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giovedì 12 luglio 2012

La Francia mette in forse la costruzione della Tav Torino-Lione

da blogeko


E adesso chi glie lo dice a Monti e a Passera? La Francia ha deciso di rinunciare alla costruzione di alcune linee ferroviarie ad alta velocità già in progetto; fra quelle con le maggiori possibilità di essere cancellate il quotidiano Le Figaro inserisce la Torino-Lione, la famosa Tav che dovrebbe passare dalla Val di Susa e che secondo il governo italiano è “un’opera strategica, importante e prioritaria”.
La Francia è mossa da ragioni di budget, di risparmio, di rapporto costi-benefici. Le stesse invocate a più riprese in Italia da voci autorevoli: centinaia di docenti universitari e ricercatori.
Le Figaro ha pubblicato una cartina delle linee ferroviarie francesi ad alta velocità candiate al ripensamento che avverrà Oltralpe. Eco la situazione.

In nero le linee già esistenti, in rosso quelle già in costruzione o la cui costruzione è confermata, in giallo quelle in progetto che, a questo punto, stanno come d’autunno sugli alberi le foglie. E per alcune, in primo luogo la Torino-Lione, il vento tira particolarmente forte.
Le Fgaro scrive che, in base a quanto ha lasciato capire il ministro del Bilancio Jérôme Cahuzac, saranno cassate le linee che costano care, che non riducono significativamente i tempi di percorrenza, che prevedibilmente saranno poco utilizzate.
Il ministro non ha detto quante linee saranno cancellate fra le molte in programma. Una commissione parlamentare dovrà classificarle in base alla priorità entro la fine dell’anno.
Tuttavia il quotidiano francese deduce dalle parole di Cahuzac che due linee dovrebbero quasi certamente salvarsi (la Bordeaux-Tolosa e quella per unire l’aeroporto di Roissy alla gare de l’Est di Parigi) mentre altre due sono in cima all’elenco delle prevedibili sforbiciate.
Al primo posto fra le candidate alla cancellazione Le Figaro mette la Nizza-Marsiglia e al secondo posto la Torino-Lione, dato che il suo costo per la parte francese, 12 miliardi di euro, è considerato troppo elevato (la parte italiana è ancor più cara, aggiungo io) e il traffico merci sulla tratta è sceso nel 2011 a 4 milioni di tonnellate, contro gli 11 milioni di tonnellate di vent’anni fa.
Resta il problema di dirlo a Monti e a Passera. Forse bisognerebbe portarsi dietro i sali…
Su Le Figaro la Francia rinuncerà alla costruzione di alcune linee ferroviarie ad alta velocità
Sul sito del Tg1 una dichiarazione del 26 aprile scorso del ministro Passera la Tav Torino-Lione è prioritaria, importante e strategica
La foto piccola è di Flickr
Grazie a Maurizio per la segnalazione

lunedì 2 aprile 2012

Magyarország halála

da http://ekbloggethi


A noialtri, in realtà, dell' "Europa" non ce ne fotte proprio una minchia. Siamo onesti; tutti là a occhiupaiàre, le banche, il debito, il capitalismo, la Grecia, il novantanovepercento e tutta una bell'altra zuppa di discorsi. Nel frattempo, in un paese europeo a poco più di 450 km da Venezia, si sta letteralmente morendo. Il paese si chiama Ungheria, ci fa venire a mente la paprika e una famosa rivolta antistalinista, si sa vagamente che ci si parla una lingua impossibile (che, peraltro, è una delle più divertenti del mondo) e che invece di "ungheresi" si può dire anche "magiari". C'è stato il barbaro comunismo, in Ungheria; poi, nel fatidico ottantanove, è crollato anche lì. Dopo la rivolta del '56, col regime del signor Giovanni Giuseppe Czermanich (un fiumano di nascita più noto come Kádár János -in Ungheria bisogna sempre mettere il cognome prima del nome, come in cinese), l'Ungheria era famosa per essere il paese del blocco socialista dove "si stava meglio"; il metro dello "stare meglio" era naturalmente del tutto commisurato ai parametri occidentali. Agli ungheresi era benignamente concesso di recarsi all'estero più o meno liberamente, c'era un certo "benessere" e ci si vedevano persino le automobili italiane o tedesche. Una pacchia, insomma; e, sicuramente, non pochi ungheresi stanno ricominciando a considerare quel periodo come tale, in confronto a quel che è adesso.

L'Ungheria attuale è sintetizzabile in poche parole: un paese parafascista, se non fascista tout court. Guidato da un tizio, tale Orbán Viktor, che lo ha rispedito direttamente ai cari, bei vecchi tempi del regime dell'ammiraglio Horthy von Nagybánya e al feudalesimo clericale che lo contraddistingueva. Spedito al potere mediante le solite "democratiche elezioni" che hanno fatto stravincere il partito di Orbán; il quale si chiamerebbe ufficialmente Magyar Polgári Szövetség, cioè "Unione Civica Ungherese", ma è più noto come Fidesz, vale a dire la resa ungherese della parola latina fides, "fede". Membro, sentite un po', del Partito Popolare Europeo e dell'Internazionale Democratica Centrista. Uno s'immaginerebbe, che so io, un Pierferdinando Casini in salsa magiara; e invece qui siamo di fronte a un partito fascista clericale in piena regola, da riferire assai più alla Falange di Francisco Franco.

Con la maggioranza schiacciante (52%) ottenuta alle ultime elezioni politiche, Orbán Viktor e la sua Fidesz hanno fatto approvare una nuova Costituzione. Cominciamo col dire che l'Ungheria non è più nemmeno una repubblica, ma solamente l'Ungheria. Comincia in questo modo: Dio benedica l'Ungheria; e Dio, come primo benedicente atto, ha ridotto il numero di confessioni religiose ammesse a fruire di fondi pubblici da circa 300 a 14. Nella nuova costituzione ungherese si stabilisce ufficialmente che l'embrione è un essere umano fin dall'inizio della gravidanza, e che i matrimoni possono avere luogo solo fra un uomo e una donna (scritto nella Costituzione, capite?). Nel frattempo, il partito di Orbán mette completamente il bavaglio alla stampa e ai media indipendenti, con leggi e decreti; la legislazione ungherese attuale in materia fa apparire quella tentata da Berlusconi come una lieve barzelletta. Aumentata l'IVA al 27%: nemmeno Monti e la Fornero sono arrivati a tanto. In due anni da primo ministro, Orbán ha trasformato l'Ungheria, paese membro dell'Unione Europea, in un'autocrazia; non gli è sfuggito niente. La Banca Centrale Nazionale (Magyar Nemzeti Bank) è stata posta sotto il controllo totale dell'esecutivo; ma lo devono sicuramente volere sia Santo Stefano (Szent István), sotto la cui corona l'ex repubblica ungherese è stata posta, sia i feti la cui vita deve "essere protetta fin dal concepimento" (frase tolta di peso dal testo della nuova costituzione, entrata in vigore il 1° gennaio 2012). Santo e feti che hanno poi di fatto eliminato la Corte Costituzionale ungherese, la quale non può più decidere su alcuna legge ed ha solo valore consultivo, compreso in materia fiscale. Viene inoltre introdotto l'obbligo di una maggioranza qualificata su diversi temi: per introdurre nuove tasse sarà necessario approvarle con una maggioranza di due terzi, rendendo quasi intoccabili le riforme create dall'attuale governo. Sulla legge finanziaria, inoltre, viene introdotta la possibilità di veto da parte del Consiglio di bilancio, una sorte di Corte dei conti, i cui membri, in carica per i prossimi sette anni, verranno nominati proprio da Fidesz. Viene creata, inoltre, la norma secondo cui, se il parlamento non è in grado di approvare una legge finanziaria entro il 31 marzo di ogni anno, il presidente della Repubblica lo può sciogliere e indire nuove elezioni. Soprattutto queste due ultime norme rischiano, secondo molti osservatori, di garantire al partito del premier un controllo su parlamento e governo anche nel caso di una sconfitta elettorale alle prossime elezioni del 2014.

Intanto, in Ungheria, il paese delle Croci Frecciate che riuscirono anche a stupire le SS nello zelo che misero nella persecuzione e nello sterminio di ebrei e rom durante la II guerra mondiale, si stanno giustappunto riformando milizie nazifasciste. Sí, perché non c'è solamente Fidesz; ci sono anche i fascisti ultranazionalisti dichiarati, quelli di Jobbik, che ha votato sí contro l'approvazione della Costituzione, ma che ha comunque partecipato alla sua stesura. Jobbik ha ottenuto il 17% alle "libere elezioni democratiche", mica noccioline. Partito xenofobo, il quale, con i suoi militanti inquadrati, ha recentemente posto in essere azioni precise contro i rom, naturalmente col benestare delle forze dell'ordine. Nelle due cittadine di Gyöngyöspata e Hajdúhadhaz, i miliziani jobbisti, in uniforme nera, hanno pattugliato le vie chiedendo i documenti alle persone che incontravano per la strada.

Il tutto, va quasi da sé, inserito in una crisi economica che ha spinto, grazie anche e soprattutto alla politica di Orbán, l'Ungheria sull'orlo del collasso; ma sembra che la cosa non tocchi quasi nessuno. Eppure le ripercussioni della crisi economica ungherese sono gravissime, paragonabili a quelle greche; il rapporto tra il debito e il Pil dello stato è aumentato del 7% solo nel 2011. La situazione ha portato a tagli disastrosi e conosciuti anche in Italia: subito è scattato il blocco del turn-over e l’aumento dell’età pensionabile a 62 anni a partire da chi è entrato nel lavoro dal 1988. La crisi ha portato le banche a chiedere interessi sempre maggiori in un Mercato ormai fuori portata. Lo stato evidenzia come l’Europa sia complice della Crisi Economica in Ungheria, per la sottovalutazione del problema. I fondi speculativi hanno declassato lo stato, tanto che la crisi economica in Ungheria non potrà permettere di garantire il pareggio nel 2013. Il bilancio appare fortemente negativo e si pensa che il debito arriverà al 10% del Pil ungherese. La crisi economica ungherese significa maggior ricorso ai tagli sia a livello dello stato italiano sia nel circolo Europa: si aggiunge così a quella irlandese, portoghese, greca, italiana e, a breve, anche inglese.

Con la sua arroganza e spavalderia, Orbán Viktor non ha soltanto trasformato l'Ungheria nel primo paese fascista autoritario dell'Unione Europea, ma lo ha portato anche alla rovina economica. Qui un sunto della situazione attuale; oggi stesso, poi, dall'Ungheria arrivano notizie raccapriccianti. Il Presidente della Repubblica, Schmitt Pál, anch'egli di Fidesz e fatto nominare da Orbán in persona (è, peraltro, colui che ha apposto la sua firma alla nuova Costituzione), ha dovuto dimettersi per uno scandalo. In pratica, la corona di Santo Stefano, il santo nome d'Ungheria, i feti protetti e le ronde in camicia nera non hanno impedito a questo losco figuro di "laurearsi" ricopiando di sana pianta la sua tesi da uno studio precedente. E così l'Ungheria si ritrova del tutto isolata, considerata un paese dittatoriale e in preda ad una crisi economica e morale. Non ci sarebbe nulla da stupirsi, perché questi sono i risultati usuali di ogni bella destrona nazionalista e delle derive populiste, ovunque esse si producano. Poi, naturalmente, si può e si deve ragionare su come il capitalismo incoraggi e nutra regolarmente tali derive, arrecando disastri che, ora, non sono più limitati ad un solo paese; e su come la cosiddetta "Unione Europea" non si spinga, nei confronti dell'Ungheria, molto al di là di una specie di moral suasion che lascia il tempo che trova.

