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lunedì 22 ottobre 2012

L’azione degli anarchici nella rivoluzione russa

Kasimir Teslar
 
Il giorno 17 dello scorso ottobre, nel salone della Camera del Lavoro di Torino, tenni una conferenza sul tema: «Gli anarchici e la rivoluzione russa», a cui oltre agli anarchici e a un numeroso pubblico, intervennero una trentina di comunisti autoritari. Il contegno di questi ultimi fu il solito: essi diedero sfogo al loro autoritarismo e con un indescrivibile accanimento fecero opera di sabotaggio, sì da scavare ancor più incolmabile abisso che ci separa. Essi ci convinsero una volta di più che tra noi e loro, all’infuori d’una guerra a morte non vi può essere nulla di comune. Infatti quei futuri cekisti, oltre alla prova del loro settarismo, ci diedero anche quella dell’incoerenza e della malafede.
Il contraddittorio del comunista Nicolò fu privo di senso comune e pieno di falsità e riboccante di calunnie, contro gli anarchici. Ai fatti da me narrati, Nicolò rispose con una sciocca tirata di goffi epiteti, ma non oppose un solo fatto e non disse nemmeno una parola della Rivoluzione Russa. In fondo in fondo egli non fece che una stupida apologia dei governanti dittatoriali di Mosca.
Nel n. 289 l’Ordine Nuovo con la faccia tosta che lo distingue così bene, pubblicò, circa il contraddittorio anarchico-comunista sulla Russia, tante menzogne quante righe vi erano nell’articoletto. Esso ribatteva sul «solito discorso libertario» contro la Russia dei Soviet e dei suoi dirigenti e finiva col protestare contro la «diffamazione in danno del primo stato proletario».
Siccome all’oratore comunista autoritario Nicolò i fatti da me esposti sembravano insufficienti e i miei argomenti non l’avevano convinto, li voglio ora ripetere e vedremo chi sono i diffamatori e i controrivoluzionari, se noi o loro.
Eccovi quattro verità sul così detto primo Stato proletario e sulla parte che presero i bolscevichi e gli anarchici nella Rivoluzione Russa.
 
In primo luogo devo rilevare la confusione che molti ancora fanno tra la rivoluzione e il bolscevismo. Il bolscevismo, cioè marxismo o comunismo autoritario, è la vera controrivoluzione. Il bolscevismo ha strozzato ed ha assassinato la Rivoluzione Russa, che fu davvero liquidata dal partito comunista autoritario russo. In Russia non c’è più la rivoluzione; là vige un ordine nuovo, del quale il compito è l’assoluta liquidazione del movimento rivoluzionario e di tutte le conquiste della classe lavoratrice.
Il così detto «Primo Stato Proletario» si può benissimo chiamare «proletario» perché esso basa esclusivamente la sua politica sullo sfruttamento del proletariato.
Lo Stato imperialista dei comunisti autoritari è l’unico Stato al mondo che non è obbligato di ricorrere alle pantomime parlamentari e alle commedie delle dimissioni dei gabinetti. È lo Stato che dispone di un governo talmente forte che tanto il sig. Poincaré che il signor Lloyd George lo possono invidiare; è l’unico stato che ha saputo fondare tutta la sua sporca e forcaiola politica sulla diretta oppressione e sfruttamento delle masse lavoratrici, che è riuscito così bene a ingannare e sottomettere il proletariato. È l’unico stato che sia riuscito a vietare e annullare lo sciopero, ad immobilizzare le masse, a prenderle nel pugno, a trasformarle in una specie di fantocci, coi quali si fa quello che si vuole. È l’unico stato che ha saputo trasformare le Unioni Sindacali in strumenti e istituti d’oppressione, in istituti statali di lotta contro lo sciopero, in istituti di centralizzazione con pieni poteri di castigare gli operai, in organi esecutivi della volontà del governo; cioè del nuovo padrone, che si fece socio con tutti gli ex-padroni, insieme con i quali oggi rivendica sulle masse la presa di possesso delle fabbriche, delle miniere, delle officine e delle terre. Il governo bolscevico è il primo governo che sia riuscito a camuffarsi da governo proletario; e non occorre diffamarlo in ciò, perché il modo che questo governo impiegò per arrivare al potere, parla chiaro da se stesso.
I comunisti autoritari vogliono dei fatti? Non sono stati sufficienti quelli che ho narrato nella conferenza?
Eccone altri!
Procediamo per ordine cronologico:
Il partito bolscevico e tutti gli altri partiti che si mascherarono di socialismo, sono colpevoli del fallimento della rivoluzione del 1905. Tutti quei partiti si contentavano della sola distruzione dello zarismo; essi volevano l’instaurazione della democrazia costituzionale, o anche della monarchia costituzionale, perciò combattevano con tutti i mezzi e con tutte le forze la rivoluzione sociale, che già nel 1905 si manifestava. Le masse non si contentavano delle riforme; esse volevano la piena e assoluta espropriazione della borghesia.
Il fallimento della rivoluzione nel 1905 aprì gli occhi al partito bolscevico, sicché nel 1917 si decise a cambiare il suo nome e si chiamò comunista, perché nelle masse l’idea della comune era perfettamente penetrata. Il partito bolscevico russo comprese che soltanto ingannando le masse rivoluzionarie si può afferrare il potere, e quindi sempre per mezzo dell’inganno consolidarlo, fingendo di volere la rivoluzione sociale.
La rivoluzione del 1917 sorprese tutti i partiti. Studiate le rivoluzioni del partito bolscevico e degli altri, e noterete la loro indecisione e impreparazione! Leggete i discorsi di Trotzki e di Lenin riguardo alla Costituente e ai Soviet e rileverete che Lenin era nemico di quest’ultimi. Però in pratica vi si adattarono vedendo che le fabbriche e le officine, le miniere e le terre erano state espropriate e che il Comitato della fabbrica non era un Comitato per ridere e che i Soviet erano un pericolo per il futuro stato che sognavano i bolscevichi, e che loro non avevano la maggioranza nella Costituente che avevano propugnato e ciò anche dopo l’ottobre e dopo che i ministeri erano nelle mani dei bolscevichi. Ad ogni passo noterete la loro titubanza fra la scelta della Costituente e quella dei Soviet. I bolscevichi accettarono la forma dei Soviet, soltanto perché si convinsero che i Soviet potevano essere trasformati in organi di accentramento e di sabotaggio della rivoluzione. Fatta questa scoperta essi invasero i Soviet e i Comitati delle fabbriche e li trasformarono in tante sezioni esecutive del loro partito.
L’avanzata di Korniloff contro la città di Pietrogrado fu spezzata non dai bolscevichi, ma dalle masse operaie, insorte contro il governo d Kerensky. Lo zar non fu arrestato dai bolscevichi, ma fu arrestato dall’anarchico Hudiakoff. Il governo della Coalizione fu arrestato dalla massa insorta, dagli operai di Pietrogrado e dai marinai di Kronstadt. I bolscevichi facevano parte della Costituente e non furono loro a scioglierla, ma un corpo d’insorti anarchici a capo dei quali si trovava l’anarchico Gelezniak, un marinaio, e cioè contro la volontà del partito bolscevico. La rivoluzione procedeva a gonfie vele e il partito bolscevico restava sempre in coda e faceva degli sforzi per trattenere le masse; ma queste s’infischiavano dei partiti, dei programmi e delle risoluzioni, e dissolvevano il vecchio regime senza badare a nulla.
In Italia la rivoluzione nel 1920, secondo l’espressione di A. Borghi, correva dietro a tutti i partiti; ma questi fingevano di non essere preparati e pronti all’azione. Essi non volevano la rivoluzione e la strangolarono nei primi giorni della sua comparsa. In Russia la rivoluzione non attendeva, non sperava e non badava ai partiti: le masse coll’azione diretta risolvevano ogni cosa, e quando i partiti si trovarono in faccia ai fatti compiuti, ebbero la spudoratezza di «sanzionarli». Ogni atto delle masse colpiva lo stato nelle sue radici, benché i bolscevichi di ciò fossero contrariati, come, per esempio, della presa di possesso delle fabbriche e delle ferrovie, dell’espropriazione delle case e delle terre. Essi fingevano di volere la piena espropriazione; ma in fondo cercavano come meglio si poteva strangolare il movimento delle masse, liquidare la rivoluzione e infine come meglio servirsi di essa per arrivare e per consolidarsi il potere e alla direzione del movimento, per sottometterlo ai voleri del partito.
Appena ciò fu possibile, incominciarono a castrare la rivoluzione. La scissione del partito socialista rivoluzionario, fece nascere in loro il pensiero e la speranza d’imporre la loro egemonia a tutti gli altri partiti. Il nemico più potente, grazie alla scissione avvenuta, si è indebolito, e così il partito bolscevico si salvò dalla collaborazione col partito socialista rivoluzionario.
Leggi gli scritti di Lenin, pubblicati dopo l’ottobre, e vedrai la sua sfacciataggine. I bolscevichi diventarono più bakuninisti degli anarchici stessi, ma soltanto a parole.
I primi a mettere la mano sulle case borghesi furono gli anarchici, i primi a espropriare le tipografie dei giornali borghesi, ancora durante il governo di Krenski, furono gli anarchici. I bolscevichi solo con timidità li imitarono. Essi sfruttavano ogni atto degli anarchici e tutte le energie spiegate dalle organizzazioni anarchiche. Durante la rivoluzione, l’anarchico come forza distruttrice veniva impiegato e sfruttato dai bolscevichi; ma come forza riorganizzatrice e di ricostruzione veniva scartato, assorbito, eliminato o fucilato.
Per colpire la rivoluzione i bolscevichi propugnarono e organizzarono «il potere locale». Sempre per colpire la rivoluzione riuscirono a dividere il villaggio in due campi nemici, a mezzo dei «comitati di povertà». Sempre per strangolare la rivoluzione crearono un esercito, che chiamarono «rosso». Senza l’esercito lo Stato era un mito: soltanto un esercito regolare poteva assicurare l’esistenza dello stato e del governo bolscevico. La consolidazione del potere e dello stato significava la fine della rivoluzione e per finirla colla rivoluzione occorreva un regolare e un forte esercito. Per consolidare lo stato, per formare l’esercito, per imporre la legge del partito comunista autoritario occorreva a qualunque costo concludere la pace coll’imperialismo tedesco, che minacciava di spazzare via il nascente potere dei commissari rossi. Per assassinare la rivoluzione, per affamarla, il partito comunista autoritario cedette, vigliaccamente vendette ai tedeschi il granaio della rivoluzione: l’Ucraina. Oltre di ciò il partito comunista ha ceduto all’Intesa e ha lasciato alla mercé del capitalismo privato la Finlandia, l’Estonia, la Lettonia e la Lituania, benché in tutti questi paesi trionfasse la rivoluzione.
Non è vero che il blocco poteva strangolare la rivoluzione. Non è vero che l’esercito tedesco poteva vincerla. Vedi l’esempio dell’Ucraina. Sono delle sfacciate menzogne dei comunisti autoritari. Certo che il blocco era causa di molte sofferenze, ma in virtù del blocco la rivoluzione era assicurata contro l’esportazione del grano all’estero, che potevano intraprendere gli speculatori ed i controrivoluzionari. Il grano allora restò in Russia e questo fu un bene; ma i bolscevichi, come del resto tutti gli altri controrivoluzionari, che tendevano verso l’affamamento della rivoluzione, fecero tutto il loro possibile per distruggere quanto più potevano; come del resto, fece il partito comunista in Ucraina, in Siberia, sul Volga.
A misura che l’esercito tedesco fosse avanzato nella Russia, e a misura che si fosse disseminato nell’immenso territorio, doveva perdere fatalmente tutte le sue forze e tutta la sua efficienza, e così sarebbe finito d’essere un pericolo e per forza delle cose sarebbe stato disarmato e distrutto dai numerosi corpi di insorti, che in Ucraina avevano annientato gli eserciti austro-tedeschi prima e poi quelli di Denikin, di Kaledin, di Gregorieff, di Pletiura e di Wrangel. Questi eserciti non furono debellati dall’esercito rosso, che era male organizzato e occupato in altre faccende; ma furono schiacciati dalle bande di contadini e di operai insorti, che i bolscevichi definirono spudoratamente col nome di «banditi anarchici».
Il governo comunista non ignorava queste verità, ma esso fingeva di non dare nessuna importanza alle forze armate degli insorti, perché s’infischiava altamente della rivoluzione e la voleva a tutti i costi spegnere così come voleva spegnere qualunque spontanea iniziativa ed azione autonoma delle masse. Altrimenti il partito comunista non avrebbe potuto mai imporre la sua volontà alle folle rivoluzionarie. Soltanto con siffatti metodi reazionari esso poteva fiaccarle e sottometterle.
Per assassinare la rivoluzione in Ucraina, il partito comunista autoritario russo si è servito delle baionette dei soldati al comando dei generali tedeschi ed austriaci.
L’esercito rosso aveva un’altra missione, cioè quella di sottomettere il popolo russo e tutti gli altri popoli, come il Caucaso e l’Ucraina. Il suo compito era la liquidazione dell’insurrezione e della rivoluzione. L’esercito rosso era necessario per proteggere la Ceka, il governo, la burocrazia e il formalismo; era necessario per sottomettere i contadini, per esigere le imposte, per riprendere ai lavoratori le fabbriche, le officine, le case, le ferrovie, le miniere e le terre al fine di statalizzarle; era necessario per le requisizioni, per le fucilazioni dei contadini, per gli incendi dei villaggi ribelli, per imporre la legge, per fare rispettare i decreti di Sua Maestà Lenin e di Sua Eccellenza Trotzki, per difendere la Banca dello Stato, per impedire la distruzione delle prigioni, per obbligare l’Intesa a riconoscere il nuovo governo russo, per difendere e far trionfare l’imperialismo rosso dello stato marxista, come nel Caucaso, nell’Ucraina, nella Finlandia e in tante altre regioni sottomesse dagli zar e dai Khan di Mosca e che l’imperialismo rosso dei bolscevichi, col pretesto dell’internazionalismo (!), non intendeva e non intende liberare. Per tutto ciò era necessario un esercito regolare e in special modo per combattere la potente invasione dell’anarchismo e per impedire il trionfo della Rivoluzione sociale.
Coll’apparizione dello Stato per eccellenza, incomincia la lotta dell’individuo contro lo stato, la lotta dei contadini per il libero ed autonomo villaggio, la lotta degli operai contro il nuovo padrone e sfruttatore, la lotta dei lavoratori del braccio e del pensiero contro la più tremenda forma di schiavitù.
Per ora ha vinto lo Stato, ma la sua vittoria fu ottenuta al prezzo di sangue di due milioni di operai e di contadini, che furono fucilati, e al prezzo dell’assassinio della rivoluzione e di infamie inaudite.
 
