Tra sabato 26 e lunedi 28 maggio ben centodieci immigrati sono
scappati dal Centro di Identificazione ed Espulsione di contrada Milo
alla periferia di Trapani. La fuga di massa era stata tentata da circa
duecento persone. Successivamente, nella notte tra martedi e mercoledi,
altri quindici ragazzi sono riusciti a riprendersi la libertà su un
totale di circa cinquanta detenuti che ci avevano provato. Tutti gli
episodi hanno avuto le caratteristiche della rivolta, con drammatiche
colluttazioni tra immigrati e personale di polizia. Il CIE di Milo, con
la sua capienza massima di 204 posti, si è dunque opportunamente
spopolato. Proprio alla fine di maggio, una delegazione di giornalisti
vi ha fatto ingresso nell’ambito della campagna “LasciateCIEntrare”.
Dopo tanti anni, il mondo dell’informazione “ufficiale” ha preso a cuore
la tematica dei centri di internamento per immigrati allo scopo di
rendere queste strutture accessibili e “trasparenti”. Pur non essendo
più in vigore la direttiva dell’ex ministro dell’Interno Maroni che
aveva vietato l’ingresso dei giornalisti nei Centri, la possibilità di
accesso ai lager italiani è sempre molto discrezionale a seconda della
prefettura di riferimento. A Trapani, la visita guidata al Centro di
Milo non ha svelato niente che non si sapesse già: gli episodi di
autolesionismo sono frequentissimi (una media di almeno quindici al
mese) e i tentativi di fuga sono praticamente all’ordine del giorno. Gli
immigrati intervistati hanno sfogato tutta la loro rabbia e
frustrazione per una detenzione ingiusta e disumana, naturale prodotto
di una legislazione che mortifica i diritti e la libertà delle persone.
Tutte cose che gli antirazzisti, a Trapani come ovunque, hanno sempre
denunciato sin dalla prima comparsa di queste strutture. Dispiace che
alcuni giornalisti se ne siano accorti solo adesso ma, come si dice,
meglio tardi che mai.
TAZ laboratorio di comunicazione libertaria
(questo articolo apparirà su Umanità Nova in uscita questa settimana)
Bologna, 7 maggio 2012
«Immigrazione: sei persone fuggite ieri dal Cie di Bologna
Un immigrato è invece stato bloccato dalle forze dell’ordine Sei immigrati sono riusciti a fuggire ieri dal Cie di Bologna. I
sei (quattro algerini, un tunisino e un marocchino) si sono allontanati
attorno alle 14.15 scavalcando una recinzione. Un altro immigrato, un
marocchino, e’ stato invece bloccato dalla forze dell’ordine durante il
tentativo di allontanarsi. E’ l’ultimo di una serie di ‘evasioni’
tentate e riuscite negli ultimi giorni: venerdi’ due tunisini avevano
cercato di allontanarsi, mentre il primo maggio erano riusciti a fuggire
in cinque.»
Flickr
Sotto il cielo azzurro di una primavera inoltrata, tra fronde di
braccia al posto di rami, urla di giubilo e tante lacrime, un piccolo
beagle - di poche settimane, forse giorni - supera il filo spinato. E’
un omaggio alla libertà, alla bellezza. Uno schiaffo contro quanti sono
disposti, ancora oggi, ad approvare la pratica inumana della vivisezione.
Ieri, simbolicamente nella giornanta degli animali da laboratorio,
circa una trentina di beagles - per lo più cuccioli ma anche alcuni
adulti - sono stati liberati da alcune decine di manifestanti dal laboratorio “lager” di Green Hill, a Montichiari, in provincia di Brescia.
Attualmente, 12 persone sono in stato di fermo. I reati di cui
sarebbero accusate sono rapina, furto, resistenza a pubblico ufficiale e
danneggiamento.
Le forze dell’ordine, intanto, stanno cercando di recuparare i cani
sottratti. Ne avrebbero già trovati 7. L’augurio è che gli altri siano
già lontani. In salvo.
Via | youtube
Foto | Flickr
Riportiamo la notizia integrale della liberazione di dieci galline ‘ovaiole’ da parte del gruppo animalista milanese Nemesi Animale.
Gli animali riscattati da un allevamento in provincia di Milano, erano
detenute nelle cosidette Gabbie Arricchite. Queste nuove gabbie di
qualche centimetro più grandi delle vecchie e con la presenza di alcuni
‘arricchimenti’ come documentato nella nostra investigazione ‘Fabbriche di Uova’, non possono in nessun modo soddisfare il desiderio di libertà presente in ogni animale.
