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domenica 12 agosto 2012

Idee vecchie

Un'idea esagerata di libertà
Giampiero N. Berti
Elèuthera, Milano 1994
 
Libro vecchio questo di Berti. Vecchio per l'idea che lo sostiene, vecchio per il metodo che propone, vecchio per il modo in cui è svolto, scritto perfino sottinteso. Il fatto è che il suo autore, malgrado la bella faccia pensosa che ama mettere in mostra nel risguardo di copertina, un cipiglio da miglior causa, è nato vecchio, intento come da sempre a guardare attentamente dove mette i piedi per non intralciare la sua carriera universitaria.
Detto questo verifichiamo insieme alcuni punti che non sono privi d'interesse. Berti ha la strana idea che l'anarchismo sia un'ideologia come le altre, anzi da collocare a metà strada tra liberalismo e socialismo, e che questo sedimentarsi dell'ideologia sia dovuto al pensiero dei pensatori anarchici. L'idea anarchica sarebbe, secondo il nostro illuminato professore, autonominatosi qualche tempo fa l'unico storico dell'anarchismo degno di questo nome, la somma delle idee dei teorici anarchici. Il movimento anarchico, da parte sua, sarebbe poi la realizzazione politica di alcuni aspetti di quelle idee, ma realizzazione prigioniera del più ampio processo storico che dall'illuminismo conduce alla concezione socialista della lotta politica.
Diciamo subito che non si capisce per quale motivo siano solo i pensieri dei pensatori a costituire la teoria anarchica e non anche le azioni degli anarchici, di tutti gli anarchici. Non si capisce cioè come, per un'ipotesi teorica che presuppone l'azzeramento di ogni distinzione di metodo, valga la regola generale che il pensatore pensa e l'uomo d'azione agisce, ognuno nella sua sfera e che queste sfere possano incontrarsi solo nel rapporto di causa (l'idea) e di effetto (l'azione). Tutto questo è infantile. Andando alla ricerca dei modi in cui quel pensamento si è realizzato, non si può non incontrare contributi che si sono realizzati nella parola scritta, accanto a contributi che si sono realizzati nell'azione. Partire dal presupposto che solo la teoria deve essere tenuta presente, cioè la teoria che si coagula nei libri, è non solo parziale ma filosoficamente autoritario in quanto presuppone un predominio della teoria sull'azione, una luce che la ragione dominante dovrebbe fare riflettere sull'azione dominata.
Ma questa ipotesi metodologica presuppone ben altre storture. Ad esempio l'ipotesi che la storia si svolga come movimento dell'idea, che i fatti si incasellino all'interno di un processo teorico di cui sono semplice conseguenza, mentre nel loro generale riassommarsi possono svolgere un compito, diciamo oggettivo da un punto di vista hegeliano, solo nell'eventualità in cui sono a loro volta capaci di sospingere profonde modificazioni nelle idee, in quello spirito del tempo che li riflette e, in questa riflessione, li conduce a produrre modificazioni anche nell'ambito delle idee.
Così, Berti non si rende conto che quando pone la contraddizione tra la rivoluzione anarchica e l'idea politica di rivoluzione, deve uscire, se vuole risolvere in un modo o nell'altro questa contraddizione, dal predominio del pensiero. Infatti, sul piano puramente teorico non c'è maniera alcuna di separare in maniera chiara l'anarchismo dall'ideologia anarchica, mentre praticamente l'intervento continuo nella lotta, l'individuazione di sempre nuovi e mai soddisfacenti livelli di attacco, con l'ipotesi ma non con la certezza della eliminazione definitiva di ogni potere, solo in questo c'è una possibile apertura verso l'abolizione della politica. In altre parole, l'estremismo della teoria, quindi l'assoluta realizzazione astratta della libertà nelle formulazioni di principio, non è, di per sé, assenza della politica se non come assenza stessa di ogni possibilità pratica di fare qualcosa per incidere nella realtà di tutti i giorni (che è anche, se non principalmente, condizione politica di rapporti di forza); solo nell'intersecarsi con la pratica, nel reciproco e continuo scambiarsi di teoria e pratica, quel superamento diventa possibile. E questo un osservatore deve registrare. Ma uno storico, specialmente uno storico professionista come Berti, può farlo?
Se l'anarchismo pone fine alla politica vi pone fine non perché ciò sia l'opinione dei suoi teorici, ma perché è nel suo farsi come teoria, quindi anche come pratica, che lo svolgimento di se stesso come processo di trasformazione coinvolge la distruzione della politica, e in quanto tale questa distruzione significa anche distruzione della storia e, pertanto, di qualsiasi costruzione teorica dell'anarchismo stesso che pretenda porsi come monumento all'imperscrutabile stupidità di tutti i fedeli dell'idea.

["Canenero", n. 15]

domenica 1 luglio 2012

SE DIO ESISTESSE BISOGNEREBBE ABOLIRLO (Bakunin)


da vitanarchica

 
“C’è una categoria di persone, che se non credono, devono almeno fare sembiante di credere.Sono tutti i tormentatori, tutti glì oppressori, e tutti glì speculatori dell’umanità:preti, monarchi, uomini di stato, uomini di guerra finanzieri pubblici e privati, funzionari di ogni sorta, poliziotti, gendarmi, carcerieri e carnefici, monopolisti, capitalisti, usurai, appaltatori e proprietari, avvocati, economisti, politicanti di ogni colore, fino all’ultimo venditore di droghe, tutti insieme ripeteranno queste parole di Voltaire:SE DIO NON ESISTESSE BISOGNEREBBE INVENTARLO. La contraddizione è questa: essi vogliono dio e vogliono l’umanità. Si ostinano a mettere insieme due termini che, una volta separati non possono più incontrarsi che per distruggersi a vicenda.Essi dicono d’un sol fiato:dio è la libertà degli uomini, dio è la dignità, la giustizia, l’eguaglianza, la fratellanza, la prosperità degli uomini, senza curarsi della logica fatale, in virtù della quale,se dio esiste, tutto ciò è condannato a non esistere. Perchè se dio è, egli è necessariamente il padrone eterno, supremo, assoluto; e se questo padrone esiste, l’uomo è schiavo; ora se è schiavo non ci ha nè giustizia, nè uguaglianza, nè fraternità, ne prosperità possibile.Potranno bene contrariamente al buon senso e a tutte le esperienze della storia, rappresentarsi il loro dio animato dal più tenero amore per la libertà umana, ma un padrone per quanto faccia e voglia mostrarsi liberale, resta sempre un padrone.La sua esistenza implica necessariamente la schiavitù di tutto ciò che si trova al di sotto di lui. Dunque, se dio esistesse, non ci sarebbe per lui che un solo mezzo per servire la libertà umana:e questo sarebbe ch’egli cessasse d’esistere. Amante geloso della libertà umana che considero come la condizione di tutto ciò che adoriamo e rispettiamo nell’umanità;io rovescio la frase di Voltaire, e dico che, SE DIO ESISTESSE BISOGNEREBBE ABOLIRLO.”
MICHAIL BAKUNIN

domenica 3 giugno 2012

FAI – E’ lecito ferire o uccidere… ?

da culmine


In una cronologia delle azioni della Federazione Anarchica Informale, pubblicata da “la Stampa” del 24 maggio 2012 (in pdf), viene citato il compagno Gabriel Pombo da Silva. In pratica, il giornalista insinua che l’avallo ad “alzare il tiro” (termine sbirresco) sia venuto dopo la richiesta di un parere al nostro compagno, prigioniero nelle carceri tedesche.
Ricostruzione ridicola e stupida. I pennivendoli, gli analisti e gli inquirenti mentono alla grande nella fabbricazione di tali ricostruzioni. Un anarchico, dal più pacifista al più violento, non ha bisogno di chiedere a nessuno cosa fare, come agire. La balla degli anarchici che solo adesso sarebbero capaci di uccidere è clamorosa. Gaetano Bresci, Renzo Novatore, Severino Di Giovanni…, potremmo andare avanti per centinaia di pagine, cosa hanno fatto?
La vera ragione di queste false ricostruzioni è quella di preparare il terreno alla prossima grande retata repressiva a livello internazionale, colpendo in particolare i nostri compagni prigionieri nelle carceri europee. Non è un caso che proprio in questo periodo Gabriel non riesca più a contattare i compagni italiani.
Un forte abbraccio solidale a Gabriel!
Culmine, 03 giugno 2012
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dalla cronologia de “la Stampa”:
2006-2010
Primi ferimenti. Si alza il tiro: si può uccidere?
Gli ordigni si fanno sempre più potenti e ci sono i primi ferimenti.
Nel 2005 una vigilessa di Torino, nel 2006 tocca al direttore di Torino Cronaca, nel 2010 a un postino a Milano. A Natale 2006 un gruppo
FAI contatta in carcere l’anarchico Gabriel Pombo da Silva e gli domanda: è lecito ferire o uccidere? Risposta: “E’ più una questione sul metodo tecnico utilizzato (il pacco esplosivo) che di metodologia (l’attacco armato) di per sé…”. Il tiro s’è alzato.
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fonte: http://www.ilghirlandaio.com/ftp/telpress/2012052401937802543.PDF

mercoledì 30 maggio 2012

(it-es) Gli Anarchici e l'educazione

da contrainformate trad. orizzontelibertario.


L'anarchismo è l'unico progetto politico e sociale come pone come base del suo divenire, la prospettiva educativa sia in ambito teorico che pratico.

Gli anarchici, in effetti, dato che si rifiutano di improntare il progetto rivoluzionario su un cambiamento di potere (sia "democratico" o dittatoriale) sono "costretti" ad incentivare il ruolo dell'educazione affinchè sia più probabile una presa di coscienza individuale. Ovviamente non si parla di un educazione che segue i canoni tradizionali, ma di educazione libertaria, poichè si basa sull'insegnamento della libertà, l'uguaglianza ,l'autogestione e il mutuo soccorso.


Alcuni principi di base:

 In primo luogo, come detto prima, l'educazione libertaria afferma il suo incrollabile attaccamento a certi valori: la libertà, l'uguaglianza, l'autorganizzazione e il mutuo soccorso.


In secondo luogo, l'educazione libertaria afferma che questi valori non sono innati, si possono riscontrare solo attraverso una formazione continua. Cosi, anche se lo spazio formativa per eccellenza è la scuola e il tempo quello dell'infanzia, cio non nega che essa debba continuare dopo l'età scolare e al di fuori delle aule.


In terzo luogo, l'educazione libertaria  afferma che l'educazione alla libertà, l'uguaglianza, l'auto e al muto soccorso devono passare attraverso la pratica di tali qualità.


Da tutto ciò che abbiamo esposto si possono dedure  alcuni dei principi fondamentali di educazione libertaria:

- Il bambino non appartiene  ne alla sua famiglia ne allo stato, ne alla religione, ma solo alla propria libertà, e per far si che ciò avvenga deve essere considerato come qualsiasi altro individuo.


-La formazione del bambino dovrebbe essere globale (fisico, intellettuale, manuale e morale).

- -La scuola non sta al servizio  del'economia, ma dei bambini, e deve avere come obiettivo principale quello di contribuire al loro sviluppo come esseri umani e come cittadini.


-La scuola, essendo un luogo di acquisizione della conoscenza, deve anche e soprattutto saper costruire un luogo d'istruzione in ogni ambito: scolastico, educativo e cittadino


-La scuola delle pari opportunità è  quella che tiene conto dei particolari reali di ciascuno, permettendo di sviluppare al massimo le sue potenzialità. Questo esclude qualsiasi standardizzazione, classificazione e altre questioni simili.

- La scuola e l'educazione, hanno senso nel pensiero libertario, solo come fattori di trasformazione sociale. Come spazi di costruzione di una società liberata dallo sfruttamento e dall'oppressione dell'uomo da parte dell'uomo.

