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martedì 6 marzo 2012

Il dialogo della giustizia


Han Ryner
 
Avendo udito Socrate adulare il talento di Eutidemo e sapendo che costui voleva dedicarsi alla politica, cercò l'occasione propizia per incontrarsi con lui e, vedendolo entrare nella bottega di un bottaio, entrò e l'abbordò con le seguenti parole: 
— È vero, caro Eutidemo, che hai letto e collezionato molte opere scritte da uomini che passano per savi? 
— È vero, Socrate. Ed ogni giorno continuo a studiare e collezionare tali opere, già che sono per me un tesoro che non finirò mai d'arricchire. 
— Mi sento felice, Eutidemo, nel sentirti chiamare tesoro la saggezza, preferendola all'oro e all'argento. Sai già, senza dubbio, che l'oro e l'argento non possono farci migliori; però i pensieri dei saggi, se si comprendono bene, costituiscono la vera ricchezza e la gioia vera, la ricchezza e la gioia della virtù.
Vedendo che al giovane piacevano queste parole, Socrate continuò: 
— Dimmi ciò che ti proponi collezionando tanti libri.
Eutidemo, silenzioso, pensava alla risposta da dare, ed era imbarazzato. Ma Socrate, dopo un breve silenzio, continuò: 
— Vuoi essere medico, come il mio amico Alexio? I medici hanno scritto molto. 
Socrate, come d'abitudine, moltiplicò gli interrogativi, facendo ammettere a Eutidemo di non voler essere né architetto come Ietino, né scultore come Fidia, né geometra come Teodoro, né pittore come Parrasio, né armaiolo come Pistia, né astronomo come Anassagora. 
— Cerchi forse — domandò alfine — quella scienza che rende capaci di governare uno Stato, di comandare gli uomini ed essere ad essi utile, essendolo al medesimo tempo a se stessi? 
— Sì, Socrate, è questa la scienza che cerco con ardore. È quella che voglio acquisire. 
— Per un cane la tua ambizione non è piccola. Cerchi la migliore delle scienze, se è che esiste; vuoi acquistare il primo dei talenti, se esso è possibile.
— Perché non esisterebbe questa scienza, o perché questo talento sarà impossibile? 
— Vuoi, stimato Eutidemo, condurre gli uomini e condurre te stesso secondo la giustizia? 
— Dici esattamente ciò che voglio. 
— Se un uomo pretendesse condurti colla violenza e non persuadendoti, ti sembrerebbe giusto?
— No, certamente. 
— Persuaderai, così, gli Ateniesi perché facciano ciò che è giusto? 
— Questo è ciò che mi propongo.
— E insegnerai, secondo ciò che veniamo di dire, a non comandare mai o proibir nulla senza prima persuadere coloro che debbono ubbidire?
— Oh, Socrate! È forse attuabile ciò che dici? 
— Non lo so, Eutidemo, tocca a te il vederlo. 
— Ciò che dici non è possibile. Perché sovente Atene sta in guerra e nessuno s'intrattiene a persuadere il nemico, sebbene che si vuole dominarlo. 
— E questo ti sembra giusto, Eutidemo mio? 
— Nessuno, Socrate, ha mai dubitato di che questo sia giusto. 
— Forse nemmeno nessuno, prima di Anassagora, aveva dubitato di che il sole era un dio. Credi che Anassagora fece male a farsi tale domanda? 
— Hai ragione, Socrate, indovino ciò che vuoi dire. Sì, il savio può farsi quelle domande che nessuno si era fatte e sembrato farsi prima. 
— Ammetti, senza dubbio, che vi è guerra ingiusta?
— Sicuramente. 
— Però vi sono altre guerre che forse ti sembrano giuste? 
— Certe guerre, effettivamente, mi sembrano giuste. 
— Ciononostante è preciso che ogni guerra sia ingiusta, per lo meno per uno dei due rivali. O credi forse che i lacedemoni o gli ateniesi hanno entrambi ugualmente ragione di battersi? 
— Tutti sappiamo che i lacedemoni sono ingiusti nel farci la guerra.
— Tutti, dici? Stanno d'accordo i lacedemoni con la loro ingiustizia? 
— Scherzi, caro Socrate. Invece di stare di accordo, pretendono che siamo noi che siamo in errore. 
