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domenica 22 gennaio 2012

Anziano non si fida delle banche.... Rinchiuso in psichiatria

da http://www.osservatoriorepressione.org/

Un 84enne residente in provincia di Udine girava da giorni con 280mila euro in contanti in auto: è stato fermato per un controllo del traffico dai carabinieri di Monselice la notte scorsa. Gli uomini dell'Arma padovana si sono insospettiti quando hanno notato che l'anziano alla guida della sua Mercedes non appariva del tutto lucido. Chiamato il 118, che ha provveduto a trasportare l'anziano in pronto soccorso e da qui nel reparto di psichiatria per le cure del caso, i Carabinieri hanno provveduto a controllare la vettura rinvenendo in uno zaino che l'uomo aveva in auto la somma di 280mila euro in contanti.
A quanto ricostruito dai militari dopo aver sentito anche il giudice tutelare dell'anziano, il pensionato avrebbe ritirato praticamente tutti i risparmi dalla banca di cui era cliente perchè non si fidava più dell'istituto di credito, preferendo portarli con sé. Su disposizione del giudice, il denaro è stato versato nuovamente sul conto corrente e del fatto è stato informato anche l'amministratore di sostegno dell'uomo, che da qualche tempo è assistito nella gestione dei propri affari personali.
fonte: Ansa

domenica 15 gennaio 2012

"L'orrore medievale" degli Opg italiani, vi sono internate circa 1.400 persone

da http://www.osservatoriorepressione.org/

Nei sei Opg italiani sono internate circa 1.400 persone. Il 40%, non socialmente pericoloso, è detenuto illegalmente e potrebbe essere preso in cura dai servizi sociosanitari territoriali L'annuncio è di quelli che fanno ben sperare. Gli ospedali psichiatrici giudiziari potrebbero chiudere entro il 31 marzo 2013.
Questo stabilisce un emendamento, approvato all'unanimità in Commissione Giustizia al Senato, al disegno di legge del governo sulle carceri. Potrebbe divenire più concreta, quindi, se in aula si confermerà il testo, la possibilità di chiudere e superare quelli che una volta si chiamavano manicomi giudiziari.
Ad oggi nei sei Opg (Aversa, Barcellona P.G., Castiglione delle Stiviere, Montelupo Fiorentino, Napoli, Reggio Emilia) sono presenti circa 1.400 internati. Sofferenti psichici, autori di un reato, sottoposti ad una misura di sicurezza detentiva che può essere prorogata. Il meccanismo della proroga fa sì che centinaia di persone, per le quali non vi è più alcuna condizione di pericolosità sociale, siano ancora internate. Secondo i dati della Commissione Marino almeno il 40% degli internati potrebbe trovare la libertà se fosse preso in carico dai servizi sociosanitari. Una condizione che va sommata allo stato di estremo degrado e abbandono di queste strutture, gironi danteschi di un inferno a lungo dimenticato (ma non da il manifesto).
È stato indispensabile che fosse reso pubblico, nel 2010, il rapporto del Comitato europeo per la prevenzione della Tortura sulla visita all'Opg di Aversa. Il rapporto denunciava le condizioni inumane e degradanti degli internati, in completo abbandono medico e sociale, l'uso della contenzione fisica, una lunga serie di morti. Ciò ha consentito si mettesse in moto il processo che ora sembra riuscire a portare alla chiusura di questi luoghi. La Commissione parlamentare di inchiesta sull'efficienza del sistema sanitario, presieduta da Ignazio Marino, ha ispezionato, a seguito del rapporto, (in compagnia dei carabinieri dei Nas), tutti gli Opg e ha riscontrato quasi ovunque condizioni vergognose e insufficienti a garantire cura e assistenza.
Addirittura alcuni reparti di Barcellona e Montelupo sono stati posti sotto sequestro, per via delle loro stato di fatiscenza. La Commissione ha realizzato un filmato delle visite effettuate che non lascia spazio a dubbi sulla inumanità di queste ultime istituzioni totali. Lo stesso presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, prendendo atto di questo lavoro, li ha definiti "un orrore medioevale".
Bisogna ora dare concretezza alla prospettiva di chiusura. Non è semplice. Innanzitutto, perché è probabile che il governo chieda tempi più lunghi. Poi si pone il quesito di come sostituirli. Perché è alto, fanno notare da più parti, il rischio di riprodurre manicomi civili, magari in piccolo, o di prendere come modello per il futuro l'Opg di Castiglione. Inoltre, non sono previste modifiche al codice penale e al sistema di proroga delle misure di sicurezza.
Ignazio Marino è più ottimista. Le strutture sanitarie sostitutive, assicura, saranno conformi agli standard per le strutture residenziali di tipo psichiatrico e parla di "piccoli nuclei assistenziali (massimo 20 posti), ubicati all'interno della regione di appartenenza del malato" con il compito di garantire il reinserimento sociale una volta finita la pericolosità sociale. Certo è difficile garantire standard uniformi, se la materia sanitaria è di competenza delle Regioni e se l'intero sistema di tutela della salute mentale funziona a macchia di leopardo. Ma certo ben venga un termine, anche se non risolutivo di per sé. Perché bisogna non solo chiudere gli Opg, ma anche riuscire a scardinare il dispositivo di internamento psichiatrico. Non è facile, ma almeno oggi non sembra più impossibile.
Il modello da evitare: Castiglione delle Stiviere
L'Opg di Castiglione delle Stiviere (Mn) ha da sempre rappresentato una "eccezione" nel sistema dei manicomi giudiziari. Dal 1939, in virtù di una convenzione, stipulata dal Ministero della Giustizia, è gestito direttamente dall'Azienda sanitaria di Mantova. La riforma del 2008, che ha sancito il trasferimento delle funzioni della sanità penitenziaria alle Regioni, non ha inciso quindi sugli assetti di questo istituto, che aveva già una unica direzione sanitaria. Nell'istituto non vi sono agenti di polizia penitenziaria, ma solo personale medico. Sono presenti circa 240 internati.
Qui vi è l'unica sezione femminile d'Italia, dove sono ristrette circa 90 donne. Le risorse economiche destinate a Castiglione sono state circa il triplo di quelle impegnate per il funzionamento di un Opg "normale". La gestione dell'istituto costa circa 13 milioni di euro. Questo ha determinato la disponibilità di un numero molto più alto di personale medico e infermieristico rispetto alle altre strutture.
Se a Reggio Emilia ad esempio erano presenti 14 unità di personale medico di ruolo, a Castiglione il numero di unità era oltre 170. Ciò nonostante in questa struttura si fa ugualmente ricorso alla contenzione fisica (un internato su cinque in base agli ultimi dati disponibili), non si realizza un numero di dimissioni particolarmente significativo, e anche qui si sono verificati episodi di suicidi e di autolesionismo. Nell'aprile del 2011 qui si è tolta la vita Adriana Ambrosini, appena 24 anni, e con ancora un anno da scontare. Perché sempre di manicomio si tratta e, come ricorda Luigi Benevelli (Stop Opg) il fatto che non ci siano agenti "vuol solo dire che le funzioni di custodia sono svolte dal personale sanitario". Come nei manicomi civili prima della legge Basaglia
fonte: il manifesto

