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martedì 21 agosto 2012

Odissea persecutoria della tortura del 41bis

da osservatoriorepressione.org


La storia di un tormento istituzionale che sembra non avere mai fine, una tortura democratica in cui l'arbitrio è un fatto divenuto ovvio e naturale, quella di Davide Emmanuello.
Premessa introduttiva

La logica emergenziale con la quale ragionano i giuristi della legislazione sovverte il funzionamento del gioco probatorio. Messo da parte il corredo delle garanzie si da luogo a un metodo che permette il funzionamento di un sistema di tortura del “41bis” che per vie legali raggiunge obiettivi illegittimi.

In ambito penitenziario la competenza dei tribunali di sorveglianza viene sistematicamente offesa dalla pretesa superiorità del DAP (Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria) che si ritiene unico figlio legittimo del ministero della giustizia.

Così questo sistema di tortura del 41bis nutrito da preoccupazioni più virtuali che oggettive, rompe l'asimmetria fra mezzi legali e fini legittimi.

Attraverso funambolismi giuridico-investigativi, è permesso alla legge di aggirare se stessa, mentre intelligenze del diritto (le stesse che danno vita al ministero della giustizia) consentono la sistematica violazione delle più elementari regole del diritto che permettono il funzionamento legale della legge.

Succede con sistema del 41bis che decreti a firma del ministro della giustizia riportano note informative che in termini di prevenzione dovrebbero rappresentare l'intelligenza investigativa, risultando, in assenza del gioco probatorio l'espediente legale, che attraverso l'eccessiva tolleranza imposta al controllo giurisdizionale, permette la permanenza illegittima di persone nel circuito speciale a tempo indeterminato.

Nota espositiva:

Venti anni di carcere, di cui quindici sottoposto a regime di tortura del 41bis; tre revoche disposte da tre diversi tribunali di Sorveglianza, disattese da tre ministri della giustizia, sono il risultato di come il sistema della tortura del 41bis si autoregola in funzione di modalità contrarie ai principi del diritto.

Cronaca dei fatti:

Cronologicamente, l'odissea che sto scrivendo e vivendo iniziò con il mio arresto nel 1993, e la contestuale sottoposizione al regime di tortura del 41bis.

Con la notifica del decreto a firma del ministro, venivano sospese nei miei confronti tutte quelle regole trattamentali previste dall'Ordinamento Penitenziario a salvaguardia dei diritti umani.

Dal 1993 al 2003 mi furono notificati 19 decreti di proroga; così per dieci anni ininterrottamente subivo ogni sei mesi il rinnovo del decreto ministeriale, in violazione dei principi giurisprudenziali fissati dalla Consulta, che imponevano a ciascun decreto di proroga motivazioni non stereotipe basate su fatti recenti (circostanza disattesa ad ogni notifica della proroga).

Contro il decreto di proroga, la Consulta stabilì che si poteva proporre reclamo entro dieci giorni dalla notifica; questa garanzia non ebbe altro che un valore formale: i tribunali di Sorveglianza fissavano la trattazione del reclamo a una data che superava il tempo d'efficacia (6 mesi) del decreto, e all'udienza veniva dichiarato inammissibile.

Succedeva che intanto il ministro firmava un altro decreto di proroga e quello precedente ormai inefficace non veniva valutato.

Così il sistema repressivo che usava la tortura istituzionalizzata, disattendeva quelle timide garanzie costituzionali, grazie alla complicità tollerante concessa dal legislatore sulla legalità del controllo giurisdizionale.

Nel 2003 il regime di tortura del 41bis non aveva più oggettive legittimazioni emergenziali. L'emergenza virtuale foriera di opportunità, fu il motivo reale per cui questo regime divenne stabile per legge.

Il legislatore corresse solo gli aspetti bocciati in precedenza dalla Corte Costituzionale e dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, mantenendo alto il livello d'afflittività e salvando l'apparato repressivo.

Nel 2003, quando l'avv. Dominici propose reclamo al Tribunale di Sorveglianza di Roma, il controllo giurisdizionale tramite una giurisprudenza ormai rivisitata dalla Corte Costituzionale e voluta dalla Corte Europea, aveva acquisito un maggiore potere di sindacabilità.

Così, dopo dieci anni di regime di tortura di 41bis, in assenza di qualsiasi elemento, mi veniva riconosciuto insussistente il pericolo di collegamenti con la criminalità.

Avvenuta la revoca nel 2003, mi ritrovai a regime di E.I.V. (elevato indice di vigilanza) dove restai circa quattro anni.

L'E.I.V. Era un circuito nato al di fuori di ogni regola, che in seguito fu rottamato nel 2009, cambiandone solo il nome in AS1; un'operazione truffaldina per eludere la sentenza della Corte Europea.

Il D.A.P., senza emettere un provvedimento motivato e senza una notifica, decideva nei miei confronti l'esclusione da tutte le opportunità al di fuori della sezione, obbligandomi alla permanenza in un circuito fantasma, senza la tutela di un giudice competente per giurisdizione.

Il 10 gennaio 2007, dopo anni di permanenza abusiva in regime di E.I.V., il ministro della giustizia firmava un nuovo decreto di tortura del 41bis.

Questi signori ritengono che la tortura persecutoria, avvenendo in democrazia, si legittimi.

Seconda applicazione:

Per la seconda volta, fui sottoposto alla tortura “democratica” e trasferito al carcere di Ascoli Piceno.