E noialtri? Non resta che terminare come s'era cominciato. Non ce ne importa un cavolo. Siamo altamente selettivi, forse perché, per quanto riguarda l'Ungheria, non abbiamo ancora da "fare il tifo" per anarchici, ribelli, cani Kanellos, rivolte e quant'altro. In Ungheria non c'è nemmeno una TAV piccina picciò a cui opporsi con tutta la poderosa solidarietà di cui siamo capaci a ondate alterne. E, invece, l'Ungheria è vicinissima. E' un paese che sta mostrando scenari di cui tutti in Europa siamo passibili; e sono scenari di guerra. Sarebbe bene tenerne il debito conto, e ricordarcene almeno un po' nel nostro antagonismo a macchia di leopardo dalla quale l'Ungheria sembra restare inspiegabilmente esclusa.

Nella foto sotto il titolo: sulla prima pagina del quotidiano ungherese "Blikk" del 24 novembre 2006 si mostra l'on. Gyenge Zsolt, 35 anni, deputato di Fidesz, in divisa da SS. La dicitura recita: "SCANDALO! Il deputato di Fidesz in uniforme nazista." L'on. Gyenge (che in ungherese significa "debole") è poi passato al partito di ultradestra Jobbik. Il titolo di questo post, in lingua ungherese, significa "la morte dell'Ungheria".

martedì 10 gennaio 2012

Un blocco sociale contro il regime dei banchieri (di Lucio Garofalo)

da http://www.anarchaos.org

La crisi odierna è inequivocabilmente dovuta a fenomeni di sovrapproduzione e sottoconsumo, in sostanza deriva da una restrizione dei mercati che è un effetto della variazione della morfologia sociale. L’enorme rigonfiamento della massa proletarizzata, con la riduzione di gran parte dei ceti medi alla condizione salariata, significa che non ci sono abbastanza compratori per le merci: il proletariato non può ricomprare tutte le merci che esso stesso ha prodotto. Ma ciò rappresenta un’antinomia del capitalismo, dato che non può esistere una società composta esclusivamente da borghesi e proletari.

La razione di miseria obbligatoria imposta a paesi come Portogallo, Grecia, Italia, Spagna e progressivamente a tutti i popoli europei, non basterà a fermare la caduta di rendimento del capitale finanziario, per cui serviranno altre manovre finanziarie che spingeranno sempre di più verso una condizione di insopportabilità dei sacrifici imposti ai proletari. Ormai il capitalismo non ha più nulla con cui tacitare la protesta sociale, anzi, per sopravvivere è costretto ad estorcere sempre di più e in dosi sempre maggiori.

Se Obama è costretto a raddoppiare i fondi sociali di assistenza con cui vengono finanziati sottobanco i grandi supermercati dei distretti popolari al fine di non fare esplodere rivolte, se in Europa si procede all’abolizione di ogni copertura di welfare (pensioni, sanità, scuola, ecc.), se neppure uno solo dei grandi economisti borghesi è stato in grado di prospettare un modo per uscire dalla crisi e stabilizzare l’economia, tutto questo procedere verso il disfacimento totale del capitalismo ha una sua ragione d’essere ed è l’irrazionalità del capitalismo rispetto alle ragioni dell’intera umanità.

Oggi la miseria obbligatoria imposta dal proconsole della BCE per l’Italia, Mario Monti, al solo fine di garantire il pagamento degli interessi del debito pubblico italiano al capitale finanziario internazionale può valere qualche settimana di ripresa dei titoli italiani. Più del 97% di questi titoli sono incettati dalle banche che esigono i pagamenti, pena il default: sono le grandi banche mondiali, a cui la BCE e le banche italiane sono consociate. Di ripresa nemmeno l’ombra, anzi prosegue la liquidazione sistematica dell’industria e del piccolo commercio. La crisi abbatte chi non è abbastanza forte da resisterle: si contano già 60-70 mila piccoli esercizi commerciali chiusi con relativo numero di disoccupati, per lo più clandestini, dato che erano clandestini anche come lavoratori. Questa ecatombe forza il mercato in direzione dei grandi gruppi commerciali, cioè dei grandi supermercati nei quali i prezzi sono stabiliti nell’ambito dei commerci internazionali. Ci avviamo verso un commercio con forti connotazioni autocratiche, verso cui i consumatori non dispongono di alcun mezzo di influenza e di contrattazione.

Al momento i grandi centri commerciali mantengono i prezzi al di sotto di quelli del piccolo commercio, fa parte della strategia per liquidare quest’ultimo e la quantità di merci vendute assicura ai grandi gruppi margini soddisfacenti di profitto, dato anche che possono servirsi di lavoro precario a basso costo. Quando essi avranno imposto condizioni di monopolio, allora potranno esercitare tutta la loro forza per spremere i consumatori.

Il piccolo commercio è stata una delle attività fondamentali della piccola borghesia urbana. Le sue attuali condizioni di reddito non sono dissimili da quelle dei proletari. Ma molta della sua sopravvivenza dipende dall’evasione fiscale sistematica, da essa  concepita come lotta di sopravvivenza contro lo Stato e la concorrenza. Essa è oggi un rimasuglio di ciò che era quando il fascismo la mobilitò contro il movimento operaio.

Crollata l’illusione berlusconiana in cui essa si riconosceva completamente, oggi la piccola borghesia urbana si trova sul baratro della sua scomparsa come ceto sociale. Il capitale finanziario la sacrifica per acquisire il potere enorme di monopolizzare i commerci e utilizzarlo come forma di controllo e pressione sociale. E’ noto che i capitali dei grandi gruppi commerciali sono consociazioni internazionali gestite dalle banche.

E’ evidente che per gli ultimi residui della piccola borghesia urbana e commerciale le prospettive future sono uno status di proletarizzazione, disoccupazione e precarietà. Ma bisogna stare attenti poiché è proprio da questi ambienti sociali che stanno riemergendo le tesi complottiste, l’antisemitismo di ritorno, il razzismo contro gli extra-comunitari.

Di fronte alla proletarizzazione forzata della piccola borghesia urbana, il proletariato non può più combattere con gli strumenti, ormai anacronistici, della democrazia parlamentare borghese, un nemico di classe che ha finalmente gettato la maschera, uscendo allo scoperto e ponendosi direttamente al vertice di Stati come Italia e Grecia.
Un’analisi della situazione che sia attendibile, onesta e coerente, non può non generare una presa di posizione ferma ed intransigente di fronte all’inasprimento della crisi e alle soluzioni “lacrime e sangue” adottate dai governi in un quadro capitalistico. Governi che non sono più condizionati in modo occulto e latente, come succedeva all’interno dei precedenti scenari parlamentari, da lobby che fanno capo alle grandi banche d’affari e all’alta finanza, ma sono un’emanazione diretta e palese del potere capitalistico, poiché al vertice degli Stati, in Grecia e in Italia, si sono insediati ufficialmente dei regimi guidati da tecnocrati e alti funzionari del sistema bancario e finanziario internazionale.
Su questo punto non si può non concordare, a meno che non si voglia negare l’evidenza.
In un quadro di crescenti ingiustizie e diseguaglianze sociali, è inevitabile che le proteste, frutto della disperazione dilagante, non saranno più facilmente gestibili con gli strumenti tipici della legalità costituzionale e della democrazia liberale borghese, e da semplici movimenti di indignazione e contestazione pacifica e non violenta, potranno assumere la forma delle rivolte o dei tumulti di massa, ovvero una veste insurrezionale.
Pertanto, serve la formazione di un blocco sociale e popolare, di impronta classista, che sia in grado di esercitare un ruolo antagonista, intransigente e deciso, contro il regime dei banchieri, che è (per l’appunto) un’emanazione diretta e palese, persino dichiarata, di un blocco economico molto agguerrito che fa capo agli affari (di classe) del sistema bancario e dell’alta finanza internazionale, che sono evidentemente contrapposti in maniera irriducibile agli interessi del mondo del lavoro produttivo e salariato, precisamente a quelli delle classi operaie e, più in generale, delle masse proletarizzate.
Ma come e con quale durata temporale si potrebbe conseguire un simile obiettivo? E con quali metodi di lotta è possibile, oltre che necessario, agire per concretizzare tale progetto? Ed è un traguardo di breve termine, o di medio e lungo periodo? Sempre che sia realizzabile. Inoltre, ammesso che lo sia, il processo dovrà e potrà svilupparsi dal basso, quindi compiersi in modo spontaneo ed auto-organizzato, o dovrà essere diretto dall’alto, cioè da un soggetto politico che si configuri come avanguardia rivoluzionaria?
A tutti questi interrogativi, che non sono affatto accademici, astrusi o peregrini, bensì estremamente pratici, occorrerebbe dare una risposta. Una risposta che eventualmente può giungere solo dal basso, ovvero dal magma ribollente delle lotte sociali e materiali.

