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venerdì 2 maggio 2014

4 maggio tappa in Friuli del “NO TAV TOUR 2014″


COLPEVOLI DI RESISTERE !

Domenica 4 maggio tappa in Friuli del “No Tav Tour 2014″a San Giorgio di Nogaro ore 17,00 a Villa Dora
con la partecipazione di Luca Abbà

Il 22 maggio. a Torino si aprirà il processo a carico di Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò accusata/i di terrorismo per il sabotaggio di un compressore.
Attraverso l’accusa di terrorismo contro alcun* NO TAV si vogliono colpire tutte le lotte.

Sabato 10 maggio ore 14 (ritrovo in Piazza Adriano)
Manifestazione popolare a Torino
perché
Chi attacca alcuni di noi, attacca tutte e tutti
perché
Le loro bugie, i loro manganelli, le loro inchieste non ci fermano
Resistiamo allo spreco delle risorse, alla  devastazione del territorio, alla rapina su i  salari, le  pensioni e la sanità.

CHIARA, CLAUDIO, MATTIA E NICCOLO’ LIBERA/LIBERI SUBITO !

Movimento no Tav

martedì 29 aprile 2014

Nudo e morto

da ekbloggethiekbloggethi

La fotografia sopra ti mostra, caro lettore di questo blog, nudo e morto. Con alcune misteriose chiazze sul corpo. Dico “lettore” perché dalla foto si evince piuttosto chiaramente che eri di sesso maschile; nulla, però, impedirebbe che tu fossi stata una donna. Eri un essere umano, e un giorno, una sera, una notte qualsiasi li hai incontrati. Avevi, magari, una serata un po' così; ti giravano i coglioni (e di motivi per farseli girare, ce ne sono non pochi sotto questi chiardiluna), ci avevi il magone, oppure ci avevi paura, chissà; ci avevi tutta la tua vita che, in quel preciso momento, aveva deciso di esplodere in qualche modo, in mezzo a una strada. E allora hanno chiamato mezzo mondo, perché scoppiare, in questo mondo di scoppiati, è severamente proibito; ci vogliono le lucine blé che lampeggiano. Quando arrivano, tutti si sentono più al sicuro; e tu, caro lettore, vieni finalmente messo fuori causa per il bene comune ed il pubblico decoro. Stavi arrecando disturbo.
Io non ti conoscevo, caro lettore. In realtà non so minimamente chi eri, sebbene mi abbiano detto che eri nato e abitavi nella mia stessa città. E, poi, non so nemmeno se davvero leggevi questo blog; ma non ha una grande importanza. Il problema è che potresti essere chiunque, e credo che tu te ne renda terribilmente conto anche da nudo e da morto; eri una persona qualsiasi con la tua vita, come tutti coloro che, ad esempio, leggono questo blog. Oppure ne leggono altri. Oppure non ne leggono assolutamente nessuno. Come dirti: può toccare veramente a tutti. Tocca al geometra romano magrissimo e al diciottenne ferrarese; che cosa avranno fatto di così tremendo per meritare di morire? E tutti quegli altri, quali terribili misfatti avranno compiuto per essere spediti tra i più a forza di calci, di botte, di compressioni, di torsioni? Per questo, caro lettore, ti dico che in quella foto ci sei tu; e ci sono anche io. Quando vedo una foto del genere, ultimamente ho preso a immedesimarmi e a dirmi: ehi, Riccardo, guarda un po' come ti hanno conciato. Basta una serata; ma che dico, bastano mezz'ora, dieci minuti per essere cancellato. Spazzato via. Schiacciato. Mi rivedo allora tanti e tanti anni fa, in quella stessa città, vagare per le strade in preda alla disperazione per un motivo qualunque. Mi rivedo in una strada antica, mentre puzzavo agitato e non mi ricordavo quasi neppure come mi chiamavo. E mi ricordo di quando qualcuno mi depose di peso su una barella. E allora sono costretto a dire: soltanto il caso ha impedito che, quel lontano giorno, non arrivassero anche loro, in vena di garantire l'ordine pubblico e di proteggere la cittadinanza. Forse mi è andata bene perché erano le sei del pomeriggio di un giorno di luglio, e non le una e mezzo di una notte di marzo. E così, caro lettore, cara lettrice, può andare bene o può andare male anche a te. Dovremo stare tutti tranquilli, ma in fondo non è neppure detto; quindi guardati, guardiamoci in quella fotografia. Abituiamoci e pensare che siamo noialtri, quel corpo nudo, morto e pieno di chiazze. Avvezziamoci a pensarci mentre guardiamo il telefilmino dove sono tutti buoni, bravi, pieni di premure e salvano il cucciolo abbandonato.
Sono passati quasi due mesi da quando, caro lettore, caro me stesso, ti hanno ridotto in quel modo. Qualcuno mi ha persino chiesto come mai non ne avessi mai parlato, nonostante il fatto sia avvenuto nella mia città e addirittura di fronte all'uscio di casa di una persona che conosco parecchio bene. È perché è un film già visto troppe volte. Non sono passati neppure un paio di giorni, che tutto era già stato escluso; ci sono stati i funerali, poi sono saltate fuori le testimonianze, le telefonate, la famiglia ci ha visto sempre meno chiaro. Ad un certo punto, grazie allo sviluppo tecnologico, abbiamo potuto persino sentire la tua voce, caro lettore, mentre stavi morendo; dicevi di “avere un figlio”, affidando proprio a quel piccolo essere umano la tua estrema speranza di salvezza da chi ti stava rubando la vita. Del tutto inutile, come hai potuto constatare; in quel momento tu sei un problema di ordine pubblico, e quindi devi morire. Ficcatelo quindi nella testa e risparmia il fiato, che è l'ultimo. Invece di nominare tuo figlio, inventati una frase celebre ché è meglio. Toccasse a me? A parte il fatto che di figli non ne ho, comincerò a pensare a qualcosa di adeguato, di solenne, di filosofico da riservare all'istante estremo, mentre mi stanno pigliando a calci e schiacciando inesorabilmente; che so io, “Ehi, sbirro di merda, ti puzzano i piedi!”
Ora comincerà la solita scaletta; quella che tutti voi avete già visto, persino da nudi e da morti. La giustizia che tanto richiedete e richiediamo si esplicherà in anni di dibattimenti, perizie e quant'altro che porteranno al niente; mentre tu, caro lettore, caro me stesso, te ne resterai buono buono, morto e nudo. Ci sarà il non luogo a procedere oppure ci saranno condanne ridicole, che avranno perlomeno il merito di farti fare un paio di risate postume. Diventerai immediatamente una specie di icona, e il tuo nome verrà associato a quello dei tuoi compagni di sventura; avrai i tuoi cortei, le tue manifestazioni, le tue mostre fotografiche dove verrai mostrato, caro lettore, sia da vivo che da morto. La tua famiglia si batterà e cercherà solidarietà, ottenendola in nome della giustizia (sempre lei). Ad un certo punto, ovviamente, dovrai fare i conti con l'immancabile sindacato di polizia, coi fratelli d'italia, col ministro del nuovo centrodestra, centrosinistra, centrocentro, col giornale; intanto, quell'angolo di strada diventerà probabilmente un altarino. Mi spiace, caro lettore, caro me stesso, se penserai che ti sto mancando di rispetto; è tutt'altra la mia intenzione. Ho sempre pensato che la più alta forma di rispetto che si possa avere, consista nel mettere di fronte brutalmente alla realtà in modo da poter agire più efficacemente, anche da morti e da nudi. Da morti e da nudi, anzi, si potrebbe arrovesciare davvero tutto quanto; il problema, come sempre, sono i vivi.
Quei vivi, ad esempio, che non hanno generalmente ben presente il nòcciolo della questione. Il quale è il seguente, brevissimo: esistono delle persone, organizzate in corpi statali e militari bene armati e bene addestrati, che hanno il monopolio della violenza. Qualsiasi atto di violenza compiuto da te, caro lettore, caro me stesso, è illegale quale che sia la sua natura; ti può quindi portare alla galera, all'ospedale, al cimitero. La violenza dei corpi dello stato, invece, è legale. E' considerata una forma di pubblica protezione e può essere quindi esercitata in regime di esclusiva, seppure regolata dalla cosiddetta “legge”. Non so e non posso sapere come la pensi, caro lettore, caro me stesso, a tale riguardo; però sarebbe bene che tu te ne rendessi conto definitivamente, almeno prima di fare tante geremiadi se i detentori esclusivi della violenza legale ti hanno ammazzato ed anche prima che, da ancora vivo, tu ti accinga a chiamarli magari invocando più legge e più ordine, più “presenza dello stato”, più controllo, più telecamere, più ogni cosa. Può succedere che il giorno prima tu sia al bar con gli amici e che tu dica che hanno fatto bene a manganellare i manifestanti e a schiacciare la ragazzina, e che il giorno dopo ti dia di balta il cervello per cazzi tuoi, e che tu venga pestato e schiacciato a morte da quelli lì. Tutto questo, chiaramente, non proviene dal mondo della luna; fa parte di un ben preciso sistema al quale tu puoi decidere di non dare avallo da vivo per non essere poi costretto a ritrovarti, tra le altre cose, nudo e morto su un tavolo. Hai voglia di farlo, oppure preferisci vivere la tua vita (ivi compresa l'eventuale disperazione di una sera) delegando ogni cosa? Fai un po' tu, caro lettore, caro me stesso.
Per questo e per altri motivi, non intendo riservarti né “dolore”, né “compassione”, ma una lucida rabbia. Non intendo riservarti “richieste di giustizia”, ma metterti ancora di fronte alla realtà che è nuda come te su quel tavolo. Non intendo con questo farti morire due volte, perché è la cosa che regolarmente accade. La mia solidarietà te la do senza giustizie, tribunali, avvocati, galere; te la do indicando chiaramente dove risiede il problema.
Te la do, qualunque sia il tuo nome. Te la do in qualunque luogo e circostanza. Te la do guardandomi bene dall'adoperare la parola “vittima”, perché dobbiamo cessare di essere tali e di incrementare la cultura della vittima. Te la do non invocando “punizioni”, ma il superamento di uno stato di cose che uccide prendendoti anche in giro. “Freddo non ne prende, ha due carabinieri sopra”; e pensa un po', caro lettore, di sentire magari questa frase da qualcuno che ti sta guardando morire, mentre qualcun altro grida "basta, basta" come se esistesse una giusta quantità di morte, una dose che si può somministrare in mezzo ad una strada, una modica porzione di assassinio in nome dello stress statale e dei soliti 1200 euro al mese. 

Te la do con tutta la tua vita e con tutta la tua storia, che ti chiami Riccardo Magherini, o Cesare Pardini, o Franco Serantini. Morto e nudo, nudo e morto. 
Cesare Pardini. Pisa, 27 ottobre 1969. Freddo non ne prese.

Rapporto sulle uccisioni e le torture inflitte dall’occupazione a ragazzini palestinesi durante il 2013

da infopal

arton175603-85fb8Ramallah-Quds Press. Nel suo rapporto annuale, il dipartimento dell’Organizzazione Mondiale per la Difesa dei Bambini dedicato alla Palestina ha rivelato che l’anno scorso le forze d’occupazione israeliane hanno ucciso 31 bambini. Di essi, 5 sono stati uccisi volontariamente mentre gli altri 26 sono morti a causa dell’uso sconsiderato delle armi da fuoco da parte dei soldati di Tel Aviv.
Il rapporto sottolinea come nel 2013 si sia assistito ad un aumento rilevante nel numero degli attacchi sferrati dai coloni israeliani ai danni dei civili palestinesi nei Territori occupati. Tale pratica ha ormai assunto i tratti di una consuetudine giornaliera che ha comportato, nel 2013, il ferimento di 51 bambini palestinesi. Altri 162 sono stati feriti dalle forze d’occupazione.
Si documentano, inoltre, 92 casi di tortura e maltrattamento arrecati a bambini palestinesi (in stato d’arresto o meno) dai soldati dell’occupazione. Un paio di bambini sono stati addirittura usati come scudi umani per proteggere i militari israeliani dal lancio di pietre: è questa una pratica del tutto contraria ai diritti internazionali e persino alla stessa legislazione israeliana. Illegale è stata anche la demolizione, documentata nel rapporto, di cinque abitazioni di civili palestinesi nella Striscia di Gaza e nella città di Gerusalemme.
Il rapporto documenta, inoltre, 9 attacchi sferrati a scuole, e il caso di 7 ragazzini costretti a lavorare in condizioni insostenibili.
Traduzione di Giuliano Stefanoni