 Dalla teoria alla pratica:

l'orfanotrofio Cempuis (Oise, Francia) (1880-1894). Nel 1880, fu diretto da  Paul Robin, un ex membro bakuninista dell'internazionale. Che gli diede l'opportunità di attuare il suo progetto globale di istruzione. I ragazzi di quella scuola ebbero degli insegnamenti di educazione fisica, mentale e manuale, educazione artistica, e un uguale insegnamento per  ragazzi che per ragazze, dell'educazione sessuale, lezioni condotte con un approccio non-autoritario ...La chiesa riuscì a fare chiudere la Cempuis per tornare ad un tipo di formazione coeducativa, cioè un percorso distinto per i due sessi.

 La Ruche (1904-1917). Nel 1904, nei pressi di Rambouillet, Sébastien Faure decide di provare l'avventura di una scuola per il proletariato. Il suo nome: si traduce come "l'alveare". Si basa sugli stessi principi di Cempuis. Una scuola laica libertaria, libera, autogestita, che sosteneva di essere una cooperativa. Con la guerra si concluse anche questa esperienza.


Scuole moderne (1901-1909). Nel 1909, quando Francisco Ferrer è stato fucilato a Barcellona (perché le scuole moderne avevano favorito lo sviluppo delle rivolte operaie contro la guerra in Marocco)c'erano diverse centinaia di scuole moderne in Spagna. Le scuole erano  mescolate, laiche, libertarie, senza punizioni o esami, sostenuti da molti sindacati.


Durante la rivoluzione spagnola, il movimento libertario riprese su larga scala ciò che avevano iniziato Robin, Faure e Ferrer.

 Bonaventura (1993-2001). Nel 1993, la Repubblica di educazione libertaria Bonaventura ha aperto i battenti sull'isola di Oléron. Libertaria, laica, gratuita…la sua  storia è ancora da scrivere



 Jean-Marc Raynaud
(Le monde libertaire)
http://www.nodo50.org/tierraylibertad/226.html#articulo9








Los anarquistas y la educación

AnarquismoEl anarquismo es el único proyecto político y social que tiene la educación en el corazón de su devenir teórico y de su práctica.
Los anarquistas, en efecto, dado que rechazan imponer su proyecto de sociedad basándose en una toma de poder (ya sea "democrático" o dictatorial), están "condenados" a tener que convencer de sus propuestas y a hacer constantemente labor educativa. De una educación libertaria, ya que se trata de educar en la libertad, la igualdad, la autogestión y el apoyo mutuo mediante la práctica de esas "virtudes".
Algunos principios básicos
En primer lugar, la educación libertaria afirma su vinculación indefectible a ciertos valores: la libertad, la igualdad, la autogestión y el apoyo mutuo.
En segundo lugar, la educación libertaria afirma que esos valores, que no son innatos, sólo se pueden adquirir por medio de una educación permanente. De este modo, incluso si la educación libertaria evoluciona de forma natural en el espacio de la infancia y de la escuela, abarcará igualmente todos los tiempos de la vida y todos los espacios sociales.
En tercer lugar, la educación libertaria afirma que la educación en la libertad, la igualdad, la autogestión y el apoyo mutuo ha de pasar por la práctica de la libertad, la igualdad, la autogestión y el apoyo mutuo.
De todo esto que acabamos de exponer se deducen de modo natural algunos de los principios básicos de la educación libertaria:
-El niño no pertenece ni a su familia, ni al Estado, ni a la religión, sino a su propia libertad y debe ser considerado como un ciudadano en su totalidad en una república social.
-La educación del niño debe ser global (física, intelectual, manual y moral).
-La escuela no está al servicio de la economía sino de los niños, y debe tener como objetivo fundamental contribuir a su desarrollo como seres humanos y como ciudadanos.
-La escuela, por ser un lugar de transmisión de saberes, debe también y sobre todo ser un lugar de construcción de saberes en todos los géneros: escolares, educativos y ciudadanos.
-La escuela de la igualdad de oportunidades es la que tiene en cuenta la realidad particular de cada uno, permitiéndole desarrollarse al máximo de sus potencialidades. Eso excluye toda uniformización, selección y otras cuestiones similares.
-La escuela y la educación sólo tienen sentido libertario como factores de transformación social. Como espacios de construcción de una sociedad desembarazada de la explotación y de la opresión del ser humano por el ser humano.
De la teoría a la práctica
El orfanato de Cempuis (1880-1894). En 1880, Paul Robin, antiguo miembro bakuninista de la Internacional, asumió la dirección del orfanato de Cempuis (Oise, Francia). Eso le dio la ocasión de poner en práctica su proyecto de educación global. En Cempuis había educación física, enseñanza intelectual y manual, educación artística, una misma enseñanza para los niños que para las niñas, cursos de educación sexual, acercamiento enseñantes-enseñados de modo no autoritario… La Iglesia consiguió el cierre de Cempuis por practicar la coeducación.
La Ruche (1904-1917). En 1904, cerca de Rambouillet, Sébastien Faure decide intentar la aventura de una escuela para el proletariado. Su nombre: La Ruche (la colmena). Y los mismos principios que en Cempuis. Escuela libertaria laica, gratuita, autogestionada, que pretendió ser una cooperativa. La guerra acabó con ella.
Las escuelas modernas (1901-1909). En 1909, cuando Francisco Ferrer fue fusilado en Barcelona (debido a que las escuelas modernas habían favorecido el desarrollo de las revueltas obreras contra la guerra de Marruecos), había varios cientos de escuelas modernas en España. Eran escuelas mixtas, laicas, libertarias, sin castigos ni exámenes, sostenidas por numerosos sindicatos obreros.
España 1936. Durante la revolución española, el movimiento libertario reinició a gran escala lo que habían iniciado Robin, Faure y Ferrer.
Bonaventure (1993-2001). En 1993, la república educativa libertaria Bonaventure abría sus puertas en la isla de Oléron. Libertaria, laica, gratuita… su historia aún está por escribir.
Jean-Marc Raynaud
(Le monde libertaire)
http://www.nodo50.org/tierraylibertad/226.html#articulo9








martedì 22 maggio 2012

Sul sistema rappresentativo

Michail Bakunin

Chi può, chi vuole comandare non è più mio fratello, è il mio padrone, e se gli obbedisco sono  suo schiavo. «Ma non è a lui che obbedite, mi rispondono – è alla legge che egli rappresenta». – «E chi fa questa legge?» – «I rappresentanti del pensiero e della volontà popolare» – Ebbene, ecco ciò che precisamente nego.
Ci dicano gli uomini che hanno qualche esperienza della vita e dell’azione politica, sia per averla esercitata essi stessi, sia per averla vista esercitare dagli altri, se esiste una identità reale tra i sentimenti che animano il deputato coscienzioso, quando si trova in mezzo ai suoi elettori alla vigilia dell’elezione, quando briga per avere i suffragi e immediatamente dopo, e quelli che trova all’interno di una Assemblea rappresentativa, della quale esso è diventato membro anche dopo una o due settimane?
A questo problema, ogni uomo che aggiunga un poco di esperienza a molta coscienza, risponderà no. Più spesso, in queste condizioni, gli uomini non hanno nemmeno bisogno di due, e forse anche di una settimana per cambiare; essi si trasformano da un giorno all’altro; sono totalmente altri uomini, con una fisionomia nuova, altri sentimenti, altre idee. Nel più rivoluzionario si sente nascere il conservatore, il conservatore almeno dell’Assemblea di cui ha l’onore di far parte, contro «le ingiuste e stupide impazienze della popolazione». Egli non osa ancora pronunciare la parola consacrata: canaglia.
Appena ieri egli era l’amico appassionato e sincero di questa canaglia. L’ammirava, l’adorava, e fiero d’esserne amico, giurava su di essa. Perché questo cambiamento? Si sarà lasciato corrompere così presto? Corrompere, sì ma non per un interesse personale, dall’irresistibile influenza esercitata su di lui dall’Assemblea. Quando era circondato dalla canaglia popolare, in presenza dei suoi elettori, ne condivideva francamente le aspirazioni, gli istinti. Sentiva vivamente i loro dolori, i loro bisogni, la loro miseria, ed era in buona fede quando prometteva di difendere i loro interessi ad oltranza, di non essere altro che il rappresentante fedele del loro pensiero e della loro volontà. Ma, appena messo piede nell’Assemblea egli si trova in un ambiente completamente diverso. Là era assalito da ogni parte dalle reali manifestazioni della vita reale, penetrato e dominato dalle palpitazioni viventi dell’anima popolare. Qui è circondato di astrazioni, facendosi ogni deputato un dovere di subordinare gli interessi della base, i bisogni della località, cioè i desideri, il pensiero e la volontà dei suoi elettori, il mandato che gli hanno conferito e al quale aveva giurato di essere fedele – perché altrimenti non l’avrebbero eletto – subordinare a che cosa? All’interesse generale, al pensiero e alla volontà generale, alla società.
Facendo e ritenendosi impegnato a fare ogni deputato la stessa cosa, ne viene fuori che ciò che si chiama interesse generale, il pensiero e la volontà generali sono il prodotto dell’immolazione degli interessi, dei pensieri e delle volontà di tutte le località il cui insieme costituisce la società, cioè sono la negazione delle aspirazioni reali di questa società.
Ma allora questa negazione, questa astrazione: l’interesse pubblico, la salute pubblica, la ragione pubblica, la Chiesa o lo Stato, in una parola, che cosa rappresentano? Siamo generosi e non parliamo ancora degli sporchi interessi personali. Prendiamo un deputato coscienzioso e onesto e domandiamogli che cosa intende con questa grandi parole. Risponderà sviluppando tutto un sistema di organizzazione e di governo, sistema che deve necessariamente considerare come il solo giusto e vero, perché altrimenti l’avrebbe ripudiato, ma che non è il suo sistema, non è il sistema assoluto. Chi può, a meno di essere un rivelatore, un profeta, non desiderare di conoscere il sistema assoluto?
Che cosa bisogna concludere? Ogni deputato subordinando e sacrificando gli interessi, i bisogni e le aspirazioni reali dei suoi elettori a ciò che chiama l’interesse pubblico, li immola in realtà a ciò che gli sembra essere il Bene pubblico, alle sue proprie idee sugli interessi generali della società – idee alle quali in genere è tanto più ostinatamente legato, quanto più queste sono ristrette – subordina quindi in realtà il mandato dei suoi elettori non agli interessi reali del ben pubblico, ma alle sue astrazioni personali o soggettive.
Non ho quindi ragione quando dico che è sufficiente diventare un deputato, un rappresentante del popolo, per divenire subito un rappresentante d’astrazioni, un essere fatalmente estraneo alle reali aspirazioni della vita popolare? E allora, cosa diventa l’Assemblea? Una arena in cui si combattono una folla di astrazioni, molti sistemi, in cui ciascuno è del tutto estraneo, o per meglio dire, ostile al pensiero popolare, e in cui la vittoria finisce sempre per arridere ai più abili. Ma i più abili son o generalmente i meno convinti, i meno sinceramente appassionati, i meno puri… e allora? Allora, questa astrazione del bene pubblico, del pensiero e della volontà pubblica, che non si sarebbe potuta mantenere se, contraria agli interessi delle masse, non fosse stata utile a qualcuno, trova dei rappresentanti e dei difensori molto interessati nella classe dei legislatori governativi.
Ecco la pura verità sul sistema rappresentativo.

domenica 13 maggio 2012

Papà, mi racconti l’anarchia?

Da A rivista anarchica
di Pippo Gurrieri

Un padre anarchico, da quarant’anni. La figlia ha 10 anni, il figlio (18) anarchico anche lui, come Letizia, la madre. Per i figli, una vita familiare da sempre “segnata” da quelle strane idee: i compagni di Ragusa e da tutto il mondo, lo “zio” Franco Leggio. il mensile anarchico “Sicilia libertaria” a segnare il calendario da prima della nascita, le lotte dei ferrovieri, i comizi di papà. Che un giorno viene sollecitato a spiegare le sue idee. E lo fa, raccogliendo quella chiacchierata in libro appena uscito per le edizioni Bfs. Eccone le prime pagine. E il parere di un’altra (figlia) diciottenne.