— Conosci, Eutidemo, tutte le cause, prossime o lontane della guerra? Conosci pure tutte le mancanze di entrambi i governi e puoi giudicare con sicurezza fra noi e quelli di Lacedemonia?... Non rispondi?... Non sei, allora, uguale al popolo di Atene e a quello di Sparta? Perché non credono l'uno e l'altro che la sua patria ha sempre ragione perché è la sua patria? 
— In effetti lo credono. 
— E non conosci pure degli imbecilli che credono di aver sempre ragione e che tutto ciò che dicono o fanno è perfetto, giacché sono essi che lo fanno o lo dicono? 
— Conosco vari uomini di questo stampo. 
— Credi, perciò, Eutidemo, che l'amore alla patria acceca i popoli, nella medesima forma che l'amor proprio acceca gli imbecilli? E disprezzi l'amor proprio e l'amore alla patria? 
— Ho paura, Socrate, di ciò che ho detto e delle conseguenze che da esso si possono trarre. Di modo che non m'azzardo a dir di più. 
— Il savio, caro Eutidemo, è forse colui che mai ha paura di ciò che dice la sua ragione e delle conseguenze che deve dedurre. 
— Forse, caro Socrate. Però sto constatando che è molto difficile essere savio. 
— Tutte le cose belle sono difficili, Eutidemo. E non disprezzi tutti coloro che retrocedono davanti alle cose costose? 
— Li disprezzo, in effetti. 
— Procuriamo allora non retrocedere, alfine che Eutidemo non ci disprezzi. Vuoi che supponiamo un istante che, nella guerra che immerge entrambi i paesi nella desolazione, le prime ingiustizie e le più considerevoli provengono dagli ateniesi? 
— Acconsento a ciò per aggradire a Socrate il quale amo. Se è che questa supposizione non sembra empia al Socrate ateniese.
— Non hai sentito dire che mi proclamo uomo prima che ateniese e cittadino del mondo prima di qualsiasi città? 
— Avevo udito queste cose però non sapevo se dovevo crederle. 
— Non poteva succedere che tu o io ci sbagliassimo? 
— Effettivamente, potrebbe succedere. 
— E pure una disgrazia simile può occorrere ad ognuno degli ateniesi, no? 
— Indubbiamente. 
— Credi che l'assemblea del popolo può essere più prudente e meno appassionata che ognuno degli ateniesi presi a parte? 
— Non so che risponderti. 
— Non ha commesso mai l'assemblea alcuna ingiustizia contro alcun cittadino? 
— Credo che ne ha commesso qualcuna. 
— Sei senza dubbio al corrente della questione dei dieci generali? 
— Sì. 
— Ti ricordi che l'assemblea del popolo li condannò? 
— Mi ricordo perfettamente. 
— In cambio, più tardi, l'assemblea del popolo abominò questa condanna. 
— Non lo ignoro. 
— È quindi preciso che l'assemblea del popolo sia stata ingiusta in uno o l'altro di questi giudizi, sia in quello che condannava i generali, oppure in quello che condannava, se oso dirlo, quella condanna.
— Necessariamente, esso è preciso. 
— Ed i dieci generali non erano cittadini? 
— Lo erano. 
— E non lo erano pure i loro giudici? 
— Pure.
— Da ciò che dici sembra dedursi che una o l'altra delle assemblee del popolo commise un'ingiustizia verso i cittadini. 
— È innegabile. 
— Ora esamino il seguente: Credi che il popolo può essere più benevolo per gli stranieri che per i cittadini? 
— Credo tutto il contrario, Socrate. 
— E credi che si può essere più facilmente ingiusti verso coloro che uno ama che verso coloro che non si apprezzano in nulla? 
— Verso coloro che non si amano. 
— Così potrebbe essere che Atene fosse ingiusta verso Lacedemonia? 
— Esso ormai non mi sembra impossibile. 
— E se esso è così, la guerra che sosteniamo è ingiusta da parte nostra. 
— Io stesso sarei ingiusto se mi rifiutassi a confessarlo. 
— Però la credi giusta da parte degli altri? 
— Certo che sì. 
— No, Eutidemo, dovevi dire: certo che no... 