Vento ed acqua. El Hierro (Canarie), la prima isola alimentata solo da energie rinnovabili


da blogeko


el hierro (canarie) energia rinnovabile
Potenza del vento, potenza dell’acqua. L’isola di El Hierro nell’arcipelago delle Canarie (Spagna) sta per emanciparsi completamente dalle sporche fonti fossili di energia. I bisogni dei suoi circa 10.000 abitanti e degli energivori impianti di desalinizzazione dell’acqua di mare verranno soddisfatti interamente dalle rinnovabili. Che sono discontinue: ma ad El Hierro un lago – proprio uno specchio d’acqua dolce – sarà utilizzato come “batteria” per stoccare il surplus di energia eolica prodotta quando soffia vento forte e per usarla nei momenti di calma. Il sistema comincerà ad entrare in funzione fra un paio di mesi.
Varie isole, fra cui quella danese di Samsø, hanno imparato a sfruttare al massimo le fonti rinnovabili: ma El Hierro, secondo gli esperti, sarà la prima completamente autosufficiente e scollegata dagli elettrodotti. Il punto chiave del sistema, spiega un articolo di Afp disponibile via Business Insider, sono cinque grandi turbine eoliche installate in un punto elevato dell’isola, caratterizzata da scogliere e picchi.
Nei momenti di punta, le turbine saranno in grado di fornire 11,5 megawatt: molto di più di ciò che serve all’isola e ai suoi impianti di desalinizzazione. L’energia in eccesso servirà per pompare in un bacino situato a circa 700 metri di altezza l’acqua dolce di un lago che si trova al livello del mare.
Nel momento in cui il vento non sarà sufficiente a generare l’energia elettrica necessaria per l’isola, l’acqua di questo bacino verrà incanalata verso il basso per far girare una turbina e produrre energia idroelettrica.
Alla fine di giugno l’impianto, costato 80 milioni di euro, comincerà a funzionare al 50% e raggiungerà il pieno regime nei mesi seguenti. Il passo successivo sarà, almeno nelle intenzioni, convertire ad energia elettrica da fonte rinnovabile tutte le circa 6.000 auto dell’isola.

venerdì 14 giugno 2013

Il Nilo diventa campo di battaglia. Egitto ed Etiopia, la guerra per l’acqua

da blogeko.

egittoIl Parlamento dell’Etiopia ha dato oggi all’unanimità l’ok alla costruzione su un ramo del Nilo della più grande diga idroelettrica dell’Africa.
L’Egitto non ha escluso l’opzione militare per impedirlo. Il Paese è infatti la grande scatola di sabbia che si vede nell’immagine a lato: fittamente popolato, ricava dal Nilo praticamente tutta la sua acqua, si trova a valle della diga e la portata del fiume sarebbe almeno per alcuni anni sensibilmente ridotta.
Siamo abituati alle guerre per il petrolio, sempre più difficile da estrarre e più costoso: è il famoso picco del petrolio di cui risente anche l’economia italiana. Le minacce di guerra per l’acqua non devono ahimè stupire, dal momento che – l’ho scritto già anni fa – siamo arrivati anche al picco dell’acqua, nel senso che il genere umano già usa la metà dell’acqua dolce disponibile: il cosiddetto sviluppo può alimentarsi solo attingendo l’acqua residua, la più difficile da conquistare e da sfruttare.
Dopo il “continua”, una grande cartina illustra lo scenario e i dettali della contesa. Prima però una chicca tutta italiana: a costruire la diga in Etiopia (4,7 miliardi di dollari) è stata chiamata la Salini, che da poco controlla Impregilo.
bacino del nilo e diga reinassanceQui accanto vedete (in azzurro) il bacino del Nilo e tutti i Paesi che vi si affacciano. La cartina è tratta da un vecchio numero di Limes.
Ho aggiunto una freccia rossa per indicare il tratto del Nilo Azzurro sul quale l’Etiopia vuol costruire la sua diga, che ha battezzato “Grand Ethiopian Renaissance Dam”.
In basso (da Geocurrents) l’ingrandimento della zona della diga con l’enorme lago artificiale da creare alle sue spalle per garantire il flusso d’acqua destinato a mantenere in movimento le turbine che genereranno l’energia idroelettrica: 63 miliardi di metri cubi d’acqua, salute!, per garantire una produzione di energia elettrica pari a 15.000 Gwh all’anno.
Quanti anni ci vorranno prima che il Nilo Azzurro riempia il lago artificiale e torni a portare la solita quantità d’acqua al ramo principale del Nilo ed all’Egitto?
Tre-cinque anni, stima International Rivers: ed in questo periodo l’Egitto avrebbe circa il 25% di acqua in meno per dissetare i suoi 85 milioni di abitanti e per irrigare i campi dai quali dipende il loro cibo. E’ questo il motivo della contesa.

venerdì 22 febbraio 2013

Grecia - Immagini dei quattro prigionieri anarchici torturati dalla polizia

DA informa-azione.

foto tratte da: http://www.vice.com/it/read/grecia-polizia-anarchici [pubblicata sul sito anche un'intervista ai genitori]

Seguono alcune immagini dei quattro compagni arrestati il 1 febbraio 2013 e torturati dalle forze repressive elleniche. Le immagini diffuse alla stampa sono state pesantemente e grossolanamente ritoccate dalla polizia, come osservabile dal confronto con quelle in possesso dei solidali.


Nikos Romanos: prima e dopo il ritocco delle foto


Andreas-Dimitris Bourzoukos: prima e dopo il ritocco delle foto


Yannis Michailidis: prima e dopo il ritocco delle foto


Dimitris Politis: immagine ritoccata

domenica 13 gennaio 2013

Firenze - Sull'arresto di due fascisti per attacchi firmati ALF

da .informa-azione

riceviamo e diffondiamo:

Segnaliamo la notizia di questi giorni riguardo all'arresto di due animalisti, e del mandato di cattura ai danni di un terzo, accusati di 4 attacchi incendiari avvenuti in Toscana negli ultimi tre mesi; l'ultimo dei quali l'incendio del 31 dicembre a 8 camion di proprietà di un'industria di latticini a Montelupo. Tutte le azioni di cui sono accusati sono state rivendicate e firmate con la sigla ALF (Animal liberation front).

Il primo dei tre ad essere arrestato, Filippo Serlupi d'Ongran, ha subito ammesso la responsabilità di tutti e 4 gli incendi.

Negli articoli di giornale si fa riferimento alla sua militanza negli ambienti dell'estrema destra e al fatto che sarebbe frequentatore del centro sociale di destra "Casaggì" di Firenze.

Una sommaria ricerca su internet ci ha fornito altre informazioni, tra cui il suo profilo facebook in cui posta foto che lo vedono circondato da donne ridotte ad oggetti sessuali.

Le sue implicazioni con l'estrema destra sono più attuali che mai, lo conferma la scelta dei due avvocati che lo difenderanno: tali Giangualberto Pepi e Andrea Mennini Righini.

Il primo si è candidato per le elezioni comunali di Firenze del 1999 per il Movimento Sociale Fiamma Tricolore:
http://it.wikipedia.org/wiki/Elezioni_comunali_a_Firenze

Piu' recentemente ha pubblicato un libro dal titolo “Memorie e pensieri di un lupo azzurro”, di chiara influenza fascista e di cui si può leggere un'introduzione che non lascia spazio a dubbi:
http://antimafiaduemila.com/book/4-cultura/598-memorie-e-pensieri-di-un-lupo-azzurro.html

Non a caso il libro è stato presentato il 4 ottobre 2012 al centro sociale di destra Casaggì di Firenze e pubblicizzato sul sito della Giovane Italia – Destra Identitaria e Giovanile: http://giovaneitaliacertaldo.blogspot.it/

L'altro avvocato, Andrea Mennini Righini, ha difeso a processo un esponente del gruppo ultras neofascista 'Bulldog Lucca 1998' della Lucchese accusato di un violento pestaggio di gruppo ai danni di un operaio di sinistra in un pub:
http://iltirreno.gelocal.it/lucca/cronaca/2010/08/14/news/bulldog-i-giudici-devono-decidere-1.2013269

Non abbiamo trovato informazioni sulle posizioni politiche degli altri due indagati ma la scelta di avere portato avanti azioni insieme a una persona con ideologie filo-fasciste ci fa come minimo sorgere dei dubbi anche su di loro.

"Casualmente” hanno ricevuto supporto finora solo da gruppi di destra come “100% animalisti” e blog di palese ispirazione di estrema destra, come Bikersgrunf (http://bikersgrunf.overblog.com/militanti-alf-liberi-subito), che commenta l'articolo del loro arresto con un “Piena solidarietà da parte mia ai camerati”.

E' ridicolo che questi personaggi abbiano usato nelle loro azioni una sigla come Alf e per di più racchiusa in una A cerchiata; ma se inseriamo questo episodio in un contesto come quello attuale, in cui gruppi di estrema destra (sempre più numerosi) si appropriano delle tematiche e delle lotte storicamente legate a movimenti anarchici o libertari, allora tutto acquisisce un senso.

Dobbiamo essere chiari e determinati nel rigettare ogni tipo di infiltrazione fascista nel movimento di liberazione animale; chi sostiene questo tipo di ideologie autoritarie e discriminatorie tra esseri umani va in direzione opposta alla nostra concezione di liberazione animale, che si inserisce in una lotta più ampia contro ogni forma di dominio e prevaricazione su tutti gli esseri viventi.

Pur condividendo le azioni di cui sono accusati non ci interessa ovviamente supportare queste persone o solidarizzare con loro.

Questo episodio dovrebbe anche essere occasione per un'ulteriore riflessione da parte di individualità e gruppi antispecisti su come trovare strategie o approfondire contenuti che non lascino spazio a dubbi e ad ambiguità;  per ribadire, dunque, i contenuti libertari della nostra lotta.

Alcuni/e attivisti/e per la liberazione animale

mercoledì 26 dicembre 2012

Sono ateo, grazie a Dio!

Dio, Patria, Famiglia
 
È questa la triade di valori che per secoli è stata indicata come cielo ideale della civiltà, mentre sulla terra regnava incontrastato il valore profano del denaro. Con il passare degli anni quei valori ideali sono andati sbiadendo. Dovendo stare tutto il tempo col capo chino, in segno di sottomissione, l’uomo non ha più avuto modo di guardare in alto. L’adorazione ha lasciato il posto all’ossequio, l’ossequio ha lasciato il posto all’indifferenza, l’indifferenza alla derisione. La chiesa? Una succursale consacrata dell’ospizio. La caserma? Il rimpianto di vecchi reduci, la palestra di giovani frustrati. Il matrimonio? Quasi una mera formalità burocratica necessaria per ottenere il divorzio da un rapporto mai vissuto con intensità.
Tuttavia, nel corso degli ultimi decenni stiamo assistendo a un’inversione di tendenza. Se la famiglia incontra ancora molte difficoltà a riaffermarsi — vista l’incompatibilità dell’amore con qualsivoglia vincolo e rivelatasi la dote un pessimo investimento persino economico —, viceversa la patria ha riguadagnato decisamente terreno. Con il suo odioso corollario di saluti alla bandiera e di cori che intonano l’inno nazionale, lo spirito patriottardo ha iniziato ad accompagnare tutte le imprese militari e sportive compiute all’estero dai «nostri ragazzi», senza fare tante distinzioni fra soldati e giocatori. L’importante è vincere, battere il nemico, e scatenare un abbraccio collettivo in grado di suggellare l’unità nazionale. 
Non più ricchi e poveri o sfruttatori e sfruttati, divisi da interessi e condizioni sociali assai distanti, ma solo italiani accomunati dall’orgoglio identitario. Il tifo, si sa, è una malattia che una volta entrata in circolo colpisce l’intero organismo. 
«Il suo quadro clinico — ci spiegano gli esperti — è caratterizzato da offuscamento della coscienza, che si manifesta in un sopore più o meno profondo, prostrazione, nonché, in qualche caso, in episodi deliranti». Appunto. Cosa c’è di più delirante di quelle brulicanti manifestazioni di massa, quando milioni di persone dall’esistenza miserabile esultano per una vittoria o una benedizione che nulla modifica della loro vita quotidiana?
Vittoria del nazionalismo, benedizione della religione, anche qui con una certa confusione delle parti. Resta il fatto che dell’antica triade ritenuta in declino è senza dubbio Dio (nelle sue molteplici forme e denominazioni) ad essere tornato più prepotentemente alla ribalta. Fino a poco tempo fa il numero dei suoi fedeli sembrava essersi talmente ridotto, le loro argomentazioni apparivano talmente puerili, almeno qui in occidente, che i suoi avversari dichiarati non avevano più motivo di combatterlo. Troppo facile, non ne valeva la pena. Nessuno che si dannasse per negare l’esistenza di Babbo Natale. 
Sia chiaro, le faccende religiose venivano sempre affrontate con tatto e circospezione. Baciamano e titoli onorifici si sprecavano nei confronti degli alti prelati e nessun personaggio pubblico osava dichiararsi «ateo», preferendo tutt’al più un blando «agnostico» o «non-credente», pur di non sgualcire la delicata sensibilità dei devoti e non incappare nei fischi del pubblico. Ad ogni modo, tutto portava a ritenere di vivere in una società laica ormai consolidata. 
Ma poi, ecco che i fedeli hanno iniziato a crescere ogni giorno di più, le oceaniche adunate dei “Papa boys” hanno smentito la natura geriatrica dei credenti e la Chiesa, consapevole del nuovo peso acquisito, ha ricominciato ad alzare la propria voce reazionaria e a cercare di intromettersi in tutti gli ambiti della vita civile. 
L’antica derisione nei confronti della chiesa si è ritrasformata in indifferenza, l’indifferenza in ossequio, l’ossequio in adorazione. A sghignazzare dietro i preti non è rimasto più quasi nessuno.
 