La nuova riapplicazione, non si fondava sui fatti commessi dopo la revoca, disposta nel 2003 dal tribunale di Sorveglianza di Roma, né su elementi nuovi non considerati dal giudice all'atto della revoca.

Il tribunale di sorveglianza di Ancona, investito per competenza con reclamo proposto dall'avv. Dominici, in udienza dispose il rinvio per chiedere al ministero quali fossero gli elementi nuovi sopravvenuti alla revoca del 2003; il tribunale, pur riconoscendo che il decreto era identico a quello revocatomi nel 2003 (tribunale di Sorveglianza di Roma), non sospese il regime di tortura del 41bis.

Alla nuova udienza, il ministero in risposta confermava l'esigenza del ripristino della tortura del 41bis, anche in assenza di fatti nuovi. Riteneva sufficienti la latitanza di mio fratello e riproponeva gli stessi motivi, già non ritenuti idonei dalla sentenza di Roma che a suo tempo lo disapplicò.

Purtroppo in materia penitenziaria la competenza dei tribunali di Sorveglianza viene sistematicamente offesa dalla pretesa “superiorità” del DAP che si ritiene figlio unico legittimo del ministero.

L'unica speranza per avere giustizia rimaneva la Corte Suprema di Cassazione.

Il ricorso per cassazione presentato dall'avv. Dominici, venne dichiarato ammissibile dal Procuratre generale, e su sua richiesta fu annullato dalla Corte, con rinvio agli atti per la trattazione presso il tribunale di Sorveglianza di Ancona.

Rimasi in regime di tortura del 41bis fino alla fissazione dell'udienza nel luglio del 2008. in udienza sopravvenne un fatto nuovo: la morte, durante un'operazione di polizia, condotta dalla questura di Caltanissetta, di mio fratello Daniele, all'epoca latitante.

L'unica nota su cui insisteva il ministero decadeva con la morte di mio fratello.

Il tribunale di Sorveglianza di Ancona, l'11 luglio 2008 disponeva la revoca della tortura del 41bis. Per la seconda volta una corte mi revocava la tortura fisica, che ormai si era impadronita della mia serenità, e che rimarrà sempre dentro di me.

Come mai il ministero della giustizia violava le norme che non ignorava?

Disposta la revoca fui trasferito nella sezione abusiva di E.I.V. Del carcere di Voghera (PV). Dopo quattro mesi, il 18 novembre 2008 i ministro firmava un nuovo decreto, così mi ritrovai in una cella della sezione di tortura del 41bis del carcere di Opera (MI).


Terza riapplicazione:

Un nuovo decreto di sottoposizione al regime di tortura del 41bis sarebbe stato legittimo solo nel caso in cui, dopo la revoca, fossero stati commessi nuovi reati. Ma questo non fu neanche ipotizzato.

Fu una nota informativa, vero funambolismo giuridico-investigativo che permise (e permette) alla legge di aggirare se stessa.

Queste note informativa che danno vita ai decreti ministeriali, dovrebbero rappresentare l'intelligenza investigativa in termini di prevenzione, ma la logica emergenziale con cui il legislatore impone di ragionare, sovverte il gioco probatorio: non è ciò che è accertato a provare ciò che è sospettato, ma ciò che è sospettato è provato dalla sua stessa verosimiglianza; il resto viene regolato dal sistema.

Il corredo delle garanzie è stato dimenticato dai giuristi della legislazione e il sistema di tortura del 41bis si autoregola meccanicamente attraverso modalità simili all'ostracismo ateniese (dalla nota non si sa chi è la fonte, non si conosce il dove, quando come e perché dei fatti).

Successe nel mio caso, che la squadra mobile di Caltanissetta scrisse una nota informativa che recitava testualmente: “... da attività investigativa è emerso che l'Emmanuello è in contatto con l'attuale reggente esterno della famiglia al quale impartisce ordini, ricevendo anche comunicazioni” (va premesso che tutto ciò venne smentito indirettamente negli anni a venire da un'ondata di collaboratori).

La nota informativa non era corredata da alcuna indicazione che ne consentisse la fondatezza.

Ciò fu motivo di reclamo proposto dall'avv. Dominici al tribunale di Sorveglianza di Milano. Il tribunale milanese, il 3 aprile 2009 rinviò la trattazione per acquisire i dettagli necessari su quanto accertato con testuale richiesta: “posto che della suddetta attività investigativa appare rilevante ai fini del decidere, essendo stata espressamente menzionata nel decreto impugnato, ma le cui risultanze non sono state inviate come invece avrebbe dovuto essere”.

Richiesta che il tribunale avanzò tramite il DAP esercitando il potere di sindacato giurisdizionale che in materia di proroga concerne nella piena valutazione dei presupposti applicativi.

Questa richiesta avanzata dal D.A.P. Conforme alla giurisprudenza costituzionale non ebbe risposta.

In sostanza, succedeva che la nota informativa non conteneva altro che parole in libertà, e prima ancora del tempo a confermarlo, già la risposta negativa degli apparati di sicurezza lo dimostrava.

All'udienza del 19 giugno 2009 per la trattazione, il tribunale milanese, contraddicendo la richiesta avanzata dal D.A.P., concludeva: “la circostanza che il D.A.P. Non abbia inviato l'esito dell'attività investigativa come richiesto da questo tribunale alla scorsa udienza, appare del tutto ininfluente”.

Con queste testuali parole il tribunale dichiarava ininfluente un'attività investigativa in forza della quale unicamente, sarebbe stato possibile, al sistema, in modo legale per la terza volta, ripristinare il regime di tortura del 41bis già revocato precedentemente da ben due tribunali.