*
 
I nostri compagni d’occidente non si rendono esattamente conto dell’azione degli anarchici russi durante la rivoluzione e ignorano perfino i nomi degli anarchici che eroicamente sono caduti nei combattimenti contro le guardie bianche e quelle rosse.
Gli anarchici russi hanno veramente meritato dalla rivoluzione; essi si sacrificarono con un’abnegazione senza pari; furono e sono tuttora dei veri idealisti, che per la salvezza della rivoluzione non hanno esitato di ricorrere alla violenza e di occupare i più difficili posti di combattimento.
Il più importante problema durante la rivoluzione fu la difesa armata. Questo intuirono i compagni russi e in massa andarono al fronte, formarono dei corpi di volontari
di insorti, e fecero la guerra partigiana, la guerra di retrovie, che fu una delle migliori tattiche.
Nessun esercito, anche meglio organizzato, può resistere contro gli insorti che in un batter d’occhio sfasciano le retrovie al nemico e lo obbligano a battere in ritirata. Una volta che un esercito ripiega e fugge in panico, esso non è più un esercito, ma una banda di disgraziati demoralizzati, dei quali si ha facilmente ragione.
La maggior parte degli anarchici russi ha difeso la rivoluzione e le sue conquiste, a cavallo, con la mitragliatrice, colla carabina e con la sciabola sguainata in pugno, e certo non ha commesso un errore. Essi si arruolarono nelle guardie rosse a scopo di propaganda e la facevano combattendo insieme coi lavoratori insorti. Essi costituirono corpi di guardie nere, di squadroni di cavalleria anarchica e giunsero anche a condurre poderosi eserciti di decine di migliaia di volontari. Più tardi entrarono nell’esercito rosso sempre con lo scopo della propaganda anarchica, perché compresero che l’esercito rosso era stato formato esclusivamente allo scopo di proteggere il potere e di soffocare la rivoluzione.
In virtù dell’azione vigorosa dei nostri compagni, nell’esercito bolscevico, reggimenti interi passarono dalla parte dell’insurrezione contro la reazione rossa. I comunisti autoritari vedevano e vedono tuttora negli anarchici il più grave pericolo per il potere; perciò con tutte le forze e con tutti i mezzi li hanno combattuti e li combattono ancora. Nel 1920, dopo una legalizzazione delle organizzazioni anarchiche, che durò soltanto due mesi, gli effetti della propaganda anarchica fra le truppe fu così efficace che le simpatie erano dalla parte degli anarchici. Il governo dovette sopprimerle, altrimenti non poteva più contare sulle sue divisioni regolari. E così, vediamo che Lenin ordina con un segreto telegramma il censimento degli anarchici in Ucraina; con un’altro ordina di preparare delle accuse per delitti comuni contro gli anarchici, e con un terzo comanda di arrestarli tutti quanti. Abbiamo assistito a dei veri e propri progrom contro gli anarchici nel 1920 in Ucraina. Il pericolo anarchico diventava temibilissimo e lo Stato ha ricorso a tutti i mezzi, anche i più vili, per schiacciare l’anarchismo, che minacciava di rovesciarlo.
Il merito degli anarchici russi ed ucraini sta appunto nella lotta senza quartiere contro il governo e lo stato comunista.
È vero, non tutti gli anarchici erano all’altezza del loro compito, e il numero dei migliori era troppo limitato per vincere la reazione e la controrivoluzione, se si deve tenere conto dell’immensità della Russia.
Gli anarchici russi ed ucraini, oltre quel titanico lavoro svolto fra le masse insorte, in qualità di organizzatori e di tecnici, svolgevano un lavoro intellettuale che non è da disprezzare. Essi redigevano i giornali ed i manifestini degli eserciti d’insorti; essi prendevano parte attiva a tutti i congressi degli operai e dei contadini, contro i quali il partito comunista mandava il bando e la scomunica.
Il movimento insurrezionale tanto nella Siberia che nell’Ucraina era diretto dagli anarchici. L’influenza di questi nelle insurrezioni di Kronstadt fu grandissima. In fine l’elemento più attivo sempre e ovunque era quello anarchico, quando la bufera controrivoluzionaria, colpì le organizzazioni anarchiche (progrom bolscevico contro gli anarchici a Mosca nel 1918), essi cercarono di coordinare l’azione rivoluzionaria, di unirsi tutti senza badare alle divergenze di vedute (Conf. di Nabat).
Alcuni atti commessi degli anarchici russi durante la rivoluzione dimostrano che essi comprendevano quello che si doveva fare; per esempio: l’arresto dello Tzar, lo scioglimento della costituente, l’attentato nella via di Leontieff, la penetrazione nei corpi d’insorti, la proclamazione della guerra contro lo Stato comunista autoritario, la lotta contro la dittatura ecc.
Passiamo ai fatti e ai nomi.
 
L’anarchico Hudiakoff, era un vecchio compagno dal 1892, ferroviere; egli arrestò lo Tzar Nicola e impedì a Kerenski e ai monarchici di farlo evadere, circondandolo di un corpo di guardia rivoluzionaria ch’egli stesso comandava. Il compagno Hudiacoff era delegato al Comitato dell’esercito.
 