lunedì 9 gennaio 2012

I MANICOMI CI SONO ANCORA: "ERGASTOLO BIANCO" PER 1500 DETENUTI OPG

da http://www.opposizionealpotere.org/



Grazie ad un’inchiesta di Terre di mezzo si è scoperto che ci sono sei ospedali psichiatrici giudiziari attivi in Italia, nonostante la legge ne disponga la chiusura e imponga alle Regioni l’apertura di strutture di accoglienza protette.

Trentadue anni dopo la riforma voluta da Franco Basaglia, non tutti i manicomi hanno chiuso i battenti. In Italia ci sono ancora sei Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg) che ospitano circa 1.500 persone rinchiuse per ordine della magistratura. Malgrado una legge ne disponga la chiusura (il Decreto del presidente del Consiglio dei ministri del 1° aprile 2008), la loro fine sembra lontana. Inoltre, ben 413 reclusi potrebbero uscirne se sul territorio ci fossero le strutture adatte ad accoglierli. È questo il tema dell’inchiesta “Ergastolo bianco”, pubblicata sul numero di aprile di “Terre di mezzo – street magazine”.
Nelle strutture di Reggio Emilia, Castiglione delle Stiviere (Mantova), Montelupo Fiorentino (Firenze), Aversa (Caserta), Napoli e Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) finiscono persone che, pur avendo commesso reati, non vengono processate perchè ritenute incapaci di intendere e volere. Sospesa la pena, il magistrato dispone nei loro confronti una misura di sicurezza che, nei casi più gravi puo’ arrivare all’internamento: due, cinque o dieci anni, in base alla gravità del reato commesso.
Spesso però il periodo di detenzione si protrae ulteriormente: se l’internato non ha nessuno che si possa prendere cura di lui, o non c’è una struttura in grado di accoglierlo, il magistrato di sorveglianza proroga la misura di sicurezza. Un“ergastolo bianco” cui sono condannati una persona su tre nell’Opg di Montelupo e quasi la metà dei 128 internati a Napoli. Uno dei principali nodi da affrontare per la chiusura degli Opg sta nel rispetto dei “bacini” di utenza. In base a quanto previsto dalla legge infatti, in ogni singola struttura, infatti, dovrebbero restare solo i pazienti di una determinata area.
Inoltre, ogni Regione dovrebbe creare comunità protette in grado di accogliere coloro che non hanno familiari in grado di farserne carico. Ma gestire queste persone, però, è impegnativo, e le Regioni se li rimpallano, rallentando di fatto la chiusura degli Opg. In Sardegna, unico caso, hanno cercato di riportare a casa gli internati sardi rinchiusi negli Opg del “continente”.
L’ex assessore alla Salute, Nerina Dirindin, ha infatti stanziato 4,5 milioni di euro per la cura dei malati psichici sul territorio, prevedendo l’apertura di tre Centri di salute mentale aperti 24 ore su 24, il finanziamento di progetti terapeutici e di reinserimento lavorativo. Un piano di cui hanno beneficiato anche 28 persone (su 74), rinchiuse in Opg del “continente”, che hanno cosi’ potuto tornare a casa. Un modello di assistenza basato sul criterio della “porta aperta”, che e’ stato cancellato dopo le elezioni regionali del 2009 e l’insediamento della nuova giunta regionale di centro-destra.

lunedì 19 dicembre 2011

Chiedi diritti ti danno psichiatria!