“Dieci galline ovaiole sono state tolte dallo stato di schiavitù cui
gli esseri umani le avevano relegate, grazie ad attivisti e attiviste di
Nemesi Animale.
Le fortunate galline si trovavano in un allevamento per la produzione
di uova in batteria con le cosiddette “gabbie arricchite”, che secondo
la normativa europea in vigore dal primo gennaio 2012 devono avere
qualche centimetro quadrato in più. La loro vita sarebbe stata comunque
una vita di prigionia e sfruttamento, chiuse in un capannone senza
nemmeno poter immaginare cosa ci sia nel mondo esterno. Adesso sono
libere e non moriranno sui ganci di un macello.
Guardando le immagini e le fotografie
si può facilmente notare come i loro becchi fossero stati tagliati e
come le loro creste siano più molli e biancastre rispetto a come
sarebbero in natura, a causa delle carenze vitaminiche.
Si tratta comunque di galline giovani, che hanno passato “solo” quattro
mesi nelle gabbie, il loro piumaggio è quindi in condizioni ancora
decenti e sul loro corpo non sono ancora evidenti le ferite, i tumori e
le infezioni gravissime che sarebbero comparse più avanti.
Purtroppo le altre prigioniere subiranno il destino che ogni allevamento
prevede per loro dopo una vita passata a spennarsi e a ferirsi a
vicenda per le condizioni di sovraffollamento: il macello.
Questa è la prigionia a cui milioni di esseri viventi sono condannati per la produzione di uova – Nemesi Animale, aprile 2012
Secondo legislatori, allevatori e consumatori i codici con cui si
differenziano i vari tipi di allevamento di galline ovaiole sono la
soluzione per venire incontro alle esigenze degli animali, senza
ammettere che è soltanto un modo per zittire chi vuole porre fine allo
sfruttamento di qualsiasi animale e non limitarsi a cercare di renderlo
più accettabile.
L’unica differenza è nei centimetri quadrati in più che sono stati
concessi con le famose gabbie arricchite oppure il fatto di non essere
state allevate in gabbia ma “a terra”, cioè stipate in un capannone
senza finistre per tutta loro breve vita.
Ma prigioniere sono e prigioniere rimangono, mentre l’unica cosa che veramente desiderano è la libertà. Anche i cosidetti allevamenti all’aperto e biologici non sono altro che un inganno:
si tratta di capannoni con piccolissimi recinti esterni in cui le
galline vengono fatte uscire solo periodicamente, l’unica differenza sta
nel cibo che viene loro somministrato (biologico), e la loro vita
finisce in ogni caso su un camion diretto al macello.
Chiunque abbia davvero avuto un incontro con un individuo
prigioniero, chiunque abbia sfiorato le sue membra paralizzate dal
terrore e dalla confusione, chiunque abbia incrociato i suoi occhi
desiderosi di libertà, i suoi lamenti desiderosi di una mamma o di una
famiglia, le sue zampe desiderose di uno sconfinato prato, la sua pelle
desiderosa di scaldarsi al sole, non potrà mai pensare di concedere a
chicchessia il consenso alla prigionia di esseri viventi in cambio di
qualche centimentro in più nella gabbia.
GUARDA IL VIDEO
Se abbiamo deciso di passare all’azione e aprire alcune
gabbie è perché non possiamo sopportare l’idea che degli esseri viventi
siano imprigionati e vogliamo rivendicare pubblicamente la nostra
opposizione alla schiavitù animale. Da tempo entriamo in
allevamenti di diverso tipo, delle più disparate specie, per
documentarne le condizioni e poter così divulgare conoscenza sul mondo
dello sfruttamento animale. Ogni volta che entriamo a contatto con le
migliaia di prigionieri e prigioniere degli allevamenti, ogni volta che
incrociamo per poco tempo le loro misere vite e i loro tristi sguardi è
un colpo al cuore, e andarsene a mani vuote è sempre difficile. Oltre a
documentare e portare avanti il nostro lavoro di investigazione e
informazione, crediamo sia ancora più importante salvare la vita ad
alcuni di questi animali e rendere la loro storia personale esempio per
il destino che auspichiamo per tutti gli altri prigionieri.
Ognuna di queste dieci galline ha una storia, un suo passato, ed è
ambasciatrice di tutti milioni di altre ancora prigioniere per la
produzione di uova che non hanno avuto la stessa fortuna.
Il fine ultimo per cui lottiamo è l’abbattimento dello specismo. Se oggi entrare in un allevamento e salvare degli animali è
considerato un reato o, in alcune parti del mondo, addirittura un atto
di terrorismo, il fatto di rivendicarlo pubblicamente diventa una
scintilla per un cambiamento sociale, un gesto di disobbedienza civile
contro un’evidente ingiustizia.