L’anarchico Gelezniak, era un marinaio; fu imprigionato durante il regno di Kerenski, evase dalla prigione e organizzò un corpo rivoluzionario di marinai e di soldati. Dopo l’ottobre, essendo di servizio al Palazzo di Tauride, nel quale risiedeva la Costituente, egli decise di scioglierla. Nello scioglimento della Costituente i bolscevichi non presero alcuna parte, perché essi erano membri della Costituente, nella quale speravano di ottenere la maggioranza con i soliti intrighi elettorali.
In seguito il compagno Gelezniak col corpo d’insorti che comandava si recò in Ucraina ove combatté contro le guardie bianche. Nella città di Nicolaieff egli formò un treno corazzato col quale attaccava le truppe di Denikin. Quel treno è diventato un «treno fantasma», una leggenda, tante prodezze ha compiuto, seminando il terrore e facendo una strage nelle file delle guardie bianche. Il compagno Gelezniak col suo treno corazzato piombava sul nemico sempre all’improvviso. Il suo nome bastava per seminare un indescrivibile panico nell’esercito di Denikin.
Il generale Denikin mise una taglia di 400.000 rubli in oro sulla testa dell’anarchico Gelezniak, mentre nello stesso tempo il governo comunista lanciava la sua scomunica dichiarandolo pure fuori legge.
Il Gelezniak fu ucciso sul treno fantasma durante un accanito combattimento colle truppe di Denikin.
I bolscevichi, da veri ipocriti, gli fecero i funerali d’onore e lo calunniarono dichiarando che lui aveva combattuto per lo stato bolscevico e per la dittatura del proletariato.
 
L’anarchico Graceff. Il compagno Graceff era soldato nel reggimento di Dwina, il quale durante il regno di Kerenski si rifiutò di andare al fronte e perciò fu interamente imprigionato.
Questo reggimento si dichiarò anarchico e inalberò la bandiera nera. Graceff e Fedota, anarchici, furono eletti comandanti.
Il reggimento di Dwina a Mosca nell’ottobre del 1917 prese parte preponderante nel combattimento contro i Juncheri, e, grazie quasi esclusivamente ai Dwintzi, la vittoria fu completa. La vittoria splendida, l’eroismo e il coraggio spiegato dal reggimento anarchico diede ombra al partito comunista che tentò di allontanarlo dalla capitale. Il Comitato così detto rivoluzionario dei soldati, operai e contadini, nel quale spadroneggiavano i bolscevichi, con tutti i modi cercava di sbarazzarsi degli anarchici, che in molti quartieri della città avevano la preponderanza e venivano eletti comandanti dei battaglioni e delle coorti che difendevano le fabbriche e le officine.
Il compagno Graceff e gli anarchici di Mosca, vedevano nel «Comitato rivoluzionario» un pericolo per la rivoluzione, ma non si risolvevano a liquidarlo. Le titubanze degli anarchici si prolungarono per due settimane; intanto il Comitato comunista si circondava di truppe fedeli al governo di Lenin, e di giorno in giorno diventava più prepotente, più accentratore e sabotatore della rivoluzione.
Si doveva senza alcuno scrupolo far saltare in aria a colpi di cannone quel Comitato controrivoluzionario; ma Graceff era indeciso. La sua indecisione fu un imperdonabile errore; egli doveva liquidare non solo il Comitato, ma anche la sezione del partito comunista, che a parole era più anarchico degli anarchici, ma in pratica manifestava in tutto e ovunque le sue tendenze autoritarie, settarie e controrivoluzionarie.
Il Graceff insieme col compagno Fedota distribuirono le armi ai lavoratori e armarono le fabbriche. Ogni fabbrica ebbe quattro mitragliatrici per la sua difesa e ogni cittadino-lavoratore aveva la carabina. Con ciò Graceff sperava salvare la situazione. Invece occorreva l’azione immediata e energica, cioè far fare ai comunisti autoritari la fine degli Juncheri.
Mosca era armata, le masse operaie erano pronte all’azione; ma il duce Graceff non si decideva a denunziare alle masse il nuovo nemico della libertà e a rivolgere le bocche dei cannoni contro il partito comunista e contro il Comitato cosiddetto rivoluzionario.
Nella città Novgorod Inferiore occorreva un urgente intervento, e il compagno Graceff accettò la missione; ma appena giunse in quella città fu vigliaccamente assassinato da una creatura dei comunisti del Comitato rivoluzionario di Mosca.
L’indomani il reggimento degli anarchici veniva a tradimento disarmato e sciolto.
La controrivoluzione rossa trionfava a Mosca.
 
L’anarchico Nichitin. Il compagno Nichitin fu eletto dai lavoratori di Mosca, nel quartiere di Presniensk, comandante delle coorte d’insorti di questo quartiere. Fu ucciso in un combattimento contro gli Juncheri (agrari bianchi).
Molti compagni anarchici caddero nella lotta contro gli Juncheri a Mosca. Essi riposano nella tomba comune della piazza Rossa, insieme con tutti gli insorti e i rivoluzionari caduti durante la rivoluzione a Mosca.
 
L’anarchico Cerniac. Il compagno Cerniac, operaio barbiere ed ebreo polacco, membro dello Federazione Internazionale anarchica di New York, ritornò in Russia nel 1918. Prese parte importante nel movimento rivoluzionario del bacino di Donetz, regione mineraria nell’Ucraina. Durante l’offensiva delle guardie bianche contro la regione di Donetz, egli fu eletto comandante delle forze insorte operaie di questa regione. Si distinse tanto nella guerra partigiana quanto alla frontiera. Egli colla divisione nera teneva un fronte di circa 150 km. di lunghezza. Quel corpo detto «dei diavoli neri» (così denominato dai bianchi) era il terrore delle guardie bianche. Era uno dei corpi di volontari che si distinse più degli altri per il suo contegno umano e dignitoso, sicché può dirsi che l’etica prese il posto del regolamento disciplinare. I partigiani libertari «cerniacovtzi» arrivarono al punto di avere formulato il proponimento di non bestemmiare più. Questa divisione non praticava la fucilazione in nessun caso; ebbe grande influenza sulle popolazioni nella regione del fronte di Tzarutzin; non operava requisizioni; era popolarissima e amata da tutti i reggimenti delle guardie rosse, che ambivano far parte della divisione anarchica. Venivano accettati soltanto dei compagni provati ovvero dei simpatizzanti di moralità nota. Per ogni componente di quella divisione si rendeva garante l’organizzazione anarchica o il sindacato che inviava il volontario alla divisione di Cerniac. Le relazioni fra quei veri e distinti rivoluzionari erano ideali. Il vettovagliamento dei combattenti era superiore a qualsiasi altro reggimento e divisione. Il compagno Cerniac organizzò il lazzaretto da campo e la cucina in modo esemplare. Nelle trincee veniva distribuito anche il caffé e latte caldo ogni mattina e dopo pranzo. Le popolazioni rifornivano di ogni cosa e di loro spontanea volontà quei reggimenti neri.
Makhno fece la scuola in uno dei corpi partigiani di Cerniac.
Pure Cerniac fece ombra ai bolscevichi e fu liquidato in un modo assai terribile e strano, e così pure la divisione anarchica.
Il Cerniac fu richiamato a Mosca, e lungo la via fu tratto in arresto a disposizione, cioè in via amministrativa. Non vi fu alcun errore, perché il mandato di cattura fu spiccato al suo nome e indicava anche il grado di comandante. Le proteste di Cerniac non valsero a nulla. Egli fu liberato soltanto quando al fronte fu liquidata la sua divisione. Ciò avvenne in modo semplice, ma terribile.
Gli ufficiali dello stato maggiore bolscevico si misero d’accordo con quelli del generale Denikin, e subito fu dato l’ordine di offensiva su tutta la linea. Avanzarono soltanto gli anarchici che furono circondati da forze dieci volte superiori a quelle che speravano d’incontrare. Quel concentramento fu premeditato e il tradimento dello stato maggiore bolscevico non si può mettere in dubbio. I volontari non si arresero e fino all’ultimo caddero combattendo.
Quella divisione aveva un carattere internazionale perché di essa facevano parte molti rivoluzionari ed anarchici prigionieri di guerra: vi erano ungheresi, cecoslovacchi, polacchi, lettoni, estoni, finlandesi, lituani, serbi ed ebrei.
Dopo quel tremendo eccidio Cerniac fu liberato. Egli, pur sapendo la sua famiglia dispersa in Russia e affamata, si recò nella città di Charcoff dove cospirava contro Denikin; poscia andò a far parte dell’esercito machnovista, dove fu comandante di un reggimento di cavalleria. Dopo il bando di Trotzki (n. 1824) che dichiarava gli anarchici ed i machnovisti fuori legge, egli si ritirò in Crimea a fare il barbiere e là assistette nel 1920 alla fucilazione ordinata da Trotzki contro i nostri compagni Caretnikoff e Gaorilenko, che dirigevano l’offensiva contro Wrangel.
Il compagno Cerniac organizzò pure un treno sul tipo di quello che aveva organizzato il Gelezniac e fu comandante della città di Kiev.
Egli riforniva le organizzazioni anarchiche della Russia Centrale non solo di viveri, ma anche della carta per i giornali.
Disgustato dell’agire del partito comunista, contro il quale egli non ha mai voluto combattere e vedendo che la Rivoluzione era fallita, si recò a Mosca per preparare il suo ritorno in America: ma fu arrestato nel 1921 e tenuto alla prigione di Butirchi quale bandito e spia polacca. A più riprese fece lo sciopero della fame e finalmente nel 1922 fu liberato condizionalmente a Mosca.
I comunisti autoritari benché non ignoravano la sua attività rivoluzionaria, l’abnegazione e tutte le sue sofferenze, non ebbero la vergogna di proporgli di entrare al loro servizio. E siccome Cerniac si rifiutava lo tenevano in carcere con la speranza di fargli perdere la pazienza e farlo mettere a loro disposizione, tanto più che la sua famiglia soffriva la fame a Mosca. Ma Cerniac stoicamente preferiva soffrire tutti gli oltraggi, e per aiutare la sua famiglia mandava ad essa dalla prigione i1 pane nero di cui lui stesso si privava.
 