 
«Scontro di civiltà»
 
È così che molti mass media hanno presentato i recenti fatti internazionali, i quali hanno fornito un considerevole contributo al rigurgito di oscurantismo cui stiamo assistendo. Era praticamente inevitabile che una dichiarazione di guerra da parte di «musulmani» — come sono stati definiti gli attentatori dell’11 settembre — provocasse una corrispondente risposta da parte di «cristiani». L’identità del nemico definisce, per opposizione, la propria. Ma la concitazione del momento non ha favorito alcun serio dibattito sulla questione: solo un isterico strepitio che è andato progressivamente scivolando nel fondamentalismo, da una parte come dall’altra. Questa sbrigativa definizione delle parti in campo costituisce in sé un’ennesima dimostrazione di come la religione funga da cortina fumogena a motivazioni ben più triviali, nel passato come nel presente. 
Certo, nessuno pensa realmente che Bush sia guidato da Dio e Bin Laden da Allah ed è noto a tutti che entrambi sono anche ricchi magnati del petrolio e che le loro famiglie hanno fatto discreti affari insieme. Eppure — ribadito che le crociate nascondono consistenti ragioni profane dietro sacri pretesti — sarebbe errato sottovalutare l’importanza del ruolo giocato dalla religione in questo conflitto. Un ruolo che va ben oltre quello dell’apparente giustificazione di facciata. Gli esegeti del materialismo storico sostengono che non si convince qualcuno ad andare a farsi esplodere in aria per la sola gloria di Dio, e che dietro a simili gesti va pertanto ricercata una spinta di natura economica. A nostro avviso si tratta di una mezza verità. È pur vero che dietro i kamikaze si muovono enormi interessi economici e politici, ma rimane il fatto che nulla come il fanatismo religioso si sposa così bene con il martirio. 
Se quindi i mandanti delle stragi che stanno oggi insanguinando il pianeta sono assai più interessati all’andamento delle borse e ai giochi di potere che ai libri sacri e alle preghiere, ciò non toglie che gli esecutori difficilmente trovano nei bilanci aziendali la forza morale per sacrificare la propria vita. Forza che invece è possibile trovare nella religione. E questo non ha nulla a che vedere con le decine di vergini promesse ai martiri dell’Islam su cui hanno tanto ironizzato i chierichetti del Cristianesimo, proprio loro che credono nel figlio di una vergine resuscitato pochi giorni dopo la morte. 
Inutile cercare di uscire dalla melma religiosa facendo leva sul razionalismo, perché la ragione è impotente davanti all’assurdo. È per questo motivo che un ateismo scientifico, per quanto rigoroso possa essere, per quanto in grado di vagliare e poi confutare tutti i dati su cui si fonda la religione, è destinato a rimanere incompleto. Con ciò non si vuol dire che esso sia irrilevante o controproducente, solo che l’ateismo è come un prisma il cui bagliore è dato dalla fusione della luce irradiata dalla miriade di volti che lo compongono. Dalla critica razionalista fino alla bestemmia, innumerevoli sono i fronti da aprire nella lotta contro Dio e la sua opera di sfruttamento e di umiliazione dell’essere umano. Ma ognuno di questi fronti, preso in sé e per sé, è incapace di lanciare l’assalto decisivo per vincere la guerra.
 
 
Se la religione è «l’oppio dei popoli»...
 
Il motivo è che costituisce un potente farmaco contro i problemi sociali. Criticando i suoi effetti collaterali non si perviene comunque alla loro risoluzione. In assenza di altro, nonostante la sua palese nocività, quel farmaco riprende prima o poi ad essere assunto. Perché dovrebbe essere altrimenti, visto che in fondo è la sola medicina che sia stata inventata? Per altro ciò accade non solo con l’autorità celeste, ma anche con quella terrena. Non è forse vero che lo Stato, per quanto criticato, rimane per i più l’unico modello di organizzazione sociale? Se Chiesa e Stato sono andati così d’amore e d’accordo per lunghi secoli — insegnando la rassegnazione e l’obbedienza — è perché entrambi forniscono all’uomo una “soluzione” ai suoi problemi. 
Con la secolarizzazione della società si pensava di aver superato il momento religioso, considerato l’infanzia della coscienza umana. Grazie alla scienza, si è potuto sondare l’intero universo, penetrare i segreti recessi della natura. Non esiste più un Olimpo fuori dall’occhio umano dove far risiedere gli dèi. Ora, tutto questo laico progresso si è rivelato una mostruosa illusione. Da un lato perché la religione ha influenzato lo sviluppo scientifico molto più di quanto si pensi (come ha evidenziato David F. Noble nel suo La religione della tecnologia), dall’altro perché di fronte alle irreversibili devastazioni e manipolazioni compiute dalla tecnologia vien quasi voglia di rimpiangere le arcaiche convinzioni animistiche. 
Che ne è stato poi di quella nuova etica egualitaria e solidale che avrebbe dovuto nascere dal tracollo dei princìpi religiosi, come auspicavano molti atei dei secoli scorsi? Accantonata ogni bigotta morale religiosa, non è intervenuto il libero arbitrio ad illuminare gli uomini, bensì lo sfrenato sopruso ad infangarli. Il superamento delle proibizioni sessuali non ha condotto al libertinaggio o al libero amore, ma al mercimonio dei corpi in cambio di favori professionali e d’altro genere. La negazione della sacralità della vita umana non ha portato né al riconoscimento dell’eutanasia (come auspicato dai moderati) né all’aggiornamento del tirannicidio (come auspicato dagli estremisti), ma al massacro indiscriminato di “innocenti”, bambini compresi.
La religione — con il suo sistema di regole, obblighi e sanzioni — fornisce un senso, una comunità e una speranza all’essere umano, che continua ad essere solo sulla terra con la sua miseria e la sua angoscia. L’autorità terrena non ha capito che non basta riempire lo stomaco dell’uomo per tenerlo mansueto. I monaci, con la loro antica formula «prega e lavora», lo avevano intuito da secoli. Il lavoro sarà anche la miglior polizia dell’individuo, ma nessuno ama trascorrere la propria vita all’ergastolo. E cosa sono i nostri giorni se non un «fine pena mai»? Una volta messa la materia ai lavori forzati, bisognava dare un’occupazione quotidiana anche allo spirito. Ciò non è avvenuto, anzi. Nel nome di un becero determinismo economicista, spacciato per materialismo, si è denigrato ogni slancio teso verso qualcosa che non fosse la soddisfazione dei propri bisogni più o meno biologici.
Inoltre, se l’autorità ecclesiastica prometteva la futura salvezza come ricompensa della presente sofferenza, cosa aveva da offrire l’autorità civile in cambio di una vita di obbedienza? La pensione? «No, il destino dell’uomo sulla terra non è quello della bestia che conduce al lavoro… La Felicità è lo scopo verso il quale tutti gli esseri si dirigono, quando ascoltano la grande voce della natura. Esistono due ali per raggiungerla: la Speranza e la Libertà», affermava un rivoluzionario del passato. Ma solo la Libertà è la Felicità compiuta, la Speranza non è che un surrogato, la consolante anticipazione immaginaria. E tuttavia è proprio questa la forza della religione. Mentre lo Stato, essendo la negazione della Libertà, non può dare la Felicità, la Chiesa rende almeno la Speranza a portata di tutte le preghiere. Laddove il mondo profano garantisce solo il benessere materiale ed esclusivamente a chi se lo può permettere, il mondo religioso concede un benessere assoluto a chi si accontenta di quello che già è e possiede: «beati i poveri perché loro è il regno dei cieli». 
Diventa quindi facile comprendere perché più le condizioni sociali si deteriorano e più si fa pressante l’esigenza di trovare sollievo nella fede. Il fondamentalismo religioso che oggi sta esplodendo nei paesi del Medio Oriente, ma anche nelle periferie di molte metropoli occidentali, è il risultato di una vita senza prospettive. Perché mai morire come «martiri dell’Islam», ricordati e venerati da milioni di persone, dovrebbe essere peggio che morire laicamente di stenti, isolati e dimenticati da tutti? Perché mai morire in battaglia dovrebbe essere peggiore che sopravvivere davanti a un televisore? Ecco perché è solo dando una prospettiva alla vita, una prospettiva come mai è apparsa fino ad ora, che si potranno infine eliminare le condizioni che rendono necessaria la religione.
 
 
Cosa sono le religioni?
 
Non lo si ripeterà mai abbastanza. Tutte le religioni sono menzogne, tutte le religioni sono oppressione, tutte le religioni sono strumenti di dominio. Chiese, moschee, sinagoghe o templi, si tratta sempre di luoghi in cui si entra e da cui si esce solo inginocchiandosi dinnanzi a chi sta in alto. 
Una delle più diffuse convenzioni sociali della nostra epoca è quella secondo cui ogni opinione religiosa debba essere rispettata, essendo considerato esecrabile solo il fanatismo. Come se il fanatismo non fosse una caratteristica intrinseca in ogni religione, come se lo stesso concetto di sacro non implicasse la punizione del trasgressore: quale punizione a quale trasgressore, è solo una differenza di sfumature. Se in Algeria ci sono fanatici integralisti che attaccano le donne che non portano il velo, come definire quelli che negli Stati Uniti aggrediscono i medici che accettano di praticare l’aborto? 
Stiamo anche assistendo a curiose dispute in merito alla pretesa superiorità del cristianesimo rispetto alle altre religioni. C’è chi lo considera comunque migliore dell’islamismo, di cui viene evidenziato il disprezzo nei confronti delle donne. Eppure, tralasciando il cristiano trattamento riservato alle donne in passato, la rinuncia al piacere dei sensi, contrapposto alla necessità del concepimento, è a tutt’oggi parte integrante del cristianesimo. Le suore, e in particolar modo quelle di clausura, sono anch’esse un simbolo della negazione della donna. Se la donna tenuta rinchiusa e a cui viene imposto il velo desta orrore, la donna picchiata o ammazzata perché troppo disinibita non è forse un fatto diventato quasi normale nella sua quotidianità? Del resto, se spostiamo il discorso alla civiltà nel suo complesso, la donna apprezzata in oriente è quella vestita il più possibile, mentre in occidente è quella svestita il più possibile. Il che ha tutta l’aria di rappresentare i due poli di una medesima umiliazione.
È un fatto: non esistono religioni buone e religioni cattive. La religione, quale che sia, è la negazione dell’intelletto e dei sentimenti più autentici, la repressione dei desideri, la mortificazione della dignità, nonché l’incitamento alla rassegnazione, l’apologia della sottomissione, l’esaltazione della miseria. La religione protegge il potente, benedice il soldato, approva il gendarme, prepara il boia, mentre scomunica e condanna ogni pensiero e ogni gesto ribelle. 
Ma non serve a nulla bestemmiare contro i padroni del cielo quando si rivolgono preghiere a quelli sulla terra. Gli uni non possono vivere e prosperare senza gli altri. «Né Dio, né Stato» era e continuerà sempre ad essere una condizione essenziale per la liberazione umana.
 
[Sono ateo, grazie a Dio, Gratis, 2006]

mercoledì 12 dicembre 2012

15 ottobre 2011: chiesti 8 anni di carcere per 5 manifestanti

 
 
Otto anni di reclusione e un risarcimento danni per oltre 2miliono di euro. E' questa la richiesta presentata oggi, alla procura di Teramo, nei confronti dei cinque manifestanti provenienti da Teramo accusati di aver partecipato agli scontri con la Polizia a Roma, il 15 ottobre del 2011, durante la cosiddetta manifestazione degli ‘indignados’.
Per la procura romana, Davide Rosci, Mauro Gentile, Mirco Tomassetti, Marco Moscardelli e Cristian Quatraccioni devono rispondere di resistenza pluriaggravata, devastazione e saccheggio.

Nei confronti dei cinque sono state avanzate anche pesanti richieste di risarcimento. Il Comune di Roma ha chiesto 900mila euro per i danni alla città, l'Ama (l'azienda della nettezza urbana) 300mila per i cassonetti, l'Atac (trasporti pubblici urbani) 500mila, l'Avvocatura dello Stato ha chiesto al giudice di quantificare il danno ricevuto dalle forze dell'ordine, mentre il difensore del Carabinieri fuggito dal blindato in fiamme ha avanzato richiesta di 50mila euro a testa per i cinque imputati. La sentenza è attesa per il prossimo gennaio.

