo dell’opposizione, è un decreto che formalizza lo stato di militarizzazione della Val Susa.
Il cantiere-fortino della Maddalena diventerà un “sito di interesse strategico nazionale”, cioè un’area militare a tutti gli effetti, con le conseguenze previste all’art. 682 del c.p. per chi lo vìoli: una pena tra i tre mesi e l’anno oppure una multa da 51 a 309 euro.
Non solo. Lo smarino (la roccia estratta nello scavo delle gallerie), anche se inquinato da amianto, uranio, prodotti chimici legati al processo di estrazione, diventerà materiale ordinario per legge, gli iter progettuali delle semplici formalità, con ricadute su tutti i progetti di “grandi opere inutili” sul territorio nazionale, l’ennesimo regalo alle mafie del cemento.
Un pesante attacco alla libertà di manifestare e di dissentire, un segnale dato ai valsusini perché tutti gli altri lo intendano: nessuno disturbi i manovratori.
Soldati nei cantieri, decreti d’urgenza, finanziarie lacrime e sangue: difendere gli interessi di pochi a scapito dei molti.
Prosegue, dunque, lo stato di mobilitazione permanente dichiarato lo scorso maggio e, in risposta all’approvazione del decreto che formalizza la militarizzazione iniziata di fatto il 27 giugno, il Movimento NO TAV risponderà con iniziative di protesta e disobbedienza civile che coinvolgeranno tutto il territorio che va dalla Val Susa alla Val Sangone a Torino
Tutti coloro che si oppongono alle opere devastanti e ad un futuro di precarietà e miseria sono invitati a mobilitarsi in tutto il territorio nazionale per dare un messaggio forte e chiaro: a sarà dura!
No alle Grandi Opere Inutili e Devastanti !
Sì alle Piccole Opere Utili a Difesa del Suolo e dell’Ambiente !

martedì 13 settembre 2011

Piacenza - Dall'Afghanistan alla Valsusa: fuori gli alpini dalle città!

DA INFORM-AZIONE



riceviamo e diffondiamo il testo di un volantino di benvenuto distribuito per le strade di Piacenza:

PENNE  NERE :  DALL'  AFGHANISTAN  ALLA  VAL SUSA

FUORI  GLI   ALPINI  DALLE  CITTÀ  !

ALPINI : Corpo Militare dell'Esercito Italiano. Battesimo di fuoco ,campagna per la conquista di Eritrea anno 1895. Partecipazione operativa nel conflitto Italo-Turco del 1911, I Guerra Mondiale. Campagna fascista per la conquista di Etiopia e Albania nel 1939 , II Guerra Mondiale ,occupazione dell' Afghanistan dal maggio 2002 al 29 aprile 2011......

Se queste lunghe Penne Nere si limitassero a compiere le loro opere assistenziali per qualche anziano, organizzare feste con fiumi di  vino e salamelle ,nessuno li contesterebbe.

Con grande rammarico constatiamo che l'opera militare delle “Penne nere” è tutt'ora avviata in differenti realtà nazionali da porre diligentemente sotto controllo, sorveglianza , monitoraggio..... repressione.
Sono principalmente impegnati nel pattugliamento di molte città italiane ,presidiano discariche e inceneritori ,spesso contestati con fermezza dalla popolazione locale e accolgono con il loro ineguagliabile altruismo, i migranti privi di documenti presso i lager della democrazia, i CIE (Centri di identificazione ed espulsione).

Sono apparsi recentemente , dal mese di luglio , al fianco delle forze del disordine(carabinieri , polizia ecc ecc ) alla fortezza militare costruita per difendere il cantiere TAV alla Maddalena(Chiomonte) in val di Susa.

Il raduno nazionale alpino che ,con molta probabilità ,si terrà nel maggio 2013 a Piacenza ,verrà preceduto dalla cosiddetta Festa Granda(16,17,18 settembre) che celebrerà la fondazione della Sezione piacentina.
Non c'è da stupirsi se in tale occasione l' amministrazione comunale e le cariche ecclesiastiche, come consuetudine ,daranno il loro servile benvenuto e la loro diabolica benedizione a dimostrazione del fatto che l'apparato repressivo sia pienamente sostenuto dalle tenaglie delle istituzioni democratiche che predicano a gran voce Pace e Amore, in realtà instaurano  nientemeno che la pacificazione sociale.