 
Gli anarchici Mokrusof, Brawa, Davìtzenka, Bialas, Taranovski, Troiano, Zìncenka, Cinbenko, Sereda (fucilato dai bolscevichi) e Korolenko formarono dei corpi d’insorti e combatterono contro ogni forma di controrivoluzione e contro tutte le guardie bianche o rosse, che minacciavano la rivoluzione sociale. Essi si confederarono con gl’insorti guidati da Nestor Makhno e per tre o quattro anni combatterono sotto la bandiera nera.
 
L’anarchico Popof Vittorio, marinaio, ex-socialista dissidente, organizzò un corpo d insorti e dai primi giorni della rivoluzione lottò contro le guardie bianche nel territorio della Lettonia, dell’Estonia e della Finlandia. Dopo il trattato di Brest Litowosk prese parte all’uccisione di Mirbach, e, dichiarato fuori legge e ricercato dai comunisti, si rifugiò in Ucraina, dove mise su una squadra di volontari e finì coll’entrare nell’esercito confederale degli anarchici machnovisti. Lì si dichiarò anarchico, venne eletto capo dello stato maggiore e poi segretario del Comitato rivoluzionario dell’esercito machnovista. Nel 1920 fu delegato a Karkow, ove andò a trattare coi bolscevichi insieme coi compagni Budanof, Korolenko, Baron, Archinoff, Wollin e Kogan, e ove fu concluso quel famoso accordo contro Wrangel. Dopo la distruzione dell’esercito di Wrangel, Popof insieme con tutti gli altri fu tratto in arresto, trasferito a Mosca, dove per alcuni mesi fu relegato nelle prigioni di Butirki e infine fucilato nel 1921.
La sua compagna, che non è anarchica, ma simpatizzante, finora è nelle prigioni di Mosca.
Ecco come i comunisti ricompensano i servizi resi da quell’oscuro marinaio alla causa della libertà! Ma il partito comunista, che firmò il trattato di pace cogl’imperi centrali, doveva dimostrare che l’uccisione di un ambasciatore tedesco non si lascia impunito. Il compagno Andreieff, che uccise Mirbach, andò pure a rifugiarsi da Makhno. Egli è morto a Gulai Pole di tubercolosi. Sulla sua tomba i machnovisti scrissero: «Tu colpisti Mirbach; noi la finiremo con tutti i rimanenti boia».
 
Karetnik e Gavrilenko
Questi due compagni furono fucilati a Melitopoli nel novembre del 1920.
Karetnik era un contadino nullatenente del villaggio di Gulai Pole. Nel 1918 prese parte attiva all’insurrezione dei contadini a Priosow contro gli austro-tedeschi; e dall’estate del 1918 fino all’inverno del 1920 combatté sempre. Appena furono liquidati gli austro-tedeschi i contadini dovettero combattere le truppe di Petlura e di Skoropadski; poi le guardie bianche di Denikin, di Gregorieff e infine quelle del generale Wrangel. Karetnik si distinse fra i suoi compagni, fu eletto comandante e si unì all’esercito machnovista, come quasi tutti i partigiani dell’Ucraina, che combattevano sotto la bandiera nera. Egli fu ferito cinque volte. Nell’autunno del 1920 prese il comando dell’esercito machnovista, che operava contro Wrangel, perché Makhno giaceva a Gulai Pole gravemente ferito al piede.
L’ eroismo spiegato dai machnovisti nella battaglia di Umin colpì a morte l’esercito di Denikin, e Karetnik prese parte a quella famosa battaglia. Il coraggio dei machnovisti spiegato sotto la fortezza inespugnabile di Perekop, diede il colpo di grazia all’esercito di Wrangel. Umin e Perekop sono due tappe della lotta gigantesca dei machnovisti, che gettano fulgida luce su quel movimento, sul valore degli insorti e sulla guerra partigiana.
Karetnik, insieme col suo comandante di stato maggiore Gavrilenko, e coi comandanti Taranowski, Marcenka, Scius, Deremendzi ed altri decise di attraversare le paludi che circondano Perekop e di entrare nella Crimea, aggirando Perekop. I primi freddi, che gelarono le paludi, permettevano tale operazione. Per evitare il pericolo di fare affondare nella terra molle tutto l’esercito, Karetnik condusse i suoi compagni machnovisti attraverso Siwatz, penetrando dal fianco sinistro dietro Perekop. I primi colpi di cannone, tirati dai machnovisti dalla Crimea contro Perekop, seminarono il panico e obbligarono l’esercito di Wrangel alla ritirata che non si fermò più. I machnovisti cacciarono dinnanzi a loro tutto un esercito sbandato e atterrito fino a Sinferopli, ed occuparono molte altre città. L’esercito rosso andava dietro al corpo dei machnovisti, e dove entrava, trovava già la bandiera nera vittoriosamente spiegata al vento.
L’atto coraggioso dei machnovisti nella presa di Perekop salvò l’esercito rosso da inutili sofferenze e sacrifici, che questo avrebbe patito, se avesse assediato Perekop regolarmente.
L’assedio poteva durare tutto l’inverno, e poteva anche accadere che il tifo desse la vittoria a Wrangel. Infine i machnovisti un’altra volta salvarono la rivoluzione e schiacciarono uno dei più potenti suoi nemici.
Il generalissimo dell’esercito rosso, passato il pericolo, ordinò il disarmo dei machnovisti, che negarono di consegnare le armi. Karetnik e Gavrilenko vennero allora arrestati e, senza spiegazioni, fucilati.
L’esercito machnovista, che era diviso in tanti gruppi, i quali occupavano diverse città e posizioni della Crimea, ripresero subito la via di Perekop combattendo contro l’esercito rosso e benché ogni corpo d’insorti avesse da combattere con delle divisioni intere, essi riescono a ripassare Perekop. La metà dell’esercito fu decimato dai rossi, ma i machnovisti non si arresero e vittoriosamente sortirono dalla Crimea.
Ognuno può rendersi conto di quanto passava negli animi di questi eroici animi. Ognuno può comprendere che ne pensassero i contadini e gli operai mobilizzati nell’esercito regolare, i quali tutti sapevano che servizio avevano reso i machnovisti alla rivoluzione e all’esercito rosso. Ma ciò interessava poco ai dirigenti del partito comunista, i quali avevano stabilito il piano del tradimento e speravano distruggere nello stesso tempo l’esercito di Wrangel e quello rivoluzionario degli operai e dei contadini. Mentre si fucilavano i machnovisti, che sconfissero l’esercito di Wrangel in Crimea, si arrestava la delegazione machnovista a Kharkow, si arrestavano tutti gli anarchici dell’Ucraina e si assediava il Gulai Pole con ventimila soldati con l’intenzione di liquidare il resto dell’esercito machnovista. Ma anche qui l’esercito rosso patì una disfatta. A Gulai Pole come in Crimea i machnovisti vincevano e riprendevano la guerra contro lo stato comunista, che sperava a mezzo del tradimento vincere uno dei più grandi movimenti rivoluzionari dei contadini e degli operai durante la Rivoluzione.
Di questo movimento Karetnik e Gavrilenko, che erano due dei più noti e distinti campioni, furono fucilati perché avevano vinto, perché avevano dimostrato che sapevano anche sacrificare i loro principi per la causa comune; perché avevano combattuto insieme col mortale avversario comunista contro un più mortale nemico: Wrangel.
I machnovisti diedero prova della abnegazione, della loro intuizione rivoluzionaria e della loro fede anarchica. Essi non esitarono unirsi ai comunisti contro Wrangel, benché conoscessero i comunisti capaci di ogni tradimento.
La storia giudicherà l’azione dei machnovisti e dei comunisti, e vedremo chi di loro due merita il biasimo e la condanna morale.
Gavrilenko era anarchico; un semplice operaio, che, come Karetnik, prese parte al movimento fin da principio. Combatté contro tutti gli eserciti di guardie bianche e si distinse a Umin; eppure per tutto l’anno 1920 fu relegato nelle prigioni bolscevichi a Kharkow, e venne liberato soltanto dopo l’accordo dell’ottobre. Egli direttamente dalle prigioni si recò al fronte. A tradimento arrestato a Sinferopoli, alcuni giorni dopo veniva fucilato insieme col suo compagno Karetnik. Gavrilenko era un genio della guerra partigiana.
 
L’anarchico Lepetzenko Alessandro, contadino, organizzò a diverse riprese dei corpi d’insorti che guidava ancora prima dell’apparizione di Makhno nel campo della guerra civile. Arrestato nell’anno 1920, perché si rifiutò di entrare al servizio del partito comunista, fu da questo fucilato. Lepetzenko, durante il regno degli Czar era relegato in Siberia come anarchico. Nel 1919 entrò nell’esercito confederale dei partigiani machnovisti e fu eletto comandante.
 
L’anarchico Scius, giovane di rara bellezza, nella primavera del 1918 dirigeva il movimento insurrezionale contro gli austro-tedeschi. Ancora prima della comparsa di Makhno egli guidava un corpo d’insorti, che si formò nelle selve di Dibrisk. Anche lui fu eletto comandante. In seguito entrò nell’esercito confederale machnovista e nel 1920 prese parte alla guerra contro Wrangel. Riuscì dopo a sfuggire all’accerchiamento delle divisioni rosse e fino all’anno 1922 combatté contro la controrivoluzione dello stato comunista.
 
L’anarchico Vasilewski, contadino di Gulai Pole, aiutante di Makhno fu un guerrigliero, che dal 1918 combatté contro tutti gli invasori e nemici della rivoluzione. Guidò diversi corpi d’insorti e fu ucciso dai bolscevichi nel 1920.
 
Vi furono però molti, altri compagni che si distinsero nella lotta contro le guardie bianche. Io intanto mi accontento per ora d’indicare i più noti, e voglio finire questa rassegna col dire due parole su Nestor Makhno, per passare dopo alla guerra partigiana e all’insurrezione dei contadini e degli operai della Siberia.
 