Banane ripiene di lime

da macerie
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Un bel cesto di Banane. Banane di Porta Palazzo, s’intende, banane ripiene di lime. Non un lime nel senso di frutto tropicale, ma proprio cinque seghetti da ferro, di quelli buoni per segare le sbarre. Le banane in questione erano in un pacco che un anarchico di Torino ha portato mercoledì pomeriggio all’ingresso del Cie di corso Brunelleschi, ma purtroppo le lime sono state beccate.
«Che faccia tosta! - esclama la guardia dopo la scoperta - immaginare che a consegnare nelle mani di un prigioniero gli strumenti per riguadagnarsi la libertà fosse proprio un ignaro poliziotto.» «Questo ha letto troppi fumetti!» ridacchiano in questura e nelle redazioni dei giornali. «Che ingenuo! - sentenzia il saggio - non sa che esistono i metal detector?» «E che stolto! - gli fa eco il prudente - non poteva farle portare da qualcuno meno in vista che passasse inosservato?»
Se a poliziotti e giornalisti è buona usanza non rispondere, a tutti gli altri vale forse la pena di dir qualcosa. Ai saggi, basta ricordare tutte le volte che nel recente passato i prigionieri del Cie di Torino (e non solo) le sbarre le han segate per davvero, e che quindi dei seghetti in qualche modo saranno pur entrati, anche se chi sia riuscito a gabbare i controlli, e in che modo, non è dato sapere. Ai prudenti, diciamo semplicemente che non si può aspettare che un altro faccia quel che va fatto, che non si può delegare agli altri quel che la coscienza detta di fare.
Forse le banane non sono il posto migliore per imboscarle, ma l’unica domanda da porsi riguardo alle lime da ferro, dunque, non è tanto se sia possibile farle entrare o chi possa farlo, ma per l’appunto il come riuscirci. Per scoprirlo, occorrerà semplicemente provarci e riprovarci ancora, e sempre, o fino a quando non ci saranno più sbarre da segare.

Un anno e mezzo di lime (senza banane)
Nell’aprile 2011 una ventina di reclusi tentano di evadere dal Cie di Bologna. Si sono aperti un varco tagliando una sbarra di ferro e poi hanno scavalcato la seconda recinzione: in quindici guadagnano la libertà, altri vengono fermati dalla polizia. Soltanto il giorno dopo, durante una perqusizione, verranno ritrovati alcuni seghetti artigianali usati per l’evasione.
Nel settembre 2011, in due differenti evasioni, più di trenta reclusi scappano dal Cie di Torino. Il 9 settembre ce la fanno in dodici: lavorando con dei seghetti da ferro per più di un mese, i reclusi dell’area viola si erano preparti un varco nella rete e si erano costruiti pezzi di metallo affilati per tenere lontane le guardie durante la fuga. Durante le perquisizioni effettuate nei giorni successivi, la polizia non troverà traccia dei seghetti, rimasti forse ben nascosti in qualche angolo segreto del Centro. Non passano neanche due settimane e il 22 settembre scoppia una sommossa nel Centro. Le serrature delle gabbie, danneggiate di nascosto nei giorni precedenti, vengono scardinate e si aprono nuovi varchi nelle reti. La polizia riesce a fermare e arrestare dieci fuggitivi, ma in ventidue riescondo ad evadere.
Nel dicembre 2011, sempre dal Cie di Torino, evadono ventisei reclusi. La notte di Natale, approfittando della carenza di personale e del mancato intervento del fabbro per riparare i danni alle gabbie, i reclusi di tutte le sezioni maschili inziano una sommossa. Quasi contemporaneamente escono dalle gabbie, attraverso varchi aperti nelle reti o forzando le porte. Molti vengono fermati, ma in ventuno riescono ad evadere. Nei giorni successivi la Polizia alza il livello di guardia e in una delle tante perquisizioni viene ritrovato un seghetto. I reclusi non si perdono d’animo e la notte di Capodanno ci riprovano. Nonostante la Questura avesse riempito il centro di carabinieri in antisommossa, i ragazzi dell’area blu escono dopo aver forzato la porta, si scontrano con le guardie, e iniziano a scavalcare il muro di cinta. Le volanti che controllavano il perimetro esterno del Centro riescono a catturare un solo evaso, altri cinque invece sono liberi.
Nel maggio 2012 è il turno dei reclusi del Cie di Modena. Il 12 la Questura ordina una perquisizione a sorpresa nel blocco 6 e scoppia una sommossa. Poliziotti e militari vengono aggrediti da una sessantina di reclusi armati di sbarre di ferro e sono costretti a rimandare la perquisizione. Aluni giorni dopo gli agenti riescono a fare irruzione nel blocco e trovano dieci metri di lenzuola di carta annodate e quattro seghetti nascosti in un bocchettone dell’impianto di aerazione. La Polizia, forse convinta di aver sventato il piano dell’evasione, abbassa la guardia e canta vittoria sui giornali. Evidentemente i seghetti avevano già fatto il loro lavoro, e infatti un paio di giorni dopo una dozzina di reclusi riesce ad evadere dal Centro.
macerie @ Dicembre 9, 2012

sabato 1 dicembre 2012

Di mese in mese continuano i viaggi di treni nucleari in Piemonte

da anarresinfo


Il tam tam degli antinuclearisti ha fatto filtrare la notizia che forse già la prossima settimana passerà per il Piemonte, un treno pieno di scorie nucleari.
Questi “viaggi” sono tenuti nascosti alla popolazione. Non ci dicono quando passano, da dove passano, non ci informano sui rischi in caso di incidente. Temono che, se sapessimo, ci ribelleremmo.
Per saperne di più ascolta l’intervista che Anarres ha realizzato con l’attivista No Nuke Lorenzo Bianco.
Torino. Sabato 24 novembre
punto informativo sui treni nucleari in Piemonte
ore 10/13 al Balon – via Borgodora angolo via Andreis

Il prossimo sarà il quarto trasporto di scorie dal deposito “provvisorio” di Saluggia all’impianto di riprocessamento di La Hague.
Nell’ultimo anno, pur avendolo appreso pochi giorni o persino poche ore prima, gli attivisti contro il nucleare si sono dati da fare per far sapere a tutti che una bomba atomica viaggiava a pochi passi dalle loro case.
 La prima volta, nel marzo 2011 alla stazione di Condove, la polizia picchiò e arrestò due No Nuke
Nell’aprile dello scorso anno, qualche centinaio di attivisti si sedette sui binari della stazione di Avigliana per rallentare il treno. La polizia portò via uno ad uno gli antinuclearisti ma il muro del silenzio venne abbattuto. I trasporti sono stati interrotti sino al luglio di quest’anno, quando per far passare il Castor, arrivarono a sequestrare per ore un treno pieno di antinuclearisti alla stazione di Bussoleno.
La Regione Piemonte ha una legge che prescrive che venga fatto un piano di emergenza in caso di incidente a uno di questi treni. Lo sapevi?
Tutti quelli che abitano nel raggio di tre chilometri per lato dalla ferrovia dovrebbero fare le esercitazioni nel caso uno di questi treni deragliasse o saltasse per aria.
Probabilmente nessuno te lo ha detto. I responsabili delle ferrovie, il sindaco, la prefettura, la questura tengono la bocca chiusa.
A Viareggio l’incidente ad un treno di materiali chimici ha fatto morti e feriti. Immaginate se toccasse ad un treno pieno di scorie altamente radioattive.
L’unica misura consigliata dalle Prefetture a chi abita a 300 metri dalla linea ferroviaria è chiudersi in casa.
Tutti noi sappiamo che non basta chiudersi in casa per sfuggire alle conseguenze di un incidente nucleare.
L’85% delle scorie radioattive prodotte in Italia sono concentrate a Saluggia, Trino vercellese e Bosco Marengo. Dopo venticinque anni dalla chiusura delle centrali nucleari italiane la questione delle scorie non è stata risolta. E non lo sarà mai, perché le scorie restano pericolosissime per la salute umana e per l’ambiente per decine di migliaia di anni.
Lo scorso mese il governo ha deciso di smantellare l’ex centrale di Trino vercellese: al suo posto faranno un secondo deposito «provvisorio».
In nessun paese al mondo c’è un sito definitivo per lo stoccaggio. Costi altissimi e l’opposizione delle popolazioni coinvolte hanno fatto sì che le scorie rimanessero nei pressi delle centrali.
I trasporti che stanno facendo a nostra insaputa sono diretti in Francia. Nell’impianto di La Hague, le scorie vengono “riprocessate” e poi rimandate in Piemonte. Radioattive e pericolose come prima, perché a La Hague si limitano estrarre il Mox, un combustibile per le centrali, e il plutonio. Il plutonio serve ad una sola cosa: fare le bombe atomiche.
Il sito di Saluggia non è sicuro: nell’ultima alluvione le falde sono state contaminate.
Se uno dei treni diretti in Francia deragliasse, se qualcuno lo scegliesse come obiettivo e lo facesse saltare, se ci fosse una scossa di terremoto – anche lieve – mentre attraversa il basso Piemonte, da Vercelli, attraverso Asti, Alessandria, la provincia di Torino e la Val Susa migliaia di persone rischierebbero la vita.
Vale la pena? Vale la pena di arricchire affaristi senz’altro scrupolo che il lucro? Siamo nella città della Thyssen, nella regione della strage dell’Eternit: ai padroni poco importa della nostra salute.
Noi pensiamo che questi trasporti debbano cessare. E siamo decisi a metterci in mezzo. Per il futuro dei nostri figli, per un mondo senza sfruttati né sfruttatori, per farla finita con la devastazione del territorio, per essere liberi di decidere.

SEQUESTRATI DALLA POLIZIA FRANCESE I NO TAV DIRETTI ALL’AVANT SOMMET

Da no tav.info

ore 12.18 Guido Fissore consigliere comunale di Villarfocchiardo invalle di Susa  fermato anche lui alla frontiera francese ci racconta la situazione dei fermati. L’autista del pulman ed altri due no tav pare siano ritenuti persone non gradite dalla repubblica francese e così sono ora trattenuti dalla gendarmeria che dopo averli schedati con foto segnaletiche ed impronte digitali vuole respingerli con un foglio di allontanamento immediato. Il pulman quindi privo di autista e di chiavi rimane fermo e tornerà con tutta probabilità verso l’Italia. ASCOLTA AUDIO GUIDO DA MODANE FRANCIA guido in diretta da modane
Ci giungono notizie allarmanti dal confine con la Francia. Questa mattina un pulman di no tav con un’età media oltre i 65 anni è stato bloccato alla frontiera italo francese di Modane. Destinazione Avant Sommet, una conferenza promossa dai no tav francesi e italiani a Lione in cui le ragioni del movimento verranno presentate. Partiti di buon’ora i no tav hanno così raggiunto dalla valle di Susa la frontiera con la Francia e lì sono stati immediatamente bloccati dalle forze di polizia d’oltralpe. Normali controlli dicono, coordinati con le forze di polizia italiane (che però smentiscono categoricamente) ma i fatti precipitano. Per circa due ore i pensionati della valle di Susa vengono tenuti sul pulman al confine oltre il valico alpino, a motore spento e al freddo. Dalle ore 10.15 vengono trasferiti poi al vicino commissariato dove tutt’ora sono in stato di fermo. Gravissime le prese di posizione anche del quotidiano nazionale francese Le Monde che con una nota chiede ai governi italiano e francese se sia stata sospesa la convenzione di Schengen. Ad ora i legali del legal team no tav non sono riusciti ad intervenire e non riusciamo a parlare e contattare i no tav fermati
ascolta la diretta con alberto perino che dalla valle di Susa segue con il legal team la crisi alberto in diretta