Questo è il metodo che permette il funzionamento del sistema di tortura del 41bis, che ottiene per vie legali ciò che non sarebbe legittimo attraverso acrobazie giuridico-investigative.

Se il tribunale di Sorveglianza di Milano si fosse attenuto alla giurisprudenza costituzionale, in risposta della nota informativa avrebbe preteso il riscontro probatorio, ristabilendo ciò che il sistema di tortura del 41bis esclude, cioè l'asimmetria fra mezzi legali e fini legittimi.

Il reclamo da noi proposto fu così rigettato, e il ricorso per cassazione, pur ritenuto censurabile dal Procuratore generale, fu dichiarato infondato.

Il decreto aveva efficacia fino al novembre 2010; puntualmente il ministero allo scadere mi notificò la proroga per altri due anni.

La nota informativa “incriminata”, che aveva fatto scattare preventivamente il regime di tortura del 41bis venne tolta dal decreto di notifica, mentre il nuovo venne motivato con fatti riesumati dai decreti precedenti, che erano stati ritenuti inidonei dai tribunali che avevano revocato il regime di tortura del 41bis.

Sarebbe assurdo immaginare intelligenze del diritto, le stesse che danno vita al ministero della giustizia, ignorare le regole più elementari delle leggi e del loro funzionamento.

Come da prassi, l'avv. Dominici propose reclamo; per competenza intervenuta con la nuova legge, fu presentato al tribunale di Sorveglianza di Roma.

Dopo un anno, l'udienza fu fissata il 28 ottobre 2011, e l'esito fu l'annullamento del decreto ministeriale con la testuale motivazione: “...in assenza di circostanze veramente nuove, concrete e attuali... il collegio reputa non legittimamente emanato il decreto impugnato” (ordinanza 5 novembre 2011).

con la revoca, da Opera (MI) fui trasferito nella sezione AS1 di Catanzaro, dove attualmente sono ristretto.

Oggi, dopo la revoca, mi trovo ad attendere penosamente una quarta decisione, perché la suprema Corte di Cassazione, per cavillose questioni di diritto, ha accolto il ricorso della D.N.A., annullando di conseguenza l'ordinanza di revoca.
Una situazione insostenibile, una lenta agonia per la quale non appare risolutiva la garanzia giurisdizionale.

Una forma di persecuzione paragonabile ad una sofisticata tortura psicologica studiata dalle stesse menti del diritto...
Tutto appare insufficiente per neutralizzare gli espedienti messi in atto da una macchina burocratica, programmata per l'annullamento dei diritto fondamentali della persona.


Catanzaro,  agosto 2012

In fede

Pasquale De Feo.