— Come? 
— ... Già che mi sembra che è ingiusto castigare a vari innocenti perché vi è in qualche parte un colpevole. Però chissà credi giusto di ferire a destra e a sinistra, all'azzardo, quando si è commesso un delitto? 
— Non penso questo odioso assurdo. 
— Così credi forse che ognuno degli ateniesi che è morto dal principio della guerra fu personalmente colpevole con i lacedemonesi? 
— Personalmente, no. Però...
— Prosegui, Eutidemo. Perché ti arresti per il cammino? Afferma, perciò, già che incominciasti, che le mancanze non sono personali, e che, se commetti un assassinio, sarà giusto ucciderti. 
— No, Socrate, non dirò tali cose, benché in modo più o meno confuse, le odo dire da quando comprendo le parole degli uomini. Però gli altri parlano nelle tenebre e tu hai proiettato già troppa luce in me, perché ripeta certe parole oscure. 
— I lacedemonesi sono, perciò, colpevoli verso tutti i soldati che uccisero o ferirono. 
— Però tien conto, Socrate, che questi soldati volevano uccidere quelli. 
— Lo facevano tutti liberamente? Non combattevano quasi tutti per forza?
— Vero. Quasi tutti combattevano per forza. 
— Così è che non meritavano la morte. Giacché li si obbligava a combattere, furono castigati per una ingiustizia che soffrivano. 
— Però, Socrate, come regolarsi se la guerra era dichiarata?
— Cercheremo altra volta ciò, che pensi sopra questo assunto. Per oggi dici che una guerra è, per ambo le parti, un congiunto di ingiustizie. Ma non dovrai dire pure che le ingiustizie di un combattimento solo sono già più numerose e meno sopportabili che quelle che si pretende combattere? 
— È necessario, in effetti, che lo confessi.
— Così, secondo te, i lacedemoni non dovevano aver fatto la guerra, benché noialtri avessimo commesso un'ingiustizia verso di loro. Ciò che avrebbero dovuto fare è persuaderci a riparare il nostro errore.
— Però, chissà, non lo avrebbero conseguito. Giacché è molto difficile poter persuadere un popolo in tali frangenti.
— Hai ragione, Eutidemo. Dimmi, perciò, che dovevano fare dopo di aver fallito nei mezzi ragionevoli. 
— Mi domandi qualcosa che non so, Socrate.
— Ti sbagli, Eutidemo mio. Sai che non si debbono mai impiegare mezzi irragionevoli e ingiusti. Sai che non si deve ferire né uccidere un uomo perché un altro uomo abbia commesso un errore. Sai che i lacedemoni dovrebbero aver sofferto un'ingiustizia prima d'incominciare a commettere miriadi d'ingiustizie. 
— Se un oratore dicesse queste cose al popolo che si irrita contro un'ingiustizia, questo medesimo popolo lo condannerebbe a morte. 
— Ti avvicini alla verità. 
— Non si possono dire queste cose al popolo che soffre un'ingiustizia. 
— Credi che il popolo ingiusto sarà meglio disposto ad ascoltare parole giuste? 
— Sembra che sa ancor meno. 
— Così allora, Eutidemo, dici che un oratore non saprebbe parlare con giustizia quando si tratta di una guerra a dichiarare ed ancor meno quando tratta di una guerra già cominciata? 
— Sembra che consigli, Socrate, di non parlare al popolo in tali occasioni. 
— Mi sembra, Eutidemo, che sei tu che ti dai adesso questo consiglio. 
Il giovane rifletté alcuni istanti, poi disse:
— Non parlerò, né mi vedo forzato a parlare nelle assemblee del popolo fin che dura la guerra. Però, se alcuna circostanza mi obbligasse a parlare, consiglierò che si faccia la pace per ritornare alla giustizia. 
— Se dici queste cose a qualche oratore, ti si accuserà e sarai condannato a morte come nemico di Atene. 
— Non accostumi dire, Socrate, che la morte non è né un bene né un male e che la menzogna è uno dei mali peggiori? 
— Lo dico di frequente, in effetti, e per parte mia preferirei morire prima di mentire. 