Mentre anziani e nostalgici sfilano nelle loro parate patriottiche carnevalesche ,giovani e brizzolati combattono nei campi di guerra.

Tutte le forze politiche ,imprenditoriali ,ecclesiastiche sostengono politicamente  economicamente e moralmente i conflitti armati  diffondendo (anche tra i banchi di scuola)un revisionismo della realtà ,innescando pensieri di paura con conseguente ed inevitabile difesa.

Nessuna nota musicale ,nessun litro di vino ,nessuna opera compiuta dalle lunghe penne nere nel nome del bene della comunità ,riuscirà a lavare le mani sporche di sangue di migliaia di alpini che nel mezzo di guerre patriottiche ,fasciste ,umanitarie che siano ,hanno calpestato con amore ,fratellanza e rispetto intere popolazioni soggiogate dalla brutale e arrogante violenza che solo un militare sa professionalmente e legalmente compiere.

NON  DIAMO  SPAZIO  A UN REVISIONISMO  CHE  TRASFORMA   UOMINI MACCHINE   DI GUERRA   IN UOMINI  DI  PACE.

NESSUNA   PACE   PER CHI   FA  LA  GUERRA !


Antiautoritari                                        oltrelariga@libero.it

martedì 2 agosto 2011

A Quirra il latte finisce ai cani

da sardegna24.net

  • Commenta
  • Invia ad un amico
Quirra bestie
I soldi in mangime, il latte ai cani. Una quotidianità difficile ma tutto sommato migliore del previsto quella dei pastori di Quirra che hanno evitato in extremis lo sgombero delle greggi dai terreni militari del Poligono.
Con il bestiame messo sotto sequestro dal Gip di Lanusei nell'ambito dell'inchiesta sull' inquinamento ambientale nella base militare, gli allevatori, nominati custodi giudiziari dal magistrato, possono soltanto accudire i loro animali.
È fatto divieto assoluto di vendere i prodotti e macellare i capi con ripercussioni economiche in via di quantificazione, come le spese per i foraggi. In questi giorni i responsabili ogliastrini di Coldiretti hanno avviato una sorta di inventario sul campo per accertare quanto serve per l'approvvigionamento delle bestie sequestrate, in tutto 3.500 capi tra vacche, pecore e capre.
«Sarà un bilancio settimanale che ci consentirà di conoscere i costi per ogni singola azienda e di andare a bussare a denari in Regione anche perché i 500 mila euro di fondi stanziati dalla Giunta sono ancora bloccati» spiega Vincenzo Cannas, vice presidente dell'associazione di categoria per Nuoro e l'Ogliastra.
Meglio del previsto potrebbe andare anche l'intera partita dei premi della comunità europea, dati inizialmente come persi. «In mancanza di comunicazioni ufficiali - prosegue Cannas che temeva di dover rinunciare ai contributi europei – supponiamo che i fondi comunitari non verranno perduti».
Tutte le aziende agricole e zootecniche insediate nei terreni militari a cavallo tra Sarrabus e Ogliastra, attendono che arrivi settembre, il mese in cui si dovrebbero conoscere i risultati dell'extra-piano dell’Asl sulla salubrità dei prodotti animali e sulle condizioni di salute delle stesse bestie. Ma l'attesa e gli esiti delle analisi potrebbero non essere risolutivi
2 agosto 2011

mercoledì 25 maggio 2011

Sardegna - Aggiornamenti sulla lotta contro il Poligono Interforze del Salto di Quirra

da inform-azione

riceviamo e diffondiamo:

INFINE LA MAGISTRATURA HA DECISO
: gli elementi raccolti dai suoi consulenti circa la nocività del Poligono Interforze del Salto di Quirra (PISQ) dimostrano che l’attivitá militare inquina suolo, acqua, aria, ed é causa di malattie e malformazioni tra animali ed esseri umani.

La conclusione di ció é che viene ordinato l’allontanamento di animali ed esseri umani dall’area mentre si lascia che l’attivitá del Poligono prosegua! Come da tempo avevamo paventato: ancora una volta si preserva il Poligono sopra qualsiasi altro interesse!