da osservatoriorepressione

G.B. è un ragazzo di 35 anni, vive a Pisa, i problemi che lo affliggono sono gli stessi che affliggono troppi ormai: anni di precariato alle spalle, poi un lavoro part-time a tempo determinato ed una causa per mobing in corso.
Su di lui grava una vecchia diagnosi psichiatrica risalente al 2006 anno in cui per la prima volta veniva ricoverato con la forza in seguito a degli attacchi di ansia seguiti alla morte del padre ed alla conseguente fine dell'attività lavorativa paterna nella quale lavorava.
Da allora inizia il suo calvario, invece di aiutarlo le istituzioni preposte gli rendono la vita ancora più difficile. I pregiudizi che diagnosi di questo tipo si portano appresso rendono ancora più difficile, quasi impossibile, trovare lavoro, ma G. essendo in grande difficoltà accetta di farsi inserire nelle categorie protette del lavoro. Questo fatto gli permette però di lavorare solo part-time e non arriva lo stesso a fine mese, dovendo pagare minimo 300 euro di affitto. A questo punto G. fa richiesta di alloggio popolare e si rivolge ai sevizi di assistenza sociale per avere un sostegno. La soluzione che gli viene fornita è il ricovero in una struttura residenziale psichiatrica e la nomina di un amministratore di sostegno. Una soluzione questa che avrebbe comportato lo sradicamento dalla sua vita sociale, l’imposizione di ritmi di vita controllati dalla struttura e l’amministrazione da parte di una terza persona del suo denaro, in poche parole la perdita di ogni autonomia e dignità. Per non vedersi costretto ad accettare la proposta indecente dei servizi sociale G. decide di occupare un appartamento abbandonato dove nel frattempo stabilirsi in attesa di un alloggio popolare; questo avveniva circa tre-quattro mesi fa.
Come se non bastasse a tutti questi problemi se ne somma un altro ancora: la necessità di un’operazione chirurgica, che non può essere ulteriormente rimandata e che richiede mesi e mesi di convalescenza, una convalescenza che di certo non può essere affrontata in mezzo alla strada.
Scoraggiato, vedendosi negare il diritto alla casa, il diritto al lavoro e il diritto alla salute si è rivolto nuovamente alla psichiatria: si è ingenuamente recato al CIM, il centro territoriale di igiene mentale, per chiedere allo psichiatra che lo segue da anni che gli venisse riconosciuta la sua sanità mentale; con la speranza di potersi liberare una volta per tutte dallo stigma psichiatrico e di poter far andare la propria vita in una nuova direzione. G. non sapeva che in psichiatria la guarigione non è contemplata.
Dopo il colloquio, una volta rientrato a casa, si è ritrovato circondato da un folto drappello di persone che gli intimavano di dover andare con loro in psichiatria. Al nostro arrivo abbiamo trovato quattro poliziotti municipali, otto vigili del fuoco, due operatori della croce rossa, due funzionari dell'ASL e lo psichiatra che ha ordinato il TSO. Questi ultimi, rimasti tutto il tempo in disparte, inizialmente non avevano ancora l'ordinanza che permetteva loro di privare della libertà a G. e quindi c'è stato il tempo di fare una mediazione e di spiegare ai poliziotti ed ai vigili cosa era successo prima di quel momento dato che non conoscevano G. e non sapevano assolutamente niente di lui . Una volta arrivata l'ordinanza, quando i vigili stavano per sfondare la porta, abbiamo convinto Gianluca a scendere e mostrare ai presenti che era tranquillo e che la sua agitazione era dovuta non ad un delirio ma al fatto che era andato gentilmente a chiedere diritti e gli è stato imposto un TSO. Il suo errore è stato quello di aver riferito allo psichiatra di sentirsi bene e di non prendere più i farmaci da almeno due anni. La mediazione che ha convinto G. a uscire di casa consisteva nell'impegno di poliziotti e vigili a non mettergli per nessun motivo le mani addosso, cosa che G. temeva, e che sarebbe andato autonomamente con la macchina di un amico all'ospedale S. Chiara di Pisa.
Tutto questo per scongiurare il TSO, convinto di poter ancora spiegare la sua situazione e non essere medicalizzato; ma così non è stato.
Il trattamento sanitario obbligatorio che costringe la persona a rimanere in ospedale e ad essere curate con psicofarmaci anche contro la propria volontà viene usato per medicalizzare e trattare come malate le persone che vivono un disaggio, qualunque esso sia, anche quando la causa di questo è chiaro a tutti e riguarda il lavoro e la casa. Si può concludere dicendo che il TSO spacciato come superamento dell'internamento in manicomio è solo propaganda e l'apparato di garanzie e di tutele messe in campo dalla legge 180 sono di fatto puramente teoriche e di facciata. Il sindaco che dovrebbe essere il primo garante contro gli abusi si limita a ratificare le richieste di TSO operate dagli psichiatri del CIM ed il giudice tutelare che dovrebbe sorvegliare si limita a verificarne la correttezza formale del procedimento, senza tenere conto della dinamica reale dei fatti.
Come collettivo antipsichiatrico, che da anni contrasta gli abusi e le pratiche psichiatriche, denunciamo il trattamento sanitario obbligatorio subito da G.B. come un atto ingiustificato, spropositato e dannoso, come un vero e proprio abuso di potere che ha lo scopo di cambiare discorso, di spostare l'attenzione dai motivi reali del disaggio di G., casa e lavoro, e ridurli a scompensi celebrali per rilevare i quali non esistono analisi da laboratorio, ma solo ed esclusivamente il giudizio di uno psichiatra.
Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud – Pisa
www.artaudpisa.noblogs.org

giovedì 1 dicembre 2011

Ai dottori della mente


Signori, Signore,
un semplice pezzo di carta, un diploma di laurea, vi concede il diritto di soppesare la mente. Questa attività pretenziosa la esercitate con il vostro comprendonio. Lasciateci ridere. La credulità popolare attribuisce alla psichiatria, alla psicanalisi e all’ausiliaria psicologia chissà quali lumi rivelatori. Nella considerazione della vostra professione, il nostro parere è preventivo. Non intendiamo qui discutere il valore ed il fondamento della vostra scienza, né le cause dei cosiddetti disturbi psichici. Ma per cento casi in cui si scatena la confusione fra la materia e lo spirito, quanti sono i tentativi da parte vostra di avvicinare il mondo cerebrale in cui vivono i vostri pazienti senza la pretesa di adeguarli alla normalità? Ad esempio, quanti di voi credono che il sogno del demente precoce, le immagini di cui è preda siano tutt’altro che un’insalata di parole? Quanti di voi pensano che una vita trascorsa nelle convulsioni dettate delle ossessioni individuali sia altrettanto legittima di una vita trascorsa negli obblighi imposti dalle convenzioni sociali?
 
Non ci stupiamo certo di trovarvi inferiori ad un compito per il quale nessuno è all’altezza, e neppure potrebbe esserlo. Ma protestiamo contro il diritto attribuito a certi uomini e donne di condurre le loro indagini nel campo mentale, di disporre degli altri per accrescere il proprio prestigio e il potere proprio.
Non solleveremo qui la questione dell’arbitrarietà degli internamenti o delle terapie, per evitarvi la pena di facili dinieghi. Ormai è sotto gli occhi di tutti che i manicomi, lungi dall’essere “case di cura”, sono spaventose prigioni dove le sevizie sono la regola. Il manicomio, con la copertura della scienza e della giustizia, è paragonabile alla caserma, alla prigione, alla galera. Ospitarlo all’interno di un’ospedale con il nome di reparto psichiatrico non modifica in nulla la sostanza delle cose. Quanto agli psicofarmaci, sono alla stregua di quei braccialetti elettronici con cui si tiene sotto controllo a distanza chi è sottoposto agli arresti domiciliari. L’assenza di sbarre e di un secondino alla porta è l’ipocrita sotterfugio con cui si vorrebbe nascondere la repressione in atto, seppur interiorizzata. 
 