Ergastulum di Santo Stefano: entrando con gli occhi di Luigi Settembrini



DA
Queste righe sono un quadro.
Un maledetto quadro dai colori nitidi, capace di urlare ai venti di quel braccio di mare, cosa è stato quel posto.
Torno ancora, stavolta solo con la testa, all’approdo sdrucciolevole dell’isola di Santo Stefano, quello scoglio splendido e maledetto da sempre, che si bagna nello stesso mare di Ventotene, sua sorella maggiore.
Torno al carcere di Santo Stefano, alle tante parole contro l’ergastolo che quel luogo muove in chiunque (spero),
torno a quella salita che graffia le gambe e l’anima,
a quello scoglio di dolore e meraviglia, dove troppi morti senza libertà si accalcano nella terra,
o nel ricordo del pasto delle acque spesso affamate di carni e catene.
Torno lì regalandovi questo quadro, scritto da Luigi Settembrini (1831-1876) che in quel bagno penale, in quel maledetto ergastulum ha passato un decennio, lui che ebbe anche il padre rinchiuso in quelle celle.
I suoi scritti su Santo Stefano sono una testimonianza grandiosa ed importante,
che vi consiglio di leggere se per qualche motivo della vostra vita siete inciampati su un sasso di Santo Stefano, o sul gradino d’accesso di qualche segreta di Stato.
Buona lettura…questa descrizione dell’ergastolo è solo una parte di quello che cercherò di mettervi prossimamente…
NO ALL’ERGASTOLO!
NO FINE PENA MAI!
Qui intanto qualche link: LEGGI
“Ma entriamo in questa tomba, dove son sepolti circa ottocento uomini vivi:
L’ergastolo
L’ergastolo di Santo Stefano
Chi si avvicina a Santo Stefano vede da mare sull’alto del monte grandeggiare l’ergastolo, che per la sua figura quasi circolare sembra da lungi una immensa forma di cacio posta su l’erba.
Il gran muro esterno, dipinto di bianco e senza finestre, è sparso ordinatamente di macchiette nere, che sono buchi a guisa di strettissime feritoie, che dànno luogo solo al trapasso dell’aria. Per iscendere sull’isola si deve saltare su di uno scoglio coperto d’alga e sdrucciolevole. Cominciando a salire per una stradetta erta e scabra, si trova in prima una vasta grotta, nella quale il provveditor dell’ergastolo suol serbare sue provvigioni; poi montando più su si vede il dosso del monte industriosamente coltivato. Sino a pochi anni addietro l’isola era tutta selvaggia ed aspra: ora è coltivata, tranne una ghirlanda intorno, dove tra gli sterpi e le erbacce pascono le capre pendenti dalle rocce, sotto di cui si rompe il mare e spumeggia. Su la parte più larga e piana del monte sorge l’ergastolo.
Non si può dire che tumulto d’affetti sente il condannato prima di entrarvi: con che ansia dolorosa si sofferma e guarda i campi, il verde, le erbe e tutto il mare, e tutto il cielo, e la natura che non dovrà più rivedere; con che frequenza respira e beve per l’ultima volta quell’aria pura; con che desiderio cerca di suggellarsi nella mente l’immagine degli oggetti che gli sono intorno. Fermato innanzi la terribile porta vede una strada lunga un cento cinquanta passi, in capo della quale un casolare fabbricato sulle rovine della villa di Giulia; e vicino a questo un recinto di mura con una croce che è il cimitero de’ condannati. Se gli è permesso di camminare un poco verso la sinistra dell’ergastolo vede una casetta del tavernaio divenuto coltivatore dell’isola, ed un’altra stradetta più malagevole della prima, per la quale con l’aiuto delle mani e dei piedi scendesi al mare. E null’altro vede, perché null’altro v’è fuori che il mare, ed il cielo, e le isole lontane, e il continente più lontano ancora, a cui vanamente il misero sospira.
Un edifizio di forma quadrangolare sta innanzi l’ergastolo, e ad esso è unito dal lato posteriore. Il lato anteriore o la facciata di questo edifizio ha due torrette agli angoli, ha cinque finestre, ed in mezzo una trista porta guardata da una sentinella: su la porta sta scritto questo distico:
Donec sancta Themis scelerum tot monstra catenis vincta tenet, stat res, stat tibi tuta domus.
“Finché la santa Legge tiene tanti scellerati in catene, sta sicuro lo stato, e la proprietà.”
Ventotene e lo scoglio di Santo Stefano
Parole non lette o non capite dai più che entrano, ma che stringono il cuore del condannato politico e lo avvertono che entra in un luogo di dolore eterno, fra gente perduta, alla quale egli viene assimilato. Bisogna avere gran fede in Dio e nella virtù per non disperarsi. Varcata la porta ed un androne si entra in un cortile quadrilatero intorno al quale sono le abitazioni di quelli che sopravvegliano l’ergastolo, magazzino per provvigioni, il forno, la taverna. Custodi dell’ergastolo, come di ogni altro bagno, sono il comandante, che è un uffiziale di fanteria di marina, un sergente suo aiutante che è detto comite, pochi caporali, e bastevol numero di agozzini; un altro uffiziale comanda un drappello di soldati, i quali guardano l’esterno. Vi sono ancora due preti; due medici, un chirurgo, e tre loro aiutanti: v’è il provveditore, ed il tavernaio.
Nel cortile sei circondato dagli agozzini coi loro fieri ceffi, i quali ti ricercano e scuotono le vesti, ti tolgono la catena se sei condannato all’ergastolo, e te la osservano e ribadiscono se sei condannato ai ferri. Uno scrivano ti dimanda del nome e delle tue qualità personali: ed il comandante, dopo averti biecamente squadrato da capo a piè, ti avverte di non giocare, non tener armi, starti tranquillo, se no vi sono le battiture e la segreta: e ti manda al luogo che egli destina facendoti accompagnare dal sergente e dagli agozzini.
Dopo il cortile entri in un secondo androne, nel quale un custode apre una porta, e ti fa entrare in uno spazzetto scoperto, chiuso intorno da un muro con palizzata e da un fosso, su cui è un ponte levatoio. Un secondo custode apre un cancello di legno, varchi il ponte, ed eccoti nell’ergastolo. Immagina di vedere un vastissimo teatro scoperto, dipinto di giallo, con tre ordini di palchi formati da archi, che sono i tre piani delle celle dei condannati: immagina che in luogo del palcoscenico vi sia un gran muro, come una tela immensa, innanzi al quale sta lo spazzetto chiuso dalla palizzata e dal fosso: che nel mezzo di esso muro in alto sta una loggia coverta, che comunica con l’edifizio esterno, e su la quale sta sempre una sentinella che guarda, e domina tutto in giro questo teatro: e più su in questa gran tela di muro sono molte feritoie volte ad ogni punto. Così avrai l’idea di questo vasto edifizio, che ha forma maggiore di mezzo cerchio, con in mezzo un vasto cortile, ed in mezzo al cortile una chiesetta di forma esagona, chiusa intorno da vetri. Il cortile è lastricato di ciottoli, ha due bocche di cisterne, e tre basi di pietra, con ferri che sostengono fanali. Il lastricato e le cisterne son fatte da pochi anni: prima nel cortile erano ortiche e fossatelle d’acqua, dove i condannati andavano a bere, e spesso coi coltelli contendevano per dissetarsi a quelle fetide pozzanghere.
All’interno di Santo Stefano…
Ciascun piano è diviso in trentatré celle: nel primo e nel secondo piano sono trentatré archi, ciascuno innanzi ciascuna cella: nel terzo piano è una loggia scoperta che gira innanzi tutte le celle, e non è più larga di quattro palmi. Ogni cella ha una porta ed una piccola finestra ferrata che guardano nel cortile; e sul muro opposto ha un buco o feritoia lunga un palmo, stretta tre dita, dalla quale trapassa l’aria esterna, e si può vedere una striscia di mare. Il primo piano è a livello del cortile, e tiene innanzi un muro con sopra una palizzata, onde chiamasi le barriere, anche perché è scompartito da mura in varie porzioni, ciascuna contenente diverso numero di celle. Nello spazio tra la palizzata e le celle passeggiano i condannati; ed è brutto di fango e di acqua che vi gittano o vi cade da sopra. Per montare ai piani superiori vi sono due scale a destra e sinistra della gran tela di muro; ma chiuse da cancelli di legno tenuti da custodi. Il secondo piano ha innanzi una loggia coverta formata da un secondo ordine di archi, e larga quanto quella del terzo piano; ed è diviso in due porzioni. Nel terzo piano le ultime undici celle sono divise dalle altre, ed addette ad uso di ospedale: e queste sole invece di buchi esterni hanno finestrelle ferrate, dalle quali si può vedere un po’ di verde e la vicina Ventotene, hanno invetriate, e pareti bianchite. Una metà delle celle del primo piano è destinata per un centinaio di condannati ai ferri: in tutte le altre celle sono gli ergastolani: nell’altra metà del primo piano i più discoli; nel secondo i meno tristi; nel terzo quelli che han dato pruova di essere rassegnati.