Lucio Garofalo

domenica 8 gennaio 2012

Dal carcere alle camere di sicurezza: deliri di un neo ministro della giustizia

DA http://www.osservatoriorepressione.org/


Una "camera di sicurezza" delle questure e caserme italiane


Bell’idea ha avuto il nostro nuovo ministro della Giustizia: ha intenzione di svuotare le carceri mandando i detenuti in attesa di giudizio dentro le camere di sicurezza presenti in caserme e questure italiane, o meglio, senza tradurre i nuovi arrestati direttamente in carcere ma tenendoli nelle caserme fino alla direttissima, quindi per circa 48 ore.
Proprio gli stessi luoghi che più volte denunciamo per la violenza con cui vengono trattati i reclusi,
che senza aver la possibilità di entrare nel sistema carcerario (pieno di doveri ma anche di diritti minimi,ogni tanto), rimangono in mani che spesso hanno solo infinita esperienza con il manganello e gli anfibi …
le camere di sicurezza non hanno nulla: non hanno finestre, non hanno bagno, non hanno acqua corrente , non hanno strutture dove poter far respirare una boccata d’aria, non hanno mense dove poter fare i pasti… ma di che parla la Guardasigilli?
Ma come le viene in mente di proporre una cosa del genere?
Sa come è fatta una cella di sicurezza? Sa che quello che appare in questa foto è il top che si può trovare perché altre sembrano segrete, tanto che per entrare devi abbassare la testa?
La signora Severino sa qual è l’odore delle camere di sicurezza?
Sa che la maggiorparte della vita di un detenuto è fatta di ginnastica, di un po’ di socializzazione e magari anche di studi, di un po’ di cibo cucinato col fornelletto al butano (l’è dura senza nemmeno finestra… poi li fate passare per suicidi quando muoiono intossicati?); in una camera di sicurezza niente di tutto ciò sarebbe possibile.
Quanta gente vuole mandare a morire, signora Ministro?
Chi passa in quelle stanze, chi subisce la violenza psicologica e spesso fisica di quei luoghi fuori dal mondo e dalla legge, respira una boccata aria pulita e fresca quando mette piede in carcere… in confronto il sovraffollato putrido balordo carcere è una vacanza…

venerdì 6 gennaio 2012

Il vero fine delle teorie complottiste (di Lucio Garofalo)



Il “manuale” delle concezioni complottiste è il Mein Kampf di Hitler, nonché le opere di Alfred Rosenberg, l’ideologo ufficiale del nazional-socialismo. In particolare, il Mein Kampf rappresenta una sorta di “bibbia” contemporanea per i suoi epigoni. Senza correre il rischio di esagerare si potrebbe definire il Mein Kampf come il “testo sacro” dei sostenitori più fanatici del complottismo, il modello teorico e la principale fonte d’ispirazione a cui attingono le più assurde dietrologie esoteriche di matrice nazista o cripto-nazista. Ma lo stesso Hitler si ispirò a sua volta ad un libro intitolato L’ebreo internazionale, scritto da Henry Ford, il noto imprenditore americano. Nel Mein Kampf Hitler cita testualmente frasi deliranti tratte da questo libro che influenzò notevolmente l’ideologia antisemita alla base della propaganda hitleriana. Tutta la dottrina nazista era ossessionata dalla retorica incentrata sulla teoria esoterica del complotto giudaico per il dominio del mondo (gli Illuminati). La tesi della cospirazione giudaica discende dagli scritti di Rosenberg, il quale era convinto di rinvenire prove a favore delle sue idee nei famosi Protocolli di Sion. Non a caso Hitler (come gran parte dell’élite nazista) nutriva una passione viscerale per l’occultismo e l’esoterismo, l’astrologia e l’alchimia (gli stessi colori ufficiali del vessillo nazista sono i colori sacri dell’alchimia: nero, rosso e bianco), la magia e il mondo del paranormale. Ma al di là delle visioni mistiche e deliranti di Hitler e Rosenberg, il fascino delle ideologie esoteriche si spiega in virtù della loro ingenuità farisaica e semplicistica, del conservatorismo codino e forcaiolo, nella misura in cui offrono all’immaginario collettivo una sorta di comodo e rassicurante capro espiatorio identificabile in “cospiratori” che agiscono per corrompere e dominare il sistema, che siano gli Ebrei piuttosto che i massoni, o gli untori di manzoniana memoria.
In materia di complotti e trame segrete, la storia offre numerosi esempi di congiure di palazzo, tradimenti ed episodi cospirativi, dai tempi degli antichi imperatori romani, dall’assassinio ordito contro Giulio Cesare ai casi di regicidio più recenti, ai tentativi falliti contro lo stesso Hitler, ma le trame “oscure” del potere non sono riducibili a vicende che servono solo a mistificare la realtà delle cose, a banalizzare la narrazione storica sul potere. La cui natura è più articolata, estesa e complessa di quanto le farneticanti dietrologie esoteriche lascino supporre. Il potere vigente nel quadro capitalistico, si pensi alle grandi banche d’affari, alle multinazionali, alle famigerate agenzie di rating, alle società assicurative, e ai “mostruosi” comitati d’affari e di potere che fanno capo al capitale finanziario cosmopolita, al di là dei nomi delle singole soggettività, a prescindere da ogni comoda narrazione mistica o esoterica, è costituito da un’entità anonima estremamente complessa e articolata, difficilmente identificabile in una sola, “onnipotente” personalità, o in un blocco compatto di individui criminali e privi di scrupoli, ed è tantomeno rappresentabile come un’associazione segreta e cospirativa su scala mondiale, come si tende a fantasticare nell’immaginario collettivo.
Oggi, il fine ultimo di queste dietrologie è di camuffare o mistificare la reale natura delle crisi capitalistiche, e di questa crisi in particolare, per non scaricare le colpe sul sistema. Il quale, a seguire queste ipotesi fino in fondo, potrebbe funzionare benissimo se non fosse corrotto e sabotato da presunti cospiratori, ovvero da congiure giudaiche, piuttosto che massoniche, o di altra origine. Siamo ancora agli “untori” di Manzoni e simili congetture sono pericolosissime poiché distolgono l’attenzione dalle vere e irrisolvibili (almeno all’interno del quadro capitalistico) cause della crisi. Il capitale finanziario cosmopolita è un’entità anonima e impersonale. E’ vero che vi sono personaggi che fanno praticamente parte di quasi tutti i consigli d’amministrazione delle principali banche d’affari del mondo, e ciò può appunto ingannare il giudizio, ed è vero che le banche riescono in qualche modo ad imporre un indirizzo uniforme alla finanza globale, ma questo dato reale è più un prodotto dei complessi meccanismi che esse gestiscono e non possono cambiare, anziché il risultato di una cospirazione planetaria vera e propria. Non a caso, le banche per coordinarsi sono costrette a stipulare accordi su accordi, a condurre trattative estenuanti. Le banche hanno interessi comuni che gestiscono insieme, ma non funzionano come un centro cospirativo: ricordano invece una banda di ladri che si mettono d’accordo su chi derubare, ma poi ciascuno tenta di accaparrarsi la parte più cospicua del bottino. E nell’attuale crisi del capitale finanziario esse stesse provocano rimedi che finiscono per aggravare il male medesimo. Dunque, se è giusto parlare di capitale finanziario globale, considerando l’insieme dei fenomeni e le loro concatenazioni, non significa affatto che esista un disegno cospirativo unificato ed organico, come credeva Hitler. E come sostengono i suoi epigoni sparsi, di ieri e di oggi.
Il sottoscritto non nega l’esistenza del regime dei banchieri, in Italia e in Grecia, di tecnocrati quali Monti, Draghi e via discorrendo, che sono funzionari ed esecutori del capitale finanziario internazionale. Sin dal primo momento mi sono impegnato per denunciare pubblicamente, con vari articoli, la natura autoritaria e antidemocratica, golpista e criminale, di questi regimi politici. Nel contempo cerco di far capire che, malgrado il salto di qualità compiuto a livello politico-organizzativo dal capitale finanziario cosmopolita, un’entità anonima che si incarna ovviamente in alcune figure che fanno capo alle grandi banche d’affari, alla BCE, al FMI, alle agenzie di rating e così via, tuttavia ciò non mi impedisce di andare oltre questa elementare evidenza che è sotto gli occhi di tutti e che il sottoscritto non è così sciocco da negare, visto che esiste un regime dei banchieri che si è ufficialmente insediato al vertice delle gerarchie statali in Italia e in Grecia. Quello che fino a ieri era un potere “occulto” che agiva “dietro le quinte”, giusto per usare una terminologia cara ai fanatici dei complotti, oggi è uscito allo scoperto, perciò nessuno, tranne chi è cieco o in malafede, si azzarda a negarne l’esistenza. Eppure, la struttura del potere capitalistico è molto più vasta, articolata e profonda di quanto appaia e di quanto gli ottusi simpatizzanti o fautori delle dietrologie esoteriche vogliono farci credere. Ed è superfluo ripetere ancora quanto ho già precisato a proposito della complessità e della natura impersonale del capitalismo finanziario.
Il punto critico dell’analisi che bisogna elaborare, è la proletarizzazione massiva che porta ad un sottoconsumo sempre più esiguo, ovvero alla miseria di massa, ma questa è (per l’appunto) l’irreversibile conseguenza del dominio del capitale finanziario, che non equivale ad una congiura. Il problema  è capire se di fronte all’insorgere della protesta di massa dei proletari, il complesso del capitale finanziario è o meno in grado di coordinarsi, oppure se una iniziativa forte del proletariato può accentuarne le divisioni e le contraddizioni interne. Se si trattasse di un centro cospirativo unitario e coeso la domanda non avrebbe senso e, per vincerlo, servirebbe allearsi con alcuni settori della borghesia. Conviene mettere in luce quella che è l’implicazione pratica più interessante e notevole dell’intero discorso, portando alle estreme conseguenze il sillogismo implicitamente contenuto nelle dietrologie occultiste: se il potere, nella fattispecie il capitale finanziario cosmopolita, fosse realmente una struttura compatta e monolitica, priva cioè di contraddizioni e divisioni interne, una sorta di centro cospirativo chiuso e settario, come pretendono di credere e farci credere i fautori delle concezioni complottiste, allora temo che questo tipo di potere sarebbe assolutamente invincibile ed inviolabile e non esisterebbero possibilità di salvezza, o di riscatto, per il genere umano. E’ questa la conseguenza finale, ovviamente implicita, che scaturisce dal ragionamento insito nelle concezioni complottiste oggi tanto in voga. Ed ecco svelato il loro “trucco”.

Lucio Garofalo





giovedì 5 gennaio 2012

GUERRA PSICOLOGICA CONTRO L'IRAN, GUERRA ECONOMICA CONTRO L'ITALIA

 
 