Makhno e Garibaldi
L’opera di Macho è già abbastanza nota a tutti i nostri compagni, e non è perciò il caso di ripetere cose già dette e risapute. Voglio soltanto rettificare l’errore nel quale sono caduti quasi tutti coloro che scrissero di lui. Makhno non fu mai maestro di scuola. È figlio di un contadino nullatenente, il quale negli ultimi anni della sua vita era carrettiere. Aveva questi quattro figli, di cui Nestor era l’ultimo, nato nell’anno della morte di suo padre. I fratelli di Makhno, tutti contadini poveri, furono tutti e tre fucilati, uno dagli austriaci, uno dalle guardie bianche e il terzo dai comunisti. La madre di Makhno vive ancora: è una vecchierella di 80 anni, che viveva col vendere pane sul mercato di Gulai Po le. Il piccolo Nestor ha fatto tutti mestieri: fu pecoraio, garzone in una fattoria, carrettiere, ecc. Giovane diciassettenne prese parte alla rivoluzione del 1905 e per atti terroristici fu condannato all’impiccagione. Ma siccome era minorenne la pena gli fu commutata nell’ergastolo. Mentre era in prigione nella Butirki di Mosca, s’incontrò con degli anarchici, i quali lo aiutarono negli studi. Makhno studiava in prigione. Egli è un autodidatta, e accettò le idee anarchiche durante la sua prigionia, che si prolungò per 12 anni. Appena fu liberato, nel marzo del 1917 prese parte al movimento anarchico, entrò nel corpo di volontari anarchici che formò l’anarchico Cerniak, e poi passò nella schiera degli insorti della Mavusia Nikiferowa. Nel 1918 ritornò a Gulai Pole, e già sappiamo quello che successe dopo.
Ovunque passavano i corpi machnovisti, distruggevano le prigioni. In Ucraina le facevano saltare in aria dopo avere liberato i prigionieri. Dove non è passato l’esercito machnovista, le prigioni sono conservate, e su di esse sventola la bandiera rossa del partito comunista.
I compagni anarchici che presero parte al movimento machnovista raccolgono e scrivono le documentazioni tanto del movimento insurrezionale dell’esercito machnovista quanto del martirologio dei contadini e degli operai durante la rivoluzione e la guerra civile.
Le masse, che fecero l’esperienza delle delizie della dittatura del partito comunista, per forza di cose vengono spinte verso l’anarchismo La dittatura del proletariato affretta l’evoluzione mentale delle masse, e queste non vedono altra via d’uscita che nell’anarchia. Makhno e tutti i compagni dei quali ho parlato non fecero altro che il loro dovere di anarchici mettendosi alla testa del grandioso movimento delle masse rivoluzionarie. Essi non sbagliarono. I loro servigi furono inestimabili, e dirò anche non abbastanza compresi da molti compagni anarchici e rivoluzionari.
Se gli anarchici russi fossero dei settari come i comunisti autoritari, avrebbero infamato e screditato i principi anarchici, come i comunisti screditarono e infamarono il marxismo.
Il merito degli anarchici e dei machnovisti anarchici consiste in ciò: che loro sapevano conformarsi alle necessità del momento, dell’ambiente e delle nuove condizioni che sorgevano ad ogni passo.
Purtroppo gli anarchici non ignoravano che lavoravano per i cosacchi russi, ma che dovevano fare? Ritirarsi dalla lotta? No, questo essi non fecero. Essi compressero in sé l’odio contro gli autoritari e cessarono di combatterli, praticamente, quando la grande causa della libertà e della rivoluzione fu in pericolo. Così vediamo che gli anarchici machnovisti combattono insieme con i comunisti contro Denikin, contro Kolciak e contro Wrangel, pur sapendo che appena fossero stati distrutti gli eserciti di quei generali e appena fosse passato il pericolo, i comunisti, senza nessuno scrupolo, avrebbero cercato di eliminare il pericolo antistatale, libertario, anarchico. E già avete potuto notare che i comunisti non rifuggono da nessun tradimento, da nessuna infamia, da nessun delitto per combattere un movimento per davvero rivoluzionario.
Consentitemi intanto di fare un paragone fra Garibaldi e Makhno, fra i garibaldini e gli anarchici machnovisti.
I garibaldini combattevano per la repubblica pur sapendo che lavoravano per la dinastia dei Savoia, che era là pronta a raccogliere i benefici delle vittorie garibaldine. La stessa cosa è avvenuta nell’Ucraina e nella Siberia. La differenza è questa: in Italia le conquiste dei garibaldini hanno messo alla prova una dinastia; in Russia le conquiste degli anarchici hanno permesso ad uno stato sedicente comunista di mostrare tutte le sue infamie e i suoi orrori.
Quando Garibaldi vinse il nemico, restò lui come nemico della monarchia, e perciò questa cercò con tutti i mezzi di liquidarlo, e sopprimere il pericolo delle camicie rosse. La monarchia non risolvette di dichiarare una guerra aperta contro Garibaldi, sol perché Garibaldi non dichiarò una guerra aperta alla dinastia dei Savoia. Makhno invece, dopo la liquidazione del nemico comune, attaccò la dinastia di Carlo Marx nelle persone dei Kan rossi di Mosca. I comunisti tollerarono Makhno e cantarono i suoi elogi (vedi i giornali comunisti di Mosca) finché questi era necessario, forte e utile; ma appena passato il pericolo bianco, essi attaccarono i vincitori. Essi vollero distruggere Makhno e il movimento machnovista, perché Makhno non ritornò alla sua Caprera, ma continuò la rivoluzione.
Garibaldi al suo tempo era un eroe e resterà sempre tale. La memoria di lui resterà in eterno viva nella storia. Egli sarà sempre Garibaldi, e tutte le rivoluzioni rispetteranno i suoi monumenti, che oggi la dinastia tollera, benché essi siano condanna per questa.
I Garibaldini diventarono superflui, restarono come un’anticaglia, e non furono fucilati soltanto perché rimisero la sciabola nel fodero e in buona parte passarono ai dominatori.
I machnovisti sono stati fucilati perché hanno continuato la lotta, perché hanno voluto compiere la rivoluzione sociale.
Trionfano per ora le forche ed i cannoni degli assassini rossi; ma il vero trionfo, il trionfo morale, è dalla parte degli anarchici machnovisti e dalla parte dei fucilati. Ciò dimostra che la futura vittoria appartiene alla rivoluzione e non allo stato che ha ereditato gli orrori di Ivan il terribile.
Così possiamo dire che Makhno è un Garibaldi Ucraino; ma un Garibaldi sociale, anarchico e rivoluzionario fino alle estreme conseguenze.
Michele Bakunin in tutta la sua vita sognò sempre un Garibaldi anarchico. Ebbene, Makhno e il suo movimento machnovista sono l’effettuazione del sogno di Bakunin.
 
 
[Il Vespro Anarchico, 1923]