— Perché vuoi che io sia meno valoroso di te?
— Sei necessariamente tanto valoroso quanto me se sei persuaso delle medesime cose. Però hai sentito dire che io abbia parlato al popolo perfino in tempo di pace? 
— Nulla di questo ho udito dire ed esso in verità mi sorprende. 
— Credi che il popolo ascolta meglio la parola giusta che quella appassionata? 
— Non lo so, Socrate. Sono ancora troppo giovane e non ho assistito ancora alle assemblee. 
— Dalla prima volta che andrai colà ti renderai conto che gli oratori adulano il popolo invece di consigliarlo. Dicono che la giustizia è la volontà del popolo e che è sempre giusto fare la sua volontà sovrana. 
— Mi hanno detto già tali parole. 
— Che fa un oratore nell'assemblea? 
— Fa molte cose. 
— E non è la principale proporre leggi?
— Dici, in effetti, la principale occupazione degli oratori. 
— E credi che è giusto proporre una legge? 
— Sì, sì, per lo meno se la legge che propone è giusta. 
— Credi, allora che una legge può essere giusta?
— Lo credo.
— Un momento fa credevi possedere un'opinione simile concernente la guerra. Affermavi, se non ricordo male, che certe guerre sono ingiuste e altre giuste. 
— Ricordi bene, affermavo queste cose prima di aver riflettuto sufficientemente.
— Però adesso sai che ogni guerra è ingiusta?
— Sì, adesso lo so. 
— Forse, Eutidemo, è lo stesso con ogni legge scritta... 
— Non so che dirti, Socrate. Ciononostante, mi sembra che certe leggi sono giuste. 
— Le leggi delle quali parli castigano quelli che le disubbidiscono?
— Sì, li castigano. 
— Li castigano di voglia o con la forza? 
— Con la forza. 
— Non hai detto un momento prima che se ti obbligavano con la forza a fare ciò che tu non vuoi, crederesti che ti fanno un'ingiustizia? 
— Mi ricordo, in effetti, che ho detto qualcosa di simile.
— La legge che, dimenticandosi di persuaderti, ti obbliga con minacce o castighi, commette perciò un'ingiustizia verso di te? 
— Chissà. Però che vuoi dedurre da ciò?
— Nulla Eutidemo, giacché nulla dico per me. Ti aiuto solamente a respingere certe cose che ti hanno detto gli altri. E ti aiuto a parlarti a te stesso e ad ascoltarti a te stesso. 
— Però mi fai udire in me parole che mi ammirano.
— È forse, caro Eutidemo, che ho fatto tacere in te i rumori della moltitudine e le affermazioni degli ignoranti, che altri ignoranti ripetono. E chissà, caro Eutidemo, che ho saputo fare in te un gran silenzio. Ascolta perciò in questo silenzio. Ascolta se dici che è giusto persuadere agli uomini e che è ingiusto obbligarli a operare o a non operare. 
— Sì, Socrate, quando riesco a dimenticare tutto ciò che mi hanno insegnato, sembra che mi dica queste cose. 
— Però, credi che è giusto proporre un'ingiustizia?
— Sicuramente che no.
— L'oratore che propone una legge non ti sembra che commette un'ingiustizia? 
— Non oso risponderti. 
— Bene, però fra un momento, quando ti troverai solo, ti risponderai a te stesso. E, giusto come sei, non oserai mai proporre alcuna legge. 
— Ti sei occupato, Socrate maligno, a distruggere tutto il mio futuro. 
— Non ti obbligo a nulla, caro Eutidemo. Ti invito solamente perché guardi la tua propria luce. Essa dissipa infatti un futuro di nebbie e fantasmi che credevi apprezzare. Però i fantasmi sono amanti ingannevoli e oggi la tua ragione ti salva da tutto un futuro di tenebre, di disgrazie e di affanni. 
— Ciononostante, Socrate, vacillo a ringraziarti. 
— Quando le idee che vieni a scoprire in te ti siano familiari, amerai queste realtà molto di più di quello che amavi qualsiasi fantasma. E darai ogni giorno i ringraziamenti al tuo cuore per aver dissipato quei fantasmi e per aver illuminato i tuoi fantasmi.
E, senza aspettare risposta, Socrate sparì.
 