 
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Di comidad (del 05/01/2012 @ 01:18:45, in Commentario 2012, linkato 190 volte)
Con tipica tecnica ritorsiva, la propaganda dei media occidentali sta attribuendo all'Iran tattiche di guerra psicologica in relazione alle manovre della Marina iraniana nel Golfo Persico. Si può parlare in effetti di contro-guerra psicologica, dal momento che la spirale delle minacce di attacco è stata iniziata da Israele molto tempo fa, come viene sottolineato dalla stampa mondiale non legata alla NATO. [1]
L'Iran è infatti l'unico tra i tanti Paesi attualmente bersaglio del sedicente Occidente, ad aver assunto la categoria di guerra psicologica come fondamento della sua strategia anticoloniale, dato che il disarmare psicologicamente l'avversario è alla base della strategia della NATO. Le minacce di attacco e le sanzioni economiche hanno lo scopo di indurre l'Iran ad accettare quel calvario di compromessi, mediazioni ed ispezioni che hanno come diretta conseguenza non solo di lasciarsi invadere da spie, ma soprattutto di consentire alle agenzie dell'ONU, falsamente neutrali, di "lavorarsi" il gruppo dirigente iraniano, favorendo doppi giochi e defezioni.
Vista l'esperienza dell'Iraq e della Libia, la leadership iraniana (la diarchia Ahmadinejad-Khamenei), sta quindi cercando di evitare la trappola delle mediazioni, poiché ormai vi è la convinzione che la NATO sia determinata ad attaccare, e stia operando di psywar, con sanzioni e continue accuse, solo per potere arrivare a ridurre al minimo i costi ed i rischi dell'attacco. Del resto, cercare di ragionare con un Occidente che lo descrive come il pazzo che vuole l'atomica per cancellare Israele dalla carta geografica, sarebbe per Ahmadinejad del tutto irragionevole.
Ma nessun gruppo dirigente è compatto ed il grado di corruttibilità è sempre molto elevato, tanto più che le sanzioni possono allontanare la prospettiva di affari a lungo vagheggiati. Anche l'Iran ha infatti in corso le sue brave compromissioni affaristiche, ed il suo principale partner di affari è la British Petroleum, proprio la multinazionale che era dietro il colpo di Stato che rovesciò il primo ministro iraniano Mossadeq ed insediò il regime dello Scià. La partnership riguarda affari esterni all'Iran, dato che le sanzioni non consentono alla British Petroleum di operare direttamente in Iran. Si tratta di sfruttamento di giacimenti in Azerbaijan e nel Mare del Nord. Quest'ultimo affare potrebbe essere vittima delle imminenti sanzioni.[2]
Ad avvantaggiarsi di una eventuale ricolonizzazione dell'Iran sarebbe soprattutto la British Petroleum. In Gran Bretagna vari giornali hanno fatto circolare documenti ufficiali che dimostrano il diretto coinvolgimento di questa multinazionale nell'organizzazione della guerra contro l'Irak del 2003, ed il suo ruolo di predominio nello sfruttamento del petrolio irakeno.[3]
Il fatto che la British Petroleum intrattenga queste relazioni d'affari con l'Iran, non va quindi inteso come una sua disobbedienza alla disciplina NATO. Anzitutto la NATO opera da sempre come una sorta di agenzia di lobbying della British Petroleum, ed il supremo organo dirigente della stessa NATO, il Consiglio Atlantico, arriva a diffondere informative in cui le proposte di "pipeline" della British Petroleum vengono magnificate come ancore di salvezza per l'Occidente.[4]
La British Petroleum è inoltre in rapporto diretto con i servizi segreti statunitensi e britannici, perciò gli agenti di questi servizi beneficiano di una cordiale accoglienza nella multinazionale, dove vengono immediatamente assunti in qualità di lobbisti non appena lascino le loro agenzie. La stampa statunitense e quella britannica hanno segnalato vari di questi casi di "porta girevole" tra servizi segreti e British Petroleum, che riguardano la CIA ed il MI6.[5]
Quindi, la NATO fa da agenzia di lobbying per la British Petroleum, ma questa a sua volta fa da cavallo di Troia per i servizi segreti della NATO. Il lobbying in questa versione hard extreme è attualmente del tutto legalizzato, tanto che viene da chiedersi quale sia l'effettivo grado di commistione tra strutture militari e di intelligence con il sistema delle imprese.
Su istruzioni della NATO, anche il governo italiano, con la Legge 124/2007, ha conferito ai rapporti tra imprese private e servizi segreti una veste istituzionale. L'articolo 25 della Legge 124/2007 consente inoltre ai servizi segreti di costituire proprie imprese private a carattere "simulato", mettendole a carico dei propri fondi riservati; un articolo che sa di sanatoria per il passato, più ancora che di indicazione per il futuro.[6]
In più, il Consiglio Atlantico può permettersi di pubblicare senza pudore un elenco delle multinazionali che lo sponsorizzano; un elenco reperibile sul suo sito ufficiale. Chissà quante di queste multinazionali erano nate a loro tempo come "imprese a carattere simulato". C'è anche da rilevare che attualmente un'istituzione ufficiale - come è il Consiglio Atlantico - viene citata talmente di rado dai media, che risulta molto più segreta alle masse dell'ormai sputtanatissimo gruppo Bilderberg. [7]
La prospettiva di perdere degli affari potrebbe aprire delle brecce nel regime iraniano, e le attuali relazioni con la British Petroleum comportano il trovarsi costantemente a rischio di essere infiltrati dai servizi segreti della NATO. Ma se qualcuno gli affari rischia di perderli, qualcun altro li sta già perdendo, come nel caso dell'Italia.
Mentre il Presidente del Consiglio Monti, in pura malafede, blatera di "crescita", intanto l'effetto deprimente delle sanzioni contro l'Iran si fa sentire sull'economia italiana, tanto che persino il quotidiano confindustriale "Il Sole -24 ore" ha segnalato che i pagamenti iraniani alle aziende italiane non possono pervenire a causa del blocco delle banche occidentali. In questa guerra del lobbying, molte imprese esportatrici italiane stanno soccombendo. Si vede che non sono nelle grazie del Consiglio Atlantico.[8]

[1] http://translate.google.it/translate?hl=it&langpair=en%7Cit&u=http://www.srilankaguardian.org/2011/11/iran-israeli-psywar-indicates-lack-of.html
[2] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.time.com/time/nation/article/0,8599,1996921,00.html&ei=0uIBT767JaaQ4gTC7f2SCA&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=3&ved=0CD4Q7gEwAg&prev=/search%3Fq%3Dbritish%2Bpetroleum%2Biran%2Bazerbaijan%26hl%3Dit%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%3Dimvns
[3] html&ei=0vH2ToHPGYfk4QTI5M2NCA&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=2&ved=0CC8Q7gEwATgo&prev=/search%3Fq%3Dbritish%2Bpetroleum%2Billegal%2Blobbying%26start%3D40%26hl%3Dit%26sa%3DN%26rlz%http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.dailymail.co.uk/news/article-1378428/Iraq-war-documents-reveal-talks-Government-oil-giants-BP-invasion3D1W1ACAW_itIT338%26biw%3D960%26bih%3D507%26prmd%3Dimvns
http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.guardian.co.uk/business/2011/jul/31/bp-stranglehold-iraq-oilfield-contract&ei=01z3TtefN6OQ4gTNlMWNCA&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=8&ved=0CHAQ7gEwBzgK&prev=/search%3Fq%3Dbritish%2Bpetroleum%2Bassad%26start%3D10%26hl%3Dit%26sa%3DN%26rlz%3D1R2ACAW_it%26biw%3D960%26bih%3D507%26prmd%3Dimvnsb
[4] http://translate.google.it/translate?hl=it&langpair=en%7Cit&u=http://acus.org/new_atlanticist/bp-pipeline-late-good
[5] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.cbsnews.com/8301-31727_162-20006472-10391695.html&ei=6u_2TvWNEM724QSm4sGNCA&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=3&ved=0CEMQ7gEwAg&prev=/search%3Fq%3Dbritish%2Bpetroleum%2Billegal%2Blobbying%26hl%3Dit%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%3Dimvns
http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.dailymail.co.uk/news/article-2015538/Revolving-door-row-ex-MI6-spy-lands-BP-job.html&ei=N6btTtHZL_D34QScleilCQ&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=2&ved=0CCsQ7gEwAQ&prev=/search%3Fq%3Dbp%2Bmi6%26hl%3Dit%26rlz%3D1R2ACAW_it%26prmd%3Dimvns
[6] http://www.camera.it/parlam/leggi/07124l.htm
[7] http://translate.google.it/translate?hl=it&langpair=en%7Cit&u=http://www.acus.org/about/sponsors
[8] http://www.ilsole24ore.com/art/economia/2010-12-18/freno-banche-iran-081543.shtml?uuid=AYwmxnsC
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martedì 20 dicembre 2011

Dai colonnelli ai banchieri. Quando al capitalismo la democrazia liberale sta stretta… (di Michele Fabiani)

da anarchaos

DAI COLONNELLI AI BANCHIERI
Cosa succede quando al capitalismo la democrazia liberale sta stretta



IL PREGIUDIZIO SUL CAPITALISMO DEMOCRATICO
Una delle favole moderne vuole che il capitalismo vada sempre d’accordo con la cosiddetta democrazia liberale. La democrazia liberale è quella forma di governo in cui gli scontri di parte presenti in ogni società vengono dominati e incanalati in una forma rappresentativa istituzionale intermedia. La democrazia liberale è in ultima istanza una democrazia rappresentativa, con il parlamento, l’esecutivo e la magistratura. La democrazia liberale non è affatto una bella cosa, anzi come ogni forma di governo anche essa presenta delle contraddizioni. Filosoficamente, prima che politicamente, la neutralità nella realtà concreta non esiste, la delega che viene data alle istituzioni è utilizzata da queste per garantire sempre gli interessi dei potenti. Questi vengono garantiti con delle istituzioni coercitive la cui punta di diamante sono le carceri e i tribunali. Insomma la favola del capitalismo democratico e liberale non è mai una storia a lieto fine.   
Ma non è questo ora che ci interessa. Quello che invece in questa sede occorre sottolineare è il pregiudizio secondo cui il capitalismo sia sempre liberale e democratico. Sappiamo che non è così. L’economia fascista era in ultima istanza un’economia capitalistica. La stessa ideologia del fascismo, se pur con una certa dose di statalismo, è collocabile all’interno del pensiero capitalista. Ma nessuno può certo sostenere che il fascismo era un regime democratico e liberale, nonostante fosse capitalista. Il fascismo non è un’eccezione: il capitalismo ha da sempre utilizzato forme di governo dittatoriali, ha da sempre ordito golpe, ha da sempre scatenato guerre insensate e immotivate per interessi imperiali o anche solo per mero profitto. Anche all’interno delle stesse società liberali, con il loro parlamento e le loro istituzioni, il capitalismo “in casa propria”, nelle aziende, nei consigli di amministrazione, nel sistema della finanza e nella Borsa non si può certo dire che segua norme di tipo democratico e liberale (non conta ad esempio il principio “una testa un voto”).
Il capitalismo è democratico come e quando gli interressa. Ci sono contingenze storiche in cui il capitalismo si esprime in forma democratica, altre invece in cui preferisce altri tipi di regime.