– Ciao papà.
 – Ciao, che ascolti?

– Roba forte!
 – Che genere di roba forte?

– Musica punk, è un cd che mi ha prestato un amico.
 – Italiani?

– No, è un gruppo inglese, punk anarchici...
 – Ah...

– Testi molto intensi, la loro musica mi piace molto... Però c’è un problema.
 – Di che genere?

– Questo mio amico esce con dei ragazzi che si definiscono anarchici, ascoltano tutti questo genere di musica e mi piacerebbe frequentarli.
 – E qual è il problema?

– È che io sugli anarchici ho le idee confuse...
 – Ti puoi sempre informare, documentare.

– Non potremmo invece parlarne insieme un po’?
 – Va bene, fammi prima capire come mai ritieni che le tue idee sugli anarchici siano confuse.

– Beh, se ne parla come fossero pericolosi e violenti. Ogni tanto in televisione si sentono notizie di attentati che dicono essere stati compiuti dagli anarchici... Altri ancora li considerano poeti, sognatori, gente che vive con la testa fra le nuvole. Guardando come si vestono certi ragazzi, con il simbolo della “A” appiccicato ai vestiti, ho pensato che l’anarchico potrebbe essere colui che rifiuta ogni convenzione, che vuole essere libero di fare ciò che vuole, libero di vivere senza limitazioni. Poi ho ascoltato qualcuno che li definisce persone coerenti fino all’estremo, pur di sostenere la loro causa.
 – E vorresti sapere chi ha ragione, chi siano in realtà questi fantomatici anarchici e cos’è veramente questa anarchia che propugnano...

– Mi hai letto nel pensiero.
 – Prima di narrare le loro gesta forse conviene parlare dell’idea che li muove. Voglio anche dirti la mia opinione sul perché esistano vari modi di definire gli anarchici, quasi tutti convergenti nel fornirne un’immagine negativa o fuorviante: in soldoni, o sono dei violenti senza ragione o dei disadattati sociali.

– Vorresti dire che qualcuno cerca di nascondere il vero significato delle parole “anarchico” e “anarchia”?
 – Proprio così. Pensa un po’, per chi in questa società sta in alto e ha dei privilegi da difendere, gli anarchici rappresentano una minaccia, mentre per chi sta in basso e avrebbe molte cose da rivendicare per migliorare la propria condizione, questi sono una fastidiosa coscienza critica.
Ragusa, 8 marzo 2009. Festa per i 54 anni di Pippo Gurrieri,
 con Letizia, Karim e Blanca


 Ma l’anarchia non è il caos

– Allora hanno ragione, dal loro punto di vista, a definirli pericolosi o anche terroristi!
 – Chiaro! Dal momento che l’immagine generalmente offerta dell’anarchico sui libri, sulla stampa e alla televisione, dagli stessi film in cui si parla di loro (con rare eccezioni), è sempre deformante, si è diffusa a livello generale una conoscenza sbagliata su questa idea e sui suoi sostenitori, finalizzata a disinnescarne tutto il potenziale innovativo e sovversivo. «L’anarchia è il caos!» dicono in tanti, di conseguenza gli anarchici sono pericolosi. Sostenendo l’abolizione di ogni privilegio, la messa in comune dei mezzi di produzione, la distribuzione egualitaria dei beni, i soggetti in questione possono innescare turbamenti sociali tali da mettere in crisi o sovvertire la società attuale; possono indurre la gente a riflettere sulla propria condizione e spingerla a rivoltarsi per migliorarla. Non sono terroristi, però. L’uso di questo termine è voluto dal potere per creare attorno agli anarchici una cortina di diffidenza e anche di paura, in modo da poterli così tenere isolati. In realtà, eccetto pochi casi, i gesti più eclatanti degli anarchici, come gli attentati – spesso riusciti – contro re, tiranni, oppressori e contro istituzioni e simboli del potere, hanno sempre raccolto molte simpatie nei ceti popolari, il contrario di ciò che potrebbe provocare un gesto terroristico, teso cioè a terrorizzare la massa. Terrorista è colui che spara nel mucchio, che colpisce in maniera indiscriminata, mentre gli anarchici, in particolare coloro che hanno adottato sistemi di lotta più radicali, ripeto, tranne pochi casi circoscritti, hanno sempre scelto con cura i propri obiettivi e hanno messo in atto azioni, spesso simboliche, considerandole veri e propri atti di propaganda delle loro idee. Nonostante questo è facile sentir parlare di individui da cui stare alla larga...

– Devono avere proprio una gran bella paura di loro!
 – Diciamo che questo rientra in un certo diritto all’autodifesa. Vedi piccola, in genere nella lotta politica i partiti si combattono fra di loro e sembra che fra alcuni vi siano in determinati momenti posizioni inconciliabili; lo stesso avviene all’interno delle istituzioni, tra enti, organismi che sembrano sempre sull’orlo della rissa, della rottura più totale. Queste contrapposizioni non sono mai serie e foriere di fratture irreparabili, anzi, spesso non sono neanche vere, e sai perché? Perché tutti condividono le stesse regole del gioco; tutti fanno parte integrante dei meccanismi politici, economici e sociali che a parole sembrano rigettare. Tutti condividono l’impalcatura generale dell’apparato – lo Stato – e se litigano, è solo perché sono in concorrenza per la conquista di posti di privilegio. Ma c’è un movimento che ha una posizione di radicale rifiuto nei confronti di queste regole e di questo apparato, vi si contrappone, dichiarando apertamente che non aspira a nessun potere, non desidera cambiarne delle parti o modificarne le forme, ma solo ed esclusivamente abbatterle. Nella loro lunga storia gli anarchici si sono così ritrovati a ricoprire un doppio ruolo, quello di distruttori della società odierna autoritaria e oppressiva (e quindi considerati dei violenti) e quello di edificatori di un “mondo nuovo” (e quindi definiti sognatori incalliti).

– Quindi gli anarchici non sono pericolosi?
 – No, non sono individui nati con qualche tara nel cervello! Sono solo persone che si sono fatte un’idea precisa sul mondo e sull’organizzazione della società in cui vivono, e si industriano a trovare delle metodologie per affermare le loro idee basate sulla fratellanza, l’uguaglianza e la libertà. Da qui il loro disinteresse per il sistema dei partiti, per il sistema economico, per istituzioni autoritarie come il governo e lo Stato che li rende liberi da ogni condizionamento. Un atteggiamento che non ha come conseguenza la passività e la delega, si tramuta al contrario in una lotta diretta, praticata in prima persona, per edificare una società dove non vi sia nessun tipo di governo.

– Perché pensano che non vi possano essere governi giusti che aiutano i poveri, che assicurano il benessere a tutta la popolazione?
 – Ogni governo è emanazione di una classe privilegiata; i politici sono al suo servizio, spesso appartengono loro stessi al mondo privilegiato. Questi personaggi difendono i loro interessi, quelli della loro classe, e questo non può che andare a discapito di tutti gli altri, delle cosiddette classi subalterne. Anche quando un governo facesse delle leggi per alleviare la povertà, com’è accaduto, sarebbero comunque il risultato di un ragionamento all’interno dei salotti della borghesia, indotto per ricavarne un tornaconto sia in termini di pace sociale, cioè di attenuazione delle tensioni e del malessere diffuso, sia in termini di aumento della capacità di acquisto delle classi popolari, volto a dare un impulso al sistema produttivo e allargare i suoi profitti; che poi è ciò che sta alla base della nostra società dei consumi. Nessun governo e nessun governante può avere interesse a danneggiare le classi ricche; l’unico interesse possono averlo coloro che i ricchi sfruttano, per i quali cambiare sistema, abolire il governo, può rappresentare l’inizio di una vita migliore.

– Neanche un governo di anarchici?
 – Non sarebbero più anarchici, cesserebbero di esserlo nel momento in cui accettassero di sedere al governo. E tutti i loro propositi, tutte le loro buone intenzioni si spegnerebbero qualora la loro azione procedesse; il governo è una macchina che agisce in maniera parassitaria sulla società; i privilegi che la posizione di governo assegna ai suoi rappresentanti istituzionali li farebbero comunque de-viare dalle loro idee iniziali. Se invece intendessero perseguirle nonostante tutto, allora interverrebbero quelle forze che danno sostanza all’azione di un governo: i militari, i banchieri, gli industriali... E lo impedirebbero, con le buone o con le cattive. Ai governanti non resterebbero che due alternative: ammettere il fallimento delle loro pretese, diventare realisti, dimenticare le loro idee e agire come hanno fatto tutti i loro predecessori, magari con qualche intervento caritatevole in più, che non intacca i privilegi consolidati; oppure semplicemente rinunciare all’impresa e tornarsene a casa con la consapevolezza che è impossibile cercare di migliorare la società in maniera sostanziale attraverso la conquista del governo.

– Aspetta un attimo, stiamo toccando dei punti piuttosto delicati... Essendo contro tutti gli anarchici hanno tutti contro. Ma vorrei capire il senso di questo loro essere contro tutti. Perché dovrebbero avere ragione proprio loro, un’infima minoranza, rispetto agli altri che rappresentano la maggioranza?
 – Anche tu stai ponendo delle domande mica da poco! Vediamo di procedere a piccoli passi. L’anarchia è il grande sogno della libertà che ha spinto gli esseri umani a volere il meglio per sé e per l’ambiente che li circonda. Una sorta di fiamma che arde dentro, un sentimento istintivo che ogni essere vivente prova e che lo rende insofferente davanti a qualsiasi limitazione della propria libertà, davanti a qualsiasi regola coercitiva. L’uomo ha sempre cercato nella propria vita di vivere il più liberamente possibile, e questo è stato il vero motore della storia, ciò che ha animato gli uomini e le donne, i movimenti sociali, scientifici e artistici che hanno caratterizzato il progresso dell’umanità dalla preistoria fino ai giorni nostri.
Compagni alla Società dei Libertari di Ragusa


 Lo sai che cosa ci insegna la Storia?

– La libertà però, non l’anarchia...
 – L’anarchia altro non è che una società organizzata sulla base della libertà; è la consapevolezza che gli esseri umani possono vivere in libertà attraverso la definizione di un sistema di relazioni sociali anti-autoritarie, in cui lo svolgimento delle attività umane, dalle più semplici alle più complesse, avviene in modo che ognuno, all’interno di libere assemblee, abbia la possibilità di perseguire la propria felicità, senza subire le prevaricazioni altrui. L’estensione delle possibilità a tutti, la massima decentralizzazione, la fine dei privilegi... I suoi detrattori parlano di caos perché ritengono impossibile vivere senza le regole dettate da un’organizzazione sociale gerarchica, mentre l’anarchia altro non è che la libertà organizzata, una ricerca permanente dell’armonia tra responsabilità e libertà, tra individuo e società.

– Non ti sembra un po’utopistica come idea?
 – Eccome se lo è... Ma tutta la storia dell’umanità altro non è che il tentativo di realizzare l’utopia. Questa non è un’illusione; piuttosto si tratta di un sogno non ancora realizzato, ma non irrealizzabile. Tu pensi possa esistere una vita senza nessun sogno da perseguire? Può un individuo vivere senza progetti a cui tendere, anche se apparentemente sembrano impossibili? Come credi venisse considerato un Leonardo da Vinci quando studiava le ipotizzabili applicazioni all’uomo delle leggi di volo degli uccelli?

– Un folle, oppure un sognatore.
 – Appunto. Eppure è grazie ai suoi studi, alle sue intuizioni, alla sua ricerca dell’impossibile che lentamente l’uomo è riuscito a trovare il modo di volare... E di fare tante altre cose. Solo chi non rinuncia a sognare ha la certezza di andare in qualche modo avanti. Chi si ferma si rassegna ad una vita limitata, normale e banale. Sognare non vuol dire per forza allontanarsi dalla realtà ma può voler dire avere delle idee completamente innovative, idee-sogni che possono contribuire a migliorare l’esistente. Dopotutto è quello che fanno tutti i ricercatori, gli scienziati indipendenti dal potere, o coloro che vogliono sperimentare stili di vita diversi, modi nuovi di lavorare, realizzazioni nel campo dell’arte, dell’architettura, dell’urbanistica. E la storia sai cosa ci insegna?