Gli animali non sono oggetti.
Gli animali non devono vivere in una gabbia e non devono essere considerati come prodotti o macchine da produzione.
Gli animali devono essere liberi. E se oggi non possono esserlo, sta a
noi lottare con ogni mezzo e con tutta la nostra volontà per dargli
questa libertà, facendo e promuovendo la scelta vegan, ma anche aprendo
direttamente le loro gabbie.
Per farlo non servono eroi in passamontagna o particolari doti e
conoscenze: allevamenti e luoghi di sfruttamento sono ovunque intorno a
noi, in campagna, per strada, o nascosti in città, e spesso fra noi e
quegli animali tenuti prigionieri c’è di mezzo solo una porta tenuta
aperta. Ora le galline che siamo riusciti a salvare sono in un posto
magnifico e possono finalmente conoscere quel mondo di cui gli esseri
umani vogliono continuare a privare gli animali. D’ora in poi le nostre dieci amiche potranno vivere a contatto
con l’acqua, il vento, il sole, la terra, gli alberi e tanti altri
animali. Ognuno di noi può fare la differenza: diventa vegan e attivati per la liberazione animale!”
Venerdì 23 febbraio c’è stata una grossa evasione dal Cie di Trapani. Da quel poco che siamo riusciti a sapere, tutto è cominciato con una sommossa. La polizia, dopo aver inizialmente tentato di sedare i rivoltosi con botte, idranti e lacrimogeni, si è infine ritirata. Da quel momento, i primi reclusi che sono usciti dalle sezioni hanno aperto le porte agli altri. Alla fine, pare che a scavalcare quelle orrende sbarre gialle ce l’abbiano fatta in sessanta.
PISA, 9 GEN - Due detenuti sono evasi stamani dal carcere Don Bosco di Pisa, facendo un buco nel muro e poi riuscendo a calarsi a terra con un lenzuolo usato come corda. Uno dei due evasi, un nordafricano, durante la fuga è caduto, si è fatto male ed è stato subito fermato ed arrestato. Ora si trova ricoverato e piantonato nel reparto di ortopedia dell'ospedale pisano. Proseguono le ricerche dell'altro evaso, un italiano.
Ci avevano provato la notte del 24 dicembre, ma era andata male. I poliziotti di guardia al Centro di corso Brunelleschi erano riusciti a bloccare un tentativo di fuga. Nell’area rossa usano gli idranti e pestano duro due prigionieri.
La sera dopo, è il 25 dicembre, i secondini sono pochi, chiusi nei loro gabbiotti, quando, profittando che le serrature forzate la notte prima non erano state riparate, gli immigrati senza carte hanno aperto le porte delle varie casette che li rinchiudono, e si sono riversati lungo la recinzione, saltandola in più punti.
Un ragazzo si è ferito cadendo dal muro ed è stato subito riacciuffato, altri tre, che avevano trovato rifugio in un capannone, sono stati individuati, fatti scendere con una scala dei vigili del fuoco e riportati nel centro.
Molti altri, forse più di venti, sono corsi via veloci facendo perdere le proprie tracce.
Se i numeri verranno confermati potrebbe essere stata una fuga più numerosa dopo quella del 22 settembre.
Una lunga vacanza di Natale. Un buon augurio per l’anno che viene. Aggiornamenti. Secondo la questura gli evasi sarebbero 21, sui 35 che hanno provato a riprendersi la libertà.
Alcuni uomini avrebbero provato invano ad aprire le sezioni delle donne, la polizia ha usato idranti, ma ne è stata a sua volta vittima, quando un immigrato se ne è impadronito, riuscendo ad innaffiare diversi poliziotti. Il ragazzo che si era fatto male scavalcando si è spezzato entrambe le gambe: è stato rilasciato con foglio di via.
Leggi una prima rassegna stampa«Immigrazione: in 21 fuggono da Cie Torino
Fuga di massa dal centro, polizia riesce a fermarne solo 14 Un gruppo di immigrati rinchiusi nel Cie (Centro di identificazione ed espulsione) di Torino sono riusciti a fare perdere,le loro tracce. Si e’ trattato, secondo le prime informazioni, di un tentativo di fuga di massa: sono stati 35 gli stranieri che, eludendo la sorveglianza e arrampicandosi o danneggiando le reti, hanno varcato il muro di cinta. 14 sono stati raggiunti e bloccati dalla polizia degli altri 21 non si hanno notizie.»