LA GRECIA, DAI COLONNELLI AI BANCHIERI
In Grecia, ad esempio, il regime democratico non era certo in grado di contenere le spinte rivoluzionarie di quel paese. Pertanto il capitalismo ha scelto di imporre per anni il cosiddetto “regime dei colonnelli”. Il regime dei colonnelli non è certo stato un affronto al capitalismo mondiale. Non era nemmeno un regime fascista e antiamericano. Il regime dei colonnelli era foraggiato, sponsorizzato e sostenuto dalla più grande potenza capitalista mondiale, gli Stati Uniti.
Quando le spinte rivoluzionare in quel paese erano state ormai sterilizzate, quel regime non è stato più sostenuto. La rivolta, assolutamente legittima e sacrosanta, del popolo greco e in particolare degli studenti, già allora con grande componente anarchica, ha portato al crollo del regime, ma non ha instaurato una società post-capitalista. Il capitalismo ha semplicemente cambiato veste politica. Ne erano consapevoli gli stessi partiti pseudo rivoluzionari, come il KKE, che tradirono presto la rivolta, una volta ottenuta la democrazia liberale. Sono gli stessi che oggi tradiscono la rivolta contro i sacrifici imposti dalla Banca Centrale Europea, schierandosi a difesa del parlamento con mazze e caschi, e che insieme alla polizia picchiano i manifestanti.
Il capitalismo però non è un mostro razionale e invincibile. Le sue contraddizioni hanno portato morte e miseria, hanno saccheggiato la Grecia riducendola alla bancarotta. Oggi la situazione è di nuovo ingestibile per la democrazia liberale. Si impone quindi un nuovo cambio di regime. Non credo che esista una stanza dei bottoni che dietrologicamente comandi il mondo. Credo anzi che “le capocce” del capitalismo mondiale siano in gravi difficoltà. Stanno procedendo a tentoni, stanno sperimentando sulla nostra pelle nuove forme di dominio. Tentativi autoritari si affacciano, ma ancora si cerca di respingerli, come quando sono stati decapitati i vertici delle forze armate per paura di un nuovo colpo di stato. Ma sembra che la nuova forma politica del capitalismo debba essere differente rispetto alle precedenti dittature militari.
In Grecia il governo politico non era più in grado di gestire la protesta, che stava ormai assumendo veri e propri caratteri insurrezionali. E’ stato quindi sostituito dal governo dei banchieri, guidato dall’ex vicepresidente della Banca Centrale Europea. Il governo dei banchieri è un governo diverso dal governo di una democrazia liberale. In una democrazia liberale, almeno all’apparenza, le banche e in generale la grande borghesia sono solo una parte della torta. Ufficialmente la politica deve cercare di rappresentare tutte le componenti della società. Sappiamo ovviamente che non è cosi. Sappiamo che le banche da sempre dominano i governi politici. Fino ad oggi però il loro dominio era nascosto, la loro era una potente lobby che cercava di influenzare la politica. Oggi sono al vertice della politica.
Siamo di fronte ad una nuova frattura fra la democrazia liberale e il capitalismo. Come ai tempi dei colonnelli, oggi il capitalismo non si trova più “a suo agio” sotto la veste politica di una democrazia liberale. Pertanto cerca forme di regime diverse: non più il regime dei colonnelli, ma quello dei banchieri. Il regime dei banchieri è un regime qualitativamente differente da quello liberale. Lo dimostra la vicenda del referendum sui sacrifici imposti dalla BCE: quel referendum è stato cancellato, la democrazia liberale viene ufficialmente sospesa dal regime dei banchieri.

L’ITALIA, DA BERLUSCONI AI BANCHIERI
Anche in Italia stiamo assistendo ad un mutamento della veste politica del regime liberale. L’Italia in questo, purtroppo, si è dimostrata all’avanguardia rispetto ad altri paesi. Da quasi venti anni, con la discesa in campo di Berlusconi, abbiamo assistito alla fine del regime democratico inteso in senso classico. Generalmente, in una democrazia liberale, il governo è in mano apparentemente alla politica, mentre la borghesia, nell’ombra, cerca di influenzarlo. Con Berlusconi abbiamo avuto un “pezzo da novanta” della borghesia che in prima persona, con i propri soldi, le proprie televisioni, i propri interessi privati, si fa politica.
In questo senso, se pensiamo che Berlusconi minacciava di gestire l’Italia come se fosse una sua azienda, possiamo ben vedere che il nuovo governo del banchiere Mario Monti è in perfetta continuità. Non facciamoci prendere in giro dalle apparenze, dal bunga-bunga, dalla sobrietà di Monti di fronte alla sfacciataggine di Berlusconi, ecc. La sostanza è che Berlusconi rappresentava una sospensione della democrazia liberale e la discesa in campo di un grande capitalista, e Monti allo stesso modo è un grande cervello del capitalismo europeo che occupa il potere in maniera non democratica. Quindi Monti rappresenta la continuazione della sospensione della democrazia liberale già iniziata con Berlusconi.
Il nuovo governo Monti supera tutte le fantasie e tutte le dietrologie dei complottisti. Quante volte abbiamo sentito fantasticherie su un governo dei banchieri che dietro ai governi politici da ordini, implementando la volontà di qualche misteriosa plutocrazia? Quelle fantasie oggi sono superate per eccesso dalla realtà stessa: non c’è più un covo di massoni e banchieri che comanda il governo, è il governo stesso che è in mano a banchieri, a massoni, a pezzi grossi del Vaticano.
In Italia, come in Grecia, il regime democratico non è più in grado di governare le contraddizioni sociali: la sua nuova veste politica è il regime dei banchieri.

CROLLO DELL’EUROPA LIBERALE E ASCESA DEL REGIME DEI BANCHIERI
Proviamo a generalizzare, ad operare un’induzione a partire dai casi particolari di cui abbiamo parlato. Noi assistiamo ad una profonda crisi del capitalismo europeo. Tale crisi si osserva sia sul piano esterno, come potenza o coordinamento di potenze di natura imperialistica, sia sul piano interno.
Sul piano estero. Le rivoluzioni che stanno infiammando numerose città del mediterraneo denunciano il fallimento totale delle strategie imperialistiche dell’Europa. In Egitto il governo filo-americano e filo-israeliano di Mubarak è stato spazzato via dalla rivoluzione e proprio in questi giorni il potere dei militari che hanno sostituito il vecchio dittatore è di nuovo scosso da durissime rivolte. La rivoluzione tunisina, la più sociale e “socialista” delle rivoluzioni arabe di questo infiammatissimo 2011, è avvenuta nell’impotenza totale della Francia, la vecchia potenza coloniale. Solo in Libia l’imperialismo franco-americano ha tentato di gestire la rivolta a proprio piacimento, riuscendo nel suo intento immediato (far fuori Gheddafi) con molto ritardo e comunque impantanandosi in una situazione di caos difficilmente gestibile.
Sul piano interno la situazione è, se possibile, ancora più complicata. Il tentativo delle lobby europeiste di fare la Nazione Europea è decisamente affondato nei rivoli della crisi. Di fatto assistiamo al governo tedesco di un’Europa ingovernabile. La rivolta in Val Susa è un esempio empirico emblematico del fallimento della Nazione Europea: l’Alta Velocità, un classico progetto imperiale come per i Romani la costruzione delle grandi strade che dovevano unire l’Impero, non riesce ad imporsi sulla testa dei montanari che giustamente non vogliono che la loro Valle venga distrutta dalle lobby dell’acciaio e dalla prepotenza imperiale europea.  
Ma è nella crisi che il capitalismo tenta l’ennesimo cambiamento della forma politica. In questo l’Europa è, nostro malgrado, all’avanguardia persino nei confronti degli Stati Uniti. In America, per lo meno, il capitalismo finanziario ha un “testa” centrale, la Fed, controllata dallo Stato. In Europa assistiamo alla prima banca centrale della storia del capitalismo che non solo non ha uno Stato che la controlla, ma che è essa stessa a dettare agli Stati propri vassalli le linee guida della propria azione economica.

LE INSURREZIONI POPOLARI E IL MUTAMENTO DI FORMA DEI MOVIMENTI DI PROTESTA
Ma non è solo il dominio a cambiare la propria forma politica. Anche i movimenti di protesta stanno subendo una speculare trasformazione. Se, da un lato, di fronte alla crisi il capitalismo cambia la propria forma politica da regime democratico e liberale a regime dei banchieri, sul fronte opposto i movimenti democratici si vanno trasformando in movimenti popolari di tipo insurrezionale. Per capire di cosa sto parlando si guardi alla manifestazioni in Grecia. Il 15 Ottobre romano in questo senso è solo un assaggio. Fanno un po’ ridere (e un po’ piangere) Vendola e Bernocchi nelle loro condanne. E’ come se cercassero di fermare il treno della storia a testate.
La mia non è un posizione etica, tanto meno estetica. La mia è un’analisi. Le stesse analisi, con gli stessi risultati, le stanno facendo anche gli organi di polizia. L’analisi prevede che, di fronte al dilagare della crisi, anche le proteste diventeranno ingestibili, in primo luogo dai loro stessi leader. La disperazione sociale a cui ha portato la gestione capitalistica della crisi non può più essere incanalata nel dibattito politico. Paradossalmente è il dominio stesso che sta provocando questa contraddizione: con la sospensione della democrazia liberale e l’avvento dei regime dei banchieri, il movimento di protesta non avrà più sponde politiche istituzionali e non potrà che diventare movimento di rivolta.
Il regime dei banchieri, appena nato, già denuncia le sue contraddizioni: l’incapacità di rappresentare, anche fosse solo in maniera fittizia come nelle democrazie liberali, l’antagonismo popolare.

DI FRONTE AD UN REGIME CHE CAMBIA FORMA OCCORRE TROVARE STRUMENTI DI LOTTA DIFFERENTI
Abbiamo detto che il cambio di regime politico (dalla democrazia liberale al regime dei banchieri) provoca un cambio di forma politica anche nei movimenti di protesta, non più democratici ma con tratti sempre più marcatamente insurrezionali. Questo per quanto riguarda l’analisi per così dire “imparziale” e oggettiva degli eventi.
In ogni caso non si capisce perché di fronte ad un regime che cambia veste politica (e in peggio) non dovremmo avere il diritto di cambiare anche noi gli strumenti di opposizione. Non si sono fatti tanti scrupoli etici i padroni del mondo quando hanno sospeso la democrazia liberale, non ce li faremo certo noi nel rispettare i residui di legalità borghese che sono sopravvissuti.
L’opposizione al fascismo era differente dall’opposizione ai regimi democratici. Oggi che i regimi democratici sono stati sostituiti dal regime dei banchieri, anche la nostra opposizione dovrà trovare forme e modalità diverse. Chi oggi, tardivamente, ci propone uscite elettoralistiche dalla crisi o è un infame o non ha capito nulla di cosa sta succedendo.
La legalità democratica è finita. Per tutti.
Michele Fabiani