– Che cosa?
 – Che tutti gli innovatori, tutti i curiosi, tutti coloro che hanno cercato di vedere oltre il già visto sono stati perseguitati dal potere temporale, arrestati, processati, anche uccisi, oppure sono finiti ammaestrati rinunciando ai loro progetti o mettendo le loro intelligenze al servizio degli oppressori.

– Erano considerati pericolosi?
 – Dimostravano l’assurdità degli assolutismi, testimoniavano che altre verità erano possibili, che altre idee dovevano avere diritto di cittadinanza, e di conseguenza anche altre forme del vivere sociale, meno inique, o per nulla inique, erano possibili. Il “Potere”, che è sempre conservatore – o come diceva un’anarchica francese, Louise Michel, è maledetto – li temeva, perché aprivano delle crepe che potevano portare alla sua lenta rovina. Ipazia d’Alessandria, Galileo Galilei, Giordano Bruno e tantissimi individui noti e meno noti, in ogni angolo del mondo, si sono trovati ad un certo punto a dover mettere in discussione le verità imposte dalla Chiesa, dai regnanti, dallo Stato, in nome non di una opposta verità assoluta, ma della libera ricerca, della sperimentazione, del diritto al dubbio. Hanno pagato di persona per questo. Ma se non ci fossero stati individui come questi l’umanità non avrebbe fatto alcun passo in avanti nel campo delle scienze, della tecnica, dell’arte, del pensiero, all’insegna di un’affermazione di libertà, magari non completa, comunque innegabile. Tuttavia noi vediamo come queste conquiste siano state e vengano ogni giorno messe in discussione dalle forze che difendono lo stato delle cose, ovvero il sistema dei privilegi e il dominio di pochi sulla moltitudine.

– È vero questo discorso sui sogni, però mi sembra strano pensare che possa covare nelle persone comuni. Nei giovani magari sì, perché siamo portati a vivere di grandi sogni, anche se poi impariamo lentamente a sgonfiarli, o assistiamo al loro ridimensionamento man mano che entriamo nel mondo degli adulti.
 – Io credo che anche gli adulti coltivino dei sogni. Credo che ognuno di noi insegua qualcosa, si tratti di sogni d’amore o di quello meno nobile di una vincita al “gratta e vinci” che cambi la vita. La dimensione utopica non ci abbandona mai totalmente. Certamente, a forza di sottostare ad un certo tipo di educazione, di subire il bombardamento mediatico coi suoi messaggi di propaganda, spesso anche i nostri sogni vengono condizionati e incanalati verso mete artefatte. Questo a dimostrazione di come ancora oggi il potere sia cosciente della pericolosità dei sogni. Soprattutto quando il sogno di uno può diventare quello di molti. Una sorta di proverbio anarchico dice: quando a sognare è uno solo non è altro che un sogno, quando a sognare sono in tanti è l’inizio della realtà. Detto in altri termini, dall’aspirazione individuale bisogna passare a quella collettiva, alla consapevolezza che le idee coltivate devono avere una qualche possibilità di affermarsi nella realtà, e questo è possibile solo con il coinvolgimento collettivo.
Ragusa, 1° maggio 1999. Comizio di Pippo Gurrieri


 L’istinto alla libertà

– Quindi sognare è quasi professare idee anarchiche?
 – No di certo, ma è comunque mantenere un grado di spontaneità e di libertà interiore, che poi è la base per qualsiasi passaggio ad un livello superiore, quando il sogno si misura con la realtà e ha inizio il balletto fra innovazione e conservazione. La società autoritaria regolata dallo Stato è cosciente di questo; quando non può spegnere i sogni lavora alla deformazione dei loro significati. C’è un luogo comune che recita «chi non è stato anarchico a vent’anni!», in Francia lo stesso è tradotto con «a vent’anni anarchico, a trent’anni socialista, a quarant’anni conservatore». Secondo i sostenitori di simili amenità l’idea anarchica altro non sarebbe che una sorta di malattia giovanile, un’acne utopistica che si prende ad una certa età ma che poi scompare con la crescita. L’intenzione è sempre quella di disinnescare un’idea, sottraendole ciò che più la caratterizza: il sogno dei sogni, il desiderio di un forte cambiamento sociale, l’instaurazione di una società senza Stato. Non a caso gli anarchici non sono tutti dei ventenni sognatori impenitenti, ma donne e uomini di tutte le età, egualmente coinvolti nel medesimo sogno, che tentano di far vivere e di propagandare con modalità, metodologie, mezzi differenti, a seconda dell’indole di ognuno e delle condizioni in cui si trovano ad operare: chi organizza i lavoratori e chi si dedica ad uno stile di vita alternativa, chi propende per l’educazione e chi per l’azione diretta contro le istituzioni, chi preferisce un approccio individualista e chi uno più organizzato, chi è impegnato nell’ambito delle arti e chi in quello della libera sperimentazione.

– Ci sono tanti ragazzi che si dicono anarchici, ma si occupano solo di musica; secondo te anche la musica può essere un mezzo per distinguersi e “combattere il potere”?
 – Le espressioni artistiche sono la manifestazione della creatività dell’individuo. Chi si dedica all’arte non può non proiettarsi in una prospettiva libertaria, cioè in un cammino che conosce ostacoli, regole, censure, condizionamenti; questo lo pone oggettivamente a distinguersi – come dici tu – dal potere. La musica è un veicolo di socializzazione e di liberazione dei corpi; oggi assume anche un valore di contestazione, proprio perché rappresenta quella fiamma ardente dentro l’individuo, quel collegamento con la sua natura di essere libero. La realtà però ci dimostra anche come il potere, da sempre, abbia combattuto gli artisti, sia reprimendoli sia comprandoseli, facendoli diventare dei cagnolini ammaestrati: pittori e cantori di corte, che tessono le lodi dei dominatori. In mezzo vi stanno tutti i creativi che dichiarano di non schierarsi, ma che sono utili al sistema per distrarre o addirittura addormentare le menti degli oppressi. Quindi bisogna stare attenti, perché l’arte se non libera può diventare il suo opposto: un mezzo per tenere a bada gli spiriti ribelli e per ingabbiare la creatività e metterla al servizio del sistema. Per questo un vero artista (e non sto a disquisire su quello che fa e come lo fa) deve sempre mantenersi fuori dalle stanze dei potenti.

– Insomma, alla fin fine, ci potrebbe essere un anarchico in ognuno di noi... Inconsapevolmente, tutti potremmo essere anarchici.
 – Su questo non c’è alcun dubbio!

– Ma cosa mi dici dell’egoismo? Non è più facile che l’uomo pensi a se stesso e se ne freghi degli altri?
 – L’egoismo è una componente fondamentale dell’indole umana, rappresenta l’attaccamento dell’individuo agli istinti naturali, la ricerca della soddisfazione personale, il suo essere libero e geloso della propria indipendenza. Grazie all’egoismo, un soggetto si difende dall’esterno quando questo cerca di assoggettarlo. L’educazione autoritaria e i condizionamenti che l’individuo subisce sin dalla nascita tendono tutti a stravolgerne la “natura selvaggia”, a farne un essere consenziente e obbediente, ammaestrato dalle regole autoritarie al rispetto delle gerarchie. L’egoismo umano, se non sviluppa un senso di autodifesa da queste aggressioni, può trasformarsi in un atteggiamento di prevaricazione: soddisfare se stessi a scapito degli altri. È la società autoritaria a deformare e rendere l’egoismo umano un elemento di attrito e di divisione. Un contesto diverso coglie tutto il bene che l’egoismo contiene e ne fa la base di qualsiasi rapporto solidale. Io sto bene, sono contento, mi soddisfo, nella misura in cui anche gli altri stanno bene, sono contenti, sono soddisfatti. Potrà sembrarti un paradosso ma l’egoismo è parente stretto dell’altruismo. Fortunatamente l’autoritarismo non riuscirà mai a cancellare del tutto l’istinto alla libertà, l’io primordiale di un essere umano.

– Davvero? Mhm... Potresti spiegarti meglio?
 – Guarda i bambini, quelli più piccoli, di pochi mesi o anni. Ancora liberi da condizionamenti autoritari, perché non formati culturalmente, o formati ancora solo in modo parziale, non conoscono convenzioni, paure, remore, omertà; il loro comportamento è estremamente libero e rifugge da ogni intruppamento. Anche se con gli anni la loro natura viene forgiata da tecniche educative autoritarie, negli individui adulti che diverranno rimane molto di quell’animale libero che erano alla nascita. E per tutta la vita arderà questo barlume, questa insofferenza alle costrizioni, alla disciplina e all’autorità, spesso temuto da loro stessi nel momento in cui saranno coscienti che dare libero sfogo a questi istinti li esporrebbe a rischi. Ecco perché nel corso della nostra vita siamo tutti una specie di campo di battaglia tra la libertà che cerca di emergere e l’istinto a reprimerla che ci viene inculcato fin dalla più tenera età. Spesso questa fiamma soccombe, soffocata da istinti indotti come la ricerca del successo, l’arrivismo, la scalata sociale o la paura di perdere quello che si è acquisito, e anche da atteggiamenti più profondi e irrazionali, tipici della psicologia umana. Ma quando riusciamo ad essere spontanei, quando ci muoviamo nell’ambito di una sfera serena e libera, siamo l’esempio vivente di come una società non gerarchica sia possibile, anche se lo facciamo in maniera inconsapevole.

– E come?
 – Beh, sono tantissime le situazioni in cui le persone si comportano in maniera antiautoritaria senza che ce ne rendiamo conto... Ti ricordi quest’estate al mare, quando siamo stati invitati al barbecue? Tutto era stato organizzato dai nostri vicini con un passaparola, si è fatta la spesa e poi i costi sono stati ripartiti fra i partecipanti. Alcuni hanno portato il barbecue, altri la carbonella, altri ancora si sono messi a preparare i tavoli. C’era poi chi tagliava il pane, chi preparava il necessario per la festicciola del dopo cena... Al momento di mangiare – te lo ricordi? – ognuno si è servito da sé, i bambini più piccoli venivano aiutati da chi si trovava in prossimità del cibo e delle bevande. Subito dopo ci siamo messi a riordinare la piazzetta, senza nessuno che desse ordini o che se ne stesse a guardare. Poi è iniziata la musica, in un clima di comunanza e allegria. Una cosa semplice, fatta senza minimamente pensare a gerarchie o ruoli predefiniti, senza nemmeno chiedere il permesso al comune per la piazzetta o alla siae per la musica... Una cosa che si chiama autogestione e che ha un collante fortissimo, la solidarietà.
Ragusa, 2004. 1° Maggio Anarchico


 I mille volti dell’autogestione

– Sì vabbè, ma si tratta di un fatto limitato...
 – Non credi che se le persone sono in grado di gestirsi una situazione di questo tipo, senza conflitti, collaborando, nella totale assenza di direttive e ruoli prestabiliti, non possano fare anche tante altre cose nel campo del lavoro, della vita comunitaria nel quartiere o nella città, dell’educazione scolastica? Fatti di questo tipo ne accadono continuamente nella vita reale, non puoi immaginare quanti. In determinate circostanze storiche (crisi economiche e finanziarie, crollo di regimi dittatoriali, guerre civili, processi di decolonizzazione, fasi successive a catastrofi naturali come i terremoti) ecco che il popolo si sveglia dal torpore e “scopre” l’autogestione, si riprende le fabbriche, i servizi, le scuole, le campagne. L’energia finalmente liberata s’impadronisce della realtà. Il metodo autogestionario può assumere anche un carattere rivoluzionario, soprattutto quando effettivamente i nostri protagonisti si rendono conto che possono osare di più, e sono in grado di prendere parte al grande sogno della rivoluzione – come è accaduto nella Spagna del 1936 – autogestendo ogni ambito lavorativo e di vita: dalla grande industria all’agricoltura, dai servizi fino ai più piccoli esercizi commerciali, nei paesi, nei villaggi e nelle città. In tempi più recenti, approfittando di un momento favorevole, possiamo assistere all’autogestione delle fabbriche, come in Argentina nei primi anni di questo secolo, dopo che i proprietari erano fuggiti all’estero con il denaro per paura delle conseguenze dell’incombente crisi finanziaria. In questo caso si tratta di una metodologia di resistenza che permette ai diretti interessati di lavorare lo stesso anche in assenza del vecchio padrone, ma senza mettere in discussione l’autorità costituita. Esempi di questo tipo ne esistono in molte parti del mondo, a partire proprio dall’America latina dove è molto diffusa la pratica di dare vita a esperienze autogestionarie per condurre determinate lotte o per prendersi cura di territori abbandonati o trascurati dall’autorità centrale, come in Chiapas, ricostruendo un tessuto sociale, economico e politico.
 L’autogestione può avere infatti varie caratteristiche, può essere limitata ad un ambito, come per esempio l’educazione scolastica, ma può accadere che sia in campo economico addirittura emanazione di uno Stato, com’è accaduto nella ormai estinta Jugoslavia durante la seconda metà del Novecento. Qui i lavoratori si autogestivano la produzione, decidevano autonomamente le varie fasi, i salari, i ritmi, ma all’interno di una pianificazione calata dall’alto.