Ansa
«Rivolta al Cie, fuggono 21 clandestini
Fuga di massa dal centro: quattordici recuperati in via Lancia, ma degli altri si sono perse le tracce Tensione nella nottata al Centro di identificazione ed espulsione di corso Brunelleschi dove sono ospitati i profughi arrivati a Torino negli ultimi mesi. Alcuni di loro, in prevalenza tunisini, ieri sera hanno tentato una piccola rivolta nelle sezioni maschili della struttura e sono riusciti ad evadere e a fare perdere, almeno per il momento, le loro tracce. Si è trattato, secondo le prime informazioni, di un tentativo di fuga di massa: sono stati almeno 35 gli stranieri che, eludendo in qualche modo la sorveglianza e arrampicandosi o danneggiando le reti, hanno varcato il muro di cinta. Quattordici sono stati raggiunti e bloccati dalla polizia in via Lancia, a poche centinaia di metri, ma le guardie hanno cercato di evitare scontri corpo a corpo. Degli altri 21 non si hanno notizie, ma sono in corso i controlli delle forze dell’ordine.»
La Stampa
«Torino, rivolta al Cie 21 immigrati ancora in fuga
35 immigrati sono scappati la notte scorsa dal Centro di espulsione di corso Brunelleschi. Le volanti della polizia hanno individuato 14 dei fuggitivi. Trentacinque immigrati sono scappati la notte scorsa dal Cie (Centro di identificazione ed espulsione) di Torino di corso Brunelleschi, al culmine di una rivolta. Sul posto, fa sapere la questura, sono intervenute volanti della polizia, che hanno individuato 14 dei fuggitivi. Gli altri mancano all’appello. Il gruppo ha divelto le recinzioni, arrampicandosi e poi è lanciato giù dall’alto muro che circonda la struttura. Da qualche settimana le proteste nel Cie di Torino si susseguono con una certa frequenza, l’ultima tra lunedì 19 e mercoledì 21 dicembre, quando un marocchino è restato sul tetto della mensa per 48 ore per non essere imbarcato sul volo che lo avrebbe rimpatriato. In Italia da molti anni, insieme a tutta la famiglia, spiegava di essere regolarmente impiegato da 3 anni e proprietario di casa e di non potersi allontanare dall’Italia così su due piedi. Ieri sera i reclusi nel Cie hanno approfittato, spiegano gli attivisti per i diritti degli immigrati, della riduzione del personale della struttura per le festività natalizie, e del fatto che nessun fabbro era intervenuto per riparare le serrature distrutte la notte della vigilia in un altro tentativo, fallito, di fuga.
I reclusi hanno cominciato a scavalcare reti e muri contemporaneamente da ogni lato, sbucando su corso Brunelleschi e su via Mazzarello. Alcuni, per scavalcare meglio, si sono perfino serviti di una garitta dei militari spostata di peso a ridosso del muro. Almeno un fuggitivo si è ferito nella caduta ed è stato subito catturato. Altri tre sono stati presi all’interno di un capannone nei pressi del centro, in cui si erano rifugiati. «Pare che la loro cattura – spiegano gli attivisti – sia stata favorita dalla segnalazione di un residente e dalla collaborazione attiva dei vigili del fuoco. In tutto, avrebbero partecipato all’evasione una sessantina di reclusi».
La palla al balzo, come si dice. Questa mattina, intorno a mezzogiorno, un recluso del Cie di Torino che era di ritorno dall’infermeria verso l’area dentro la quale abitualmente veniva rinchiuso ha notato che il vecchio cancello del Centro - quello che affaccia su corso Brunelleschi - era momentaneamente spalancato. Senza rifletterci troppo è sfuggito al controllo delle guardie che lo accompagnavano e ha guadagnato l’uscita. Ora, per quanto ne sappiamo, è libero.
La vista di quanto sia in fondo a portata di mano la libertà ha riscaldato di molto gli animi tra gli altri prigionieri, ed è partita una nuova rumorosa protesta dopo la rivolta che venerdì scorso ha reso inutilizzabili due stanze dell’area gialla. In particolar modo nell’area blu i reclusi hanno dato fuoco a materassi e suppellettili. L’agitazione è terminata dopo una mezz’oretta, con l’irruzione della polizia nei gabbioni e il fermo di tre senza-documenti dei quali fino ad ora non ci sono notizie, e che quindi con tutta probabilità sono stati arrestati e trasferiti alle Vallette. A presto aggiornamenti
Bologna, 30 ottobre
«Tafferugli al Cie, scappa un immigrato
Si è lanciato da cinque metri d’altezza
In quindici hanno tentato di fuggire
Feriti tre operatori delle forze dell’ordine e
tre immigrati del Centro di identificazione e espulsione di via Mattei a
Bologna durante il contatto avvenuto per impedire il tentativo di fuga
di una quindicina di immigrati, uno dei quali è riuscito a scappare.