giovedì 8 dicembre 2011

DALLE PENSIONI SI SPREME ASSISTENZIALISMO PER BANCHIERI



Di comidad (del 08/12/2011 @ 01:59:10, in Commentario 2011, linkato 177 volte)
Molti commentatori hanno notato che la presenza di esponenti di Banca Intesa San Paolo nel governo Monti configura alcuni evidenti conflitti d'interessi, in particolare nel settore delle infrastrutture, data la partecipazione della banca al business dell'alta velocità. Un aspetto che invece è stato poco messo in evidenza concerne la riforma pensionistica, poiché da tempo le banche offrono ai clienti una serie di opzioni di previdenza integrativa privata, costituendo così una concorrenza alla previdenza pubblica. Intesa San Paolo non fa eccezione a riguardo, anzi è una delle banche più presenti nel settore della previdenza integrativa.[1] (br/) C'è da osservare però che in Italia la previdenza integrativa privata non ha mai riscosso particolare successo: solo il 23% di media, contro il 91% all'estero. La constatazione è stata fatta, con rammarico, dal presidente dell'INPS, Antonio Mastrapasqua, il quale qualche giorno fa ha invitato bruscamente i lavoratori italiani ad adeguarsi alla previdenza integrativa privata, da ritenersi, secondo lui, ormai "obbligatoria".[2] (br/) Che il presidente dell'ente pubblico INPS abbia assunto una posizione così sfacciata a favore della privatizzazione della previdenza, non risulta poi tanto sorprendente, poiché Antonio Mastrapasqua è anche vicepresidente esecutivo di Equitalia SpA, l'agenzia di esazione e di recupero crediti. In questa unione di cariche, così apparentemente incompatibili, c'è in effetti un messaggio molto evidente.[3] (br/) Si delinea quindi una precisa volontà, per la quale la previdenza pubblica viene messa in condizione di non erogare più il servizio per il quale era nata; infatti il sistema contributivo pubblico non corrisponde più al traguardo di percepire una pensione, ma si configura come un tributo tout court. Il servizio previdenziale dovrà quindi essere pagato privatamente, e le varie "riforme" delle pensioni vanno appunto nel senso di quanto dichiarato da Mastrapasqua: rendere "obbligatoria" quella previdenza privata che i lavoratori non gradiscono, e ciò semplicemente negando la previdenza pubblica, che diventa nient'altro che una fiscalità mascherata. Viene così creato artificiosamente e forzosamente un business ad uso delle banche e delle compagnie assicurative: il solito assistenzialismo per ricchi. (br/) Risulta infatti evidente dal bilancio dell'INPS, fornito dallo stesso Mastrapasqua, che i dati utilizzati per parlare di pensioni sono ampiamente truccati, come del resto si sa da sempre. A carico dell'INPS vi sono una serie di voci "improprie" che costituiscono il passivo dell'ente: il pagamento dei TFR anche delle aziende che falliscono - che sono invece un prestito forzoso dei lavoratori alle aziende -, i prepensionamenti, l'assistenza (handicap e non autosufficienza). Ma fanno la loro parte soprattutto i "fondi speciali", come la mitica "cassa di previdenza dei dirigenti d'azienda" (l'ex INPDAI) che, una volta fallita, è stata caricata sulle spalle del bilancio dei lavoratori dipendenti, che risulta invece in attivo. C'è anche però chi fa notare che, fondi speciali o meno, prima dell'arrivo di Equitalia il bilancio dell'INPS era sempre stato positivo per parecchi miliardi.[4] (br/) Ma ciò che dovrebbe screditare maggiormente l'emergenza-pensioni riguarda proprio la storia dell'ideologia bancaria, così come risulta dai protocolli e dalle dichiarazioni del Fondo Monetario Internazionale. Questa istituzione, fondata ufficialmente nel 1946 per accordi già presi nei due anni precedenti, ha costituito sin dall'inizio un tempio del lobbying bancario, dato che da sempre tutto il suo personale dirigente proviene dalle grandi banche d'affari internazionali. (br/) Un saggio storico del 1975, "I Limiti della Potenza Americana" di Joyce e Gabriel Kolko, illustrava vari documenti del FMI e consentiva di riscontrare che le "misure di risanamento" proposte ed imposte nel 1946 erano le stesse di adesso: pareggio di bilancio, privatizzazioni e libertà di licenziamento. Anche allora la libertà di licenziamento veniva presentata come una misura per la crescita, poiché la disoccupazione era spacciata come condizione indispensabile per aumentare i livelli di produttività; mentre in realtà la disoccupazione serve solo ad aumentare i livelli di indebitamento delle masse. Queste misure furono imposte dal FMI anche al governo laburista che c'era allora in Gran Bretagna.[5] (br/) A scompaginare le pretese del FMI intervenne l'esasperarsi delle guerra fredda. L'anticomunismo pretestuoso e propagandistico del periodo 1947/1948 prese improvvisamente corpo e concretezza nel 1949 con l'ascesa di Mao in Cina, e con la guerra di Corea nel 1950, che comportò uno scontro diretto tra Cina ed USA. Nel 1954 i comunisti vinsero anche in Vietnam, ed allora le oligarchie occidentali provarono davvero paura. La minaccia dell'espansione del blocco comunista determinò quindi la necessità di reperire consenso sociale in Occidente. (br/) Grazie al feticcio del pareggio di bilancio i banchieri possono tenere in ostaggio il debito degli Stati, ma sotto la spinta della minaccia comunista negli anni '50 il feticcio fu messo da parte, e si aprì così la strada al compromesso socialdemocratico che ha retto sino agli anni '70. Gli storici si sono incaricati di costruire il mito del piano Marshall per giustificare lo sviluppo dell'Europa, ma, in base ai programmi ufficiali del FMI, quello sviluppo non era affatto previsto. (br/) Caduta venti anni fa la remora della guerra fredda, il lobbying bancario non solo si è ripresentato negli stessi termini del 1946, ma non ha trovato più nessun contrasto a livello politico. Da venti anni la NATO non incontra più ostacoli da parte di Russia e Cina, e può comportarsi nel mondo come la faina nella stia dei polli; quindi l'Occidente non ha più la necessità di cercarsi consenso sociale con il Welfare. Non si tratta di rimpiangere un blocco comunista già eroso dall'interno dalla fame di affari e di privilegi delle sue nomenklature, ma semplicemente di constatare che ogni passo avanti dell'imperialismo comporta un automatico passo indietro delle garanzie sociali; e ciò dovrebbe far riflettere gli "equidistantisti" nel momento in cui la NATO prepara aggressioni alla Siria o all'Iran. (br/) C'è anche da osservare che sotto qualsiasi longitudine o latitudine, ed in qualunque momento storico, le ricette del FMI non cambiano mai: pareggio di bilancio, privatizzazioni, licenziamenti; e ciò va a sfatare anche il mito dei "tecnici", visto che basta la terza elementare per ripetere sempre la stessa filastrocca.
 
 
 
(br/)(br/) [1] http://www.intesasanpaolo.com/scriptIbve/retail20/RetailIntesaSanpaolo/ita/prev_complem/ita_prev_complem.jsp(br/) [2] http://archiviostorico.corriere.it/2011/dicembre/02/Mastrapasqua_rendite_integrative_avanti_piano_co_8_111202005.shtml(br/) [3] http://www.inps.it/portale/default.aspx?lastMenu=4923&iMenu=1&iNodo=4923%3f(br/) [4] http://archiviostorico.corriere.it/2011/ottobre/02/Pensioni_Salvate_dai_Precari_co_9_111002009.shtml(br/) [5] http://www.ibs.it/code/9788806423902/kolko-gabriel/limiti-della-potenza.html

giovedì 1 dicembre 2011

MARCHIONNE FIGLIO DI PUTIN

da comidad
Di comidad (del 01/12/2011 @ 01:23:37, in Commentario 2011, linkato 93 volte)
Mentre da settimane si susseguono le voci più o meno ufficiali su un intervento del Fondo Monetario Internazionale "a favore" dell'Italia, in pochi hanno fatto caso ad un intervento autorevole a sostegno di questa macabra prospettiva, quello di Vladimir Putin, lo scorso 11 novembre. Putin ed il suo socio Medvedev si sono divisi il lavoro: mentre il primo avallava l'improbabile immagine di un FMI "salvatore" dell'Europa, il secondo incontrava il capo dello stesso FMI, Christine Lagarde.[1]
Pare che la Russia abbia grosse riserve finanziarie, perciò in questa circostanza potrebbe agire addirittura da "banca" del FMI; e questo sarebbe l'oggetto dei colloqui fra Lagarde e Medvedev. Ma se la Russia ha davvero tutti questi soldi, perché non pensa di tagliare fuori il FMI, entrando direttamente nelle economie europee con propri acquisti di titoli del Tesoro?
Bella domanda, ma prima di azzardare una risposta, forse è il caso di mettere in rassegna altri fatti.
Nell'agosto del 2010 il primo ministro ungherese, Orban, aveva cacciato il FMI dal proprio Paese, ma ora, a poco più di un anno, deve tornare a testa bassa dal FMI a chiedere un prestito. [2]
Su quali sostegni internazionali aveva sperato Orban per fare a meno della gogna del FMI?
Il governo ungherese aveva confidato sul sostegno russo. Dopo il primo incontro semi-segreto fra Orban e Putin alla fine del 2009, il primo ministro ungherese era stato accolto in pompa magna nel dicembre 2010 a Mosca, e nei colloqui erano stati prospettati una serie di progetti di cooperazione economica.[3]
Sembrava dunque che la Russia perseguisse una strategia di sfondamento dell'equilibrio UE/NATO nell'Europa dell'Est, e che l'Ungheria fosse il primo tassello del domino. A distanza di un anno Orban invece si ritrova in piena emergenza finanziaria, e consegnato proprio da Putin ai tentacoli del FMI. Quindi anche Orban è finito nella lista dei bidonati da Putin, insieme con Milosevic e Gheddafi.
Da qualche mese risultava che il governo ungherese avesse già rinunciato a qualsiasi velleità di autonomia economica, e si riconsegnasse al ruolo istituzionale che l'Unione Europea riserva a Paesi come l'Ungheria, cioè quello di diventare una colonia per le delocalizzazioni di imprese dell'Europa occidentale. In questo periodo l'Ungheria è diventata infatti il Paese più reclamizzato dalle agenzie internazionali specializzate nel business di organizzare delocalizzazioni di piccole e medie imprese italiane.[4]
Si spiegano così la sicumera e l'arroganza di Sergio Marchionne, visto che oggi, grazie a Putin, le colonie dell'Europa dell'Est si trovano in totale sicurezza; perciò Marchionne non soltanto è in condizione di delocalizzare le produzioni FIAT, ma anche di portarsi dietro le piccole e medie imprese dell'indotto, e magari persino qualcos'altro. Si spiega anche perché Marchionne sia interessato a destabilizzare Confindustria, lasciando così tante piccole e medie imprese senza ombrello, e quindi bisognose di protezione e di entrature per delocalizzare all'Est.
Dal canto suo Putin non si accontenta di allacciare rapporti col FMI, ma compie anche i passi decisivi per entrare a pieno titolo nella principale emanazione del FMI, cioè l'Organizzazione Mondiale per il Commercio (WTO). Una volta formalizzata l'associazione della Russia al WTO, la messa in sicurezza dell'Europa dell'Est dal punto di vista delle multinazionali, sarebbe cosa fatta.[5]
Ma Putin non finisce di sorprenderci. Mentre la Libia era sotto aggressione, l'azienda petrolifera russa, Gazprom, apriva un ufficio di rappresentanza in uno dei Paesi aggressori della Libia, cioè l'Emirato del Qatar; proprio quello che ha inviato migliaia di mercenari in Libia ad inscenare la finta rivolta popolare.[6]
Nei mesi successivi il rapporto tra Gazprom e Qatar è diventato una solida cooperazione d'affari, mediata dalla multinazionale francese Total. La gestazione degli affari è in corso e promette bene.[7]
Nel corso del 2010 Putin aveva allacciato una serie di rapporti internazionali che sembravano configurare un asse con la Turchia, l'Iran, il Brasile, la Libia e la Siria. Dopo il voltafaccia di Putin, la Turchia ed il Brasile sono in stato confusionale, la Siria e l'Iran sono sotto l'attacco occidentale, mentre la Libia è stata ri-colonizzata. A questo punto ci si chiede quanto si possa dare credito alle rituali obiezioni che Putin sta opponendo riguardo all'aggressione che si prospetta da parte di NATO ed Israele nei confronti di Siria ed Iran.
Putin è spesso accusato dalla stampa occidentale e sionista di violare i cosiddetti "Diritti Umani"; espressione che, tradotta dal linguaggio della propaganda, significa "interessi della British Petroleum". Gazprom si trova infatti a pestare spesso i piedi della BP in questo o quell'affare di petrolio o gas. L'ultimo grosso sgarbo è appena di un anno fa, quando Gazprom ha soffiato alla BP un affare da un miliardo di dollari.[8]
Ciò spiega perché Putin sia stato accusato di essere uno "zar", un "populista", e di assassinare giornalisti, o addirittura di eliminare i dissidenti con il polonio radioattivo. Putin è, a sua volta, molto abile a sfruttare a proprio vantaggio questa grossolana propaganda contro di lui, rilasciando reboanti dichiarazioni anti-occidentali che accreditino il suo mito di leader indipendente e fuori del coro; dichiarazioni fumose, che fanno però la gioia dei suoi fans "eurasiatici" in Italia.[9]
Di fatto Putin appare del tutto ondivago in politica estera, ed ansioso soltanto di compiacere gli affari di Gazprom, anche se la Russia si trova sempre più accerchiata militarmente dalla NATO. Il FMI è il braccio finanziario della NATO (oppure è la NATO ad essere il braccio militare del FMI), perciò ogni avallo da parte di Putin all'azione del FMI in Europa, si risolve automaticamente in aumento della minaccia della NATO contro la Russia. Ma mettersi contro FMI e WTO, significherebbe per Gazprom vedersi tagliata fuori da parecchi affari.
In corrispondenza del periodo dell'aggressione della NATO contro la Libia, e del conseguente blocco delle esportazioni da questo Paese, i profitti di Gazprom sono aumentati del 78%, come risulta dalle sue stesse dichiarazioni. Non c'è bisogno perciò di scervellarsi tanto per indovinare il motivo per il quale la Russia ha votato a favore della ambigua Risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza, che ha aperto la strada all'aggressione della NATO contro la Libia.[10]
Pare proprio che la cosca di Gazprom affidi i propri destini personali più ai conti segreti nelle banche svizzere che alla integrità territoriale della Russia. Gli "eurasiatici", piuttosto che confidare in Putin ed elucubrare sulle sue intenzioni recondite, forse farebbero bene ad augurarsi che nell'esercito russo sia rimasto qualche comunista in grado di cacciare sia lui che la sua cosca affaristica.