– Somiglia un po’alla teoria del libero arbitrio che Dio avrebbe concesso agli uomini.
 – Brava, hai fatto un esempio calzante. Nel caso jugoslavo potremmo senz’altro dire che in definitiva gli operai autogestivano il loro sfruttamento. Solo quando è parte integrante di un progetto antigerarchico l’autogestione diviene incompatibile con il sistema autoritario, capitalistico e statale; solamente in questo caso riproduce al suo interno tale incompatibilità, favorendo cioè la piena autonomia individuale, senza gerarchie o ruoli prestabiliti che diano accesso a privilegi. La libertà di tutti i soggetti che fanno parte del progetto convive con la responsabilità individuale, con la rotazione dei ruoli, l’equa distribuzione del sapere e dei beni di prima necessità, l’abolizione della proprietà privata... Non vi può essere infatti possesso individuale dei beni primari, come la terra, le materie prime, gli strumenti e le macchine, di cui la comunità fa uso: appartengono a tutti, perciò a nessuno; sono in prestito da chi ci ha preceduti e vanno in dote a chi ci seguirà.
 Gli anarchici propugnano il metodo autogestionario anche nelle piccole cose, perché lo ritengono un percorso che può far maturare una coscienza superiore, un’esigenza di progettualità più grande che sboccia da un’esperienza particolare. Vorrei approfondire questo concetto importante, anzi fondamentale, riportandoti un altro esempio piuttosto calzante connesso alla vita quotidiana: pensa a quei ragazzi che condividono un appartamento e gestiscono il loro abitare in comune svolgendo a rotazione ogni tipo di lavoro domestico, specie i più fastidiosi, come pulire il bagno o lavare i piatti, ma anche fare la spesa, cucinare, spolverare... Niente di più naturale e normale: tutto viene svolto secondo il libero accordo, e se fra essi vi fosse, ammettiamo, un ragazzo portatore di qualche handicap, non per questo verrebbe penalizzato. Il suo eventuale limitato contributo materiale all’organizzazione della casa non impedirebbe che ogni premura, ogni attenzione venisse rivolta a lui, senza alcuna discriminazione. Ecco il principio di solidarietà che si sostituisce a qualsiasi legge artificiale e regola le relazioni umane.
 Torniamo un attimo ai nostri amici di prima, intenti a festeggiare... Supponiamo che decidano, chessò, di rimettere in piedi un vecchio casolare abbandonato per farne una casa accogliente dove trascorrere le vacanze. Ognuno mette in campo le proprie competenze in materia, tutti partecipano alle spese e tutti egualmente si spartiscono il lavoro senza che si sviluppino posizioni privilegiate. E se qualcuno ha meno possibilità di contribuire economicamente rispetto ad altri, prenderà parte lo stesso al progetto senza per questo venire penalizzato. Iniziano i lavori: l’autorità (per usare un termine che dovrebbe sempre fare rizzare i capelli) del falegname, o l’autorità del muratore non danno diritto a questi di assumere posizioni gerarchiche, di comando, ma – se riconosciute dagli altri – sono solo ed esclusivamente il frutto della loro esperienza, e come tale rappresentano la loro autorevolezza in una materia. Ciò definisce il contributo che daranno allo sviluppo dell’opera ma non gli concede in cambio ritorni dal punto di vista materiale, tipo particolari privilegi. Se saranno stati bravi la loro autorevolezza verrà confermata o accresciuta, verranno gratificati per questo, ma dal punto di vista del compenso finale esso sarà uguale a quello di tutti gli altri: la fruibilità di quel luogo che hanno contribuito a ristrutturare per poterci trascorrere le vacanze.

– In altre parole vorresti dire che la bravura di una persona non deve essere motivo di gratificazioni economiche... La sua professionalità non deve essere valorizzata, non gli va riconosciuto nessun merito speciale? Ma agendo così non gli si toglie la motivazione, lo stimolo a far meglio? Non si rischia un appiattimento generale?
 – La capacità professionale di un individuo è il frutto dei suoi studi, del suo impegno, su questo non c’è alcun dubbio. È però anche il prodotto di una società che gli ha permesso, con le sue strutture scolastiche, con gli insegnanti, con i libri e con i saperi che gli ha trasmesso, di divenire capace di fare determinate cose; una società che ha dedicato risorse, energie, tempo, spazi alla sua formazione. Il suo impegno senza tutto ciò non sarebbe stato sufficiente a farne quello che è diventato; viceversa la cura della società non sarebbe bastata senza i suoi sforzi personali. In quanto ai meriti di cui parli, partiamo da un fatto: ciascun individuo si dedica a qualcosa. Mentre il nostro si applicava nello studio, tanti altri individui lavoravano, producevano, si impegnavano in attività diverse ma altrettanto importanti. Se lui, per fare alcuni esempi, mangiava, si vestiva, viaggiava, leggeva, era perché altre decine di individui coltivavano i prodotti che consumava, tessevano e cucivano i vestiti che indossava, costruivano, guidavano i veicoli che lo trasportavano, scrivevano, stampavano, rilegavano i libri su cui studiava... E così via. Dietro il merito di uno c’è il merito di tutti, questo è il senso di una comunità, di una società. Ora, il fatto che egli abbia raggiunto un certo grado di professionalità e sia entrato nel mondo del lavoro non può rappresentare un fattore di distacco da questo contesto, semmai è il momento in cui egli comincia a restituire parte di quanto ha ricevuto sotto i più svariati aspetti. E credimi, è difficile dire che il pastore che accudisce le sue pecore per ricavarne latte e lana svolga una professione meno importante del professore che pure beve latte e indossa maglioni di lana, o che il lavoro dell’artigiano costruttore di borse sia meno dignitoso e meritevole dell’attività dello studente che riempie una di quelle borse coi libri sui quali studia (…).

 Pippo Gurrieri

sabato 21 aprile 2012

Gerarchia è dominio dei pensieri (Stirner)

Da l'unico e la sua proprietà di Max Stirner




Talvolta si dividono gli uomini in due classi, i colti e gli incolti. I primi si occupavano, se erano degni del loro nome, di pensieri, dello spirito, e poichè nell'era cristiana, il cui principio è appunto il pensiero, avevano il dominio, esigevano rispetto e sottomissione ai pensieri che avevano riconosciuto. Lo Stato, l'imperatore, la Chiesa, Dio, la moralità l'ordine etc..: ecco i pensieri o spiriti che esistono solo per lo spirito. Un semplice essere vivente, un animale, se ne cura tanto poco quanto un bambino. Ma gli incolti non sono appunto altro che bambini e chi è tutto preso dai suoi bisogni vitali è indifferente verso quegli spiriti; ma poichè è anche debole differente verso quegli spiriti nei loro confronti, soggiace al loro potere e viene dominato da - pensieri. Questo è il senso della gerarchia.

Gerarchia è dominio dei pensieri, dominio dello spirito!

Gerarchici, noi lo siamo ancora oggi, oppressi da coloro che si appoggiano sui pensieri. I pensieri sono il sacro.
Ma il colto cozza sempre contro l'incolto, e viceversa, non solo nello scontro fra due persone, ma anche all'interno di una sola persona . Infatti non c'è uomo che sia cosi colto da non provare piacere anche per le cose del mondo ( e in ciò che è incolto ) e nessuno cosi incolto da non avere nessun pensiero.

mercoledì 11 aprile 2012

L'Anarchismo e la crisi globale Parte 2 (Il problema della carenza)

da http://www.inventati.org/ingobernables tradotto in italiano da L.E.M.

Parte 1
http://orizzontelibertario.blogspot.it/2012/03/lanarchismo-e-la-crisi-globale-parte-1.html



L'anarchismo è sempre stato interessato al problema della "scarsità". Molte degli "esperimenti" dei movimenti anarchici nelle società agricole, quali, quelle spagnole, ucraine e di altre paesi, si basano su una visione che anticipa la società opulenta organizzata secondo il comunismo libertario e che converte la produzione in base alle esigenze reali. Una teoria anarchica recenteriportata nel classico "Post-scarcity anarchism" Murray Bookchin, in questo teno pone il problema della carenza come un grande quesito da sciogliere per la teoria politica
Ma gli anarchici hanno la prova che l'approccio produttivo decentrata e  l'applicazione di tecnologie alternative è praticabile?

 Secondo Colin Ward, la proposta di lavoro intensivo e decentrata della produzione alimentare, fatta da  Kropotkin  un secolo fa, ha dimostrato che quest'esperienza è molto pratico.
 La moderna industria agricolo in Gran Bretagna e nei paesi occidentali supera le aspettative... Il 
Gruppo di Tecnologia Intermedio E.F. Schumacher si basa sulla tradizione di pensatori come Kropotkin e William Morris, e sulla cosiddetta tecnologia appropriata, che permetterebbe lo sviluppo delle società per risolvere i loro problemi di scarsità e di disoccupazione, evitando le disastrose conseguenze di una industrializzazione pesante e dell'urbanizzazione.

 Negli Stati Uniti d'America, gruppi come l'Istituto di Local Self-Reliance stanno esplorando le possibilità attraverso cui le comunità locali possono emprobrecidas sfuggire alle insidie ​​di dipendenza e sfruttamento economico attraverso lo sviluppo di comunità di produzione.  David Morris e Karl Hess presentano un quadro abbastanza dettagliato di alcune di queste possibilità nel loro libro "Neighbourhood Power" , in parte, è basata sul  lavoro nel Adams-Morgan quartiere di Washington, DC.

  Nel discutere l'approccio anarchico a questioni quali la scarsità e il tenore di vita, è importante che tutto ciò in cui la domanda non risponde a prodotti di sussistenza, rispecchia la produzione di una società di abbondanza. Gli anarchici sostengono, che l'apparente improbabilità di realizzare una società attraverso forme di produzione  anarchiche, se debe a un error al cuestionar la ideología del consumo material. Se l'abbondanza dovrebbe essere basata su un'espansione infinita in produttività e conseguentemente in  uno sfruttamento completo della natura, ovviamente non è il gioco che vale la candela.
Per gli anarchici, l'abbondanza sarà raggiunta nello sviluppo dei bisogni sociali e nella soddisfazione del desiderio di una vita creativa e soddisfacente. A questo proposito è il senso del termine "ricchezza" che va interpretato non in senso materiale ma in una visione dell'immaginario simbolico, come la sensazione di profondità del senso di comunità.

Gli anarchici sottolineano l'incapacità del semplice aumento della produzione per elevare la qualità della vita, per soddisfare le necesittà di base. Questo fenomeno va spiegato nell'ottica della natura della società odierna, secondo cui l'uomo non è nient'altro che un consumatore, vi è poi, la riduzione dei valori umani ai valori di comfort in una società di consumo, e la distruzione degli ambienti naturali  a causa della sfrenata ossessione per la produzione di merci e per la crescita quantitativa.