E’ successo poco dopo le 17, quando un gruppetto di immigrati ha rotto
una cancellata che separa gli alloggi dai campi di calcio. Uno di loro,
un tunisino di 26 anni, salendo su una pensilina e usando un palo è
riuscito a raggiungere la cima del muro di recinzione e a scappare dopo
essersi lanciato da un’altezza di cinque metri, senza riportare danni.
Al Cie sono giunti uomini della polizia e dei carabinieri e ci sono
stati tafferugli. Tre tra agenti e militari e due stranieri sono stati
portati al pronto soccorso per lievi contusioni. un altro immigrato è
stato medicato sul posto. I tre immigrati, dopo le medicazioni, sono
stati arrestati per lesioni e resistenza a pubblico ufficiale.»
FUGA
dal Ferrante Aporti. Nella notte di martedì dal carcere minorile di
corso Unione Sovietica sono fuggiti in tre: un italiano di 20 anni
condannato per un furto, un romeno di 17 anni che stava scontando una
condanna per furto aggravato e un marocchino di 16 anni arrestato per
una rapina. Sono evasi dalla cella dove erano rinchiusi tutti e tre
seguendo il classico copione delle fughe dalle prigioni: con una lima
hanno segato le sbarre della finestra e si sono calati dal secondo piano
utilizzando le lenzuola dei loro letti a mo' di funi sino al
marciapiede di via Berruti e Ferrero. Dopo di che sono scomparsi senza
lasciare tracce. L'evasione è stata scoperta dagli agenti della polizia
penitenziaria soltanto la mattina dopo. Secondo una prima ricostruzione i
tre avrebbero approfittato dei lavori di ristrutturazione del carcere,
riuscendo ad impadronirsi della lima con cui hanno poi segato le sbarre
della loro cella.
[...]
Un circolare del 1957 del
Ministero di Grazia e Giustizia, direzione generale degli istituti di
pena, dà indicazioni precise su come devono essere quelli che sono
definiti "istituti di osservazione" e precisa: "Un clima rieducativo più
distensivo che repressivo consentirà una graduale e accorta riduzione
dei mezzi di sicurezza e comunque la loro limitazione a pochi posti
(celle o cubicoli) destinati a casi in cui vi sia particolare necessità
di custodia. Risaputo che tale distensione psichica è il miglior
antidoto contro il pericolo di fughe così come contro le manifestazioni
di aggressività o di depressione...".
L'aumento della violenza
minorile registrato negli ultimi anni ha però mostrato una realtà
diversa e preoccupante. Per questo mesi fa anche al Ferrante Aporti sono
stati aperti cantieri per aumentare i dispositivi di sicurezza. I tre
di martedì notte però sono fuggiti prima che i nuovi sistemi
antievasione entrassero in funzione.
Nuova evasione dal Cie di Torino, a meno di due settimane dall’ultima spettacolare fuga:
questa volta si è trattato di una vera e propria sommossa che ha
coinvolto quasi tutto il Centro. Intorno a mezzanotte i ragazzi di tutte
le aree maschili hanno sfondato i cancelli e hanno iniziato a
scavalcare le seconde recinzioni. Polizia e militari sono intervenuti in
forza e molto rapidamente per fermare la sommossa, e ci sono stati duri
scontri. A quanto pare le guardie oltre ai classici manganelli hanno
utilizzato anche idranti e spray urticanti. Al momento non è ancora
chiaro in quanti ce l’abbiano fatta: diverse decine di ragazzi sono
riusciti a uscire dalla struttura, ma sicuramente le volanti hanno
fermato alcuni fuggitivi subito fuori dalle mura. Ora che nel Centro è
tornata la calma, tra i reclusi che non ce l’hanno fatta è iniziata la
conta per capire quanti siano i feriti, quanti gli evasi, e quanti
quelli portati via dalla polizia per essere arrestati. Nelle prossime
ore maggiori aggiornamenti.
Questa notte, intorno alle 4, c’è stata un evasione dal Cie di
Torino. Non sappiamo ancora quanti reclusi ce l’abbiano fatta, ma
sappiamo che un bel po’ di loro sono finalmente liberi. A quanto pare
sono riusciti a uscire dalla gabbia che circonda l’area viola dopo aver
staccato qualche sbarra, segata in gran segreto nel corso delle ultime
settimane. Una volta nel cortile si sono lanciati contro le guardie,
colte di sorpresa, e hanno iniziato a scavalcare il vecchio ingresso di
Corso Brunelleschi. I militari hanno fermato qualcuno, ma altri sono
riusciti a scavalcare il cancello. La Questura, a corto di uomini per
l’impegno in Valsusa e a Torino contro i No Tav, ha lanciato l’allarme.