[1] http://translate.google.it/translate?hl=it&langpair=en%7Cit&u=http://www.reuters.com/article/2011/11/11/russia-putin-eurozone-idUSL5E7MB3VE20111111
[2] http://www.ansa.it/web/notizie/notiziari/euroregioneadriatica/2011/11/21/visualizza_new.html_15831058.html
http://www.repubblica.it/economia/2011/11/22/news/ungheria_l_autarchico_orban_chiede_aiuto_all_fmi-25426178/
[3] http://www.itlgroup.eu/magazine/index.php?option=com_content&view=article&id=1985:russia-su-presidenza-ungheria-colloquio-orban-putin&catid=44:politica&Itemid=150
[4] http://www.pasut.com/it/schedepaese/scheda_ungheria.html
http://www.pmi.it/economia/lavoro/articolo/9288/delocalizzazione-per-pmi-lungheria.html
[5] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.guardian.co.uk/world/2011/oct/27/russia-wto-georgia-compromise&ei=KW_STs21NonjtQaJlZHMDA&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=1&ved=0CCYQ7gEwAA&prev=/search%3Fq%3Dputin%2Bwto%26hl%3Dit%26sa%3DG%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%3Dimvns
[6] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.gazprom.com/press/news/2011/april/article111168/&ei=mNnPTtHVJsTasgbdtp24DA&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=1&ved=0CCgQ7gEwAA&prev=/search%3Fq%3Dgazprom%2Bqatar%2Bpetroleum%26hl%3Dit%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26biw%3D960%26bih%3D507%26prmd%3Dimvns
[7] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://uk.reuters.com/article/2010/06/11/russia-qatar-energy-idUKLDE65A16P20100611&ei=LtrPTpzQNIvJswbnhcnTDA&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=4&ved=0CEgQ7gEwAw&prev=/search%3Fq%3Dputin%2Bqatar%26hl%3Dit%26sa%3DG%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%3Dimvns
http://rt.com/business/news/russias-shmatko-yamal-construction-397/
[8] http://translate.google.it/translate?hl=it&langpair=en%7Cit&u=http://www.theweek.co.uk/business/14115/bad-news-bp-russia-1bn-deal-cancelled
[9] http://www.corriere.it/esteri/11_novembre_27/putin-soldi-potenze-straniere-opposizione_aab838be-18eb-11e1-be06-06f00295b4d4.shtml
[10] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.wqow.com/story/15994358/russias-gazprom-posts-10b-profit-in-q2%3Fclienttype%3Dprintable&ei=rdDVTt-FOsrTsgam2cyYDg&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=1&ved=0CCMQ7gEwAA&prev=/search%3Fq%3Dgazprom%2Beau%26hl%3Dit%26sa%3DG%26rlz%3D1R2ACAW_it%26prmd%3Dimvns

giovedì 24 novembre 2011

IL GOVERNO DEI POTERI VISCIDI: IL DEBITO OCCULTO PER NUCLEARE E TAV

Di comidad (del 24/11/2011 @ 01:30:20, in Commentario 2011, linkato 141 volte)
Paolo Flores D'Arcais, pur senza manifestare un particolare entusiasmo, ha salutato nel governo Monti l'epifania di una destra finalmente "presentabile" e "civile". Uno che è stato pronto a credere che la NATO potesse andare in soccorso di una vera ribellione popolare, è disposto anche a credere che possa esistere una destra presentabile e civile. A riguardo della sinistra si potrebbe sempre dire ciò che Nietzsche diceva a proposito di Dio, e cioè che almeno ha la scusante di non esistere; dato che ciò che viene definito come "sinistra" non è altro che una nicchia di parcheggio per personale politico che attende l'opportunità di collocarsi a destra. Ma una destra che non insolentisca e che non sbrachi, non si è mai vista, neppure nelle mitiche democrazie europee, rispetto alle quali l'opinione pubblica italiana risulta semplicemente non informata.
I primi segnali di sbracamento del governo Monti non si sono fatti neppure attendere: una dichiarazione del neo-ministro dell'Ambiente, Clini, sull'opportunità del ritorno al nucleare, è stata immediatamente lanciata sui media, salvo poi ricorrere alla consueta tecnica di rabbonire e di parlare di "equivoco". Clini ha persino invocato come "alibi" il suo impegno nelle energie rinnovabili, come se il rifiuto del nucleare avesse bisogno di prospettare alternative. Il nucleare è invece insostenibile di per sé, a causa dei suoi costi incontrollabili; e rimarrebbe insostenibile persino se il solare e l'eolico dovessero deludere le aspettative. Intanto Clini ha lanciato il sassolino, ed è cominciata la progressiva delegittimazione del risultato dei referendum.[1]
Che in presenza di un'emergenza/debito pubblico si prospettino ancora quelle voragini di spesa pubblica che sono il nucleare e l'Alta Velocità, non risulta affatto una contraddizione, se si considera come e perché questo debito è stato fatto lievitare negli anni recenti. Sino all'inizio degli anni '90, il debito pubblico italiano era soprattutto un debito interno. Progressivamente è diventato anche un debito nei confronti di banche straniere, in gran parte francesi, come la mega-multinazionale BNP Paribas, che detiene oggi anche la proprietà della BNL, la banca italiana che prima apparteneva al Ministero del Tesoro (a proposito di privatizzazioni suicide).
L'altra multinazionale francese interessata al debito pubblico italiano è Credit Agricole, che possiede anche Cariparma. Entrambe le banche francesi hanno però ridotto negli ultimi mesi l'esposizione nei confronti dei titoli italiani. La BNP Paribas ha ridotto la sua esposizione dai 20,2 miliardi del mese di giugno scorso, agli attuali 12,2 miliardi.[2]
Ormai è acquisito che l'attacco al debito pubblico italiano sia stato avviato da Deutsche Bank e da Goldman Sachs, ma certo anche BNP Paribas ha un considerevole peso che può far valere nelle circostanze attuali. Come mai le banche francesi si erano interessate al debito pubblico italiano? Perché occorreva finanziare le pensioni-baby degli Italiani? No, per favorire determinati affari, anzitutto la vendita di tecnologia nucleare. I fornitori di tecnologia per il nucleare italiano voluto da Berlusconi e Scajola avrebbero infatti dovuto essere due multinazionali francesi del settore, la EDF e la Areva.[3]
La BNP Paribas risulta essere infatti una delle banche maggiormente interessate al business nucleare, ed è il principale partner della EDF, che è stata anche aiutata da BNP ad acquisire imprese nucleari in Gran Bretagna, come la British Energy. La notizia si trova sul sito di BNP Paribas.[4]
A questo punto qualcuno si sorprenderebbe nel constatare che multinazionali francesi, come la Alstom, forniscono all'Italia anche i treni ad alta velocità?
Ebbene è proprio così. Ce lo conferma proprio un articolo de "Il Sole-24 ore", collocato in tutta evidenza nella rassegna stampa presente sul sito del precedente governo.[5]
Qualche sospettoso potrebbe adesso ipotizzare che BNP Paribas sia interessata anche al settore dell'alta velocità in Italia. Il sospetto è confermato: BNP Paribas ha in effetti acquistato in Italia dei lotti di terreno che dovrebbero essere riconvertiti in aree per ferrovie ad alta velocità, come quelli di Roma Tiburtina appena nell'ottobre scorso.[6]
Manca qualcosa al quadro? Sì, occorrerebbe sapere qual è la banca di riferimento della multinazionale francese dell'alta velocità, la Alstom. Dal sito della stessa Alstom risulta che sia sempre BNP Paribas. A questo punto il legame tra il debito pubblico italiano ed i business del nucleare e dell'alta velocità costituisce più di una semplice ipotesi.[7]
Il business dell'alta velocità in Italia coinvolge anche i privati, come il prezzemolo Luca Cordero di Montezemolo; ma in definitiva è "privato" solo il profitto, perchè è sempre lo Stato che deve spendere per fornire le infrastrutture. Qui è scoppiato in modo clamoroso il conflitto di interessi di Corrado Passera, nuovo ministro delle Infrastrutture ed ex manager della Banca Intesa San Paolo, che ha una quota del 20% nell'azienda ferroviaria di Montezemolo e Della Valle, Nuovo Trasporto Viaggiatori.[8]
Le multinazionali francesi hanno compiuto una tipica operazione di colonialismo commercial-finanziario: si compra il debito di un Paese per costringerlo ad acquistare i propri prodotti, specialmente i più costosi e meno convenienti. Visto che le resistenze popolari in Italia, come il referendum antinucleare e l'anti-TAV, hanno ostacolato gli affari, allora il debito pubblico è diventato un'arma di ricatto. Ed ecco perché, in piena emergenza-debito, l'Alta Velocità non si tocca e si torna in modo strisciante all'ipotesi del nucleare.