I soli condannati ai ferri hanno la catena che li accoppia, e possono passeggiare nel cortile. Tra essi i fortunati vanno soli, portando o tutte le sedici maglie della catena o pure otto maglie: i fortunatissimi ne portano quattro, e fanno uffizio di serventi o di cucinieri, votano i cessi, portano acqua, vanno a spendere alla taverna: sono beati quei pochi che escono fuori a lavorare la terra. Gli ergastolani non hanno catena; ma nessuno può uscir del suo piano e del suo scompartimento: un tempo nessuno poteva uscir dalla sua cella. Queste divisioni sono necessarie per impedire le continue risse che nascono per stolte e turpi cagioni, e pel sempre funesto amore di parti; dappoiché questi sciagurati, che una pena tremenda dovrebbe unire, sono divisi tra loro secondo le province: e siciliani, calabresi, pugliesi, abruzzesi, napolitani, si odiano fieramente fra loro, spesso senza cagione e senza offese; e se per caso si scontrano si lacerano come belve e si uccidono. Non si cerca di spegnere questi odi di parte, perché per essi si hanno le spie, si vendono favori, si fanno eseguir vendette, si fa paura a tutti: una è l’arte di opprimere, ed ogni malvagio la conosce.
Per questa condizione de’ luoghi e degli uomini, gli ergastolani non hanno altro spazio che le celle, e la stretta loggia, dalla quale invidiando guardano il cortile dove non possono passeggiare, ed il cielo che è terminato dalle alte mura dell’ergastolo, e che come un immenso coverchio di bronzo ricopre il tristo edifizio e ti pesa sull’anima. Se passa volando qualche uccello, oh come lo riguardi con invidia, e lo segui col pensiero e con la speranza stanca, e con esso voli alla tua patria, alla tua famiglia, ai tuoi cari, ai giorni di gioia e di amore, che sempre ti tornano a mente per sempre tormentarti. Ma neppure puoi star molto su questa loggia ingombra di masserizie e di uomini che ti urtano, gridano, cantano, bestemmiano, accendono fuoco, fendono legne: e poi nel cortile non vedi che condannati trascinare penosamente le sonanti catene, taluno d’essi con oscena voce andar gridando: “Vendiamo e mangiamo”: spesso vedi lo scanno sul quale si danno le battiture, spesso la barella con entro cadaveri di uccisi. Il vento ti molesta, il sole ti brucia, la pioggia ti contrista, tutto che vedi o che odi ti addolora, e devi ritirarti nella cella.
Ogni cella ha lo spazio di sedici palmi quadrati [11 mt quadrati], e ce ne ha di più strette: vi stanno nove o dieci uomini e più in ciascuna. Son nere ed affumicate come cucine di villani, di aspetto miserrimo e sozzo; con i letti squallidi, coperti di cenci, e che lasciano in mezzo piccolo spazio; con le pareti nere dalle quali pendono appese a piuoli di legno pignatte, tegami, piattelli, fiaschi, agli, peperoni, fusa, conocchie, naspi ed altre povere e sudicie masserizie: una seggiola è arnese raro, un tavolino rarissimo. È vietato ogni arnese di ferro, e persino i chiodi, le forchette, i cucchiai, le bilance sono di legno: ed invece di coltellaccio per minuzzare il lardo usano un osso di costola di bue. Con un’industria incredibile fendono grossi ceppi e tronchi di albero mediante piccolissimi cunei di ferro, non permessi ma tollerati, e però da essi nascosti. Chi non vuole il cibo cotto in comune, e che non è altro che fave o pasta, lo cuoce da sé in fornacette di tufo, che si mettono sul davanzale della finestra ed anche sulle tavole del letto. Pochi fanno comunanza, perché il delitto li rende cupi e solitari: spesso ciascuno accende il suo fuoco, onde esce un fumo densissimo che ingombra tutta la cella e le vicine, ti spreme le lagrime, e ti fa uscire disperatamente su la loggia, dove trovi altre fornacette accese che fumano, ed invano cerchi un luogo non contristato dal fumo, che esce dalle porte, dalle finestre, da ogni parte. Alle due pareti opposte della stanza è legato uno spago, dal quale pende una canna, che dall’altro capo fesso in su tiene sospesa una lucerna di latta, la quale con questo ingegno può portarsi qua e là, e pendere nel mezzo della stanza, per dar lume la sera a tutti che fanno cerchio intorno e filano canape.
Santo Stefano_ Aboliamo l'ergastolo 2012: ridando un nome agli ergastolani_
Santo Stefano_ Aboliamo l’ergastolo 2012: ridando un nome agli ergastolani_
Tetre sono queste celle il giorno, più tetre e terribili la notte; la quale in questo luogo comincia mezz’ora prima del tramonto del sole, quando i condannati sono chiusi nelle celle, dove nella state si arde come in fornace, e sempre vi è puzzo. O quanti dolori, quante rimembranze, quante piaghe si rinnovellano a quell’ora terribile! Nel giorno sempre aspetti e sempre speri: ma quando è chiusa la cella ed alzato il ponte levatoio, più non aspetti e non speri, e ti senti venir meno la vita. Allora non odi altro che strani canti di ubbriachi, o grida minacciose che fieramente echeggiano nel silenzio della notte, come ruggiti di belve chiuse; talvolta odi un rumor sordo ed indistinto di gemiti o di strida, e la mattina vedi cadaveri nella barella. Quando stanco d’ozio, d’inerzia, e di noia cerchi un po’ di riposo e di solitudine sul duro e strettissimo letto, mentre dimenticando per poco gli orrori del luogo corri dolcemente col pensiero alla tua donna, ai tuoi figliuoletti, al padre, alla madre, ai fratelli, alle persone care all’anima tua, senti il fetido respiro dell’assassino che ti dorme accanto, e sognando rutta vino e bestemmia.
O mio Dio, quante volte ti ho invocato in quelle ore di angosce inesplicabili; quante notti con gli occhi aperti nel buio io ho vegliato sino a giorno fra pensieri tanto crudeli, che io stesso ora mi spavento a ricordarli.
Ritorna il giorno, e ritornano i suoi dolori, e l’un giorno non è diverso dall’altro. Sempre ti stanno innanzi gli stessi oggetti, gli stessi uomini, gli stessi delitti, le stesse azioni. Ogni giorno primamente ti si porta un pane; poi una porzione di orride fave o di arenosa pasta, che molti prendono cruda e poi cuocciono essi stessi con miglior condimento, poi cinque grani ai soli condannati all’ergastolo. Due volte il mese ti si da un pezzo di carne di bue: son due giorni di festa, in cui si beve più vino, e si fanno più delitti. Quando il mare non è agitato vengono alcune donne da Ventotene: portano a vendere pesce e verdure, e comprano il nero pane de’ condannati col quale sostengono sé stesse ed i loro figliuoli. Tanta miseria è in quell’isola, che di là si viene a spendere nelle taverne dell’ergastolo. Sebbene il continente sia poco lontano, pure raramente vengono barche, e se vengono ed approdano a Ventotene, non sempre si può traversare il canale su i battelli e venire a Santo Stefano, dove spesso si manca anche del necessario alla vita. Anche più raramente hai lettera o novella della tua famiglia. Ogni lettera che ricevi o mandi deve essere letta, ogni oggetto rivolto e ricercato per ogni parte. La prima lettera che io ebbi, e che io tanto avevo aspettata, mi strappò molte lagrime, e mi rendette convulso per più giorni. Io serbo ancora quella prima lettera, unita ad un’altra della mia figliuola Giulietta, che mi fu conceduto di tener caramente stretta in mano durante quei due giorni che io stetti condannato a morte in cappella; perché mi pareva che tenendola in mano io sarei morto abbracciando e benedicendo i miei figlioli.
Qui si vive a discrezione de’ venti e del mare, divisi dall’universo, e soffrendo tutti i dolori che l’universo racchiude.