Affermiamo perciò che i vostri pazienti — i folli, i disadattati — sono trattati in maniera arbitraria, strumentale e repressiva. Non ammettiamo che si ostacoli (nemmeno con le migliori intenzioni) il libero sviluppo di un delirio, altrettanto legittimo, altrettanto logico di ogni altra successione di idee o di atti umani. La repressione delle reazioni antisociali è altrettanto chimerica quanto inaccettabile nel suo principio. Tutti gli atti individuali sono antisociali. I matti sono le vittime individuali per eccellenza della dittatura sociale; a nome di questa individualità, che è propria dell’essere umano, reclamiamo che non si molestino questi pazienti della sensibilità, poiché d’altro canto non è nella capacità della scienza comprendere tutti gli esseri umani che pensano e agiscono.
Senza insistere sul carattere decisamente geniale delle manifestazioni di certi folli, nella misura in cui siamo in grado di apprezzarli, affermiamo l’assoluta legittimità della loro concezione di realtà e di tutti gli atti che ne conseguono.
Cercate di ricordarvene domani, all’ora della terapia, quando tenterete senza lessico di conversare con queste donne e questi uomini sui quali, riconoscetelo, avete unicamente il vantaggio della autorevolezza che deriva dal vostro ruolo di sciacalli.
 
[da Machete, n. 6, settembre 2010]

domenica 13 novembre 2011

Reggio Emilia: suicidio all’Opg, internato di 40 anni si impicca in cella

da osservatorio sulla repressione

Un uomo di 40 anni, che era internato nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia, si è impiccato nella sua stanza questa mattina dopo il colloquio con i familiari. Lo ha reso noto il sindacato della polizia penitenziaria Sappe, aggiungendo che - nonostante l’immediato intervento del personale sanitario dell’ospedale psichiatrico e degli operatori del 118 - non c’è stato niente da fare per l’uomo, “che aveva commesso tre omicidi”.
L’uomo - spiega Giovanni Battista Durante, segretario generale aggiunto del Sappe - era ristretto in uno dei cinque reparti gestiti esclusivamente da personale medico e paramedico, dove si svolge la sperimentazione sulla sanitarizzazione degli ospedali psichiatrici, cioè la gestione affidata al solo personale medico e paramedico, senza la presenza del personale di polizia penitenziaria.
“Dobbiamo ricordare - aggiunge Durante - che esiste una legge che prevede la dismissione di tali strutture, con passaggio delle stesse all’esclusiva competenza della sanità e relativa territorializzazione dell’esecuzione di tali misure. Oggi, in Italia, esistono sei ospedali psichiatrici, ognuno dei quali ha una competenza extraregionale. Ogni regione dovrebbe dotarsi di una propria struttura, per ospitare gli internati appartenenti al proprio territorio. L’Emilia-Romagna ha già firmato un protocollo d’intesa con il Dipartimento dell’ Amministrazione penitenziaria, anche se al momento sembra che nessuna delle regioni interessate abbia individuato la struttura per ospitare gli internati. Bisogna comunque tenere conto del fatto che alcuni di questi internati sono soggetti molto pericolosi, per i quali è necessario dotarsi di strutture adeguatamente attrezzate”.
È Omar Bianchera, un autotrasportatore di 45 anni che il 25 aprile dello scorso anno aveva ucciso nel Mantovano - con due pistole e un fucile a pompa - l’ex moglie, una vicina di casa e un conoscente con cui in passato aveva avuto rapporti di affari, l’uomo che si è impiccato questa mattina nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia.
Appena due settimane fa, il 28 ottobre, Bianchera era stato condannato a vent’anni di carcere più cinque di cura in ospedale psichiatrico. La sentenza era stata pronunciata a porte chiuse dal Gup di Mantova, Gianfranco Villani; il Pm aveva chiesto l’ergastolo. Sulla sentenza ha pesato la perizia psichiatrica che aveva dichiarato l’imputato seminfermo di mente. Bianchera - già detenuto nell’Opg reggiano - aveva assistito impassibile all’udienza e alla lettura della sentenza.
L’uomo, dopo il triplice omicidio compiuto tra Volta Mantovana e Monzambano, era fuggito per essere poi rintracciato ad Anfo, nel Bresciano, dove si era arreso senza opporre resistenza.

fonte: Ansa

venerdì 11 novembre 2011

La storia di Malik noi non l'archiviamo !

da osservatorio sulla repressione

NON E' SUCCESSO NIENTE...

Nella giornata di mercoledì 12 ottobre abbiamo appreso dai legali di Malika Yacout che il medico legale e l'ufficiale Giudiziario imputati di "violenza privata" e "lesioni personali in concorso di reato" NON SONO
STATI RINVIATI A GIUDIZIO, questa è la decisione del Giudice dell'Udienza Preliminare, quindi il caso è chiuso, e il procedimentoarchiviato...
Non è successo niente...
Il giorno dello sfratto il 3 dicembre del 2004, Malika (cittadina italiana e marocchina) era in avanzato stato di gravidanza (al sesto mese), viene bloccata, strattonata e gettata per terra da cinque uomini, e mentre la  tengono ferma, le vengono praticate due iniezioni pesantissime per sedarla, si saprà, diversi giorni dopo, che i farmaci in questione sono due neurolettici, Largactil e Farganese. Questi farmaci possono avere, come sottolineato anche dall'Organizzazione Mondiale della Sanità effetti dannosi sul feto in qualsiasi periodo della gravidanza.
La donna viene accompagnata al reparto di Psichiatria di S.M.NUOVA con un TSO, mai convalidato da nessuno...eppure il Trattamento Sanitario Obbligatorio le è stato APPLICATO...
Oltre al danno la beffa! Infatti questa settimana Malika ha avuto, dopo 6 anni, la dichiarazione di Ballerini (psichiatra, all'epoca primario di S:M:Nuova, ma che non era presente al momento del TSO) che Malika non è e non era affetta da nessuna patologia psichiatrica. Dichiarazione fondamentale che nessun giudice e nessun avvocato ha mai preso in considerazione.
Insomma, una serie di abusi che vanno dal sequestro di Persona alle alle minacce, dalla violenza privata all'abuso d'ufficio, alle lesioni (quelle provocate alla figlia che oggi ha 6 anni) ma secondo il Giudice
non è successo niente.
Insieme a Malika e al suo avvocato è stato deciso di fare ricorso in appello per riaprire il caso e, qualora si chiudessero tutti i gradi di giudizio, faremo anche ricorso alla corte di giustizia europea.
Intanto in questi giorni è stato informato il consolato del Marocco, che avrebbe il dovere di prendere posizione.