Ma quando le volanti sono arrivate gli evasi si erano già dileguati. A
presto maggiori dettagli. Aggiornamento ore 14. Le cifre sugli evasi sono
ancora incerte: i più prudenti parlano di 12 ragazzi, altri di 16, altri
addirittura di 25. Ci sarà tempo nelle prossime ore per fare i conti e
capire chi ce l’ha fatta e chi invece dovrà riprovarci. I fuggitivi
fermati - alcuni lievemente feriti - sono stati smistati nelle diverse
aree, perchè nella viola non si può rimanere, visto che la gabbia è
tagliata. Intanto emergono i primi particolari sull’evasione «da film»,
per usare le parole di un recluso che suo malgrado è ancora dentro al
Centro. Ancora recluso, ma con il morale alto: «Sono felice lo stesso,
perchè queste cose ti fanno respirare il profumo della libertà». Un’evasione
riuscita è sempre e comunque un’iniezione di fiducia, per tutti. A
quanto pare la preparazione della fuga era iniziata un mese e mezzo fa, e
il piano era conosciuto soltanto dai ragazzi dell’area viola per ovvie
ragioni di sicurezza. Da una parte il taglio delle sbarre, pochi minuti
al giorno, stando attenti a non farsi vedere dalle guardie e dalle
telecamere. Dall’altra la costruzione di lame artigianali, pezzi di
ferro affilati da usare la notte della fuga per tenere lontani i
militari. Sentendo i racconti su questa evasione un fatto salta subito
all’occhio: per così tanto tempo nessuno ha fatto la spia. E questo
nonostante il costante lavoro di pressione psicologica che Polizia e
Croce Rossa esercitano sui reclusi, invitandoli alla delazione anche
facendo leva sulle diffidenze tra ragazzi provenienti da paesi diversi.
Nell’area viola ci hanno creduto e provato tutti - marocchini e tunisini
insieme - consapevoli del fatto che qualcuno ce l’avrebbe fatta e altri
no. Ma nessuno ha mai pensato di cantare per avere qualche favore dalle
guardie. E mentre dentro al Centro Polizia e militari sono incazzati
neri, l’Ufficio Stampa della Questura continua a tacere.
Roma, 9 settembre Ponte Galeria, la grande fuga: scappano 21 immigrati in attesa di espulsione «”Ventuno stranieri di diverse nazionalità sono fuggiti ieri sera
dal Centro di Identificazione ed Espulsione (Cie) di Ponte Galeria .A
quanto appreso dal Garante la fuga sarebbe avvenuta nel corso di un
trasferimento di routine all’interno del Centro. Le ricerche, subito
avviate, non hanno dato ancora esito”. Così in una nota il Garante dei
detenuti del Lazio, Angiolo Marroni. “L’ennesima fuga di migranti da
Ponte Galeria - ha detto il Garante dei detenuti Angiolo Marroni - è la
conferma di quanto sia complessa la gestione quotidiana degli ospiti
del centro dove, nonostante l’attenzione delle forze dell’ordine e
degli operatori che gestiscono la struttura, è sempre più problematico
garantire il rispetto dei diritti umani. Il caldo, l’affollamento, la
disperazione degli ospiti e, non da ultimo, l’allungamento dei tempi di
permanenza, sono ingredienti che contribuiscono a creare una miscela
esplosiva. Spero che il governo e, in particolare il ministro
dell’Interno, ripensino alla spaventosa situazione di sofferenza in cui
si trovano queste persone e recuperino un senso di solidarietà che
sembra, purtroppo, essersi perduto”. »
Nuova evasione di massa dal Cie di Roma Ponte Galeria, la terza in tre settimane. Il Centro della capitale, gestito dalla cooperativa Auxilium, è il più grande in Italia con i suoi oltre 300 posti e sembra diventato un vero e proprio colabrodo. Per anni tutti i reclusi che erano passati dalla struttura avevano detto che da lì era impossibile scappare, ma evidentemente nulla è impossibile. Agli inizi di agosto erano riusciti a scappare in trenta, la scorsa settimana più di venti, ma negli ultimi giorni il Centro si era di nuovo riempito con l’arrivo di uomini e donne sbarcati a Lampedusa nelle scorse settimane. Quella di ieri sera ha tutta l’aria di essere stata un evasione da record: più di cento reclusi sono riusciti ad evadere e sono finalmente liberi. La notizia, come quella della evasione della scorsa settimana, non è ancora stata confermata ufficialmente dalla Questura. In giro per la rete si trova soltanto un comunicato del fantomatico PDM (Partito per la tutela dei diritti di militari e forze di polizia) che esprime solidarietà alle forze dell’ordine e ai militari rimasti feriti durante non meglio specificati scontri tra guardie e reclusi armati di sassi e bottiglie di vetro.