 Il riconoscimento di questi problemi apparentemente astratti e teorici non deve portare a trascurare di comprendere l'interesse pratico verso le forme di sviluppo. La tecnologia che utilizza  livelli di produzione sufficientemente alti da soddisfare i bisogni primari e superiori, con i requisiti di un sistema sociale a misura dell'uomo, cioè ne burocratico o gerarchico. Quello che gli anarchici rifiutano è un approccio semplicistico che i isola i problemi di produzione,  per esempio, delle relazioni sociali che sono alla base di tale tendenza, o quelle correnti che vedono come unica alternativa il continuo sviluppo delle odierne tendenze di sviluppi tecnici, cosi come economici e rapporti politici.


L'approccio diretto, ignora necessariamente le indicazioni alternative nello sviluppo della tecnologia, che sono indirizzate a mantenere lo stesso regime di produzione e ignora anche le strategie alternative per la arricchimento dei produttori, come la grande distribuzione dei prodotti opposto rispetto al consumo individuale, l'abolizione dei consumi superflui derivanti dalla manipolazione dei bisogni e delle necessità, e della creazione di bisogni più sociali, rivolti al consumismo che non materiali.
 È sbagliato presumere che l'esistenza di una società di abbondanza corrisponda alla presenza di grandi quantità del tipo di merci ora prodotte, cioè di beni non necessari.
 

domenica 1 aprile 2012

Il Potere: ecco il nemico! Come e perché tutte le Rivoluzioni non abbian realizzate le aspirazioni popolari

Bruno Misefari

I

Donde comincia e da chi è compiuta una Rivoluzione?
Un’educazione intellettuale, fatta di superficialità, ci addita a prima vista i filosofi quali fonte di ogni movimento rivoluzionario e quindi d’ogni progresso. Ma un analizzatore profondo ne scopre invece il popolo. Il filosofo, per lui, non è che la voce autorevole delle aspirazioni d’un popolo.
Platone e Aristotele infatti sacrificano l’uomo allo Stato; perché? perché tali erano ai loro giorni le greche istituzioni.
Locke riconosce la sovranità della nazione sul monarca; perché? perché egli viveva all’epoca della Rivoluzione inglese. Gli enciclopedisti abbattono ogni privilegio feudale e regale, e riconoscono la sovranità popolare in senso democratico; perché? perché vivevano in epoca in cui tali pensieri, lanciati dalla Rivoluzione inglese, erano già latenti nel popolo. Dopo la Rivoluzione del 1793, sono cangiate le condizioni popolari, e cangiano le idee: sorgono Babeuf, Proudhon, Godwin, Saint-Simon, Fourier, Marx, Bakunin; e con essi la odierna corrente di idee comuniste: l’autoritaria e l’anarchica.
Ed è logico!
Che cosa è una Rivoluzione, se non un periodo più o meno lungo di evoluzione, se non il compimento d’una evoluzione?
Lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo col suo corteggio di odi, di lotte, di delitti, di vergogne e d’onte senza nome, provoca uno squilibrio fra le aspirazioni naturali al soddisfacimento dei bisogni degli uomini e la realtà esistente.
Le sofferenze sono inaudite, ed ognuno mal sopporta il presente. L’equilibrio deve essere ricomposto in un moto verso il passato e verso l’avvenire. La stasi, la passività è impossibile. Allora, allora soltanto, vediamo il popolo avanzare delle esigenze; e allora, allora soltanto vediamo sorgere il Pensatore prima e l’Eroe dopo. Il Pensatore organizza e raggruppa le condizioni e le esigenze del popolo, e le lancia abbaglianti di genio attraverso il mondo, a monito supremo verso i tiranni; mentre l’Eroe le afferma col gesto e col sacrificio. L’Idea Rivoluzionaria è nata così, prima nel popolo, poscia è passata nei filosofi.
Dal principio del mondo fino ai giorni nostri, dunque, sono le idee che procedono dai fatti e non i fatti dalle idee. E questo dimostra non solo quanto sia assurdo il concetto di alcuni che le rivoluzioni si facciano prima nel pensiero e poi nella realtà; ma dimostra anche ad evidenza e sopratutto che le rivoluzioni incominciano sempre nel popolo.
E da chi sono fatte?
La storia non ci parla di alcuna rivoluzione comparsa da sé, per grazia di dio, o nata «dalla resistenza o dall’attacco d’un parlamento, o d’una assemblea legislativa». La distruzione di un vecchio regime non è opera di una legge; ma di tutto un popolo, appunto perché è il popolo che costruisce un nuovo regime sulle rovine del vecchio, e perché «la ricostruzione della vita sociale non può compiersi senza l’opera delle moltitudini che è intrapresa in mille punti e nello stesso tempo». Se così non fosse come avrebbe valore il pensiero di Karl Marx: l’emancipazione dei lavoratori deve essere opera dei lavoratori stessi? Nessun governo, «nessuna dittatura ha mai trovato né mai potrà trovare l’espressione delle nuove forme di vita fino a che queste forme non si determineranno esse stesse nell’opera di ricostruzione delle masse». Tutta la storia della Rivoluzione Francese del 1789-1894 è là a dimostrare il nostro asserto. Del resto, anche l’ultima così detta Rivoluzione Ungherese ci dice chiaramente quanto sia impossibile compiere una trasformazione sociale a furia di decreti, vale a dire quanto sia impossibile a compiere dall’alto una Rivoluzione.
Le rivoluzioni dunque cominciano tutte nel popolo e solo per virtù di popolo esse si compiono.
Ora, se sono i popoli a far sorgere e compiere una rivoluzione come si spiega che attraverso i secoli, tutte le rivoluzioni non han dato ai popoli tutti i benefizi agognati e per cui scesero in lotta? In altri termini: perché queste rivoluzioni popolari sono sorte? Chi e che cosa le ha strangolate? Chi ha sempre ingannato i popoli?
Analizziamo la storia delle rivoluzioni passate. Certo, come tutte le branche della filosofia, anche la storia presenta il solito lato borghese: rivela solo ciò che è utile alla borghesia; e, perciò, così come si legge nei libri della scuola ufficiale, essa non è che l’esposizione della lotta politica dei partiti che si contendono il potere. L’aspetto economico e popolare delle rivoluzioni non è stato mai trattato. Solo Kropotkin ha fatto questo lavoro per la Grande Rivoluzione Francese. Ma noi ci insinueremo negli studi fatti dagli storici borghesi e raggiungeremo ugualmente il nostro scopo di rispondere alle precedenti domande. Il nostro lavoro presenterà delle lacune, certamente; ma esso basta — incompleto, com’è — a dimostrare il nostro assunto e cioè che l’Autoritarismo, il Potere è stato sempre in agguato, mentre il popolo versava il suo sangue nel bagliore della lotta insurrezionale contro i tiranni, e che subito sorgeva fermata a metà strada la rivoluzione popolare e perciò la uccideva a beneficio di una nuova classe; ovverosia che le Rivoluzioni — tutte le Rivoluzioni — sono state sempre strangolate dal Giacobinismo, dal principio d’Autorità, che mette capo allo Stato.

Uno dei primi movimenti essenzialmente rivoluzionari è:

Il movimento Comunista Cristiano
Avvilito dall’enorme peso di sfruttamento e di oppressione dell’Impero Romano, il popolo di Giudea, come del resto tutti gli altri popoli da quello oppressi, non poteva non sentire dei bisogni di libertà, di benessere e di pace.
Poteva dunque progredire; e spinto dall’istinto anarchico che risiede in fondo ad ogni popolo, tentò di realizzare le sue aspirazioni comuniste, predicate anche dal Cristo. «Ma la corrente autoritaria che si incarnava negli Apostoli fece degenerare il movimento in un movimento di Chiesa, costrutta sul modello delle chiese degli ebrei e della Roma Imperiale stessa; e ciò uccise quanto il cristianesimo al suo inizioaveva di anarchico, gli diede delle forme romane e ne fece ben tosto il sostegno principale dell’autorità, dello stato, della schiavitù, dell’oppressione». Il movimento moriva cosi strangolato dall’autoritarismo degli Apostoli, nel popolo giudaico fu spenta ogni energia rivoluzionaria: non potendo conquistare il regno della terra, si rivolse alla conquista del Regno dei Cieli; prevalsero le massime di umiltà e d’indifferenza alle cose terrene; e sul mondo scese una notte lunga di secoli.

Movimento degli Hussiti in Boemia (1415-1435)
Altro movimento rivoluzionario popolare, di spiccate tendenze anarchiche, è il movimento degli Hussiti, scoppiato in Boemia dal 1415 al 1435.
I contadini espropriavano i beni signorili e tentavano l’esperienza della “Comunità dei beni”. Ma il giacobinismo vegliava e si armava contro questo generoso e naturale esperimento.
Giovanni Ziska fu l’incarnazione di questo autoritarismo. Creò un partito intrufolandosi nel movimento popolare. Quando dominò le folle ed ebbe il loro cuore, mise in azione le sue forze antirivoluzionarie e dittatoriali: mise su un esercito di contadini che in lui fidavano per realizzare le loro aspirazioni: fermò l’insurrezione comunista a metà strada: la uccise e divenne il Vicerè di Boemia.

Movimento degli Anabattisti in Germania
Altro movimento rivoluzionario che ebbe un fondo anarchico, fu il movimento anabattista dei XVI secolo, che inaugurò e fece la Riforma (1521).
«La Germania intera — dice lo storico Freeman — fu messa a soqquadro da una gigantesca rivolta di contadini... Gli anabattisti, fanatici, non solo predicavano pericolose dottrine religiose», ma cercavano ancora di sconvolgere il Governo e la società, tanto da trascinare le popolazioni della campagna e il basso popolo delle città a moti sediziosi e socialistici». Era un movimento comunista che cercava di imporsi.
«Ma schiacciato da quelli tra i riformisti — dice il Manfroni — che diretti da Lutero, si allearono coi Principi anche cattolici contro i contadini ribelli, tale movimento fu soffocato da un grande massacro di contadini e di basso popolo delle città. Poscia, l’ala destra dei riformati degenerò poco a poco, fino a diventare quel compromesso con la sua propria coscienza e lo Stato, che esiste oggi sotto il nome di protestantesimo».
L’autoritarismo, incarnato in Lutero e nei suoi seguaci, schiantò il movimento anabattista in Germania.