Le donne del Movimento di Lotta per la Casa e il collettivo antipsichiatrico Antonin Artaud continueranno la comune battaglia per richiedere VERITA' E GIUSTIZIA sul quel BARBARO episodio.

sabato 12 novembre presidio 10.30 Piazza San Firenze  a seguire conferenza stampa alle ore 11.30.

 
Le donne del movimento di lotta per la Casa di Firenze
Il collettivo antipsichiatrico Antonin Artaud di Pisa

lunedì 12 settembre 2011

Ancora un suicidio all'Opg di Barcellona Pozzo di Gotto

da osservatoriorepressione

Un internato di Cremona si è uccide nella nottata di ieri nella sua cella singola, infilando la testa in un sacchetto di plastica e inalando il gas del fornellino utilizzato per la cottura di piccole porzioni di cibi.
A poco più di un mese dall'ultimo suicidio per impiccagione, avvenuto in una cella comune lo scorso 20 luglio, all'interno dell'Ospedale psichiatrico giudiziario, un altro internato – semilibero e prossimo alla libertà – si è tolto la vita nel corso delle nottata di ieri, intorno a mezzanotte. Inutili si sono rivelati i tentativi di rianimazione intrapresi nell'immediatezza da un agente della polizia penitenziaria e subito dopo dal medico di turno. L'uomo, M. S. 46 anni di Cremona, era prossimo alla liberazione prevista per il 2012 con la cessazione della misura di sicurezza imposta a suo tempo per la commissione di reati lievi, maltrattamenti e resistenza, e per i quali era stato prosciolto a causa del suo stato di malessere psicofisico. E la detenzione in carcere era stata sostituita dalla misura di sicurezza "scontata" quasi fino in fondo senza che fossero emersi problemi di particolare gravità. L'internato suicidatosi nella cella che occupava singolarmente. aveva già utilizzato licenze temporanee ed era tra coloro che usufruivano di una forma di semilibertà prevista dall'art. 21 del Codice dell'ordinamento penitenziario. La vittima non aveva manifestato problemi di insofferenza, tanto da seguire all'esterno dell'Istituto corsi di formazione professionale che gli sarebbero giovati una volta riacquistata la libertà.
Di quanto era accaduto nella cella si è accorto l'agente della polizia penitenziaria nel consueto giro di perlustrazione e controllo delle celle del raggio nel quale era stato assegnato l'uomo. All'agente non è sfuggito infatti che l'uomo era riverso per terra con il capo ricoperto da un sacchetto di plastica utilizzato per creare una piccola camera a gas, grazie anche all'utilizzo del fornellino alimentato da una piccolissima bomboletta di gas butano. Per l'internato, pur soccorso tempestivamente, non c'è stato scampo. Dell'episodio la stessa polizia penitenziaria dell'Opg "Vittorio Madia", ha avvertito il magistrato di turno della Procura di Barcellona. La salma dello sfortunato internato di Cremona è stata composta nella sala mortuaria dell'Opg di Barcellona nell'attesa delle determinazioni dell'autorità giudiziaria previste per stamani.
Ieri in mattinata, appresa la notizia, il cappellano dell'Istituto, padre Pippo Insana, fondatore della Casa di accoglienza e solidarietà, reduce dalla trasferta romana per la partecipazione di sabato alla manifestazione "Stop Opg", ha celebrato in suffragio del suicida la santa messa alla quale hanno partecipato gli altri internati ed il personale del Corpo di polizia penitenziaria. Lo scorso 20 luglio invece a togliersi la vita, impiccandosi con un lenzuolo legato alla grata della finestra – dopo aver oscurato la porta a vetri della cella collettiva occupata assieme ad altri tre internati – era stato un uomo di 73 anni di Rossano Calabro, G. T. il quale soffriva di deliranti manie di persecuzione e per questo aveva lasciato un biglietto nel quale accusava i parenti, indicati come responsabili delle sue paranoie.
Nemmeno il suicidio di ieri, così come quello verificatosi il 20 luglio scorso, sarebbe da addebitare al sovraffollamento della struttura penitenziaria che nei mesi scorsi aveva toccato punte fino a 382, ricondotte con gli ultimi trasferimenti al carcere di Pagliarelli di Palermo ed in altri Opg italiani, a circa 310 internati a fronte dei circa 250 posti disponibili.