martedì 27 novembre 2012

Soprusi e minacce nei confronti di Madda

Da tre mesi Madda si trova rinchiusa nel carcere “Pagliarelli” di Palermo.
Dalle varie lettere da lei spedite ad alcuni compagni si è venuti a conoscenza di una situazione veramente esasperante. Da molte settimane la nostra compagna sta subendo innumerevoli soprusi: viene scortata all’aria (pur essendo stata arrestata per un reato comune e non avendo le restrizioni dell’Alta Sicurezza) da vari secondini maschi e non donne come di regola in un braccio femminile, le viene tagliato il sopravvitto, le vengono appioppati rapporti disciplinari e denunce per oltraggio a pubblico ufficiale, le è vietato ogni contatto – anche visivo – con detenute di sua conoscenza, le vengono rigettati tutti i colloqui – ad eccezione della madre che finora non è potuta ancora andare – e, infine, minacciata di morte.
In una occasione, mentre la scorta di più secondini la portava all’aria (pratica giornaliera), Madda ha volto lo sguardo verso la sezione AS (come da normativa chiusa da cancelli) per salutare una detenuta da lei conosciuta nel carcere di Rebibbia. Senza nemmeno aver proferito una parola, si è ritrovata il sovrintendente delle guardie faccia a faccia con fare minaccioso. Lo sbirro ha poi cominciato ad urlarle a pochi centimetri dal viso “Calore, ti ammazzo”, aspettando una sua reazione per poterle mettere le mani addosso.
Il secondo episodio, pochi giorni dopo con il pretesto di una discussione tra guardie e detenute, Madda viene nuovamente fronteggiata dal suddetto sovrintendente, tale Vincenzo Cipolla di Palermo, che dal primo giorno di carcerazione le ha fatto patire minacce, provocazioni, insulti e spintoni. In entrambe le occasioni, tutta la squadra di secondini le ha dimostrato apertamente di non aspettare altro che una sua reazione per poterla massacrare.
Va comunque evidenziato il notevole problema di sovraffollamento che, come in tutte le carceri italiane, affligge il Pagliarelli. Le minacce sono pratica giornaliera e nell’ultimo periodo, inoltre, si è verificato un suicidio nella sezione A.S. maschile.
Madda non è mai scesa a patti col nemico e ha sempre lottato con tutto il cuore e l’energia che la contraddistinguono. Più volte coinvolta in innumerevoli inchieste, i cani da guardia dello stato non smettono di alitarle il loro fiato immondo addosso.
Rilanciamo la solidarietà attiva nei confronti di Madda, invitando i compagni e le compagne di tutte le città a inviare immediatamente telegrammi di solidarietà per rompere il muro di isolamento e di tensione in cui le guardie la stanno costringendo:
Maddalena Calore
Casa circondariale di PALERMO – Pagliarelli
Piazza Pietro Cerulli, 1
90129 – PALERMO
Per ribaltare la situazione e mettere sotto pressione gli aguzzini, spediamo fax ed e-mail alla direzione del carcere:
telefoni: 091 – 6685456 / 4630 / 1532 / 3442
fax: 091 – 6685256
091 – 6681116 (ufficio matricola)
091 – 6680938 (nucleo traduzione e piantonamenti)
091 – 6686406 (ufficio educatori)
FUOCO ALLE GALERE!
MORTE AGLI AGUZZINI!



lunedì 22 ottobre 2012

Grecia. Tra rivolta sociale e fascismo

da anarresinfo

Tre scioperi generali in meno di un mese sono il sintomo di un disagio sociale profondo, che gli ulteriori tagli di 11,5 miliardi pretesi dalla Trojka (FMI, BCE, UE) in cambio di un ulteriore prestito di 32 miliardi, non potranno che approfondire.
Questi scioperi, ultimo è stato il 18 ottobre, nonostante la paralisi pressoché assoluta di buona parte delle attività produttive e dei servizi, non sono riusciti a fermare il governo guidato dal conservatore Antonis Samaras, che continua in una linea di rigore che ha messo in ginocchio buona parte della popolazione greca. La disoccupazione giovanile arriva al 60%, i salari e le pensioni non coprono le spese essenziali, negli ospedali c’é carenza di medicine.
Diversamente dallo sciopero del 26 settembre non ci sono stati arresti preventivi tra le assemblee di quartiere: la forte reazione a questa forma di repressione anticipata ha evidentemente dissuaso la polizia dal proseguire su questa strada.
Tanta parte delle reti di solidarietà che in qualche modo arginavano il dilagare della povertà stanno saltando, mentre la disaffezione alla partecipazione diretta è in aumento. Gli scioperi delle ultime tre settimane non sono stati totali come in passato, i disoccupati non hanno partecipato alla manifestazione del 18 ottobre, che al termine dei consueti scontri finali ha un bilancio di un morto per infarto, tre feriti gravi per le botte.
In questo contesto si allarga il consenso sociale della destra neonazista che, secondo alcuni sondaggi, in caso di voto vedrebbe raddoppiato il pur considerevole bottino racimolato all’ultima consultazione, collocandosi al terzo posto dopo Syriza e Nea Democratia.
La politica dei nazisti è molto semplice e molto efficace: coniugare la violenza contro stranieri ed immigrati con la costruzione di reti di solidarietà finanziate dalla chiesa ortodossa e da alcuni imprenditori amici.
Anarres ne ha parlato con Simone Ruini, della commissione relazioni internazionali della FAI, che mantiene un contatto costante con i compagni greci del gruppo dei Comunisti Libertari di Atene, che stanno sviluppando una interessante riflessione sulla necessità di coniugare un forte conflitto sociale e una pratica di contrasto diretto delle presenza neonazista con la nascita di reti solidali tra città e campagna.
Ascolta l’intervista a radio blackout
scarica l’audio

L’azione degli anarchici nella rivoluzione russa

Kasimir Teslar
 
Il giorno 17 dello scorso ottobre, nel salone della Camera del Lavoro di Torino, tenni una conferenza sul tema: «Gli anarchici e la rivoluzione russa», a cui oltre agli anarchici e a un numeroso pubblico, intervennero una trentina di comunisti autoritari. Il contegno di questi ultimi fu il solito: essi diedero sfogo al loro autoritarismo e con un indescrivibile accanimento fecero opera di sabotaggio, sì da scavare ancor più incolmabile abisso che ci separa. Essi ci convinsero una volta di più che tra noi e loro, all’infuori d’una guerra a morte non vi può essere nulla di comune. Infatti quei futuri cekisti, oltre alla prova del loro settarismo, ci diedero anche quella dell’incoerenza e della malafede.
Il contraddittorio del comunista Nicolò fu privo di senso comune e pieno di falsità e riboccante di calunnie, contro gli anarchici. Ai fatti da me narrati, Nicolò rispose con una sciocca tirata di goffi epiteti, ma non oppose un solo fatto e non disse nemmeno una parola della Rivoluzione Russa. In fondo in fondo egli non fece che una stupida apologia dei governanti dittatoriali di Mosca.
Nel n. 289 l’Ordine Nuovo con la faccia tosta che lo distingue così bene, pubblicò, circa il contraddittorio anarchico-comunista sulla Russia, tante menzogne quante righe vi erano nell’articoletto. Esso ribatteva sul «solito discorso libertario» contro la Russia dei Soviet e dei suoi dirigenti e finiva col protestare contro la «diffamazione in danno del primo stato proletario».
Siccome all’oratore comunista autoritario Nicolò i fatti da me esposti sembravano insufficienti e i miei argomenti non l’avevano convinto, li voglio ora ripetere e vedremo chi sono i diffamatori e i controrivoluzionari, se noi o loro.
Eccovi quattro verità sul così detto primo Stato proletario e sulla parte che presero i bolscevichi e gli anarchici nella Rivoluzione Russa.
 