 
[da Les Véritables entretiens de Socrate, 1922

domenica 1 gennaio 2012

DELLA CREAZIONE DELL'ORDINE NELL'UMANITÀ O PRINCIPI DI ORGANIZZAZIONE POLITICA


DELLA  CREAZIONE DELL'ORDINE NELL'UMANITÀ

O

PRINCIPI  DI  ORGANIZZAZIONE  POLITICA
 
____________________

 

 
DEFINIZIONI
 
 
 
1. Chiamo ORDINE ogni disposizione seriale o simmetrica.
L'ordine suppone necessariamente divisione, distinzione, differenza. Ogni cosa indivisa, indistinta, non differenziata, non può essere concepita come ordinata: queste nozioni si escludono reciprocamente [1].
2. Le idee di intelligenza  e di causa finale sono estranee alla concezione dell'ordine. Infatti, l'ordine può apparirci come risultato non previsto di proprietà inerenti alle diverse parti di un tutto: l'intelligenza non può, in questo caso, essere assegnata come principio d'ordine. -D’altronde, può esistere nel disordine una tendenza o fine segreto: la finalità non potrebbe tuttavia essere presa come carattere essenziale dell'ordine.
Dopo di che, la considerazione dell'universo, dal punto di vista in cui l'hanno afferrato Bossuet, Fénelon, Cicerone, non è affatto un argomento dell'esistenza di Dio; non più del disordine sociale, così come esso ci è presentato dalla storia, non prova la Provvidenza.
3. L'ordine è la condizione suprema di ogni persistenza, di ogni sviluppo, di ogni perfezione.
4. L'ordine, nelle sue diverse manifestazioni, essendo serie, simmetria, rapporto, è sottoposto a delle condizioni alle quali può essere scomposto, e che ne sono come il principio immediato, la forma, la ragione, il metro. Queste condizioni sono quelle che chiamiamo leggi.- Così, assumendo il cerchio come un tutto ordinato, l'eguaglianza fissa del raggio generatore sarà la legge. Nella serie aritmetica 3, 5, 7, 9, 11 ……., la legge o ragione è 2.
5. L’espressione di una legge, o la sua descrizione, è una formula.
6. Ogni legge vera è assoluta  non eccettua nulla: l'ignoranza o l'inezia dei grammatici, moralisti, giureconsulti ed altri filosofi, ha immaginato soltanto il proverbio Nessuna regola è senza eccezione. La mania di imporre delle regole alla natura, invece di studiare le proprie, ha confermato più tardi quest'aforisma dell'ignoranza. -Nelle scienze matematiche e naturali, è ammesso che ogni legge che non comprenda l'universalità dei fatti è una legge falsa, una legge nulla: la stessa cosa vale per tutte le altre scienze.
7. L'ordine non è affatto qualcosa di reale, ma soltanto di formale; è l'idea inscritta nella sostanza, il pensiero espresso in ogni collezione, serie, organismo, genere e specie, come la parola nella scrittura.
8. L'ordine è tutto ciò che l'uomo può sapere dell'universo.
Considerando la creazione secondo le tre categorie di sostanza, causa, relazione, troviamo che gli esseri, percettibili soltanto per noi attraverso i rapporti che sosteniamo con essi, ci restano impenetrabili nella loro sostanza; che le cause, inafferrabili nel loro principio e la loro origine, non ci lasciano intravedere che la successione dei loro effetti. I rapporti delle cose, l'ordine ed il disordine, il bello ed il brutto, il bene ed il male, ecco tutto ciò che cade sotto l'osservazione dell'uomo, tutto ciò che è oggetto della sua scienza.
Delle tre facce dell'universo, una soltanto ci è dunque intelligibile: le altre due sono, da parte nostra, oggetto di una fede circa, fatale. L'ontologia, in quanto scienza delle sostanze e delle cause è impossibile [2].