fonte: Gazzetta del Sud

giovedì 21 luglio 2011

Internato di 73 anni si impicca nell’Opg di Barcellona Pozzo di Gotto (Me)

da osservatorio sulla repressione

Nei primi 20 giorni di luglio sono morti 11 detenuti

L'Osservatorio permanente sulle morti in carcere nei primi 20 giorni di luglio ha registrato la morte di 11 persone private della libertà personale e di 1 poliziotto penitenziario. I suicidi sono stati 5: Giuseppe P., di 35 anni, Assistente Capo di Polizia Penitenziaria nel carcere di Parma; Cosimo Intrepido, 31enne detenuto a Teramo; Antonio Padula, di 46 anni, detenuto a Lecce; Luigi del Bello, 81 anni, in detenzione domiciliare a Lanciano (Ch) e G.T., 73enne di origini calabresi internato nell’Opg di Barcellona Pozzo di Gotto (Me).
Sono deceduti a causa di gravi patologie pregresse: Ennio Manco, 52 anni, paraplegico e cardiopatico, nel carcere “Pagliarelli” di Palermo; Giorgio Manni, 51 anni, in detenzione domiciliare a Roma; Vincenzo Troia, 73enne ristretto in regime di “41-bis” nel carcere di Opera (Mi).
Le morti per “cause da accertare” sono state 4: V.G., 36 anni, internato nell’Opg di Aversa (Ce); Giuseppe La Piana, 36 anni, detenuto nel carcere “Pagliarelli” di Palermo; una detenuta italiana di 32 anni, deceduta nel carcere di Trani (Ba) e Mario Fiore, 29enne ristretto nella Sezione Internati del carcere di Sulmona (Aq).
Da inizio anno salgono a 110 i detenuti morti per cause diverse, dei quali 37 sicuramente suicidi. I poliziotti penitenziari suicidi nel 2001 sono stati 4.
Dal 2000 ad oggi si sono tolti la vita 663 detenuti e 88 agenti di polizia penitenziaria, mentre in totale i “morti di carcere” sono stati 1.856. In oltre 150 casi devono ancora essere accertate le cause del decesso.

LE VICENDE DEI “MORTI DI CARCERE” DA INIZIO LUGLIO

Barcellona Pozzo di Gotto (Me): internato di 73 anni si impicca in una cella dell’Opg
Ristretti Orizzonti, 21 luglio 2011

Un internato dell’Ospedale psichiatrico giudiziario “Vittorio Madia” di Barcellona Pozzo di Gotto, un uomo di 73 anni originario di Rossano Calabro (Cs), G. T., si è suicidato ieri notte, impiccandosi con un lenzuolo legato alle sbarre della finestra della cella che occupava assieme altre tre persone. Il suicidio dell’internato è avvenuto all’ottavo reparto, uno dei più nuovi della struttura penitenziaria.
Vano si è rivelato il tentativo di soccorso prestato con immediatezza dal medico di guardia dell’Opg e dall’infermiere di turno al reparto, oltre che dallo stesso agente che subito ha lanciato l’allarme dal momento in cui si è accorto che dietro la porta a vetri l’internato aveva nascosto la visuale verso il corridoio esterno applicando una coperta. Il cadavere dell’uomo ritrovato penzoloni era ancora caldo ed a nulla è valso il disperato tentativo di rianimazione. La vittima si trovava all’Opg di Barcellona dallo scorso mese di novembre quanto all’uomo era stato revocato lo stato di libertà per violazione degli obblighi a cui era sottoposto.

Sulmona: giallo sulla morte di un detenuto di 29 anni, si sospetta un caso di leucemia
Il Messaggero, 19 luglio 2011

Un detenuto del reparto internati del carcere di via Lamaccio di Sulmona, Mario Fiore ventinove anni di Napoli, è morto venerdì notte all’ospedale di Teramo, dove i medici lo avevano trasferito in prognosi riservata la sera stessa. Dubbi i motivi del decesso, per chiarire i quali la procura della Repubblica di Sulmona ha aperto un’inchiesta, disponendo per questa mattina l’esame autoptico sul corpo di Mario Fiore, esame che verrà eseguito dall’anato-mopatologo Ildo Polidoro.


Lanciano (Ch): uxoricida 81enne condannato tre giorni fa si suicida in un Centro anziani
Ansa, 18 luglio 2011

Si è suicidato gettandosi da una finestra di un centro per anziani Luigi Del Bello, 81 anni, di Guastameroli di Frisa (Chieti), condannato tre giorni fa a 20 anni di carcere per avere ucciso il 21 luglio 2010 la moglie, Emidia Tortella (74). L’anziano era agli arresti domiciliari presso il centro; questa mattina poco dopo essersi alzato, si è lanciato dal primo piano della struttura riportando un gravissimo politrauma. Soccorso dal 118 è stato trasportato all’ospedale di Guardiagrele, e per l’aggravarsi della situazione è stato trasferito in elicottero al reparto neurochirurgico dell’ ospedale di Teramo dove è morto qualche ora dopo.


Opera (Mi): 73enne in regime di “41-bis” muore in cella, era gravemente malato da 2 anni
La Sicilia, 16 luglio 2011

Il presunto capo del clan mafioso di “Palermo-Resuttana” Vincenzo Troia, 73 anni, cugino dello storico boss Mariano Tullio Troia, è morto l’altro ieri notte nel carcere milanese di Opera dove era detenuto al 41 bis. Il decesso arriva nel pieno delle polemiche innescate dal regolamento del “carcere duro” approvato dal Parlamento all’indomani delle stragi del 92-93.
Gravemente malato da 2 anni, il presunto boss del quartiere Resuttana, attraverso il suo legale, Sergio Monaco, aveva fatto decine di istanze, allegando consulenze mediche in cui si attestava l’incompatibilità del suo stato di salute con la detenzione in carcere. I familiari di Troia hanno presentato denuncia lamentando proprio la scarsa attenzione riservata al congiunto dall’autorità giudiziaria e contestando le relazioni dei periti nominati dai collegi che hanno invece sempre ritenuto che il padrino potesse restare in cella.