domenica 12 agosto 2012

Rivolta in un carcere a Ginevra

da contromaelstrom

Stamattina, 12 agosto 2012 molti media svizzeri hanno riportato questa notizia:

Una rivolta è scoppiata ieri sera nel carcere di Champ-Dollon, a Ginevra: al termine della cena 40 detenuti hanno rifiutato di tornare nelle loro celle. La situazione è tornata alla normalità dopo circa due ore grazie all’intervento delle forze dell’ordine. Non vi sono feriti. I motivi della protesta sono da ricercare nelle sanzioni adottate nel pomeriggio nei confronti di due detenuti che avevano aggredito e ferito un altro prigioniero.
La direzione del carcere ha tentato invano di convincere i manifestanti a tornare nelle loro celle. Dopo aver giocato senza successo anche la carta dell’ultimatum, i responsabili della prigione sono dovuti ricorrere alle forze dell’ordine. La polizia cantonale si è presentata con un forte dispositivo: assieme al personale di sorveglianza è infine riuscita a prendere il controllo della situazione e a riportare gli ammutinati in cella”.

Stesse parole in tutte le agenzie e nei media (swiss.info, corriere del Ticino,info.rsi.ch,…). Chiaramente una velina del ministero.
Diversi erano i titoli: Sedata ribellione nel carcere di Ginevra,; Rivolta nel carcere di Champ-Dollon; 40 detenuti si rifiutano di rientrare in cella
Noi non sappiamo come è andata esattamente, dubitiamo della verità delle veline,  forse non si saprà mai il reale andamento dei fatti.

Ciò che sappiamo è che il carcere di Champ-Dollon a Ginevra è un “carcere preventivo” ha continue tensioni tra detenuti e custodia, a causa del sovraffollamento (615 detenuti per 375 posti) ed anche a causa della dura disciplina cui sono sottoposti i detenuti.

Il regolamento interno alla prigione è vecchio, risale al 1985. Inoltre quei pochi diritti dei detenuti, non vengono rispettati.

È un carcere in prevalenza per soggetti posti in “custodia cautelare”, ma anche condannati a pene detentive brevi, per i rei di delitti contro la PA, per i pregiudicati recidivi, per gli estradandi e per i minorenni.

LE CARCERI ESPLODONO!!!