[1] http://www.repubblica.it/politica/2011/11/17/news/clini_nucleare_e_tav_gi_polemica-25182495/
[2] http://it.ibtimes.com/articles/25027/20111103/bnp-paribas-esposizione-italia.htm
http://calcolarataprestito.wordpress.com/2011/11/14/le-banche-studiano-lexit-strategy-dal-debito-pubblico-italiano/
[3] http://webcache.googleusercontent.com/search?hl=it&gbv=2&rlz=1W1RNRN_itIT418&gs_sm=s&gs_upl=2516l12079l0l14579l26l26l0l15l15l0l313l2406l0.4.6.1l11l0&q=cache:HbykbGK-5RoJ:http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/03/13/francia-italia-a-chi-conviene-il-nucleare-di-terza-generazione/97426/+nucleare+italiano+areva+edf&ct=clnk
[4] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.bnpparibas.com/en/news/report.asp%3FCode%3DJCOP-867L9N%26Key%3DInnovation%2520Focus%2520-%2520BNP%2520Paribas%2520CIB:%2520Nuclear%2520Power%2520Notes%2520(audio)&ei=Wp3MTraoL8_AtAaCpdDyDA&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=2&ved=0CCkQ7gEwATgK&prev=/search%3Fq%3Dbnp%2Bparibas%2Bnuclear%26start%3D10%26hl%3Dit%26sa%3DN%26rlz%3D1R2ACAW_it%26biw%3D960%26bih%3D507%26prmd%3Dimvns
[5] http://rassegna.governo.it/testo.asp?d=47228011
[6] http://www.lestradedellinformazione.it/acm-on-line/Home/ServizidInformazione/News/articolo8364.html
[7] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.alstom.com/investors/share-information/become-a-shareholder/&ei=ui3NTt_FGNDGswau4Kn8DA&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=1&ved=0CCMQ7gEwAA&prev=/search%3Fq%3Dbnp%2Bparibas%2Balstom%26hl%3Dit%26sa%3DG%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%3Dimvns
[8] http://www.wallstreetitalia.com/article/1260387/politica/passera-si-e-dimesso-da-ad-di-intesa-sanpaolo.aspx

mercoledì 23 novembre 2011

Agli "Indignati"

da
http://ekbloggethi


Graziosissime "indignate", pregiatissimi "indignati", prendete quel cazzo di tendine e smontatele. A casina a ripigliarvi un po', ché i tempi sono cupi e duri, nell'emisfero nord fa freddo e l'indignazione con la bronchite funziona ancor meno bene. Liberate piazze e piazzette, i parchi degli Zuccotti, i campus universitari; statevene a twittare, che mi sembra un termine molto adatto per ciò che state facendo: cinguettare. Beccatevi Roberto Saviano, che del resto fa l'indignato di professione, e pure il globetrotter: sarà anche inseguito dai Casalesi, ma alla fine li vincerà per sfinimento a forza di farsi dare la caccia per i quattro angoli del globo. Insomma, fate una cosa saggia: levatevi dai coglioni. Sarete anche il "99 per cento", ma non ho mai visto un novantanove per cento più insulso e inconcludente. Ci avrete anche le "armi del pacifismo e della nonviolenza", ma mi sembrano piuttosto spuntate se basta un po' di peperoncino per farvi sloggiare. Poi tornate, sí; e intanto che tornate, l'Uno-per-cento sghignazza a tutt'andare. Vi piglia per il culo permettendosi pure di blandirvi; e fa benissimo. Gli state simpatici. Siete come il cacio sui maccheroni. Tutti belli ordinati, puliti, legali, pacifici, giojosi, allegri; se vi attaccano, vi mettete col culo per terra -il che è una perfetta metafora-, rifate Nespole e sangue o quel che era, e poi arrivano i presidenti a dire che "bisogna ascoltarvi". Ma insomma, alla fin fine, l'avete occupata Wall Street? Non è mica un giardinetto, Wall Street; è difesa da gente armata fino ai denti. Come pensate di occuparla? Con la "forza delle idee"? Avete presente come si fa un'occupazione di quelle serie? Oppure pensate di "smuovere le coscienze"? Bisogna che qualcuno si decida a dirvelo: non state smuovendo una ceppa di minchia. Guardate un po': nel paese dove siete nati, la Spagna, il risultato è che è andata al potere una bella destrona, votata a furor di popolo. O non eravate il 99 per cento? Visto che siete "pacifisti", datevi pace una buona volta: non siete affatto il 99 per cento. Siete soltanto dei ragazzotti e delle ragazzotte che non siete costretti/e a cercare qualcosa da mangiare nelle discariche del Cairo. La vostra "forza delle idee" equivale al nulla, perché si basa sul nulla. Ce l'avete tanto con le "banche", poi se qualcuno le assalta lo stigmatizzate nel migliore dei casi, e lo consegnate alla polizia nel peggiore. Vi sistemate nelle piazze, mettete su spettacolini, punti informatici, performances, cazzatine di ogni genere e, diciamocelo francamente, vi divertite un mondo. Aspettando magari che vengano a sgomberarvi, perché lo sgombero è il clou del giochino. Vuoi mettere la solita pallosa serata fra amici, e una bella forza dell'ordine che arriva a portarvi via e magari vi smonta persino le tende al posto vostro? Poi, dopo avervi sgomberati, vi ricevono perché dovete essere ascoltati; e giù delegazioni, forum, elogi perché siete stati tanto bravini e belle promesse. Non si sa bene se vi piaccia così tanto essere presi per il culo, o se siate voi i primi a farlo. Funzionate da distributori automatici di "speranze", però siete esattamente come le bibite gassate: tanto frizzanti all'inizio, ma poi vi dissolvete in bollicine.

In un'altra piazza, che si chiama Tahrir, invece, non stanno montando tende. E' perché la hanno occupata sul serio. E' perché non stanno giocando affatto. E' perché la loro non è "indignazione", ma rivolta. Di fronte non hanno peperoncini spray, ma un esercito con armi ad alzo zero. E' perché non sono lì per provare il brrrrrrivido dello sbirro che si avvicina, ma per assaltarlo. E' perché non c'è nessuna gioia, nessuna festa in quella piazza; ci sarà soltanto quando quei merdosi se ne saranno andati via tutti. E in quella piazza, vi devo dire una cosa, si muore. Eh, lo so: morire non è divertente. Morire è brutto. Toccherebbe morire anche a parecchi di voi, a parecchi di noi, se vi decideste a occupare le piazze con tutt'altri intenti. Vi siete mai chiesti come mai l'unico paese d'Europa dove non c'è stato nessun movimento di "indignati" sia stata, toh, la Grecia? Ci sarà penuria di tende, in Grecia, oppure almeno qualcuno ha preso un'altra strada meno comoda e ben più pericolosa? Quante domande, e sono peraltro sicuro che avrete altrettante risposte. Tutte belle "indignate", naturalmente; intanto i salvatori della patria (Monti, Papadimos, Rajoy...) fanno passare benissimo l'idea del "massacro necessario" e, come si dice all'incrocio fra Oxford e Cambridge, ve lo mettono nel culo. Ce lo mettono nel culo a tutti quanti. Le banche? Quelle che creano la crisi? Non so se guardate mai la vecchia televisione, in mezzo a tutte le vostre facebuccate e tuittate. Le banche si fanno pubblicità magnificando ognuna di essere un "porto sicuro pur nella crisi". E l'unica cosa che, in fondo, mi viene a mente, è che se quelli di piazza Tahrir per un momento potessero trasferirsi in una delle vostre piazzette e nei parchi Zuccotti, non esitereste neanche per un momento a dar loro di black bloc, a condannare la loro violenza e magari anche a credervi tanto ganzi.

martedì 15 novembre 2011

Termini, la Fiat chiude

da http://www.infoaut.org



  • chiusuraPare giungere alla fine la lunga vicenda dello stabilimento FIAT di Termini Imerese. A partire da giorno 23 di novembre, anticipando di circa un mese la data stabilita in maniera indicativa in precedenza e con un preavviso ai lavoratori di poco più d'una settimana (ennesimo esempio del nuovo corso nelle relazioni aziendali del gruppo torinese), la fabbrica terminerà, nella sostanza ed in maniera definitiva, le sue attività.
    Il previsto 'rilancio' industriale di stabilimento ed indotto ha già ricevuto, nella scorsa settimana, l'approvazione dei vari sindacati (gialli). A mancare, al momento attuale, solo la voce della FIOM, finora sempre critica con i progetti per il post-FIAT giudicati (a ragione) inconsistenti, ma che, sull'ultima formulazione di questi resa pubblica giorno 11 novembre in un incontro tra governo sindacati ed imprese coinvolte, non si è ancora espressa ufficialmente con chiarezza.
    Dunque allo stato attuale il grosso degli operai FIAT dovrebbero trovare nuova occupazione nella DR, minuscola casa automobilistica specializzata nel ricarrozzare, parzialmente, auto cinesi. Marchio dalle ridottissime quote di mercato, un mercato per di più in generale restrizione, per cui la capacità produttiva di Termini appare grandemente eccedente. Altra parte dei lavoratori termitani verrebbero invece riassorbiti in una galassia di aziende ed azienducole o irrilevanti o anch'esse incapaci di dare una, seppur minima, garanzia di mantenimento occupazionale.
    Questo il punto sullo scenario del dopo FIAT. Nessun grande cambiamento è dunque intervenuto da quando Marchionne ha deciso di dismettere lo stabilimento siciliano. Sul tema della riconversione s'è giocata una partita dai contorni non limpidissimi e di cui non tutti gli sviluppi si sono già definiti ma è fuor di dubbio che l'intero apparato governamentale abbia fallito nella gestione della crisi (non volendo considerare successi le varie speculazioni andate in porto). Neanche l'obbiettivo minimo di costruire anche solo l'illusione di un possibile rilancio industriale del distretto produttivo è mai stato raggiunto, nessuno a Termini ha infatti preso sul serio, sia pure solo per un istante, le varie ipotesi che si sono succedute su chi avrebbe dovuto rilevare gli impianti. La vicenda degli ultimi mesi ha visto protagonista il gruppo DR in una riedizione fuori tempo massimo e farsesca dei processi sciagurati di industrializzazione del meridione (tra cui Termini ma anche Priolo e mille altri esempi di devastazione sociale ed ambientale dei territori). Si ripropongono così tutti i meccanismi speculativi e di rapina tipici di quella pagina di storia nazionale senza, per di più, nessun ritorno per chi quei luoghi li abita, neanche nelle forme, certo paradossali, del lavoro, disumano, in catena di montaggio e lasciando infine un territorio devastato ed impoverito.
    Dopo decenni di sfruttamento degli uomini e delle donne di Termini la FIAT si appresta infine ad abbandonare, dopo averla a lungo depredata, la Sicilia, disattendendo così a tutte le promesse e le rassicurazioni del passato (tra le tante anche quelle dell'attuale amministratore delegato che in una prima fase del suo impegno come CEO al lingotto aveva tenuto a rassicurare gli operai isolani sul mantenimento dei loro posti di lavoro) e mostrandosi, in spietatezza e cinismo, all'altezza del ruolo di grande multinazionale cui aspira.