In primo luogo devo rilevare la confusione che molti ancora fanno tra la rivoluzione e il bolscevismo. Il bolscevismo, cioè marxismo o comunismo autoritario, è la vera controrivoluzione. Il bolscevismo ha strozzato ed ha assassinato la Rivoluzione Russa, che fu davvero liquidata dal partito comunista autoritario russo. In Russia non c’è più la rivoluzione; là vige un ordine nuovo, del quale il compito è l’assoluta liquidazione del movimento rivoluzionario e di tutte le conquiste della classe lavoratrice.
Il così detto «Primo Stato Proletario» si può benissimo chiamare «proletario» perché esso basa esclusivamente la sua politica sullo sfruttamento del proletariato.
Lo Stato imperialista dei comunisti autoritari è l’unico Stato al mondo che non è obbligato di ricorrere alle pantomime parlamentari e alle commedie delle dimissioni dei gabinetti. È lo Stato che dispone di un governo talmente forte che tanto il sig. Poincaré che il signor Lloyd George lo possono invidiare; è l’unico stato che ha saputo fondare tutta la sua sporca e forcaiola politica sulla diretta oppressione e sfruttamento delle masse lavoratrici, che è riuscito così bene a ingannare e sottomettere il proletariato. È l’unico stato che sia riuscito a vietare e annullare lo sciopero, ad immobilizzare le masse, a prenderle nel pugno, a trasformarle in una specie di fantocci, coi quali si fa quello che si vuole. È l’unico stato che ha saputo trasformare le Unioni Sindacali in strumenti e istituti d’oppressione, in istituti statali di lotta contro lo sciopero, in istituti di centralizzazione con pieni poteri di castigare gli operai, in organi esecutivi della volontà del governo; cioè del nuovo padrone, che si fece socio con tutti gli ex-padroni, insieme con i quali oggi rivendica sulle masse la presa di possesso delle fabbriche, delle miniere, delle officine e delle terre. Il governo bolscevico è il primo governo che sia riuscito a camuffarsi da governo proletario; e non occorre diffamarlo in ciò, perché il modo che questo governo impiegò per arrivare al potere, parla chiaro da se stesso.
I comunisti autoritari vogliono dei fatti? Non sono stati sufficienti quelli che ho narrato nella conferenza?
Eccone altri!
Procediamo per ordine cronologico:
Il partito bolscevico e tutti gli altri partiti che si mascherarono di socialismo, sono colpevoli del fallimento della rivoluzione del 1905. Tutti quei partiti si contentavano della sola distruzione dello zarismo; essi volevano l’instaurazione della democrazia costituzionale, o anche della monarchia costituzionale, perciò combattevano con tutti i mezzi e con tutte le forze la rivoluzione sociale, che già nel 1905 si manifestava. Le masse non si contentavano delle riforme; esse volevano la piena e assoluta espropriazione della borghesia.
Il fallimento della rivoluzione nel 1905 aprì gli occhi al partito bolscevico, sicché nel 1917 si decise a cambiare il suo nome e si chiamò comunista, perché nelle masse l’idea della comune era perfettamente penetrata. Il partito bolscevico russo comprese che soltanto ingannando le masse rivoluzionarie si può afferrare il potere, e quindi sempre per mezzo dell’inganno consolidarlo, fingendo di volere la rivoluzione sociale.
La rivoluzione del 1917 sorprese tutti i partiti. Studiate le rivoluzioni del partito bolscevico e degli altri, e noterete la loro indecisione e impreparazione! Leggete i discorsi di Trotzki e di Lenin riguardo alla Costituente e ai Soviet e rileverete che Lenin era nemico di quest’ultimi. Però in pratica vi si adattarono vedendo che le fabbriche e le officine, le miniere e le terre erano state espropriate e che il Comitato della fabbrica non era un Comitato per ridere e che i Soviet erano un pericolo per il futuro stato che sognavano i bolscevichi, e che loro non avevano la maggioranza nella Costituente che avevano propugnato e ciò anche dopo l’ottobre e dopo che i ministeri erano nelle mani dei bolscevichi. Ad ogni passo noterete la loro titubanza fra la scelta della Costituente e quella dei Soviet. I bolscevichi accettarono la forma dei Soviet, soltanto perché si convinsero che i Soviet potevano essere trasformati in organi di accentramento e di sabotaggio della rivoluzione. Fatta questa scoperta essi invasero i Soviet e i Comitati delle fabbriche e li trasformarono in tante sezioni esecutive del loro partito.
L’avanzata di Korniloff contro la città di Pietrogrado fu spezzata non dai bolscevichi, ma dalle masse operaie, insorte contro il governo d Kerensky. Lo zar non fu arrestato dai bolscevichi, ma fu arrestato dall’anarchico Hudiakoff. Il governo della Coalizione fu arrestato dalla massa insorta, dagli operai di Pietrogrado e dai marinai di Kronstadt. I bolscevichi facevano parte della Costituente e non furono loro a scioglierla, ma un corpo d’insorti anarchici a capo dei quali si trovava l’anarchico Gelezniak, un marinaio, e cioè contro la volontà del partito bolscevico. La rivoluzione procedeva a gonfie vele e il partito bolscevico restava sempre in coda e faceva degli sforzi per trattenere le masse; ma queste s’infischiavano dei partiti, dei programmi e delle risoluzioni, e dissolvevano il vecchio regime senza badare a nulla.
In Italia la rivoluzione nel 1920, secondo l’espressione di A. Borghi, correva dietro a tutti i partiti; ma questi fingevano di non essere preparati e pronti all’azione. Essi non volevano la rivoluzione e la strangolarono nei primi giorni della sua comparsa. In Russia la rivoluzione non attendeva, non sperava e non badava ai partiti: le masse coll’azione diretta risolvevano ogni cosa, e quando i partiti si trovarono in faccia ai fatti compiuti, ebbero la spudoratezza di «sanzionarli». Ogni atto delle masse colpiva lo stato nelle sue radici, benché i bolscevichi di ciò fossero contrariati, come, per esempio, della presa di possesso delle fabbriche e delle ferrovie, dell’espropriazione delle case e delle terre. Essi fingevano di volere la piena espropriazione; ma in fondo cercavano come meglio si poteva strangolare il movimento delle masse, liquidare la rivoluzione e infine come meglio servirsi di essa per arrivare e per consolidarsi il potere e alla direzione del movimento, per sottometterlo ai voleri del partito.
Appena ciò fu possibile, incominciarono a castrare la rivoluzione. La scissione del partito socialista rivoluzionario, fece nascere in loro il pensiero e la speranza d’imporre la loro egemonia a tutti gli altri partiti. Il nemico più potente, grazie alla scissione avvenuta, si è indebolito, e così il partito bolscevico si salvò dalla collaborazione col partito socialista rivoluzionario.
Leggi gli scritti di Lenin, pubblicati dopo l’ottobre, e vedrai la sua sfacciataggine. I bolscevichi diventarono più bakuninisti degli anarchici stessi, ma soltanto a parole.
I primi a mettere la mano sulle case borghesi furono gli anarchici, i primi a espropriare le tipografie dei giornali borghesi, ancora durante il governo di Krenski, furono gli anarchici. I bolscevichi solo con timidità li imitarono. Essi sfruttavano ogni atto degli anarchici e tutte le energie spiegate dalle organizzazioni anarchiche. Durante la rivoluzione, l’anarchico come forza distruttrice veniva impiegato e sfruttato dai bolscevichi; ma come forza riorganizzatrice e di ricostruzione veniva scartato, assorbito, eliminato o fucilato.
Per colpire la rivoluzione i bolscevichi propugnarono e organizzarono «il potere locale». Sempre per colpire la rivoluzione riuscirono a dividere il villaggio in due campi nemici, a mezzo dei «comitati di povertà». Sempre per strangolare la rivoluzione crearono un esercito, che chiamarono «rosso». Senza l’esercito lo Stato era un mito: soltanto un esercito regolare poteva assicurare l’esistenza dello stato e del governo bolscevico. La consolidazione del potere e dello stato significava la fine della rivoluzione e per finirla colla rivoluzione occorreva un regolare e un forte esercito. Per consolidare lo stato, per formare l’esercito, per imporre la legge del partito comunista autoritario occorreva a qualunque costo concludere la pace coll’imperialismo tedesco, che minacciava di spazzare via il nascente potere dei commissari rossi. Per assassinare la rivoluzione, per affamarla, il partito comunista autoritario cedette, vigliaccamente vendette ai tedeschi il granaio della rivoluzione: l’Ucraina. Oltre di ciò il partito comunista ha ceduto all’Intesa e ha lasciato alla mercé del capitalismo privato la Finlandia, l’Estonia, la Lettonia e la Lituania, benché in tutti questi paesi trionfasse la rivoluzione.
Non è vero che il blocco poteva strangolare la rivoluzione. Non è vero che l’esercito tedesco poteva vincerla. Vedi l’esempio dell’Ucraina. Sono delle sfacciate menzogne dei comunisti autoritari. Certo che il blocco era causa di molte sofferenze, ma in virtù del blocco la rivoluzione era assicurata contro l’esportazione del grano all’estero, che potevano intraprendere gli speculatori ed i controrivoluzionari. Il grano allora restò in Russia e questo fu un bene; ma i bolscevichi, come del resto tutti gli altri controrivoluzionari, che tendevano verso l’affamamento della rivoluzione, fecero tutto il loro possibile per distruggere quanto più potevano; come del resto, fece il partito comunista in Ucraina, in Siberia, sul Volga.
A misura che l’esercito tedesco fosse avanzato nella Russia, e a misura che si fosse disseminato nell’immenso territorio, doveva perdere fatalmente tutte le sue forze e tutta la sua efficienza, e così sarebbe finito d’essere un pericolo e per forza delle cose sarebbe stato disarmato e distrutto dai numerosi corpi di insorti, che in Ucraina avevano annientato gli eserciti austro-tedeschi prima e poi quelli di Denikin, di Kaledin, di Gregorieff, di Pletiura e di Wrangel. Questi eserciti non furono debellati dall’esercito rosso, che era male organizzato e occupato in altre faccende; ma furono schiacciati dalle bande di contadini e di operai insorti, che i bolscevichi definirono spudoratamente col nome di «banditi anarchici».
Il governo comunista non ignorava queste verità, ma esso fingeva di non dare nessuna importanza alle forze armate degli insorti, perché s’infischiava altamente della rivoluzione e la voleva a tutti i costi spegnere così come voleva spegnere qualunque spontanea iniziativa ed azione autonoma delle masse. Altrimenti il partito comunista non avrebbe potuto mai imporre la sua volontà alle folle rivoluzionarie. Soltanto con siffatti metodi reazionari esso poteva fiaccarle e sottometterle.
Per assassinare la rivoluzione in Ucraina, il partito comunista autoritario russo si è servito delle baionette dei soldati al comando dei generali tedeschi ed austriaci.
L’esercito rosso aveva un’altra missione, cioè quella di sottomettere il popolo russo e tutti gli altri popoli, come il Caucaso e l’Ucraina. Il suo compito era la liquidazione dell’insurrezione e della rivoluzione. L’esercito rosso era necessario per proteggere la Ceka, il governo, la burocrazia e il formalismo; era necessario per sottomettere i contadini, per esigere le imposte, per riprendere ai lavoratori le fabbriche, le officine, le case, le ferrovie, le miniere e le terre al fine di statalizzarle; era necessario per le requisizioni, per le fucilazioni dei contadini, per gli incendi dei villaggi ribelli, per imporre la legge, per fare rispettare i decreti di Sua Maestà Lenin e di Sua Eccellenza Trotzki, per difendere la Banca dello Stato, per impedire la distruzione delle prigioni, per obbligare l’Intesa a riconoscere il nuovo governo russo, per difendere e far trionfare l’imperialismo rosso dello stato marxista, come nel Caucaso, nell’Ucraina, nella Finlandia e in tante altre regioni sottomesse dagli zar e dai Khan di Mosca e che l’imperialismo rosso dei bolscevichi, col pretesto dell’internazionalismo (!), non intendeva e non intende liberare. Per tutto ciò era necessario un esercito regolare e in special modo per combattere la potente invasione dell’anarchismo e per impedire il trionfo della Rivoluzione sociale.
Coll’apparizione dello Stato per eccellenza, incomincia la lotta dell’individuo contro lo stato, la lotta dei contadini per il libero ed autonomo villaggio, la lotta degli operai contro il nuovo padrone e sfruttatore, la lotta dei lavoratori del braccio e del pensiero contro la più tremenda forma di schiavitù.
Per ora ha vinto lo Stato, ma la sua vittoria fu ottenuta al prezzo di sangue di due milioni di operai e di contadini, che furono fucilati, e al prezzo dell’assassinio della rivoluzione e di infamie inaudite.
 
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I nostri compagni d’occidente non si rendono esattamente conto dell’azione degli anarchici russi durante la rivoluzione e ignorano perfino i nomi degli anarchici che eroicamente sono caduti nei combattimenti contro le guardie bianche e quelle rosse.
Gli anarchici russi hanno veramente meritato dalla rivoluzione; essi si sacrificarono con un’abnegazione senza pari; furono e sono tuttora dei veri idealisti, che per la salvezza della rivoluzione non hanno esitato di ricorrere alla violenza e di occupare i più difficili posti di combattimento.
Il più importante problema durante la rivoluzione fu la difesa armata. Questo intuirono i compagni russi e in massa andarono al fronte, formarono dei corpi di volontari
di insorti, e fecero la guerra partigiana, la guerra di retrovie, che fu una delle migliori tattiche.
Nessun esercito, anche meglio organizzato, può resistere contro gli insorti che in un batter d’occhio sfasciano le retrovie al nemico e lo obbligano a battere in ritirata. Una volta che un esercito ripiega e fugge in panico, esso non è più un esercito, ma una banda di disgraziati demoralizzati, dei quali si ha facilmente ragione.
La maggior parte degli anarchici russi ha difeso la rivoluzione e le sue conquiste, a cavallo, con la mitragliatrice, colla carabina e con la sciabola sguainata in pugno, e certo non ha commesso un errore. Essi si arruolarono nelle guardie rosse a scopo di propaganda e la facevano combattendo insieme coi lavoratori insorti. Essi costituirono corpi di guardie nere, di squadroni di cavalleria anarchica e giunsero anche a condurre poderosi eserciti di decine di migliaia di volontari. Più tardi entrarono nell’esercito rosso sempre con lo scopo della propaganda anarchica, perché compresero che l’esercito rosso era stato formato esclusivamente allo scopo di proteggere il potere e di soffocare la rivoluzione.
In virtù dell’azione vigorosa dei nostri compagni, nell’esercito bolscevico, reggimenti interi passarono dalla parte dell’insurrezione contro la reazione rossa. I comunisti autoritari vedevano e vedono tuttora negli anarchici il più grave pericolo per il potere; perciò con tutte le forze e con tutti i mezzi li hanno combattuti e li combattono ancora. Nel 1920, dopo una legalizzazione delle organizzazioni anarchiche, che durò soltanto due mesi, gli effetti della propaganda anarchica fra le truppe fu così efficace che le simpatie erano dalla parte degli anarchici. Il governo dovette sopprimerle, altrimenti non poteva più contare sulle sue divisioni regolari. E così, vediamo che Lenin ordina con un segreto telegramma il censimento degli anarchici in Ucraina; con un’altro ordina di preparare delle accuse per delitti comuni contro gli anarchici, e con un terzo comanda di arrestarli tutti quanti. Abbiamo assistito a dei veri e propri progrom contro gli anarchici nel 1920 in Ucraina. Il pericolo anarchico diventava temibilissimo e lo Stato ha ricorso a tutti i mezzi, anche i più vili, per schiacciare l’anarchismo, che minacciava di rovesciarlo.
Il merito degli anarchici russi ed ucraini sta appunto nella lotta senza quartiere contro il governo e lo stato comunista.
È vero, non tutti gli anarchici erano all’altezza del loro compito, e il numero dei migliori era troppo limitato per vincere la reazione e la controrivoluzione, se si deve tenere conto dell’immensità della Russia.
Gli anarchici russi ed ucraini, oltre quel titanico lavoro svolto fra le masse insorte, in qualità di organizzatori e di tecnici, svolgevano un lavoro intellettuale che non è da disprezzare. Essi redigevano i giornali ed i manifestini degli eserciti d’insorti; essi prendevano parte attiva a tutti i congressi degli operai e dei contadini, contro i quali il partito comunista mandava il bando e la scomunica.
Il movimento insurrezionale tanto nella Siberia che nell’Ucraina era diretto dagli anarchici. L’influenza di questi nelle insurrezioni di Kronstadt fu grandissima. In fine l’elemento più attivo sempre e ovunque era quello anarchico, quando la bufera controrivoluzionaria, colpì le organizzazioni anarchiche (progrom bolscevico contro gli anarchici a Mosca nel 1918), essi cercarono di coordinare l’azione rivoluzionaria, di unirsi tutti senza badare alle divergenze di vedute (Conf. di Nabat).
Alcuni atti commessi degli anarchici russi durante la rivoluzione dimostrano che essi comprendevano quello che si doveva fare; per esempio: l’arresto dello Tzar, lo scioglimento della costituente, l’attentato nella via di Leontieff, la penetrazione nei corpi d’insorti, la proclamazione della guerra contro lo Stato comunista autoritario, la lotta contro la dittatura ecc.
Passiamo ai fatti e ai nomi.
 
L’anarchico Hudiakoff, era un vecchio compagno dal 1892, ferroviere; egli arrestò lo Tzar Nicola e impedì a Kerenski e ai monarchici di farlo evadere, circondandolo di un corpo di guardia rivoluzionaria ch’egli stesso comandava. Il compagno Hudiacoff era delegato al Comitato dell’esercito.
 
L’anarchico Gelezniak, era un marinaio; fu imprigionato durante il regno di Kerenski, evase dalla prigione e organizzò un corpo rivoluzionario di marinai e di soldati. Dopo l’ottobre, essendo di servizio al Palazzo di Tauride, nel quale risiedeva la Costituente, egli decise di scioglierla. Nello scioglimento della Costituente i bolscevichi non presero alcuna parte, perché essi erano membri della Costituente, nella quale speravano di ottenere la maggioranza con i soliti intrighi elettorali.
In seguito il compagno Gelezniak col corpo d’insorti che comandava si recò in Ucraina ove combatté contro le guardie bianche. Nella città di Nicolaieff egli formò un treno corazzato col quale attaccava le truppe di Denikin. Quel treno è diventato un «treno fantasma», una leggenda, tante prodezze ha compiuto, seminando il terrore e facendo una strage nelle file delle guardie bianche. Il compagno Gelezniak col suo treno corazzato piombava sul nemico sempre all’improvviso. Il suo nome bastava per seminare un indescrivibile panico nell’esercito di Denikin.
Il generale Denikin mise una taglia di 400.000 rubli in oro sulla testa dell’anarchico Gelezniak, mentre nello stesso tempo il governo comunista lanciava la sua scomunica dichiarandolo pure fuori legge.
Il Gelezniak fu ucciso sul treno fantasma durante un accanito combattimento colle truppe di Denikin.
I bolscevichi, da veri ipocriti, gli fecero i funerali d’onore e lo calunniarono dichiarando che lui aveva combattuto per lo stato bolscevico e per la dittatura del proletariato.
 