AMNISTIA

LIBERE TUTTE E TUTTI

sabato 14 luglio 2012

CCF – La fine dell’isolamento di Olga Ikonomidou

da parolearmate.

“Il tempo diventa ‘eterno’, è come essere congelati mentre pensi – vedi – senti ma non puoi toccare-sentire tutto ciò
Ricordi… ricordi, questo sì!
Ogni minuto, ogni bacio, ogni nome, ogni città dove ero libero come un uccello pieno di energia e sogni, creativo ed attivo, immerso nella libertà, un induttore di azione ed un propagatore, ricordo tutto ciò e nessuno e niente può rubarlo da me…”
- Gabriel Pombo Da Silva, “Diario di un Delinquente”
Black International Publications (in pubblicazione)
Dopo 53 giorni in isolamento e l’attitudine vendicativa, concernente l’attuazione del mio trasferimento disciplinare dalla prigione di Tebe a quella di Diavata, il 26 giugno sono stata portata alla prigione di Koridallos per l’imminente processo per l’accusa del testo solidale della CCF per lo squat anarchico Nadir.
Il regime di isolamento, rotto non perché sono state prese delle decisioni, ma per le condizioni. Al di là di ciò, ogni prigioniero è un numero, ogni numero è un foglio in più nelle inutili pile sulle scrivanie dei burocrati che viene facilmente perso o completamente sepolto.
Due giorni dopo è stato annunciato per me che sarei dovuta essere trasferita ancora alla prigione di Diavata. Un fatto che significa un ritorno all’isolamento.
Dunque, la mattina di venerdì 29 giugno, e mentre la mia “scorta” (forze speciali, sbirri, forze speciali per i trasferimenti) aspettava, io ho chiaramente dichiarato che mi rifiuto di seguire, mi rifiuto di tornare, mi rifiuto di partecipare al loro gioco. In casi come questi o simili la tattica seguita dal meccanismo dello stato è data. Comincia con un tentativo di abbattere il tuo morale, evidenziando il vicolo cieco della situazione e la futilità della tua scelta, cioè “non c’è un altro modo” e si conclude con le conosciute minacce riguardo un trasferimento violento.
I loro metodi non funzionano naturalmente, né hanno creato nemmeno un millimetro di dubbio nel mio rifiuto e nella mia non-intenzione di conciliare. Inoltre la decisione che deriva dall’anima e le chiare scelte è quella di non smettere, la continuazione della rottura col sistema correzionale.
Dopo un lungo ritardo, è magicamente apparso dal ministero il documento per il mio trasferimento ad Eleona a Tebe, un fatto che significa la cancellazione del mio trasferimento a Diavata ed il mio stare a Koridallos finché non fossi stata trasferita a Tebe.
Proprio ora sono tornata nella prigione dove è iniziato questo “viaggio”.
53 giorni di isolamento sembrano tanti. Quando sperimentati sono addirittura più difficili, duri. Ma la storia delle prigioni nasconde in sé gli isolamenti, gli abusi e le torture di rivoluzionari anarchici ed in generale persone disobbedienti che non contano i giorni ma gli anni.
La solidarietà coi fatti fuori dalle mura in questi casi è ciò che mentalmente abolisce ogni isolamento, ogni tortura ed alimenta continuamente la lotta.
Tutti questi gesti di solidarietà, gli incontri, le lettere e gli incendi violano come scassinatori impenitenti la rete del silenzio ed infiammano il suo interno. Dagli spari della FAI a Genova, all’incendio degli uffici Microsoft dai Comportamenti Deviati – Fronte Rivoluzionario Internazionale a Marousi, l’ascia della guerra anarchica non è stata mai seppellita…
Sempre in battaglia…
Olga Ikonomidou, membro della CCF – FAI – FRI
Prigione di Tebe

giovedì 21 giugno 2012

TUTTI GLI INDIVIDUI SUBISCONO IL CARCERE ALLO STESSO MODO



Quanti Sarsak sono sparsi nelle carceri del mondo? Quanti Sarsak muoiono in silenzio senza che importi nulla a nessuno...ci si dirà "ma su di lui non pende una sola accusa, un reato contestato o una condanna"...fa differenza? Fa differenza sapere se un essere vivente è stato privato della propria "libertà" (libertà di muoversi) in quanto ha commesso un furto, una rapina o un qualsiasi altro reato? E chi può assicurarci trall'altro che abbia commesso realmente il reato per cui è stato condannato? Un altro uomo? Lo stato? Quando si vive in una società che priva di ogni dignità l'essere vivente , che lo riduce a merce in funzione del mercato e lo reprime ogni qual volta cerca di emanciparsi come essere pensante; quando si vive in una società che si appropria e distrugge il pianeta e che del furto nè fà il caposaldo... sarebbe opportuno chiedersi se è davvero una colpa commettere un reato (qualsiasi reato) o è una semplice reazione umana di chi dalla società è stato portato all'esasperazione.
Con questo non per dire che Sarsak meriti il carcere, ma per ribadire che NESSUNO merita il carcere nè quello "ordinario" nè quello "preventivo" (la quotidianità fatta di privazione dell' "io"), saremo soddisfatti quando NESSUNO avrà più catene, quando l'ultimo mattone dei penetenziari sarà crollato e quando vivremo in una società che non si cura di qualcuno solo perchè appartenente ad una classe privilegiata perchè ogni classe verrà annientata e vivremo in un mondo di eguali senza alcuna distinzione.