martedì 21 agosto 2012

Ergastulum di Santo Stefano: entrando con gli occhi di Luigi Settembrini



DA
Queste righe sono un quadro.
Un maledetto quadro dai colori nitidi, capace di urlare ai venti di quel braccio di mare, cosa è stato quel posto.
Torno ancora, stavolta solo con la testa, all’approdo sdrucciolevole dell’isola di Santo Stefano, quello scoglio splendido e maledetto da sempre, che si bagna nello stesso mare di Ventotene, sua sorella maggiore.
Torno al carcere di Santo Stefano, alle tante parole contro l’ergastolo che quel luogo muove in chiunque (spero),
torno a quella salita che graffia le gambe e l’anima,
a quello scoglio di dolore e meraviglia, dove troppi morti senza libertà si accalcano nella terra,
o nel ricordo del pasto delle acque spesso affamate di carni e catene.
Torno lì regalandovi questo quadro, scritto da Luigi Settembrini (1831-1876) che in quel bagno penale, in quel maledetto ergastulum ha passato un decennio, lui che ebbe anche il padre rinchiuso in quelle celle.
I suoi scritti su Santo Stefano sono una testimonianza grandiosa ed importante,
che vi consiglio di leggere se per qualche motivo della vostra vita siete inciampati su un sasso di Santo Stefano, o sul gradino d’accesso di qualche segreta di Stato.
Buona lettura…questa descrizione dell’ergastolo è solo una parte di quello che cercherò di mettervi prossimamente…
NO ALL’ERGASTOLO!
NO FINE PENA MAI!
Qui intanto qualche link: LEGGI
“Ma entriamo in questa tomba, dove son sepolti circa ottocento uomini vivi:
L’ergastolo
L’ergastolo di Santo Stefano
Chi si avvicina a Santo Stefano vede da mare sull’alto del monte grandeggiare l’ergastolo, che per la sua figura quasi circolare sembra da lungi una immensa forma di cacio posta su l’erba.
Il gran muro esterno, dipinto di bianco e senza finestre, è sparso ordinatamente di macchiette nere, che sono buchi a guisa di strettissime feritoie, che dànno luogo solo al trapasso dell’aria. Per iscendere sull’isola si deve saltare su di uno scoglio coperto d’alga e sdrucciolevole. Cominciando a salire per una stradetta erta e scabra, si trova in prima una vasta grotta, nella quale il provveditor dell’ergastolo suol serbare sue provvigioni; poi montando più su si vede il dosso del monte industriosamente coltivato. Sino a pochi anni addietro l’isola era tutta selvaggia ed aspra: ora è coltivata, tranne una ghirlanda intorno, dove tra gli sterpi e le erbacce pascono le capre pendenti dalle rocce, sotto di cui si rompe il mare e spumeggia. Su la parte più larga e piana del monte sorge l’ergastolo.
Non si può dire che tumulto d’affetti sente il condannato prima di entrarvi: con che ansia dolorosa si sofferma e guarda i campi, il verde, le erbe e tutto il mare, e tutto il cielo, e la natura che non dovrà più rivedere; con che frequenza respira e beve per l’ultima volta quell’aria pura; con che desiderio cerca di suggellarsi nella mente l’immagine degli oggetti che gli sono intorno. Fermato innanzi la terribile porta vede una strada lunga un cento cinquanta passi, in capo della quale un casolare fabbricato sulle rovine della villa di Giulia; e vicino a questo un recinto di mura con una croce che è il cimitero de’ condannati. Se gli è permesso di camminare un poco verso la sinistra dell’ergastolo vede una casetta del tavernaio divenuto coltivatore dell’isola, ed un’altra stradetta più malagevole della prima, per la quale con l’aiuto delle mani e dei piedi scendesi al mare. E null’altro vede, perché null’altro v’è fuori che il mare, ed il cielo, e le isole lontane, e il continente più lontano ancora, a cui vanamente il misero sospira.
Un edifizio di forma quadrangolare sta innanzi l’ergastolo, e ad esso è unito dal lato posteriore. Il lato anteriore o la facciata di questo edifizio ha due torrette agli angoli, ha cinque finestre, ed in mezzo una trista porta guardata da una sentinella: su la porta sta scritto questo distico:
Donec sancta Themis scelerum tot monstra catenis vincta tenet, stat res, stat tibi tuta domus.
“Finché la santa Legge tiene tanti scellerati in catene, sta sicuro lo stato, e la proprietà.”
Ventotene e lo scoglio di Santo Stefano
Parole non lette o non capite dai più che entrano, ma che stringono il cuore del condannato politico e lo avvertono che entra in un luogo di dolore eterno, fra gente perduta, alla quale egli viene assimilato. Bisogna avere gran fede in Dio e nella virtù per non disperarsi. Varcata la porta ed un androne si entra in un cortile quadrilatero intorno al quale sono le abitazioni di quelli che sopravvegliano l’ergastolo, magazzino per provvigioni, il forno, la taverna. Custodi dell’ergastolo, come di ogni altro bagno, sono il comandante, che è un uffiziale di fanteria di marina, un sergente suo aiutante che è detto comite, pochi caporali, e bastevol numero di agozzini; un altro uffiziale comanda un drappello di soldati, i quali guardano l’esterno. Vi sono ancora due preti; due medici, un chirurgo, e tre loro aiutanti: v’è il provveditore, ed il tavernaio.
Nel cortile sei circondato dagli agozzini coi loro fieri ceffi, i quali ti ricercano e scuotono le vesti, ti tolgono la catena se sei condannato all’ergastolo, e te la osservano e ribadiscono se sei condannato ai ferri. Uno scrivano ti dimanda del nome e delle tue qualità personali: ed il comandante, dopo averti biecamente squadrato da capo a piè, ti avverte di non giocare, non tener armi, starti tranquillo, se no vi sono le battiture e la segreta: e ti manda al luogo che egli destina facendoti accompagnare dal sergente e dagli agozzini.
Dopo il cortile entri in un secondo androne, nel quale un custode apre una porta, e ti fa entrare in uno spazzetto scoperto, chiuso intorno da un muro con palizzata e da un fosso, su cui è un ponte levatoio. Un secondo custode apre un cancello di legno, varchi il ponte, ed eccoti nell’ergastolo. Immagina di vedere un vastissimo teatro scoperto, dipinto di giallo, con tre ordini di palchi formati da archi, che sono i tre piani delle celle dei condannati: immagina che in luogo del palcoscenico vi sia un gran muro, come una tela immensa, innanzi al quale sta lo spazzetto chiuso dalla palizzata e dal fosso: che nel mezzo di esso muro in alto sta una loggia coverta, che comunica con l’edifizio esterno, e su la quale sta sempre una sentinella che guarda, e domina tutto in giro questo teatro: e più su in questa gran tela di muro sono molte feritoie volte ad ogni punto. Così avrai l’idea di questo vasto edifizio, che ha forma maggiore di mezzo cerchio, con in mezzo un vasto cortile, ed in mezzo al cortile una chiesetta di forma esagona, chiusa intorno da vetri. Il cortile è lastricato di ciottoli, ha due bocche di cisterne, e tre basi di pietra, con ferri che sostengono fanali. Il lastricato e le cisterne son fatte da pochi anni: prima nel cortile erano ortiche e fossatelle d’acqua, dove i condannati andavano a bere, e spesso coi coltelli contendevano per dissetarsi a quelle fetide pozzanghere.
All’interno di Santo Stefano…
Ciascun piano è diviso in trentatré celle: nel primo e nel secondo piano sono trentatré archi, ciascuno innanzi ciascuna cella: nel terzo piano è una loggia scoperta che gira innanzi tutte le celle, e non è più larga di quattro palmi. Ogni cella ha una porta ed una piccola finestra ferrata che guardano nel cortile; e sul muro opposto ha un buco o feritoia lunga un palmo, stretta tre dita, dalla quale trapassa l’aria esterna, e si può vedere una striscia di mare. Il primo piano è a livello del cortile, e tiene innanzi un muro con sopra una palizzata, onde chiamasi le barriere, anche perché è scompartito da mura in varie porzioni, ciascuna contenente diverso numero di celle. Nello spazio tra la palizzata e le celle passeggiano i condannati; ed è brutto di fango e di acqua che vi gittano o vi cade da sopra. Per montare ai piani superiori vi sono due scale a destra e sinistra della gran tela di muro; ma chiuse da cancelli di legno tenuti da custodi. Il secondo piano ha innanzi una loggia coverta formata da un secondo ordine di archi, e larga quanto quella del terzo piano; ed è diviso in due porzioni. Nel terzo piano le ultime undici celle sono divise dalle altre, ed addette ad uso di ospedale: e queste sole invece di buchi esterni hanno finestrelle ferrate, dalle quali si può vedere un po’ di verde e la vicina Ventotene, hanno invetriate, e pareti bianchite. Una metà delle celle del primo piano è destinata per un centinaio di condannati ai ferri: in tutte le altre celle sono gli ergastolani: nell’altra metà del primo piano i più discoli; nel secondo i meno tristi; nel terzo quelli che han dato pruova di essere rassegnati.
I soli condannati ai ferri hanno la catena che li accoppia, e possono passeggiare nel cortile. Tra essi i fortunati vanno soli, portando o tutte le sedici maglie della catena o pure otto maglie: i fortunatissimi ne portano quattro, e fanno uffizio di serventi o di cucinieri, votano i cessi, portano acqua, vanno a spendere alla taverna: sono beati quei pochi che escono fuori a lavorare la terra. Gli ergastolani non hanno catena; ma nessuno può uscir del suo piano e del suo scompartimento: un tempo nessuno poteva uscir dalla sua cella. Queste divisioni sono necessarie per impedire le continue risse che nascono per stolte e turpi cagioni, e pel sempre funesto amore di parti; dappoiché questi sciagurati, che una pena tremenda dovrebbe unire, sono divisi tra loro secondo le province: e siciliani, calabresi, pugliesi, abruzzesi, napolitani, si odiano fieramente fra loro, spesso senza cagione e senza offese; e se per caso si scontrano si lacerano come belve e si uccidono. Non si cerca di spegnere questi odi di parte, perché per essi si hanno le spie, si vendono favori, si fanno eseguir vendette, si fa paura a tutti: una è l’arte di opprimere, ed ogni malvagio la conosce.
Per questa condizione de’ luoghi e degli uomini, gli ergastolani non hanno altro spazio che le celle, e la stretta loggia, dalla quale invidiando guardano il cortile dove non possono passeggiare, ed il cielo che è terminato dalle alte mura dell’ergastolo, e che come un immenso coverchio di bronzo ricopre il tristo edifizio e ti pesa sull’anima. Se passa volando qualche uccello, oh come lo riguardi con invidia, e lo segui col pensiero e con la speranza stanca, e con esso voli alla tua patria, alla tua famiglia, ai tuoi cari, ai giorni di gioia e di amore, che sempre ti tornano a mente per sempre tormentarti. Ma neppure puoi star molto su questa loggia ingombra di masserizie e di uomini che ti urtano, gridano, cantano, bestemmiano, accendono fuoco, fendono legne: e poi nel cortile non vedi che condannati trascinare penosamente le sonanti catene, taluno d’essi con oscena voce andar gridando: “Vendiamo e mangiamo”: spesso vedi lo scanno sul quale si danno le battiture, spesso la barella con entro cadaveri di uccisi. Il vento ti molesta, il sole ti brucia, la pioggia ti contrista, tutto che vedi o che odi ti addolora, e devi ritirarti nella cella.
Ogni cella ha lo spazio di sedici palmi quadrati [11 mt quadrati], e ce ne ha di più strette: vi stanno nove o dieci uomini e più in ciascuna. Son nere ed affumicate come cucine di villani, di aspetto miserrimo e sozzo; con i letti squallidi, coperti di cenci, e che lasciano in mezzo piccolo spazio; con le pareti nere dalle quali pendono appese a piuoli di legno pignatte, tegami, piattelli, fiaschi, agli, peperoni, fusa, conocchie, naspi ed altre povere e sudicie masserizie: una seggiola è arnese raro, un tavolino rarissimo. È vietato ogni arnese di ferro, e persino i chiodi, le forchette, i cucchiai, le bilance sono di legno: ed invece di coltellaccio per minuzzare il lardo usano un osso di costola di bue. Con un’industria incredibile fendono grossi ceppi e tronchi di albero mediante piccolissimi cunei di ferro, non permessi ma tollerati, e però da essi nascosti. Chi non vuole il cibo cotto in comune, e che non è altro che fave o pasta, lo cuoce da sé in fornacette di tufo, che si mettono sul davanzale della finestra ed anche sulle tavole del letto. Pochi fanno comunanza, perché il delitto li rende cupi e solitari: spesso ciascuno accende il suo fuoco, onde esce un fumo densissimo che ingombra tutta la cella e le vicine, ti spreme le lagrime, e ti fa uscire disperatamente su la loggia, dove trovi altre fornacette accese che fumano, ed invano cerchi un luogo non contristato dal fumo, che esce dalle porte, dalle finestre, da ogni parte. Alle due pareti opposte della stanza è legato uno spago, dal quale pende una canna, che dall’altro capo fesso in su tiene sospesa una lucerna di latta, la quale con questo ingegno può portarsi qua e là, e pendere nel mezzo della stanza, per dar lume la sera a tutti che fanno cerchio intorno e filano canape.
Santo Stefano_ Aboliamo l'ergastolo 2012: ridando un nome agli ergastolani_
Santo Stefano_ Aboliamo l’ergastolo 2012: ridando un nome agli ergastolani_
Tetre sono queste celle il giorno, più tetre e terribili la notte; la quale in questo luogo comincia mezz’ora prima del tramonto del sole, quando i condannati sono chiusi nelle celle, dove nella state si arde come in fornace, e sempre vi è puzzo. O quanti dolori, quante rimembranze, quante piaghe si rinnovellano a quell’ora terribile! Nel giorno sempre aspetti e sempre speri: ma quando è chiusa la cella ed alzato il ponte levatoio, più non aspetti e non speri, e ti senti venir meno la vita. Allora non odi altro che strani canti di ubbriachi, o grida minacciose che fieramente echeggiano nel silenzio della notte, come ruggiti di belve chiuse; talvolta odi un rumor sordo ed indistinto di gemiti o di strida, e la mattina vedi cadaveri nella barella. Quando stanco d’ozio, d’inerzia, e di noia cerchi un po’ di riposo e di solitudine sul duro e strettissimo letto, mentre dimenticando per poco gli orrori del luogo corri dolcemente col pensiero alla tua donna, ai tuoi figliuoletti, al padre, alla madre, ai fratelli, alle persone care all’anima tua, senti il fetido respiro dell’assassino che ti dorme accanto, e sognando rutta vino e bestemmia.
O mio Dio, quante volte ti ho invocato in quelle ore di angosce inesplicabili; quante notti con gli occhi aperti nel buio io ho vegliato sino a giorno fra pensieri tanto crudeli, che io stesso ora mi spavento a ricordarli.
Ritorna il giorno, e ritornano i suoi dolori, e l’un giorno non è diverso dall’altro. Sempre ti stanno innanzi gli stessi oggetti, gli stessi uomini, gli stessi delitti, le stesse azioni. Ogni giorno primamente ti si porta un pane; poi una porzione di orride fave o di arenosa pasta, che molti prendono cruda e poi cuocciono essi stessi con miglior condimento, poi cinque grani ai soli condannati all’ergastolo. Due volte il mese ti si da un pezzo di carne di bue: son due giorni di festa, in cui si beve più vino, e si fanno più delitti. Quando il mare non è agitato vengono alcune donne da Ventotene: portano a vendere pesce e verdure, e comprano il nero pane de’ condannati col quale sostengono sé stesse ed i loro figliuoli. Tanta miseria è in quell’isola, che di là si viene a spendere nelle taverne dell’ergastolo. Sebbene il continente sia poco lontano, pure raramente vengono barche, e se vengono ed approdano a Ventotene, non sempre si può traversare il canale su i battelli e venire a Santo Stefano, dove spesso si manca anche del necessario alla vita. Anche più raramente hai lettera o novella della tua famiglia. Ogni lettera che ricevi o mandi deve essere letta, ogni oggetto rivolto e ricercato per ogni parte. La prima lettera che io ebbi, e che io tanto avevo aspettata, mi strappò molte lagrime, e mi rendette convulso per più giorni. Io serbo ancora quella prima lettera, unita ad un’altra della mia figliuola Giulietta, che mi fu conceduto di tener caramente stretta in mano durante quei due giorni che io stetti condannato a morte in cappella; perché mi pareva che tenendola in mano io sarei morto abbracciando e benedicendo i miei figlioli.
Qui si vive a discrezione de’ venti e del mare, divisi dall’universo, e soffrendo tutti i dolori che l’universo racchiude.