A confermare la fuga sono i racconti degli evasi, che per ovvi motivi preferiscono non rilasciare interviste almeno per qualche giorno. Come le volte precedenti, anche ieri sera i reclusi delle sezioni maschili hanno deciso di provarci tutti assieme: poco prima di mezzanotte sono saliti sui tetti e hanno scavalcato le prime recinzioni. Poliziotti e militari di guardia, troppo pochi per gestire la situazione, hanno chiesto subito rinforzi perchè fermare duecento persone che scappano non è facile, anche se si è armati di scudi, caschi e manganelli. Qualche fuggitivo è stato bloccato subito fuori dalle mura del Centro, ma dai primi conti sembra che ce l’abbiano fatta in 110. Dietro di loro lasciano un Centro abbastanza danneggiato, mezzo vuoto, e un bel po’ di guardie contuse.
Sempre nella notte di ieri, c’è stato un tentativo di fuga dal Cie di Bari Palese. Putroppo nessuno ce l’ha fatta, perchè la polizia è intervenuta in tempo riuscendo a fermare anche gli unici due ragazzi che erano riusciti a scavalcare una rete. Sono stati arrestati per resistenza e lesioni a pubblico ufficiale, assieme ad altri due ragazzi rimasti feriti nella fuga. Non stupisce quindi che di fronte a un evasione fallita gli uomini di Maroni, fieri del loro sporco lavoro, abbiano prontamente diramato dei comunicati stampa per raccontare la loro versione dei fatti. «Immigrati: 30 extracomunitari tentano fuga da Cie Bari, 2 feriti
Bari, 27 agosto - Tentativo di fuga da parte di 30 cittadini extracomunitari stamane nel Centro di identificazione ed espulsione di Bari-Palese. Verso le 5 agenti della Polizia di Stato sono dovuti intervenire perché gli immigrati erano saliti sul tetto della struttura con l’intento di calarsi e di fuggire. I poliziotti sono riusciti a farli desistere. Alcuni degli immigrati sono rientrati rapidamente nei moduli. Quattro tunisini, invece, sono riusciti a scavalcare la prima recinzione: due di loro sono stati subito fermati in quanto si sono infortunati nella caduta mentre altri due sono stati bloccati. I due feriti sono stati soccorsi dal personale del 118 e trasportati all’ospedale ‘San Paolo’. La situazione all’interno della struttura è tornata rapidamente alla normalità. I 4 più esagitati sono stati arrestati per resistenza e lesioni a pubblico ufficiale. Due agenti sono stati trasportati all’ospedale ‘San Paolo’ per le cure del caso. I sanitari li hanno dichiarati guaribili in 5 giorni.»
«Pozzallo, 21 agosto 2011 Guerriglia nel centro di accoglienza: in fuga 50 migranti, feriti 5 poliziotti
È stata una notte di guerriglia al centro di primo soccorso di Pozzallo (Ragusa) dove circa cento immigrati hanno cercato di fuggire dalla struttura usando pezzi di ferro staccati dai letti a castello per spaccare i vetri delle porte d’ingresso dell’edificio. A fronteggiare la rivolta una quindicina di agenti che poco hanno potuto fare per fermare gli extracomunitari, trasferiti a Pozzallo nei giorni scorsi da Lampedusa. Sedici dei fuggitivi sono stati rintracciati subito, ma una cinquantina mancano ancora all’appello e vengono ricercati dalle forze dell’ordine. Tredici immigrati sono stati arrestati con l’accusa di danneggiamento e resistenza a pubblico ufficiale. Cinque agenti di polizia sono rimasti feriti negli incidenti e sono stati medicati al pronto soccorso dell’ospedale Maggiore di Modica, da dove sono stati poi dimessi.»
«Ancora una rivolta degli immigrati ospiti al Centro di prima accoglienza al porto di Pozzallo. La terza, nel giro di 4 mesi, stanotte intorno alle 4.30, un numero indefinito di immigrati hanno divelto porte, rotto vetri, ridotto il centro in uno stato di assoluta invivibilità. La sommossa è stata determinata dal timore di un imminente rimpatrio.
Cinque agenti delle forze dell’ordine sono finiti in ospedale al «Maggiore» di Modica ma sono stati dimessi con contusioni sparse su tutto il corpo. Non sono esclusi sviluppi sulla vicenda e per gli immigrati potrebbero registrarsi conseguenze penali. Un caso simile accadde lo scorso 8 luglio scorso quando un gruppo di 50 immigrati, sedicenti egiziani, diedero vita a disordini.