Liberi eretici maledetti.

giovedì 7 giugno 2012

Grecia: Libertà per anarchico Andrea Mazurek, da 3,5 anni imprigionato in attesa in seguito ad un processo con accuse prefabbricate

da it.contrainfo

André è uno dei migliaia di partecipanti ribelli nella rivolta del Dicembre ’08. La data del suo processo d’appello si sta avvicinando.
Lunedì, 11 Giugno 2012, Corte d’Appello di Atene, Via Loukareos.
Richiamo di raduno di solidarietà con André, ultimo prigioniero della rivolta del Dicembre ’08.
Qui Andrea stesso presenta una serie di circostanze che hanno portato al suo arresto e carcerazione (testo originale in polacco)
Manifesto di solidarietà in polacco
Indirizzo attuale in carcere:
Αντρέ Μαζούρεκ / André Mazurek
Filaki Larissas, B Pteriga (Larissa Prison, 2 ° Braccio)
Larissa 21110, Ελλάδα/ Grecia
Lettera di Andrea Mazurek dal carcere

Dopo 3,5 anni

Per 3,5 anni sono un prigioniero nelle carceri greche, più precisamente dal 2008-11-12 durante i conflitti che seguirono l’assassinio di Alexandros Grigoropoulos ad Exarchia. Mi chiamo Andrea Mazourek e mi trovo in Grecia dal 2007, precisamente dal mese di Maggio. Sono venuto dalla Polonia ed a causa di ignoranza della lingua greca ero impiegato a lavori saltuari, così e mentre ero 1,5 anni qui, ho sentito, come tutti noi, l’assassinio di Alexis, e in questo modo ho ritenuto opportuno a scendere nel centro di Atene e unire la mia rabbia con tutti gli altri che erano scesi in strada per lo stesso scopo.
L’11-12-2008 mentre camminavo con altre persone sull’angolo delle vie Solonos e Stournari verso l’Università del Politecnico siamo circondati dai maiali della squadra antisommossa ( M.A.T. ) e da sbirri in borghese, i quali hanno cominciato a picchiarci, ci hanno arrestato, ci hanno portato alla stazione centrale della polizia di Atene ( G.A.D.A. ) e da lì, mentre ero già diventato per due volte un sacco da pugilato, ci hanno condotto in detenzione al settimo piano dell’edificio. La mattina dopo e venuta un’impiegata dall’ambasciata Polacca per contribuire al lavoro di indagine dei poliziotti, in seguito all’interesse su di me da parte dell’autorità polacche per la mia azione sovversiva. L’ambasciata Polacca ha riportato erroneamente alla stampa che  sono arrivato in Grecia per partecipare ai conflitti della rivolta…
Poi il giorno successivo, ossia il 12-12-2008 mi hanno portato davanti al giudice istruttore che mi ha annunciato le accuse, tentato omicidio, esplosione, fabbricazione e possesso di esplosivi, senza neanche le possibilità di difendermi, visto che il traduttore era un arabo! che parlava il greco e polacco in modo rotto, e non veniva dall’ambasciata. Gli Stati mostrano come possono collaborare bene di fronte al nemico interno…Le richieste del giudice istruttore di trasferirmi in ospedale dopo la fine della procedura non sono mai state realizzate. Dopo il mio arrivo alle carceri di Korydallos i secondini si sono precipitati su di me gridando che bruciavo le loro auto e mi hanno messo in un raggio dove nessuno parlava polacco per aiutarmi ad essere trasferito all’ospedale. Ogni volta che chiedevo un medico mi veniva dato un semplice antidolorifico ( DEPON ). Una settimana dopo mi hanno annunciato che avevo un’altro mandato di cattura in Polonia…
Di settimana in settimana il tempo è passato e le ferite sono state chiuse, ma la rabbia è rimasta in me per tutti quei 3,5 anni che sono un’ostaggio delle celle democratiche. L’11-6-2012 verrò processato presso la Corte d’Appello di Atene in via Loukareos dal momento che sono già condannato ad 11 anni di reclusione. Per questo motivo chiedo la vostra solidarietà, se e con il modo in cui la consideriate necessaria…
Dichiaro inoltre che non ho dimenticato tutti quelli che mi hanno colpito, mi hanno messo in carcere e continuano a negarmi la mia libertà, mentre l’assassino di Alexandros, Saraliotis, è stato rilasciato e da più di un’anno circola libero!
Daremmo di nuovo appuntamento nelle strade con tutti coloro che non hanno dimenticato, hanno bruciato e rotto le vetrine dell’ipocrisia di questo mondo invecchiato, hanno combattuto e continuano a combattere. Non posso essere al loro fianco, continuate per tutti coloro che sono in carcere e non sulle strade, continuate per Alexandros Grigoropoulos.

LA SOLIDARIETÀ E L’ARMA DEL POPOLO, GUERRA ALLA GUERRA DEI CAPI

Andrea Mazurek, prigioniero alle carceri di Larisa.

martedì 5 giugno 2012

Rilasciata la compagna anarchica Stella Antoniou

da culmine.

fonte en.contrainfo
Lunedì, 4 giugno, Stella Antoniou è stata rilasciata dal carcere femminile di Koridallos per aver raggiunto i 18 mesi di carcerazione preventiva. Tuttavia, le sono state imposte delle restrizioni (come già avvenuto con Takis Masouras e Nina Karakatsani) per via della recente ondata di nuovi procedimenti giudiziari contro molti dei nostri compagni, in relazione ai 250 attacchi imputati alla CCF.
Libertà immediata per tutti i prigionieri dello Stato!