martedì 3 luglio 2012

3 luglio 2012 - Ricordi a distanza di un anno

da antifascismo-militante-italiano

pubblicata da Antifascismo Militante Italiano il giorno martedì 3 luglio 2012 alle ore 1.03 ·


Ero fermo seduto sul guardrail in prossimità dell'entrata in autostrada. Avevo lo zainetto in spalla e mi stavo godendo quella che mi promisi fosse l'ultima sigaretta per le prossime ventiquattro ore. Vista la previsione di lacrimogeni non volevo avvelenare il mio corpo ulteriormente per mia volontà. Ero teso, eccitato, preoccupato, contento, determinato, speranzoso. Poco dopo arrivarono i compagni a prendermi, mi fecero salire davanti. Raggiungemmo altri compagni RedSkin in autogrill. Un caffè per i guidatori e una piadina per gli altri. Ci rimettemmo in cammino verso l'una di notte per quella che sarebbe diventata una giornata d'amore e lotta. Era il 3 luglio 2011, direzione Val di Susa.



Arrivammo in valle verso le quattro del mattino. La scena era surreale. Calma piatta. Vedemmo qualche bariccata con i blindati negli angoli della strada per delimitare la loro zona di pazzia, ma tutto era cosi irrealisticamente calmo.

Sapevamo dei tre diversi raduni previsti ma non conoscevamo bene la zona. I navigatori facevano fatica a prendere il segnale. Proseguimmo sui tornanti fino a quando non vedemmo due ragazzi in mezzo alla strada con delle pile. Ci fecero strada per indicarci la zona del raduno che sarebbe partito da Ramats. Parcheggiammo la macchina e sprovvisti di tende decidemmo di dormire qualche ora in macchina. Non mi addormentai subito, forse nemmeno mi addormentai.



Ricordo che ogni tanto passavano delle persone su e giù dalla via in tutto silenzio. Verso le sei del mattino uscii dalla macchina e decisi di fare un giro. Mi sedetti su di un prato al ciglio della strada e ammirai lo spettacolo che mi si presentò davanti. Una vallata in tutta natura, con i suoi profumi e i suoi suoni. Rimasi affascinato cosi decisi di andare al lato della strada per scorgere il panorama in tutta la sua bellezza. Mi accorsi in breve dell'altra facciata della valle, quella tagliata da un'insormontabile autostrada. Quell'autostrada vista mille volte nei telegiornali, era proprio lei, identica. Era li. Mi venne in mente la pubblicità del kinder cereali quando il ragazzo si accorge della mano dell'uomo dietro uno scenario apparentemente incontaminato. A breve si fece l'alba e qualche compagno usci dalla macchina. Ero impaziente di rivendicare quella valle, di dare un aiuto a tutti i compagni che la settimana prima diedero lezione di resistenza.





Il ritrovo era previsto alle nove, cosi dopo una colazione piena di proteine ci incamminammo risalendo la via che portava a Ramats. Contrariamente ad altre volte sembrava che questa volta fossimo davvero organizzati. Vennero distribuite mascherine, caschetti e guanti per chi ne fosse sprovvisto. Eravamo vestiti con capi lunghi per evitare che i lacrimogeni irritassero la pelle cosi soffrimmo il caldo afoso fin dalle prime ore del giorno. L'impazienza non defluì subito. Dovettimo aspettare che i due cortei partiti alle nove raggiungessero la prossimità del cantiere. Poco prima delle unidici ci fu un briefing su come gestire l'azione e qualcuno tradusse per i compagni accorsi da altri paesi.



Al via occupammo fin da subito la testa del serpente ed in fila indiana ci apprestammo a scendere per un lungo sentiero. A tratti ci fermavamo per rimanere compatti e indiscreti davanti l'elicottero che costantemente sorvolava la zona. Penso che qualcuno di noi credette veramente che non sapevano dove fossimo, che non c'era nemmeno un infiltrato tra noi. Ad ogni modo sostenemmo le loro convinzioni rimanendo in silenzio e serrati per giungere il più possibile vicino al cantiere. Ad un certo punto fecimo una sosta più prolungata nell'attesa che anche gli altri cortei si avvicinassero al cantiere, essendoci all'interno molti compagni dei quali necessitavamo davanti ad uno spiegamento di forze cosi cospicuo. In quella attesa mi tolsi e rimessi la maschera, i guanti e il casco più volte, sperando ora che fossimo pronti, ora capendo che c'era da aspettare sentendo il caldo sempre più. Un'attesa snervante.



Dopo venti minuti buoni decidemmo di entrare nella zona del cantiere e dopo aver tagliato le reti con tutta fretta entrammo di corsa occupando uno spazio di bosco pianeggiante e con pochi alberi, terreno ideale. Fecimo partire i fuochi d'artificio per segnalare agli altri cortei che avevamo preso la zona del cantiere. Ci accorsimo subito, però, che due plotoni delle forze del disordine erano schierati in difesa dei due unici sentieri che portavano al cuore del cantiere. Da li a poco l'inferno fu inevitabile. I lacrimogeni venivano sparati in una quantità smisurata in un luogo, quale il bosco, dove nessun media era presente e il cui accesso era severamente vietato da entrambe le parti, polizia e anarchici. La cappa dovuta alla fitta vegetazione non permetteva di respirare. Ricordo di essermi quasi soffocato per ben tre volte. La lotta durò per ore, non solo nel bosco ma in tutta l'area circostante. Per ovvi motivi non racconto gli avvenimenti di quelle ore, ma ricordo invece si la risalita a fine giornata non verso Ramats però, ma verso Giaglione, poichè Ramats era stata occupata dalla polizia che da li a poco si sarebbe apprestata a scendere nel bosco. Ricordo anche che dovettimo aspettare le nove di sera prima di poter andare a riprendere la macchina in tutta sicurezza. Ricordo i posti di blocco in entrata sull'A4 pieni di celere. Ricordo infine mio padre all'uscita dell'autostrada, dove mi avevano preso all'andata i compagni, che mi abbracciò da compagno, compagno da generazioni.



Compagni non dimentichiamoci mai di quella giornata piena d'amore.

Oggi 3 luglio 2012 dobbiamo ricordare quel giorno di resistenza.