II

Rivoluzione dei Paesi Bassi (1566)
Così, come pel movimento degli Hussiti, accade pel movimento dei Paesi Bassi.
Ogni rivoluzione è un movimento essenzialmente economico; e può avere a bandiera un programma religioso e politico, ma sotto di essa nascondersi sempre l’aspirazione popolare al godimento dei bisogni ed alla libertà; vale a dire sotto quel programma c’è sempre quello della rivoluzione sociale.
Così la rivoluzione dei Paesi Bassi ha per bandiera la libertà religiosa voluta dal protestantesimo perseguitato, e quindi la soppressione del potere assoluto dei Re, persecutori del protestantesimo, e della indipendenza politica, voluta dalla nascente borghesia. Ma all’ombra di questa bandiera voi vedete chiaro un movimento comunista, seguito necessario del movimento anabattista; proprio come questo è il seguito necessario del movimento Hussita. «La stessa dottrina degli anabattisti — dice Monfroni — che aveva sollevate e trascinate in Germania le popolazioni della campagna a moti sediziosi e socialistici, aveva trovato favore in molte città dei Paesi Bassi e specialmente ad Amsterdam».
Il movimento era dunque comunista, ma il sentimento religioso del popolo, coincidendo con quello dei nobili, i quali appoggiavano e aiutavano apertamente il movimento della Riforma per entrare in potere dei beni del clero spodestato, e con quello della nascente borghesia, che voleva l’indipendenza politica, creò uno degli equivoci dolorosi per cui il popolo fu ingannato: fece apparire qual rivoluzionari i borghesi e anche i nobili, che si erano ribellati al Re Filippo II, perché questi, rompendo la tradizione di nominare a governatore generale dei Paesi Bassi uno di sangue reale del luogo, aveva nominato invece Emanuele Filiberto di Savoia.
Di modo che alla rivoluzione popolare si univa il malcontento dei borghesi e la ribellione dei nobili contro la dinastia spagnola. Fu facile quindi ad un principe, Guglielmo D’Orange, di fermare a metà l’insurrezione proletaria comunista, inalberando il vessillo ipocrita dell’indipendenza politica, tanto comodo a nobili e a borghesi. Soppressi i più fidi amici del popolo finì con l’uccidere in breve tempo l’agitazione popolare.
Come la uccise? L’insurrezione divampava per la Nazione: gli agenti del principe, ultimi arrivati, nel momento in cui il popolo cominciava a ricostruire il nuovo ordine di cose, intrigavano con tutti i mezzi e omogeneamente facendo eleggere(ecco il Potere!) nuovi magistrati favorevoli alla rivoluzionee facendo proclamare l’obbedienza al principe stesso quale ex governatore di Olanda, «secondo i suggerimenti, dice il Manfroni, dati dagli agenti del principe». Di modo che il moto non solo comunista, ma anche apertamente anti-monarchico, si trasformava per virtù del partito Orangiano in un moto contrario al governatore generale.
La rivoluzione proletaria aveva già ricevuto il primo colpo fatale: il dittatore era nato. Ma, volendo questi raccogliere i frutti della sollevazione popolare, tentò di irreggimentare la rivoluzione; formò alla meglio un esercito e marciò contro il Duca D’Alba, emissario del Re. Non ebbe fortuna; e le conquiste dell’insurrezione furono annullate in alcune Regioni dalla reazione militaresca del Duca D’Alba. Ma, mentre ciò accadeva in queste regioni, in quelle del Nord «le cose volgevano assai favorevolmente per il popolo insorto». Ma il dittatore lavoral’ambiente anche lassù, col malefico principio del potere, e ottiene anche per quelle regioni «i pieni poteri civili e militari», onde poté avere «il diritto di riscuotere imposte, di levar soldati, di pronunziare sentenze e di compiere tutto quello che egli e i suoi luogotenenti credessero opportuno per la guerra contro il Re».
La dittatura era instaurata: la rivoluzione era colpita a morte, per sempre; e le lotte successive che quel popolo combatté non furono altro che le lotte del Principe per assicurarsi la dittatura.

Rivoluzione Inglese (1648)
Così e non molto dissimilmente dalla rivoluzione dei Paesi Bassi è avvenuto per la Rivoluzione Inglese. Non era paese ove il feudalesimo avesse imperato con tanta violenza e con tanta infamia come in Inghilterra. Ognuno di voi avrà letto nel Capitaledi Karl Marx quelle pagine in cui parla della formazione della proprietà nobiliare e ne ha tremato di sdegno. — Io non ne dico di più. — Dirò solo che per le grandi insofferenze in cui soggiaceva il popolo una rivoluzione si imponeva. E la rivoluzione è nata sotto il vessillo dell’indipendenza religiosa e dell’abolizione del potere assoluto dei Re e della servitù della gleba. — Anche essa nasconde l’aspirazione delle masse a inaugurare un nuovo ordine di cose in senso comunista. «Il risveglio generale delle menti, dice il Freeman, a speculazioni filosofiche sull’eguaglianza dell’umanità, le quali ebbero per conseguenza delle rivolte di contadini. La setta dei follardi, seguaci di Wickliff, mescolò il movimento religioso con quello sociale». Dalla Scozia all’Irlanda in un breve volger di tempo fu tutta una serie di insurrezioni gigantesche e sanguinose. Nella sola Irlanda si contano oltre 50.000 morti fra i seguaci dei Re d’Inghilterra. E prima ancora che questo movimento venisse infranto, tutta la città di Londra stessa si levò in armi e il re fu costretto a fuggire per non cadere vittima del furore popolare (1642). Ma il movimento insurrezionale era anche qui insidiato dal Giacobinismo, dalla dittatura; e Oliver Cromwell, sua incarnazione, con la testa di Re Carlo I faceva rotolare nel paniere del boia anche le aspirazioni comuniste del popolo d’Inghilterra.

Rivoluzione Francese (1789-1793)
Che dire poi della grande Rivoluzione Francese? Sarebbe fare oltraggio alla vostra educazione intellettuale se volessi intrattenervi dettagliatamente su quel meraviglioso, gigantesco movimento rivoluzionario, che cotanti larghi orizzonti aprì ai popoli del mondo.
Vi dirò invece in succinto la parte essenziale di esso, in rapporto alla nostra discussione, riportando le scultoree parole del nostro Kropotkin. — Da esse risulta come la causa della morte della Rivoluzione Comunista, iniziata e voluta dal basso popolo di Francia, sia stato il Giacobinismo della classe borghese.
«Noi vediamo nella Rivoluzione Francese — dice il Kropotkin — prima di tutto, un grande movimento popolare, soprattutto contadino campagnolo, movimento che aveva per scopo principale l’abolizione dei resti della schiavitù feudale e la ripresa, da parte di tutti i contadini, delle terre rapite da ogni sorta di ladri ai comuni di campagna, e in questo, sia detto fra parentesi, si riuscì specialmente nell’est della Francia.
Una situazione rivoluzionaria essendo stata creata dalle sollevazioni dei contadini, che continuarono durante quattro anni, nello stesso tempo, da un lato si sviluppò, soprattutto nelle città, una tendenza verso l’uguaglianza comunista, e dall’altro si vide crescere il potere della borghesia, che lavorò con grande intelligenza per stabilire la propria autorità, in luogo di quella sistematicamente demolita della monarchia e della nobiltà. All’uopo, i borghesi lottavano aspramente, crudelmente quando occorreva, per costruire uno Stato potente, accentrato, che assorbisse tutto ed assicurasse loro il diritto di proprietà (in parte sopra i beni appena acquistati durante la rivoluzione), come pure la piena libertà di sfruttare i poveri e di speculare sulle ricchezze nazionali, senza alcuna restrizione legale.
Quest’autorità, questo diritto allo sfruttamento, questo lasciar fare unilaterale, essa l’ottenne infatti e per mantenerlo creò la sua forma politica: il governo rappresentativo nello Stato accentrato. (La Rivoluzione era uccisa).
E in tale accentramento statale creato dai Giacobini, Napoleone trovò il terreno del tutto preparato per instaurare prima la dittatura consolare e poi.... l’impero. Così pure cinquant’anni dopo, Napoleone III trovò a sua volta, nel sogno di una repubblica democratica accentrata, sviluppatasi in Francia verso il 1848, gli elementi già pronti del secondo impero. E di questa forza accentrata, che uccise durante settant’anni ogni vita sociale, ogni sforzo, sia locale sia all’infuori dei poteri dello Stato (lo sforzo professionale, il sindacato, l’associazione privata, il comune, ecc.), la Francia soffre ancora ai nostri giorni. Il primo tentativo per rompere questo giogo dello Stato — tentativo che apre per ciò un’era storica — non fu fatto che nel 1871 dal proletariato parigino.

III

Che risulta da tutto quanto abbiamo visto? Qual è l’insegnamento che la storia delle rivoluzioni passate ci impartisce?
Eccolo: La corrente popolare è stata strangolata sempre dalla corrente autoritaria e dittatoriale. Il popolo, dunque, ha sempre perdute le sue battaglie, perché ha permesso a un partito di dominare, di accentrare il Potere nelle sue mani, piuttosto che di restare in rivoluzione in permanenza, fino al completo trionfo delle sue aspirazioni, contro ogni pericolo di re, di nobili, di borghesi e di politicanti Dittatoriali.
Il Potere: ecco il grande nemico dei popoli! Esso è lo strangolatore della rivoluzione. Tutte le rivoluzioni sono rimaste soffocate dalle classi che ingannando i popoli hanno costituito un Potere. Ora, se questo è l’insegnamento della storia, vorrà ancora nulla impararne il popolo lavoratore? Vorranno ancora i socialisti statali, restare legati al loro sogno di socializzazioni degli strumenti di lavoro nelle mani di uno Stato accentrato? Vorranno per questo loro sogno fermare a metà strada la rivoluzione proletaria, che sta rombando, con urli di vendetta o di giustizia, da mare a mare? Se la morte delle rivoluzioni precedenti è dovuta alla costituzione di un potere, è proprio questa forza di autorità che bisogna rompere e immobilizzare se si vuol realmente vincere la prossima battaglia. L’analisi dei diversi movimenti rivoluzionari ha confermato il nostro modo di vedere: onde non è inopportuno ripetere ancora una volta col Kropotkin che «la futura rivoluzione sociale non deve essere concepita come una dittatura giacobina o come una trasformazione sociale compiuta da una convenzione, da un parlamento o da un dittatore. In questo modo non si è fatta mai alcuna rivoluzione, e se la sollevazione popolare prendesse tal piega, sarebbe condannata a perire senza dare un frutto duraturo. La rivoluzione deve essere concepita come un movimento popolare che prenda una larga estensione e durante il quale in ogni città e villaggio invaso dal movimento insurrezionale, le moltitudini si mettano esse stesse al lavoro di ricostruzione della società. I contadini e gli operai, il popolo tutto dovrà cominciare egli stesso l’opera ricostruttiva, edificatrice su principi comunisti più o meno larghi, senza aspettare ordini e disposizioni dall’alto. Dovrà prima d’ogni altra cosa fare in modo che tutti abbiano il nutrimento e l’alloggio e poi pensare a produrre precisamente quanto sarà necessario per nutrire, alloggiare e vestire tutti. In quanto al Governo noi non riponiamo in esso speranza alcuna e diciamo fin da ora che non potrà far nulla, sia poi costituito per forza o per elezione, sia esso la Dittatura del proletariato, come la si chiama fin dal 1840, o sia anche un governo provvisorio o una convenzione. E lo diciamo perché tutta la storia c’insegna che mai gli uomini innalzati al Governo dalle onde rivoluzionarie sono stati all’altezza della loro situazione. Non potevano esserlo, perché nel lavoro di ricostruzione d’una società su principi nuovi, degli uomini isolati, per quanto intelligenti e disinteressati essi siano, sono sicuri di sbagliare. Fa d’uopo invece lo spirito collettivo delle moltitudini esercitato sulle cose concrete: il campo arato, la casa abitata, la fabbrica in attività, la ferrovia d’una data linea, il piroscafo a vapore. Uomini isolati possono talvolta trovare l’espressione legale, la formula per una distruzione di vecchie forme sociali, quando questa distruzione sta già per compiersi! — Tutt’al più possono allargare un po’ questa opera distruttrice, estendendo a tutto il territorio ciò che si fa soltanto in una parte di esso. Ma imporre la distruzione con una legge è assolutamente impossibile, come l’ha provata, per esempio, tutta la storia e la rivoluzione francese del 1789-1794», e ultimamente la rivoluzione così detta d’Ungheria.
«In quanto alle nuove forme di vita che incominceranno a sbocciare dopo una rivoluzione sulle rovine delle forme precedenti, nessun Governo potrà mai trovare la loro espressione, fin tanto che queste forme non si determineranno esse stesse nell’opera di ricostruzione delle moltitudini, intrapresa su mille punti nello stesso tempo. Chi aveva presagito o avrebbe potuto comunque presagire, infatti, prima del 1789, quale funzione avrebbero avuto le municipalità, la comune di Parigi e le sue sezioni, negli avvenimenti rivoluzionari del 1789-1794? Non si legifera l’avvenire. Tutt’al più si possono presagire le tendenze essenziali e sgombrar loro il cammino».
In ogni modo l’emancipazione dei lavoratori deve essere opera dei lavoratori stessi, non mai opera di un gruppo o di un uomo o di un partito, cha la redenzione dei lavoratori anche in buona fede voglia decretata dall’alto di un governo dittatoriale.
Guardate l’Ungheria! Il partito comunista, senza attendere l’insurrezione popolare, occupa i poteri dello Stato, decreta il comunismo. Che avviene? Il popolo lo accetta. Ma la reazione francese infuria alle frontiere: l’Ungheria è presa in un cerchio di ferro e di fuoco. Il partito comunista fa miracoli di costanza, d’audacia e di eroismo; ma il popolo, la grande massa di popolo?... Quale differenza fra il popolo della Comune Ungherese e quello della Comune di Parigi! I parigini combattevano fino all’ultimo e a decine di migliaia furono perciò trucidati. Gli ungheresi dopo le prime battaglia curvarono la fronte al giogo borghese senza l’eroico gesto del sacrificio. E tutto questo perché? Perché i parigini fecero da loro stessi, col loro sangue, la Comune, mentre gli ungheresi l’hanno avuta in regalo dall’alto!
«Ogni periodo rivoluzionario, insegna F. S. Merlino, dovendo essere la gestazione del nuovo ordine sociale, deve già contenerne tutti gli elementi e compierne o abbozzarne tutte le rivendicazioni. Più demolizioni e più rivendicazioni saranno fatte in esso periodo, e più salda sarà la base dal nuovo ordine di cose.
Anzi la sicurezza e la durata del movimento dipendono dalla somma di demolizioni e di rivendicazioni compiute per tempo: se ci è lecito di esprimerci così, la possibilità di avanzare in una seconda, terza, quarta giornata, dipende dalla quantità di lavoro eseguito nella prima, seconda, terza giornata; dissodato il terreno prima rimuovete gli incontri, e il frutto verrà poi regolarmente di anno in anno con poca fatica: impartite alla macchina il moto e questo procederà sempre più veloce: ma il primo lavoro deve essere intenso, il primo sforzo deve essere tale almeno che il moto segua. Le mezze misure, i palliativi, le dichiarazioni astratte e le velleità di legiferare sono lo scoglio contro cui può andare ad infrangersi il prossimo movimento rivoluzionario».
No, no, non vi lasciate disarmare, o lavoratori, appena vinta l’insurrezione; non vi lasciate impaludare nelle fredde gore d’una dittatura. Lasciate che la rivoluzione si dia tutta in braccio al genio multianime della distruzione! Lasciate che il popolo armato si scateni su tutto e tutti e rinnovi alfine con le proprie mani la sua vita!
Niente governi provvisori, niente comitati di salute pubblica, niente dittature!
Per fugare la contro-rivoluzione, per schiacciare la testa alla tirannide borghese e statale, per distruggere il passato non c’è altro mezzo che lasciare armata la folla; proprio come per ricostruire la vita sociale non c’è altro mezzo che lasciar libera, assolutamente libera, la folla. Il suo istinto naturale di mutuo appoggio saprà da solo riorganizzare la vita dopo l’insurrezione vittoriosa.
Ad occupar dei seggi, gli amici ed i compagni in fregola da dittatura, avran sempre tempo. Quando abolita la società capitalista statale e inaugurata quella dei liberi produttori e degli uomini fratelli, se hanno delle qualità speciali, potranno benissimo entrare nell’amministrazione economica della loro società o consigliare i loro fratelli per una data azione nei liberi consessi popolari, e compiere così tutto intero il loro dovere. Ma fino ad allora no. Fino ad allora non ci ha da essere che un solo proposito, espresso dal grido di guerra: Perché la rivoluzione trionfi abbasso il potere!