In quell’occasione scattò l’emergenza e fu aumentato il numero del personale delle forze dell’ordine per riportare la calma. Lo scorso 17 aprile altri momenti di tensione tra migranti sfociarono in uno scontro con gli uomini delle forze dell´ordine nel centro di accoglienza. Trentanove clandestini riuscirono a fuggire e una ventina furono fermati. Solo qualche giorno fa 74 immigrati invece avevano pensato di darsi alla fuga studiando il metodo «Alcatraz», ovvero forando la parete del centro di prima accoglienza. L’intervento immediato delle forze dell’ordine hanno fatto fallire il piano di fuga.»
Trapani, 20 luglio. Sono almeno 20 gli immigrati fuggiti dal nuovo Centro d’Identificazione ed Espulsione di contrada Milo, inaugurato pochi giorni fa, nella periferia di Trapani.
La notizia è stata diffusa in una nota del sindacato di polizia Siulp che, pur non avendo alcuno scrupolo morale a fare i secondini, tuttavia vorrebbero starsene più tranquilli.
Nel territorio di Trapani, attualmente, sono attivi il vecchio CIE “Serraino Vulpitta”, la nuova struttura di Milo, e la tendopoli di Kinisia, momentaneamente vuota.
Di seguito il bel comunicato del Coordinamento per la Pace di Trapani Se vince l’umanità
Ancora una volta l’umanità ha vinto. Le fughe di immigrati dal nuovo Centro d’Identificazione ed Espulsione di contrada Milo dimostrano che l’insopprimibile bisogno di libertà è più forte di qualunque cinico efficientismo repressivo. Sapere che da Milo è possibile scappare significa ridare una speranza a questa città ridotta a un carcere a cielo aperto.
Il nuovo mega-lager di Trapani (una struttura costata un mare di soldi, concepita secondo i più moderni criteri in materia di segregazione) è un mostro di cemento e ferro circondato da sbarre, fatto apposta per contenervi centinaia di esseri umani colpevoli soltanto di essere nati dalla parte sbagliata del mondo (almeno secondo i criteri di chi dispone delle vite di noi tutti).
Da oggi il CIE di Milo, questo mostro di cemento e ferro, fa un po’ meno paura. Ma quando sarà chiuso, insieme al “Serraino Vulpitta” e alla tendopoli di Kinisia, sarà sempre troppo tardi.
“Nelle ultime 48 ore sono almeno venti gli immigrati fuggiti dal nuovo Cie di Milo, a Trapani” denuncia il segretario provinciale di Trapani del Siulp, Antonio Cusumano, il quale afferma che “troppi sono gli impegni presi e non rispettati”.
Per il rappresentante del sindacato, la realtà “è che ci sentiamo soli, sotto assedio e privi di forze per far fronte alla situazione”. Il Siulp più volte ha lamentato l’assoluta carenza di uomini per far fronte al problema immigrazione a Trapani, come pure che la frequenza dei servizi nei Cie “si ripercuotono su tutta la Questura, causando riflessi negativi per la sicurezza dei cittadini”. Intanto il consigliere provinciale Carpinteri ha dichiarato di essere «fortemente preoccupato» ed ha voluto coinvolgere l’intero consiglio provinciale, nella seduta di ieri mattina, su quella che ha indicato come «un’emergenza sociale». Non è la prima volta che l’esponente neodemocristiano denuncia le condizioni di crisi della frazione trapanese di Salinagrande alle prese con il Centro di Accoglienza per richiedenti Asilo. «La struttura - ha sottolineato Carpinteri - è strapiena ed ogni giorno ci sono 300 persone in giro senza nulla da fare. Alcuni di loro passano il loro tempo a rubare i panni che vengono stesi dagli abitanti della zona. Non voglio generalizzare, ma la situazione è questa anche perché è circostanziata da una serie di denunce. È capitato anche a me di ritrovarmeli quasi in auto quando sono rimasto fermo al semaforo. C’è chi può anche tentare di entrare in macchina. Ci sono poi quelli che sono già entrati nelle case. Anche qui non parlo per sentito dire ma perché so di denunce fatte alle forze del ordine. Sarà anche una minoranza ma sta alzando la tensione». Carpinteri ha voluto fare un appello: «Mi auguro che la Prefettura e la Questura siano nelle condizioni di avviare un’azione di maggiore controllo. Finora i cittadini di Salinagrande hanno manifestato grande senso di responsabilità, ma c’è un limite a tutto».