Giustizia: detenuto domiciliare sta male; rifiutato da 5 ospedali, muore dopo il ricovero
Il Messaggero, 17 luglio 2011

Detenuto domiciliare rifiutato da 4 ospedali: “Non è grave”. Tragica odissea di dieci giorni tra Subiaco, Tivoli e Roma. I familiari: vogliamo chiarezza. Pd: sanità laziale allo sbando. La Regione Lazio ha chiesto alla direzione sanitaria della Asl RmG di attivare immediatamente una commissione d’inchiesta sul decesso di Giorgio Manni, il 51enne che per cinque volte, secondo quanto hanno raccontato i familiari al Messaggero, è stato rimandato a casa dagli ospedali a cui aveva chiesto aiuto. “Ho contattato il direttore sanitario - dice il presidente Renata Polverini - e ho sollecitato l’avvio immediato di una verifica affinché si faccia piena chiarezza su quanto accaduto negli accessi al pronto soccorso”.
“Per cinque volte - dicono i familiari di Manni - è stato rimandato a casa dagli ospedali a cui aveva chiesto aiuto. Ha implorato di essere ricoverato perché aveva grossi dolori all’altezza dei reni e non riusciva a respirare. Ma in quattro diversi ospedali di Roma gli hanno risposto che poteva curarsi a casa. Solo la sesta volta quando ormai le sue condizioni erano disperate, al pronto soccorso di Subiaco hanno ceduto e hanno deciso di trasferirlo al Policlinico Tor Vergata, dove l’altro giorno è morto”.


Lecce: detenuto di 48 anni suicida nel carcere super affollato, lunedì l’autopsia
La Repubblica, 15 luglio 2011

È di 659 persone la capienza del carcere di Lecce ma la struttura di borgo San Nicola contiene 1367 uomini e donne. L’esubero è del 107,4%: 708 detenuti in più del previsto. Da ieri 707, perché uno di loro, Antonio Padula, 48 anni, di Francavilla Fontana, si è ucciso impiccandosi con i lacci delle scarpe. Gli agenti lo hanno trovato cadavere nella sua cella, alla fine di un’altra notte terribile, in cui ogni poliziotto in servizio ha fatto su e giù tra due sezioni, controllando (o cercando di controllare) 140 detenuti.


Trani (Ba): detenuta di 32 anni muore in cella, polemiche su mancata assistenza sanitaria
Ansa, 12 luglio 2011

La donna, 32 anni, è deceduta nella notte, sembra per cause naturali dopo uno choc seguito a una brutta notizia ricevuta dai familiari. Dall’Osapp l’appello sulla situazione sanitaria nel penitenziario, dove è stata soppressa la guardia medica h24.
Una detenuta di 32 anni è stata trovata morta oggi - sembra per cause naturali - nel proprio letto, in una cella del carcere di Trani. Lo rende noto il vicesegretario generale nazionale del sindacato di polizia penitenziaria Osapp, Domenico Mastrulli. Il corpo della donna è stato scoperto questa mattina nel corso del giro di ispezione degli agenti della Polizia Femminile compiuto nei reparti detentivi del carcere femminile di Trani, in una delle celle situate nel piano superiore dell’istituto penitenziario. A quanto si è saputo, la donna sembra che ieri abbia ricevuto notizie negative dalla propria famiglia, di origine tarantina, tanto da averla notevolmente scossa.


Palermo: Corbelli (Diritti Civili); assordante silenzio su morte di un detenuto paraplegico
Ristretti Orizzonti, 8 luglio 2011

“Si chiamava Ennio Manco, 52 anni, paraplegico, è morto nel carcere di Palermo e ai suoi familiari è stato di fatto addirittura impedito di poter vedere la salma che è stata poche ore dopo il decesso subito chiusa in una bara e il giorno dopo trasferita dalla Sicilia in Calabria. Questo è un fatto gravissimo. C’é indifferenza e insensibilità sul dramma delle carceri da parte delle istituzioni, degli esponenti politici e dei media”. Lo afferma in una nota il leader del Movimento Diritti Civili, Franco Corbelli.
L’uomo, a favore del quale nei mesi scorsi Corbelli era intervenuto con un appello umanitario, era stato da un mese trasferito dalla Calabria in Sicilia, per scontare una condanna passata in giudicato di pochi anni di carcere”. “Nonostante le sue gravi condizioni di salute, perché era paraplegico - afferma Corbelli - non aveva ottenuto né gli arresti domiciliari, né la possibilità di essere ricoverato e curato in un centro specializzato di Catania o Parma (quelli attrezzati per la sua patologia).


Palermo: detenuto 36enne muore in circostanze misteriose nel carcere dei “Pagliarelli”
La Sicilia, 6 luglio 2011

“Chiediamo verità e giustizia”. La moglie, la madre ed i fratelli di Giuseppe La Piana, 36 anni il prossimo 10 agosto, lanciano un appello affinché venga fuori la verità sulle circostanze che hanno portato al decesso del loro congiunto, stroncato alle 12,30 di domenica scorsa mentre pranzava nel carcere dei “Pagliarelli”. “Stava mangiando - ha detto la vedova, signora Claudia - quando, così ci è stato riferito, ha accusato un malore ed è morto. A noi ci hanno chiamato alle 15”.


Aversa (Ce): internato muore per edema polmonare, settimo decesso del 2011 nell’Opg
Il Mattino, 6 luglio 2011

Avrebbe avuto appena il tempo di chiedere soccorso, che poi accasciatosi a terra è morto: si è spento così V.G. 45 anni, umbro, il settimo internato a morire dall’inizio dell’anno dietro le sbarre del manicomio giudiziario aversano.
Secondo la direzione dell’Opg “Filippo Saporito” a causare la morte dell’internato sarebbe stato un edema polmonare, ma sul corpo del detenuto la magistratura ha disposto l’autopsia. Si è spento senza che ci fosse nemmeno il tempo di chiamare il 118. “Un malore improvviso - spiega la direttrice penitenziaria della struttura, Carlotta Giaquinto - non pare che ci fossero stati sintomi di una malattia pregressa”.