L’anarchico Graceff. Il compagno Graceff era soldato nel reggimento di Dwina, il quale durante il regno di Kerenski si rifiutò di andare al fronte e perciò fu interamente imprigionato.
Questo reggimento si dichiarò anarchico e inalberò la bandiera nera. Graceff e Fedota, anarchici, furono eletti comandanti.
Il reggimento di Dwina a Mosca nell’ottobre del 1917 prese parte preponderante nel combattimento contro i Juncheri, e, grazie quasi esclusivamente ai Dwintzi, la vittoria fu completa. La vittoria splendida, l’eroismo e il coraggio spiegato dal reggimento anarchico diede ombra al partito comunista che tentò di allontanarlo dalla capitale. Il Comitato così detto rivoluzionario dei soldati, operai e contadini, nel quale spadroneggiavano i bolscevichi, con tutti i modi cercava di sbarazzarsi degli anarchici, che in molti quartieri della città avevano la preponderanza e venivano eletti comandanti dei battaglioni e delle coorti che difendevano le fabbriche e le officine.
Il compagno Graceff e gli anarchici di Mosca, vedevano nel «Comitato rivoluzionario» un pericolo per la rivoluzione, ma non si risolvevano a liquidarlo. Le titubanze degli anarchici si prolungarono per due settimane; intanto il Comitato comunista si circondava di truppe fedeli al governo di Lenin, e di giorno in giorno diventava più prepotente, più accentratore e sabotatore della rivoluzione.
Si doveva senza alcuno scrupolo far saltare in aria a colpi di cannone quel Comitato controrivoluzionario; ma Graceff era indeciso. La sua indecisione fu un imperdonabile errore; egli doveva liquidare non solo il Comitato, ma anche la sezione del partito comunista, che a parole era più anarchico degli anarchici, ma in pratica manifestava in tutto e ovunque le sue tendenze autoritarie, settarie e controrivoluzionarie.
Il Graceff insieme col compagno Fedota distribuirono le armi ai lavoratori e armarono le fabbriche. Ogni fabbrica ebbe quattro mitragliatrici per la sua difesa e ogni cittadino-lavoratore aveva la carabina. Con ciò Graceff sperava salvare la situazione. Invece occorreva l’azione immediata e energica, cioè far fare ai comunisti autoritari la fine degli Juncheri.
Mosca era armata, le masse operaie erano pronte all’azione; ma il duce Graceff non si decideva a denunziare alle masse il nuovo nemico della libertà e a rivolgere le bocche dei cannoni contro il partito comunista e contro il Comitato cosiddetto rivoluzionario.
Nella città Novgorod Inferiore occorreva un urgente intervento, e il compagno Graceff accettò la missione; ma appena giunse in quella città fu vigliaccamente assassinato da una creatura dei comunisti del Comitato rivoluzionario di Mosca.
L’indomani il reggimento degli anarchici veniva a tradimento disarmato e sciolto.
La controrivoluzione rossa trionfava a Mosca.
 
L’anarchico Nichitin. Il compagno Nichitin fu eletto dai lavoratori di Mosca, nel quartiere di Presniensk, comandante delle coorte d’insorti di questo quartiere. Fu ucciso in un combattimento contro gli Juncheri (agrari bianchi).
Molti compagni anarchici caddero nella lotta contro gli Juncheri a Mosca. Essi riposano nella tomba comune della piazza Rossa, insieme con tutti gli insorti e i rivoluzionari caduti durante la rivoluzione a Mosca.
 
L’anarchico Cerniac. Il compagno Cerniac, operaio barbiere ed ebreo polacco, membro dello Federazione Internazionale anarchica di New York, ritornò in Russia nel 1918. Prese parte importante nel movimento rivoluzionario del bacino di Donetz, regione mineraria nell’Ucraina. Durante l’offensiva delle guardie bianche contro la regione di Donetz, egli fu eletto comandante delle forze insorte operaie di questa regione. Si distinse tanto nella guerra partigiana quanto alla frontiera. Egli colla divisione nera teneva un fronte di circa 150 km. di lunghezza. Quel corpo detto «dei diavoli neri» (così denominato dai bianchi) era il terrore delle guardie bianche. Era uno dei corpi di volontari che si distinse più degli altri per il suo contegno umano e dignitoso, sicché può dirsi che l’etica prese il posto del regolamento disciplinare. I partigiani libertari «cerniacovtzi» arrivarono al punto di avere formulato il proponimento di non bestemmiare più. Questa divisione non praticava la fucilazione in nessun caso; ebbe grande influenza sulle popolazioni nella regione del fronte di Tzarutzin; non operava requisizioni; era popolarissima e amata da tutti i reggimenti delle guardie rosse, che ambivano far parte della divisione anarchica. Venivano accettati soltanto dei compagni provati ovvero dei simpatizzanti di moralità nota. Per ogni componente di quella divisione si rendeva garante l’organizzazione anarchica o il sindacato che inviava il volontario alla divisione di Cerniac. Le relazioni fra quei veri e distinti rivoluzionari erano ideali. Il vettovagliamento dei combattenti era superiore a qualsiasi altro reggimento e divisione. Il compagno Cerniac organizzò il lazzaretto da campo e la cucina in modo esemplare. Nelle trincee veniva distribuito anche il caffé e latte caldo ogni mattina e dopo pranzo. Le popolazioni rifornivano di ogni cosa e di loro spontanea volontà quei reggimenti neri.
Makhno fece la scuola in uno dei corpi partigiani di Cerniac.
Pure Cerniac fece ombra ai bolscevichi e fu liquidato in un modo assai terribile e strano, e così pure la divisione anarchica.
Il Cerniac fu richiamato a Mosca, e lungo la via fu tratto in arresto a disposizione, cioè in via amministrativa. Non vi fu alcun errore, perché il mandato di cattura fu spiccato al suo nome e indicava anche il grado di comandante. Le proteste di Cerniac non valsero a nulla. Egli fu liberato soltanto quando al fronte fu liquidata la sua divisione. Ciò avvenne in modo semplice, ma terribile.
Gli ufficiali dello stato maggiore bolscevico si misero d’accordo con quelli del generale Denikin, e subito fu dato l’ordine di offensiva su tutta la linea. Avanzarono soltanto gli anarchici che furono circondati da forze dieci volte superiori a quelle che speravano d’incontrare. Quel concentramento fu premeditato e il tradimento dello stato maggiore bolscevico non si può mettere in dubbio. I volontari non si arresero e fino all’ultimo caddero combattendo.
Quella divisione aveva un carattere internazionale perché di essa facevano parte molti rivoluzionari ed anarchici prigionieri di guerra: vi erano ungheresi, cecoslovacchi, polacchi, lettoni, estoni, finlandesi, lituani, serbi ed ebrei.
Dopo quel tremendo eccidio Cerniac fu liberato. Egli, pur sapendo la sua famiglia dispersa in Russia e affamata, si recò nella città di Charcoff dove cospirava contro Denikin; poscia andò a far parte dell’esercito machnovista, dove fu comandante di un reggimento di cavalleria. Dopo il bando di Trotzki (n. 1824) che dichiarava gli anarchici ed i machnovisti fuori legge, egli si ritirò in Crimea a fare il barbiere e là assistette nel 1920 alla fucilazione ordinata da Trotzki contro i nostri compagni Caretnikoff e Gaorilenko, che dirigevano l’offensiva contro Wrangel.
Il compagno Cerniac organizzò pure un treno sul tipo di quello che aveva organizzato il Gelezniac e fu comandante della città di Kiev.
Egli riforniva le organizzazioni anarchiche della Russia Centrale non solo di viveri, ma anche della carta per i giornali.
Disgustato dell’agire del partito comunista, contro il quale egli non ha mai voluto combattere e vedendo che la Rivoluzione era fallita, si recò a Mosca per preparare il suo ritorno in America: ma fu arrestato nel 1921 e tenuto alla prigione di Butirchi quale bandito e spia polacca. A più riprese fece lo sciopero della fame e finalmente nel 1922 fu liberato condizionalmente a Mosca.
I comunisti autoritari benché non ignoravano la sua attività rivoluzionaria, l’abnegazione e tutte le sue sofferenze, non ebbero la vergogna di proporgli di entrare al loro servizio. E siccome Cerniac si rifiutava lo tenevano in carcere con la speranza di fargli perdere la pazienza e farlo mettere a loro disposizione, tanto più che la sua famiglia soffriva la fame a Mosca. Ma Cerniac stoicamente preferiva soffrire tutti gli oltraggi, e per aiutare la sua famiglia mandava ad essa dalla prigione i1 pane nero di cui lui stesso si privava.
 
 
Gli anarchici Mokrusof, Brawa, Davìtzenka, Bialas, Taranovski, Troiano, Zìncenka, Cinbenko, Sereda (fucilato dai bolscevichi) e Korolenko formarono dei corpi d’insorti e combatterono contro ogni forma di controrivoluzione e contro tutte le guardie bianche o rosse, che minacciavano la rivoluzione sociale. Essi si confederarono con gl’insorti guidati da Nestor Makhno e per tre o quattro anni combatterono sotto la bandiera nera.
 
L’anarchico Popof Vittorio, marinaio, ex-socialista dissidente, organizzò un corpo d insorti e dai primi giorni della rivoluzione lottò contro le guardie bianche nel territorio della Lettonia, dell’Estonia e della Finlandia. Dopo il trattato di Brest Litowosk prese parte all’uccisione di Mirbach, e, dichiarato fuori legge e ricercato dai comunisti, si rifugiò in Ucraina, dove mise su una squadra di volontari e finì coll’entrare nell’esercito confederale degli anarchici machnovisti. Lì si dichiarò anarchico, venne eletto capo dello stato maggiore e poi segretario del Comitato rivoluzionario dell’esercito machnovista. Nel 1920 fu delegato a Karkow, ove andò a trattare coi bolscevichi insieme coi compagni Budanof, Korolenko, Baron, Archinoff, Wollin e Kogan, e ove fu concluso quel famoso accordo contro Wrangel. Dopo la distruzione dell’esercito di Wrangel, Popof insieme con tutti gli altri fu tratto in arresto, trasferito a Mosca, dove per alcuni mesi fu relegato nelle prigioni di Butirki e infine fucilato nel 1921.
La sua compagna, che non è anarchica, ma simpatizzante, finora è nelle prigioni di Mosca.
Ecco come i comunisti ricompensano i servizi resi da quell’oscuro marinaio alla causa della libertà! Ma il partito comunista, che firmò il trattato di pace cogl’imperi centrali, doveva dimostrare che l’uccisione di un ambasciatore tedesco non si lascia impunito. Il compagno Andreieff, che uccise Mirbach, andò pure a rifugiarsi da Makhno. Egli è morto a Gulai Pole di tubercolosi. Sulla sua tomba i machnovisti scrissero: «Tu colpisti Mirbach; noi la finiremo con tutti i rimanenti boia».
 