9. Non conosciamo degli esseri che i loro rapporti: tuttavia, poiché è necessario, per i bisogni della scienza, di distinguere sotto ognune delle sue facce questo grande tutto che chiamiamo UNIVERSO, si sono dati dei nomi speciali alle cose note ed alle ignote, alle visibili ed alle invisibili, a quelle che si conoscono ed a quelle che si credono.
Così chiamiamo sostanza la materia, qualunque essa sia, di ogni serie, di ogni organizzazione; il principio di ogni inerzia o resistenza. In un orologio, ad esempio, la sostanza è il ferro, il rame, in una parola i diversi materiali con cui quest'orologio è costituito [3].
10. Intendiamo con causa la forza primitiva che determina un cambiamento di stato, una produzione d'ordine o di disordine, in una parola un movimento- I filosofi, per abuso di linguaggio, considerando i diversi termini di una sequenza mobile come causa gli uni nei confronti degli altri, hanno creduto di potere, con l'aiuto di queste pretese cause seconde, elevarsi sino alla conoscenza delle prime. Ma è facile vedere come, scambiando dei rapporti per delle cause, essi si facciano delle illusioni. La causa che fa muovere l'ago di un orologio, secondo il loro modo di vedere, è una ruota che gira; la causa che fa girare la ruota è una catena arrotolata su di un perno; la causa che fa girare la catena è un peso che la tira; la causa che fa cadere il peso è la forza di gravità; la causa della gravità... è sconosciuta. Ora, tutte queste cause sono i termini di una sequenza meccanica prodotta nel campo della forza, come un poliedro di cera o d'avorio è un ordine geometrico prodotto nel campo della sostanza. Così come la materia non cambia con le forme che gli si dà e gli usi ai quali li si destina; allo stesso modo la forza non varia, e cioè non si classifica, secondo le serie di cui può essere il substratum, il soggetto. L'errore non è dunque affatto nel nominare la sostanza e la causa [4]; ma soltanto nell'aspirare a conoscerle e pretendere di spiegarle.
11. Proprietà, qualità, modo e fenomeno sono altrettante espressioni correlative di sostanza e di causa, e servono a designare in cosa l'una e l'altra siano percettibili, e cioè l'ordine ed il disordine che esse pretendono.
12. Secondo queste nozioni, l'ordine, o ciò che vi è di puramente formale nella natura, essendo la sola cosa accessibile alla ragione, l'unico oggetto della scienza, diventa con ciò stesso la sola   REALTÀ per la ragione. C'è un ordine, o sistema naturale dei corpi celesti, dimostrato da Newton;
Un sistema delle piante, riconosciuto da Jussieu;
Un sistema di zoologia, di cui Cuvier è il principale inventore;
Un sistema di chimica, che Lavoisier ha più o meno completamente formulato;
Un sistema di numerazione, ammesso sin dalla più remota antichità;
Dei sistemi di composizione molecolare, di riproduzione organica, di cosmogonia, di grammatica, di arte e di letteratura, ancora poco conosciuti, ma che tendono ad emergere dai veli che li ricoprono ed a costituirsi in modo assoluto.
Allo stesso modo esiste un sistema naturale di economia sociale, intravisto o presentito dai legislatori, che si sono sforzati di conformarvi le loro leggi: sistema che ogni giorno l'umanità realizza e che mi propongo di riconoscere.
13. L'ordine si produce, negli esseri inorganici o privi di ragione, in virtù di forze inconsce, cieche, infallibili, e secondo delle leggi sconosciute ad essi; -negli esseri dotati di ragione, in virtù di forze che si sentono, attraverso questa ragione che esse sono soggette a deviare, e secondo delle leggi che questi esseri sono chiamati a conoscere.