L’attuale presa di posizione della magistratura segna inequivocabilmente un nuovo punto di inizio sotto molti punti di vista:

ASPETTI SANITARI
la popolazione chiede giustamente di conoscere gli elementi che hanno portato il magistrato a prendere decisioni gravissime, ma deve essere chiaro che, a questo punto, é inutile pensare che nuove indagini da parte di nuovi esperti possano contrastare o confermare quanto emerso nel corso dell’indagine: ormai la sede del dibattito é il tribunale. Ció che appare evidente é piuttosto che piú si indaga piú la gravità del problema é destinata ad estendersi. Per esempio, non si é ancora affrontato il problema dell’inquinamento del Flumendosa (ma anche del rio San Giorgio e del rio Quirra) che raccoglie le acque provenienti dalle discariche di armamenti non diversamente dalla sorgente di "Sa Maista". C’é, anzi, da chiedersi come mai questa sia stata sequestrata e non sia stato bloccato anche l’acquedotto del Flumendosa!

RUOLO DELLE AMMINISTRAZIONI
dopo anni che sindaci, ASL, ARPAS hanno ignorato o minimizzato le denunce e i ripetuti allarmi relativi alla situazione del Poligono, una autoritá terza, estranea e superiore ad essi, ha autonomamente preso in mano la faccenda. Quale dovrebbe essere ora il compito della politica? In questo momento l’amministrazione é svuotata di ruolo! Chi, fino ad oggi, ha omesso il proprio dovere di controllo, difendendo il poligono e negando ogni evidenza, non può rappresentare la parte di popolazione vittima della presenza della base. Costoro, che oggi sono parte del problema e rischiano di doverne rendere conto in tribunale, domani saranno pronti a cedere il territorio a dei nuovi padroni, pronti per nuovi affari!

ASPETTI ECONOMICI
oggi non ha piú senso ragionare sui posti di lavoro degli addetti al poligono in un ipotetico futuro senza base, visto che al momento sono messi in discussione non i loro, ma quelli dei contadini e degli allevatori, ed a seguire di tutti gli operatori economici del territorio mortificati dalle attivitá militari. Ormai non ci si puó fare illusioni in merito: arance, agnelli e turismo torneranno ad essere vendibili solo il giorno in cui i giornali titoleranno “il poligono chiude, inizia la bonifica!”

UN DOMANI SENZA POLIGONO se qualcuno va dicendo che il poligono puó continuare ad operare ma dovrá essere sottoposto a monitoraggio ambientale, questa é una assurditá. Infatti una simile struttura ha senso solo se le si garantisce segretezza: dunque, o il monitoraggio sará finto ed ingannevole o il poligono cessa il suo motivo di essere. A questo punto é bene che si sappia che le immobiliari giá puntano gli occhi sull’area... e potrebbero anche avere legami con esponenti di governo! Sará dunque il caso di smettere di difendere a priori una attivitá nociva a se stessi ed agli altri e cominciare a pensare al futuro...

LA SITUAZIONE É GRAVISSIMA: si ordina a contadini ed allevatori di abbandonare un territorio senza dare loro alternative su dove andare, dove portare il bestiame e senza sapere per quanto tempo saranno allontanati dalle loro aziende; alla perdita economica legata alla sospensione delle attivitá agropastorali la Regione risponde con una elemosina, ne’ appare realistico che qualche altro ente possa risarcire adeguatamente.

Ma la cosa piú provocatoria ed assurda é che le attivitá militari ed industriali del Poligono possano continuare, caricando cosí ancor piú di veleni un territorio già saturo!

Mentre la consapevolezza dell’enormitá dei rischi legati alle attivitá militari é sempre piú forte nell’intera popolazione della zona, mentre le ricadute sanitarie ed economiche si abbattono pesantissime sulle comunitá, la risposta é ancora una volta preservare il Poligono e colpire i civili.

Visto che le amministrazioni locali, prive ormai di autoritá e credibilitá, non possono avere alcun ruolo nella faccenda, é necessaria una mobilitazione popolare che, nel rivendicare la tutela della salute e dell’ambiente e la salvaguardia delle attività agropastorali, pretenda l’immediata cessazione delle attività del Poligono e la bonifica dell’area!




Villaputzu, 23 maggio 2011

ATOBIU dei gruppi autogestiti
per lo smantellamento del PISQ
info e contatti: 340 3543499
http://smantellamentopisq.blogspot.com