Il vostro compagno,

Nicolò Rosate.





 Filippo Musumeci 2011


mercoledì 27 giugno 2012

Anche gli ergastolani ora hanno un nome … piccoli splendidi passi nel carcere dell’isola di Santo Stefano

da baruda

27 giugno 2012 2 commenti
 
 
 
 
 
 
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Foto di Valentina Perniciaro _ridiamo un nome agli ultimi della terra: cimitero degli ergastolani, Isola di Santo Stefano_
Un’emozione che non riesco a descrivere.
Quando lo scorso anno misi piede per la prima volta su quello scoglio meraviglioso le emozioni furono immense,
piene di gioia e di quella addolorata rabbiosa sensazione di prigionia.
Visitare l’isola di Santo Stefano e il suo ergastolo è un’esperienza incredibile, se la si affronta con la libertà nel sangue.
In quattro navigammo quel tratto di mare, quattro persone, una macchinetta fotografica, una super8, pala, piccone, acqua e fiori: non era accettabile che quel cimitero di ergastolani fosse avvolto dall’oblio,
Foto di Valentina Perniciaro _il cimitero degli ergastolani, tutto pulito_
non era accettabile che quei corpi e quelle 47 croci vivessero abbandonate così,
tra i canti dei gabbiani e quel vento di mare che sa di libertà, e la cura di Salvatore, da solo.
Tra quei corpi tanti fratelli, tra quei corpi anche il caro “uccisore di re” Gaetano Bresci,
anche lui abbandonato lì, senza nome, senza ricordo, senza quel minimo di dignità che dovrebbe esser garantita sulla tomba di tutti, figuriamoci la sua.
Ora di quelle 47 croci solo pochissime sono senza nome: ora quei corpi privati della propria libertà, quei corpi seppelliti dai propri stessi compagni di prigionia, hanno un giaciglio che ricorda il loro nome, e la data della loro dipartita.
Foto di Valentina Perniciaro _in cella, nell’ergastolo di Santo Stefano_
E’ stata un’emozione forte, per quello queste mie parole non riescono ad uscire.
Perchè ancora devo metabolizzare l’immagine di quel cimitero tutto pulito, di quelle tombe quasi belle come non erano da chissà quanti decenni, e tutte con  un nome, come non erano praticamente mai state.
E quindi scrivo qui, confusamente, senza riuscire probabilmente a trasmettervi la storia di questo gruppo,
che lo scorso anno era composto da 4 persone, e che invece ha visto aggiungere uno zero a quel numero.
Un gruppo che s’è creato in autonomia approdando su quell’isola da sconosciuti, un gruppo mosso dalla volontà di abolire l’ergastolo, di liberarsene completamente.
Quest’anno eravamo in tanti a navigare quel tratto di mare,
in tanti a girare quella curva in salita, sotto al sole,  in passato dominata  dal cartello “Questo è un luogo di dolore”.
Lo è ancora un luogo di dolore, lo sarà sempre, come qualunque carcere e forse più di molti altri per la portata storica e violenta che ha con sè;
Foto di Valentina Perniciaro _La campagna 10×100 Genova non è finita, approda nel carcere di Santo Stefano: NON LASCIAMO CHE CHIUDANO QUEI LUCCHETTI!
un carcere dove le storie di evasioni son purtroppo poche mentre abbondano i dettagli delle fustigazioni, della segregazione, dell’impazzimento.
Ma è anche  un carcere che ha vissuto anche un periodo diverso, dove i detenuti erano molto liberi, dove si potevano fare colloqui con i propri familiari di 24 ore, in apposite case, cosa che ora a dirla pare un film.
Insomma, queste confuse righe non sono nulla se non un appuntamento a prestissimo, con un po’ di storie di quegli uomini,
con un po’ di racconti di ogni tempo,
con la vicinanza totale che sento, dal primo momento, con tutti coloro che da lì son passati, ultimi della terra, rinchiusi il più lontano possibile dalla società.
A presto con quelle storie,
con il blu di quel mare che urla libertà,
con la ruggine di quei blindi che ancora grida la violenza della prigionia.
A Gaetano Bresci,
a tutti i suoi compagni di prigionia
di ieri, di oggi e di sempre.
Foto di Valentina Perniciaro _Gaetano Bresci, ed un nome sulla tomba_

venerdì 11 maggio 2012

1972



pubblicato sul n.16/92 di UMANITA' NOVA



il 24 dicembre 1971 viene eletto presidente della Repubblica Giovanni Leone, esponente della Democrazia Cristiana, con i voti determinanti del Movimento Sociale Italiano, il partito neofascista diretto da ex-repubblichini.

Il 17 febbraio 1972 si forma il 1° governo Andreotti, monocolore democristiano con l'appoggio dei liberali. Il governo non ottiene la fiducia e il presidente della Repubblica scioglie anticipatamente le Camere e indice le elezioni per il 7 e 8 maggio successivi.

Forte del contributo dato all'elezione di Giovanni Leone e all'appoggio dato, quando necessario al Governo, Giorgio Almirante, fucilatore di partigiani, alla vigilia delle elezioni si appella allo scontro fisico. Intanto il 23 febbraio è cominciato il processo a Pietro Valpreda e agli altri compagni del 22 marzo. La manifestazione antifascista dell'11 marzo a Milano è l'occasione per riprendersi la piazza: il 12 dicembre la questura aveva relegato le manifestazioni degli anarchici e della sinistra extraparlamentare per l'anniversario della Strage di Stato in periferia; è un sabato di scontri, ma anche il segnale che i movimenti di lotta non sarebbero rimasti ad assistere passivamente.

Da allora tutta l'Italia fu percorsa da un grido: i fascisti non devono parlare.  

Genova: protetto da migliaia di celerini, parla Almirante: portuali, giovani proletari scendono duramente in piazza; Pistoia, 13 aprile: ci prova Birindelli, ma i compagni si sono bene organizzati e l’ammiraglio si prende pure una sassata; Roma, Centocelle, quartiere proletario, 14 aprile: comizio di Caradonna, De Lorenzo, Turchi e Trombetta; i proletari tappano loro la bocca e non solo la bocca. Agli scontri partecipano donne, bambini, compagni di base del PCI, nonostante che il partito avesse invitato i suoi iscritti a restarsene a casa buoni buoni.

Crotone, San Benedetto, Venezia, Mclii. Cinisello, Siena. Sarno, Piombino, Civitavecchia, Viareggio: i FASCISTI NON PARLANO!



Fra le forze politiche che sostengono la mobilitazione antifascista ci sono gli anarchici: Umanità Nova (in quel periodo viene denunciato più volte il responsabile Alfonso Failla); la Federazione; i gruppi e le organizzazioni territoriali come i Gruppi Anarchici Toscani, che coordinano la campagna politica e la presenza dei compagni in regione.



Il 4 maggio Niccolai parla a Livorno, Franco ed altri compagni di Pisa partecipano agli scontri provocati da polizia e carabinieri che difendono l'ex-repubblichino; gli scontri continueranno fino a tarda notte.

Il 5 tocca a Pisa: nonostante la mobilitazione degli antifascisti, la sproporzione delle forze è evidente; la polizia carica da subito e inizia la caccia all'uomo. Franco viene fermato dalla parte opposta della città rispetto a quella dove parlava Niccolai, viene massacrato di botte e trascinato in carcere. Il giorno dopo viene interrogato da sostituto procuratore Sellaroli, in preda a fortissimi dolori alla testa, il giorno dopo ancora è morto in galera. Non era stato nemmeno ricoverato in ospedale, perché cercarsi delle grane? Tanto più che si tratta di un giovane proletario, impegnato nello studio e nel lavoro, ma senza famiglia, senza mezzi; al punto che per dormire era stato costretto ad accettare l'ospitalità nell'allora riformatorio di Pisa, in Piazza San Silvestro.



Franco era un anarchico, un militante del gruppo “Pinelli” di Pisa, che operava all'interno della Federazione Anarchica Pisana; partecipava attivamente alle riunioni dei Gruppi Anarchici Toscani e alle loro iniziative, tra cui la campagna contro la Strage di Stato e alle mobilitazioni antifasciste: nel Movimento Anarchico aveva trovato finalmente quella solidarietà e quello spirito di libertà che aveva cercato in tutta la sua breve vita.



Mi sono letto la collezione di Umanità Nova di quei giorni, e sono rimasto colpito dal fatto che allora come oggi venisse denunciata la svolta autoritaria del governo e delle istituzioni, svolta che aveva nel Movimento Sociale Italiano la ruota di scorta. A distanza di quaranta anni è significativo Il paragone tra l'evoluzione dell'Italia e quella del Cile in quegli anni: in entrambi i paesi la Democrazia Cristiana era protagonista, ma in Cile l'atteggiamento legalitario della sinistra al potere non venne controbilanciato da una mobilitazione rivoluzionaria dal basso, cosa che invece avvenne in Italia, dove gruppi di esaltati, illusi e arrabbiati riuscirono a coinvolgere anche settori della base dei partiti riformisti e dei sindacati di Stato. In conclusione: in Cile ci fu il colpo di stato, la dittatura di Pinochet, migliaia di desaparecidos; in Italia la svolta reazionaria è stata rinviata. Questo fa anche chiarezza sulla leggenda del Partito Comunista che difende la democrazia; nel 1972 (come in altre occasioni) il PCI era dalla parte della polizia che massacrava i compagni, dall'11 marzo a Milano all'assassinio di Franco Serantini, ha solo raccolto i frutti di una lotta che noi, come anarchici, abbiamo portato avanti in prima persona. Forse non è stata una vittoria, ma sicuramente i piani dei nostri nemici, la strategia della tensione e delle Stragi di Stato è stata sconfitta. Ricordare Franco Serantini significa anche recuperare insegnamenti per le lotte di oggi.



Tiziano Antonelli





polizia in lungarno gambacorti. pisa 05/05/1972



 
comizio in piazza carrara. pisa 20/05/1972. parlano gianni landi e alfonso failla