Karetnik e Gavrilenko
Questi due compagni furono fucilati a Melitopoli nel novembre del 1920.
Karetnik era un contadino nullatenente del villaggio di Gulai Pole. Nel 1918 prese parte attiva all’insurrezione dei contadini a Priosow contro gli austro-tedeschi; e dall’estate del 1918 fino all’inverno del 1920 combatté sempre. Appena furono liquidati gli austro-tedeschi i contadini dovettero combattere le truppe di Petlura e di Skoropadski; poi le guardie bianche di Denikin, di Gregorieff e infine quelle del generale Wrangel. Karetnik si distinse fra i suoi compagni, fu eletto comandante e si unì all’esercito machnovista, come quasi tutti i partigiani dell’Ucraina, che combattevano sotto la bandiera nera. Egli fu ferito cinque volte. Nell’autunno del 1920 prese il comando dell’esercito machnovista, che operava contro Wrangel, perché Makhno giaceva a Gulai Pole gravemente ferito al piede.
L’ eroismo spiegato dai machnovisti nella battaglia di Umin colpì a morte l’esercito di Denikin, e Karetnik prese parte a quella famosa battaglia. Il coraggio dei machnovisti spiegato sotto la fortezza inespugnabile di Perekop, diede il colpo di grazia all’esercito di Wrangel. Umin e Perekop sono due tappe della lotta gigantesca dei machnovisti, che gettano fulgida luce su quel movimento, sul valore degli insorti e sulla guerra partigiana.
Karetnik, insieme col suo comandante di stato maggiore Gavrilenko, e coi comandanti Taranowski, Marcenka, Scius, Deremendzi ed altri decise di attraversare le paludi che circondano Perekop e di entrare nella Crimea, aggirando Perekop. I primi freddi, che gelarono le paludi, permettevano tale operazione. Per evitare il pericolo di fare affondare nella terra molle tutto l’esercito, Karetnik condusse i suoi compagni machnovisti attraverso Siwatz, penetrando dal fianco sinistro dietro Perekop. I primi colpi di cannone, tirati dai machnovisti dalla Crimea contro Perekop, seminarono il panico e obbligarono l’esercito di Wrangel alla ritirata che non si fermò più. I machnovisti cacciarono dinnanzi a loro tutto un esercito sbandato e atterrito fino a Sinferopli, ed occuparono molte altre città. L’esercito rosso andava dietro al corpo dei machnovisti, e dove entrava, trovava già la bandiera nera vittoriosamente spiegata al vento.
L’atto coraggioso dei machnovisti nella presa di Perekop salvò l’esercito rosso da inutili sofferenze e sacrifici, che questo avrebbe patito, se avesse assediato Perekop regolarmente.
L’assedio poteva durare tutto l’inverno, e poteva anche accadere che il tifo desse la vittoria a Wrangel. Infine i machnovisti un’altra volta salvarono la rivoluzione e schiacciarono uno dei più potenti suoi nemici.
Il generalissimo dell’esercito rosso, passato il pericolo, ordinò il disarmo dei machnovisti, che negarono di consegnare le armi. Karetnik e Gavrilenko vennero allora arrestati e, senza spiegazioni, fucilati.
L’esercito machnovista, che era diviso in tanti gruppi, i quali occupavano diverse città e posizioni della Crimea, ripresero subito la via di Perekop combattendo contro l’esercito rosso e benché ogni corpo d’insorti avesse da combattere con delle divisioni intere, essi riescono a ripassare Perekop. La metà dell’esercito fu decimato dai rossi, ma i machnovisti non si arresero e vittoriosamente sortirono dalla Crimea.
Ognuno può rendersi conto di quanto passava negli animi di questi eroici animi. Ognuno può comprendere che ne pensassero i contadini e gli operai mobilizzati nell’esercito regolare, i quali tutti sapevano che servizio avevano reso i machnovisti alla rivoluzione e all’esercito rosso. Ma ciò interessava poco ai dirigenti del partito comunista, i quali avevano stabilito il piano del tradimento e speravano distruggere nello stesso tempo l’esercito di Wrangel e quello rivoluzionario degli operai e dei contadini. Mentre si fucilavano i machnovisti, che sconfissero l’esercito di Wrangel in Crimea, si arrestava la delegazione machnovista a Kharkow, si arrestavano tutti gli anarchici dell’Ucraina e si assediava il Gulai Pole con ventimila soldati con l’intenzione di liquidare il resto dell’esercito machnovista. Ma anche qui l’esercito rosso patì una disfatta. A Gulai Pole come in Crimea i machnovisti vincevano e riprendevano la guerra contro lo stato comunista, che sperava a mezzo del tradimento vincere uno dei più grandi movimenti rivoluzionari dei contadini e degli operai durante la Rivoluzione.
Di questo movimento Karetnik e Gavrilenko, che erano due dei più noti e distinti campioni, furono fucilati perché avevano vinto, perché avevano dimostrato che sapevano anche sacrificare i loro principi per la causa comune; perché avevano combattuto insieme col mortale avversario comunista contro un più mortale nemico: Wrangel.
I machnovisti diedero prova della abnegazione, della loro intuizione rivoluzionaria e della loro fede anarchica. Essi non esitarono unirsi ai comunisti contro Wrangel, benché conoscessero i comunisti capaci di ogni tradimento.
La storia giudicherà l’azione dei machnovisti e dei comunisti, e vedremo chi di loro due merita il biasimo e la condanna morale.
Gavrilenko era anarchico; un semplice operaio, che, come Karetnik, prese parte al movimento fin da principio. Combatté contro tutti gli eserciti di guardie bianche e si distinse a Umin; eppure per tutto l’anno 1920 fu relegato nelle prigioni bolscevichi a Kharkow, e venne liberato soltanto dopo l’accordo dell’ottobre. Egli direttamente dalle prigioni si recò al fronte. A tradimento arrestato a Sinferopoli, alcuni giorni dopo veniva fucilato insieme col suo compagno Karetnik. Gavrilenko era un genio della guerra partigiana.
 
L’anarchico Lepetzenko Alessandro, contadino, organizzò a diverse riprese dei corpi d’insorti che guidava ancora prima dell’apparizione di Makhno nel campo della guerra civile. Arrestato nell’anno 1920, perché si rifiutò di entrare al servizio del partito comunista, fu da questo fucilato. Lepetzenko, durante il regno degli Czar era relegato in Siberia come anarchico. Nel 1919 entrò nell’esercito confederale dei partigiani machnovisti e fu eletto comandante.
 
L’anarchico Scius, giovane di rara bellezza, nella primavera del 1918 dirigeva il movimento insurrezionale contro gli austro-tedeschi. Ancora prima della comparsa di Makhno egli guidava un corpo d’insorti, che si formò nelle selve di Dibrisk. Anche lui fu eletto comandante. In seguito entrò nell’esercito confederale machnovista e nel 1920 prese parte alla guerra contro Wrangel. Riuscì dopo a sfuggire all’accerchiamento delle divisioni rosse e fino all’anno 1922 combatté contro la controrivoluzione dello stato comunista.
 
L’anarchico Vasilewski, contadino di Gulai Pole, aiutante di Makhno fu un guerrigliero, che dal 1918 combatté contro tutti gli invasori e nemici della rivoluzione. Guidò diversi corpi d’insorti e fu ucciso dai bolscevichi nel 1920.
 
Vi furono però molti, altri compagni che si distinsero nella lotta contro le guardie bianche. Io intanto mi accontento per ora d’indicare i più noti, e voglio finire questa rassegna col dire due parole su Nestor Makhno, per passare dopo alla guerra partigiana e all’insurrezione dei contadini e degli operai della Siberia.
 
Makhno e Garibaldi
L’opera di Macho è già abbastanza nota a tutti i nostri compagni, e non è perciò il caso di ripetere cose già dette e risapute. Voglio soltanto rettificare l’errore nel quale sono caduti quasi tutti coloro che scrissero di lui. Makhno non fu mai maestro di scuola. È figlio di un contadino nullatenente, il quale negli ultimi anni della sua vita era carrettiere. Aveva questi quattro figli, di cui Nestor era l’ultimo, nato nell’anno della morte di suo padre. I fratelli di Makhno, tutti contadini poveri, furono tutti e tre fucilati, uno dagli austriaci, uno dalle guardie bianche e il terzo dai comunisti. La madre di Makhno vive ancora: è una vecchierella di 80 anni, che viveva col vendere pane sul mercato di Gulai Po le. Il piccolo Nestor ha fatto tutti mestieri: fu pecoraio, garzone in una fattoria, carrettiere, ecc. Giovane diciassettenne prese parte alla rivoluzione del 1905 e per atti terroristici fu condannato all’impiccagione. Ma siccome era minorenne la pena gli fu commutata nell’ergastolo. Mentre era in prigione nella Butirki di Mosca, s’incontrò con degli anarchici, i quali lo aiutarono negli studi. Makhno studiava in prigione. Egli è un autodidatta, e accettò le idee anarchiche durante la sua prigionia, che si prolungò per 12 anni. Appena fu liberato, nel marzo del 1917 prese parte al movimento anarchico, entrò nel corpo di volontari anarchici che formò l’anarchico Cerniak, e poi passò nella schiera degli insorti della Mavusia Nikiferowa. Nel 1918 ritornò a Gulai Pole, e già sappiamo quello che successe dopo.
Ovunque passavano i corpi machnovisti, distruggevano le prigioni. In Ucraina le facevano saltare in aria dopo avere liberato i prigionieri. Dove non è passato l’esercito machnovista, le prigioni sono conservate, e su di esse sventola la bandiera rossa del partito comunista.
I compagni anarchici che presero parte al movimento machnovista raccolgono e scrivono le documentazioni tanto del movimento insurrezionale dell’esercito machnovista quanto del martirologio dei contadini e degli operai durante la rivoluzione e la guerra civile.
Le masse, che fecero l’esperienza delle delizie della dittatura del partito comunista, per forza di cose vengono spinte verso l’anarchismo La dittatura del proletariato affretta l’evoluzione mentale delle masse, e queste non vedono altra via d’uscita che nell’anarchia. Makhno e tutti i compagni dei quali ho parlato non fecero altro che il loro dovere di anarchici mettendosi alla testa del grandioso movimento delle masse rivoluzionarie. Essi non sbagliarono. I loro servigi furono inestimabili, e dirò anche non abbastanza compresi da molti compagni anarchici e rivoluzionari.
Se gli anarchici russi fossero dei settari come i comunisti autoritari, avrebbero infamato e screditato i principi anarchici, come i comunisti screditarono e infamarono il marxismo.
Il merito degli anarchici e dei machnovisti anarchici consiste in ciò: che loro sapevano conformarsi alle necessità del momento, dell’ambiente e delle nuove condizioni che sorgevano ad ogni passo.
Purtroppo gli anarchici non ignoravano che lavoravano per i cosacchi russi, ma che dovevano fare? Ritirarsi dalla lotta? No, questo essi non fecero. Essi compressero in sé l’odio contro gli autoritari e cessarono di combatterli, praticamente, quando la grande causa della libertà e della rivoluzione fu in pericolo. Così vediamo che gli anarchici machnovisti combattono insieme con i comunisti contro Denikin, contro Kolciak e contro Wrangel, pur sapendo che appena fossero stati distrutti gli eserciti di quei generali e appena fosse passato il pericolo, i comunisti, senza nessuno scrupolo, avrebbero cercato di eliminare il pericolo antistatale, libertario, anarchico. E già avete potuto notare che i comunisti non rifuggono da nessun tradimento, da nessuna infamia, da nessun delitto per combattere un movimento per davvero rivoluzionario.
Consentitemi intanto di fare un paragone fra Garibaldi e Makhno, fra i garibaldini e gli anarchici machnovisti.
I garibaldini combattevano per la repubblica pur sapendo che lavoravano per la dinastia dei Savoia, che era là pronta a raccogliere i benefici delle vittorie garibaldine. La stessa cosa è avvenuta nell’Ucraina e nella Siberia. La differenza è questa: in Italia le conquiste dei garibaldini hanno messo alla prova una dinastia; in Russia le conquiste degli anarchici hanno permesso ad uno stato sedicente comunista di mostrare tutte le sue infamie e i suoi orrori.
Quando Garibaldi vinse il nemico, restò lui come nemico della monarchia, e perciò questa cercò con tutti i mezzi di liquidarlo, e sopprimere il pericolo delle camicie rosse. La monarchia non risolvette di dichiarare una guerra aperta contro Garibaldi, sol perché Garibaldi non dichiarò una guerra aperta alla dinastia dei Savoia. Makhno invece, dopo la liquidazione del nemico comune, attaccò la dinastia di Carlo Marx nelle persone dei Kan rossi di Mosca. I comunisti tollerarono Makhno e cantarono i suoi elogi (vedi i giornali comunisti di Mosca) finché questi era necessario, forte e utile; ma appena passato il pericolo bianco, essi attaccarono i vincitori. Essi vollero distruggere Makhno e il movimento machnovista, perché Makhno non ritornò alla sua Caprera, ma continuò la rivoluzione.
Garibaldi al suo tempo era un eroe e resterà sempre tale. La memoria di lui resterà in eterno viva nella storia. Egli sarà sempre Garibaldi, e tutte le rivoluzioni rispetteranno i suoi monumenti, che oggi la dinastia tollera, benché essi siano condanna per questa.
I Garibaldini diventarono superflui, restarono come un’anticaglia, e non furono fucilati soltanto perché rimisero la sciabola nel fodero e in buona parte passarono ai dominatori.
I machnovisti sono stati fucilati perché hanno continuato la lotta, perché hanno voluto compiere la rivoluzione sociale.
Trionfano per ora le forche ed i cannoni degli assassini rossi; ma il vero trionfo, il trionfo morale, è dalla parte degli anarchici machnovisti e dalla parte dei fucilati. Ciò dimostra che la futura vittoria appartiene alla rivoluzione e non allo stato che ha ereditato gli orrori di Ivan il terribile.
Così possiamo dire che Makhno è un Garibaldi Ucraino; ma un Garibaldi sociale, anarchico e rivoluzionario fino alle estreme conseguenze.
Michele Bakunin in tutta la sua vita sognò sempre un Garibaldi anarchico. Ebbene, Makhno e il suo movimento machnovista sono l’effettuazione del sogno di Bakunin.
 
 
[Il Vespro Anarchico, 1923]