IV

Mi si dirà: E avete dimenticato la rivoluzione Russa? Non vedete che essa vive mercè la Dittatura del proletariato? No; non l’abbiamo dimenticata, e se volete vi diamo il nostro parere, eccovelo: La Rivoluzione Russa è stata fermata a metà strada dalla Dittatura dei Bolscevichi, che non è la Dittatura del Proletariato vera e propria, giacché questa consiste nella Rivoluzione armata in permanenza delle classi lavoratrici, contro le classi parassitarie, mentre quella di Russia è l’inaugurazione e il dominio di un governo di socialisti.
In una recente lettera, scritta in tedesco, Pietro Kropotkin, della Russia rivoluzionaria, il quale vede e studia e conosce meglio degli altri le cose e gli uomini di Russia, così si esprime:
«La Rivoluzione Russa — insinuatrice delle due grandi rivoluzioni inglese e francese — si sforza di progredire dal punto ove si è fermata la Francia quando ebbe raggiunta la nozione dell’eguaglianza di fatto, vale a dire dell’eguaglianza economica.
Disgraziatamente questo tentativo è stato fatto in Russia sotto la dittatura fortemente centralizzata di un partito, quello dei massimalisti. Lo stesso tentativo era stato fatto da Babeuf e dai suoi seguaci, tentativo centralista e giacobino. Debbo francamente confessare che, a mio modo di vedere, questo tentativo di edificare una repubblica comunista su basi statali fortemente centralizzate, sotto la legge di ferro della dittatura di un partito, sta risolvendosi in un fiasco formidabile. La Russia c’insegna come non si debba imporre il comunismo, sia pure da una popolazione stanca dell’antico regime ed impotente ad opporre una resistenza attiva all’esperimento dei nuovi governanti.
L’idea dei soviet, e dei consigli di operai e contadini, già preconizzata durante il tentativo rivoluzionario del 1915 e realizzata senz’altro il febbraio del 1917, fu un’idea meravigliosa. Il fatto stesso che questi consigli debbano controllare la vita politica ed economica del paese suppone ch’essi debbono esser composti da tutti quanti partecipano personalmente alla produzione della ricchezza nazionale.
Ma fintantoché un paese è sottoposto alla dittatura di un partito, i consigli di operai e contadini perdono evidentemente ogni significato. La loro funzione si riduce alla parte passiva rappresentata nel passato dagli Stati generali e dai parlamenti, convocati dal monarca e costretti a tenere testa ad un onnipotente consiglio reale.
Un consiglio del lavoro non può essere un corpo consultivo libero ed efficace quando manchi la libertà di stampa, situazione in cui ci troviamo in Russia da quasi due anni col pretesto della guerra. E quando le elezioni sono state fatte sotto la pressione dittatoriale di un partito, i consigli di operai e contadini perdono la loro forza rappresentativa. Si vuole giustificare tutto ciò dicendo che per combattere l’antico regime occorre una legge dittatoriale. Ma ciò costituisce un regresso quando si tratta di procedere alla costruzione di una nuova società su basi economiche nuove. Essa equivale alla condanna a morte della ricostituzione.
Sul come procedere per rovesciare un governo già in sfacelo non mancano esempi antichi e moderni. Altra cosa è creare di getto nuove forme di vita sociale — specie di forme di produzione e di scambio — di cui mancano gli esempi da imitare. Allora un governo che si proponga di regolare ogni cosa nei più intimi dettagli e che non vi riesce, pur disponendo di un esercito illimitato di funzionari, questo governo diventa una fonte di abusi infiniti. Esso sviluppa una burocrazia così vasta, che lo stesso sistema burocratico francese per il quale, per vendere un albero rovesciato da un uragano, è richiesto il concorso di quaranta funzionari, appare come un’inerzia. È lo stato di cose a cui assistiamo oggi in Russia. Ed è ciò che voi, lavoratori d’Occidente, dovete evitare, se avete a cuore il successo della ricostituzione sociale. Mandate in Russia i vostri delegati per rendervi conto da vicino come una rivoluzione sociale opera nella vita reale...
L’immane lavoro ricostruttivo richiesto dalla rivoluzione sociale non può essere l’opera di un governo centrale, anche se questi dispone per guidarlo di qualcosa di meglio che i soliti manuali socialisti od anarchici. Gli occorrono le cognizioni, la mente e la collaborazione volontaria di una moltitudine di forze locali e specializzate le quali soltanto sono in grado di risolvere con successo i vari problemi economici nei loro aspetti locali. Respingendo questa collaborazione per far unico assegnamento sulle qualità geniali di singoli dittatori di partito, equivale alla distruzione degli organismi indipendenti, come le organizzazioni professionali e le cooperative locali, riducendole, come è il caso attualmente in Russia, a semplici accessori burocratici del partito».
L’unica, la più grande, la più bella conquista dei proletari russi — i Soviet costituiti quando Lenin e Trostky erano cento miglia lontani dalla Russia e volevano la Repubblica democratica! — i Soviet hanno perso ogni significato, grazie alla Dittatura Bolscevica, e perdono sempre più «la loro forza rappresentativa» perché le elezioni sono fatte sotto la pressione della Dittatura del partito bolscevico. E dove mai la Dittatura del Proletariato, dov’ è mai la Rivoluzione, quando il popolo non puòesprimere il suo parere e, peggio ancora, quando un partito, anche se socialista, denatura le conquiste popolari a detrimento del popolo? No: la Rivoluzione Russa è stata fermata dai bolscevichi. Questo è il vero.
Io vedo una barca veliera tra i flutti di un mare in corrusco: vedo il cielo gravido di tempesta: sento una voce disperata chiamare al gran soccorso.
Sorgete! Suonate a stormo le vostre campane, o lavoratori, o grandi presenti e sempre assenti, o eterni ingannati da re e da preti, da signori e da politicanti! «Voi avete fatto tutto, potete distrugger tutto, perché potete rifare». Per legge naturale di evoluzione, la rivoluzione è alle porte d’Italia; per legge storica la Rivoluzione sarà eminentemente comunista ; per legge di cose anche adesso sono in lotta le due grandi correnti: la popolare e la dittatoriale, l’una — la corrente popolare — voi la trovate in tutti i moti espropriatori dei contadini di Calabria, di Puglia, del Lazio, dei minatori di Sicilia, dei metallurgici di Sestri Ponente e di Napoli; la trovate in tutte le rivolte collettive, che sorgono e si affermano indipendentemente e contro gli ordini di disciplina impartita dai dirigenti delle organizzazioni proletarie. L’altra corrente, la dittatoriale, voi la vedete nella tendenza malefica dei dirigenti che tenta di dominare con una disciplina dittatoriale la classe proletaria ribelle e che sconfessa i moti di Mantova, che esaurisce con la mancanza della solidarietà proletaria il meraviglioso sciopero degli operai torinesi, che firma contro il parere di una enorme massa di operai dei concordati capestro come quello dell’Ilva di Napoli, che esaurisce la energia rivoluzionaria con gli scioperi burletta di 24 ore. È quella che mentre il popolo insorge, che mentre il popolo grida a gran voce la rivoluzione sociale, invece di armi compra case e tipografie per quotidiani, e che peggio ancora vuole inquadrare una rivoluzione che è incapace di far divampare, in certi angusti schemi dittatoriali, quasi questi non fossero la soppressione della libertà, e quasi il socialismo potesse vivere o trionfare senza la libertà!
No, lavoratori, non permettete che la dittatura di un partito e quindi di un gruppo di uomini, fermi la rivoluzione proletaria che deve spingersi più avanti che sia possibile onde il benessere, la pace e la libertà del genere umano sia al fine un fatto compiuto.
I dittatori sono assenti sempre quando voi sorgete in armi, e rovesciate con una insurrezione gigantesca, formidabile, spaventosa, tremenda, l’oppressione capitalistica e statale. No. Contro ogni pericolo di dittatura che rappresenta sempre una controrivoluzione, abbiate sempre un solo pensiero: il trionfo della Rivoluzione.
E perché questo sia, restate sempre in rivoluzione in permanenza fino a che sul mondo non avrà stese le ali candide e pure l’Anarchia, che è l’unica convivenza logica del genere umano, che è il coronamento politico del socialismo, che è il trionfo necessario e sufficiente della rivoluzione sociale internazionale per cui noi anarchici siamo pronti a combattere col popolo e pel popolo, senza pennacchi al cimiero, senza usberghi di sicurezza, senza manie dittatoriali, ma col cuore ancora e sempre aperto ai voli della libertà più sconfinata e del godimento più puro di tutte le gioie umane.

[L’Avvenire Anarchico, n. 25 del 13/8/1920, n. 26 del 20/8/1920, n. 27 del 3/9/1920, n. 28 del 17/9/1920