Teramo: detenuto 31enne suicida in cella, i genitori presentano un esposto in Procura
Il Centro, 4 luglio 2011

Si è tolto la vita, impiccandosi alle sbarre della cella. Cosimo Intrepido, 31enne originario di Trepuzzi (Le), era rinchiuso nel carcere di Castrogno per scontare un residuo di pena per rapina. Era in attesa di entrare in una comunità di recupero per tossicodipendenti. Aveva già tentato di togliersi la vita e mercoledì notte è riuscito nell’intento. Intanto i familiari vogliono vederci chiaro e hanno presentato un esposto alla procura per chiedere di chiarire le cause della morte.

fonte: Ristretti Orizzonti

martedì 21 giugno 2011

La storia di Tonino, "prigioniero” in un opg

DA OSSERVATORIO SULLA REPRESSIONE

Tonino aveva 43 anni quando è stato internato nell’ospedale psichiatrico giudiziario (Opg). Doveva starci sei mesi, sono passati due anni. I numeri in questo caso fanno la differenza perché Tonino è recluso nell’Opg di Aversa, un vero e proprio lager, come del resto tutti gli altri in Italia, dove, una volta dentro, il problema più grave non è tanto la mancanza di libertà quando la perdita del diritto di cura, della possibilità di rimettersi in gioco e di avere un’altra chance nella vita. Non smettono di ripeterlo i familiari di Tonino, che per lui vogliono un’opportunità in più. Da una settimana, la sorella Elisabetta e il padre Rodolfo presidiano giorno e notte il tetto del Centro di salute mentale di Ostia, in via delle Sirene, per chiedere che Tonino venga trasferito dall’Opg di Aversa alla comunità terapeutica. «Solo lì – dice Elisabetta – mio fratello potrebbe iniziare un percorso di recupero finalizzato al reinserimento nella società». Per fare questo, però, manca la firma del direttore generale della Asl RmD, il professor Romano, sull’impegnativa di spesa che deve essere approvata dall’Azienda sanitaria per procedere poi al trasferimento. Ma il direttore generale prima fa sapere che non firmerà, poi che non si trovano i soldi. Solo dopo molti giorni inizia a circolare la notizia di un possibile accordo. Ma i familiari la apprendono solo per vie ufficiose: in un meccanismo burocratico che fagocita ogni forma di umanizzazione nessuno si degna di inviare loro una comunicazione ufficiale. «Quel che sappiamo – sottolinea Elisabetta – è che tale delibera avrebbe decorrenza solo dal 1 settembre. Questo significherebbe, per mio fratello, altri tre mesi di permanenza in quell’inferno. E noi questo non lo possiamo accettare. Rimarremo sul tetto fino a quando Tonino non uscirà con la massima tempestività dall’Opg, trovino loro il modo per abbreviare i tempi e per accelerare l’ingresso nella comunità di Asti». Elisabetta, che non si accontenta di una banale dichiarazione di intenti, chiede, attraverso due lettere protocollate, un incontro dovuto ai vertici aziendali per vedere le carte. E invece il dirigente gli nega ogni interlocuzione. Nemmeno una parola al signor Rodolfo che, all’età di 73 anni e in cura chemioterapica, dorme dentro una tenda da campeggio sul tetto rovente del centro di salute mentale. Lui, che con il figlio passava interi pomeriggi a pesca prima che la depressione e le cure sbagliate lo logorassero definitivamente, continua a dire: «Non merita di stare li, nessuno lo merita». Non smette di ripeterlo neanche Tonino, che nella sua condizione di fragilità legata alla malattia, è comunque consapevole del fatto che da certi luoghi non si esce sani, sempre che si esca vivi. Per il timore che le condizioni di Tonino possano peggiorare, per ottenere il suo trasferimento e per chiedere anche lo smantellamento di tutti gli Opg (che, per legge, dovevano essere chiusi entro il 31 dicembre 2010) in pochi giorni i familiari hanno messo in piedi una mobilitazione che è diventata il simbolo di una battaglia per liberare tutti i Tonino d’Italia. Intorno a loro un vero e proprio coordinamento di forze sociali, di cui fanno parte numerose associazioni del territorio, riunite nel comitato “ELJ per tutti i Tonino”. Tra queste il Teatro del Lido che, dal mese di settembre, promuoverà una serie di spettacoli di sensibilizzazione culturale rispetto alle tematiche del disagio mentale. «Siamo qui – dice Elisabetta – per tutti i Tonino d’Italia finiti nell’inferno degli Opg generalmente per reati bagattellari, cioè per reati minori, per alcuni quali non sussiste neanche la pericolosità sociale. Per loro un’alternativa agli ospedali psichiatrici esiste e consiste dapprima nel recupero all’interno di comunità terapeutiche specializzate e successivamente nel trasferimento in case famiglia. Una volta qui i pazienti potrebbero essere sottoposti a progetti terapeutici individuali , oppure di inclusione sociale coinvolgendo la rete territoriale». Nessun assistenzialismo nelle comunità quindi, ma risposte adeguate rispetto al ruolo che la società civile deve assumere nei confronti del disagio mentale. E per Tonino, che solo quando pesca ritrova il suo equilibrio, una volta terminato il progetto terapeutico ad personam nella comunità terapeutica di Asti, l’associazione Anziani del Tevere sarebbe disposta a sostenere un progetto di inclusione sociale basato proprio sulla pesca. Il caso di Antonio ha suscitato subito l’interesse della Commissione parlamentare d’Inchiesta sul servizio sanitario nazionale. Il senatore Ignazio Marino, che la presiede, ha inviato i Nas nell’ufficio del direttore generale della Asl Roma D per acquisire la documentazione necessaria e avviare le opportune verifiche, ha poi convocato per oggi i medici che hanno in cura Tonino. Anche il consigliere regionale della Federazione della Sinistra, Ivano Peduzzi ha inviato una lettera alla presidente Polverini per sbloccare questa vicenda «anche perché – ha aggiunto Peduzzi – i soldi per trasferire il ragazzo ad Asti ci sono eccome». La Commissione parlamentare d’Inchiesta sul servizio sanitario nazionale ha infatti stanziato 5 milioni di euro per il trasferimento di 41 persone dagli Opg alle comunità terapeutiche. Per l’utilizzo di questo soldi, però, le Regioni devono prima presentare dei progetti terapeutici individuali senza i quali non è possibile attingere ai fondi. Ma non tutte hanno ancora provveduto e il Lazio è tra queste. Per tale inadempienza oltre 3 milioni di euro restano al momento inutilizzati. E ogni ulteriore ritardo potrebbe costare a Tonino la sua stessa vita, oltre ad una proroga della permanenza nell’Opg di Aversa per altri due anni.

Manuela Campitelli da Liberazione