In altri termini, gli esseri rozzi obbediscono alle loro leggi senza averne l'intelligenza: l'Umanità non si organizza che attraverso la conoscenza riflessa, e, se posso dirlo in tal modo, attraverso l'elaborazione che essa fa da se delle proprie leggi.
Ora, questa intelligenza delle nostre leggi, non l'otteniamo in modo istantaneo e attraverso una percezione macchinale, ma attraverso un lungo sforzo di contemplazione, di ricerca e di metodo. Da qui tre grandi epoche nella formazione della conoscenza umana, la Religione, la Filosofia, la Scienza.
14. Chiamo  RELIGIONE l'espressione istintiva, simbolica e sommaria attraverso la quale una società nascente manifesta la sua opinione sull'ordine universale.
In altri termini, la Religione è l'insieme dei rapporti che l'uomo, nella culla della civiltà, immagina esistere tra lui, l'Universo e DIO, l'Ordinatore supremo.
Da un punto di vista meno generale, la Religione è in ogni cosa il presentimento di una verità.
Il principio di ogni religione è il sentimento; il suo carattere essenziale, la spontaneità; le sue prove, delle apparizioni e dei prodigi; il suo metodo, la fede. La dimostrazione analitica e la certezza razionale sono l'opposto dello spirito religioso.
Da ciò consegue che la Religione è di natura immobile, sognatrice, intollerante, refrattaria alla ricerca e allo studio, che ha orrore della scienza così come delle novità e del progresso. Perché dubitare o filosofare agli occhi della religione, è porsi volontariamente nella disposizione vicina a non credere più; ragionare, è pretendere di scoprire i segreti di Dio; speculare, è abolire in sé i sentimenti di ammirazione e di amore, di candore e di obbedienza che sono peculiari del credente; è gravare come insufficiente la rivelazione primitiva, indebolire le aspirazioni dell'anima verso l'infinito, sciogliersi dalla Provvidenza e sostituire all'umile preghiera di Filemone la rivolta di Prometeo.
15. Intendo con FILOSOFIA questa aspirazione a conoscere, questo movimento dello spirito verso la scienza che succede alla spontaneità religiosa e si pone come antitesi della fede: aspirazione e movimento che non sono ancora né scienza né metodo, ma indagine dell'una e dell'altro. Da qui il nome di filosofia, amore o desiderio della scienza: da qui anche la sinonimia primitiva delle parole filosofo e scettico, cioè ricercatore.
Il principio della Filosofia è l'idea di causalità; il suo carattere speciale, la superstizione; il suo procedimento, la sofistica: ne spiegherò il meccanismo e il mistero [5].
16. La religione e la filosofia hanno in comune il fatto che abbracciano l'universo nelle loro contemplazioni e nelle loro ricerche, il che toglie loro ogni specialità e con ciò stesso ogni realtà scientifica; che nelle loro elucubrazioni o fantasie esse procedono a priori, senza posa discendendo, con un certo artificio retorico, dall ecause agli effetti, o risalendo dagli effetti alle cause, e fondandosi costantemente, l'una sull'idea ipotetica e indeterminata di Dio, dei suoi attributi, dei suoi disegni; l'altra su delle generalità ontologiche, sprovviste di consistenza e di fecondità.
Ma la religione e la filosofia differiscono, nel fatto che la prima, produce spontaneamente, opere a volte di un momento, è per sua natura immutabile e non riceve modificazione che per l'influenza di cause estranee: mentre l'altra, produce curiosità e riflessione, varia a secondo degli oggetti, cambia secondo l'esperienza, e d estende sempre il cerchio delle sue idee, rettificando i suoi procedimenti ed i suoi metodi, finisce con il dissolversi nella scienza.
17. Chiamo SCIENZA la comprensione, chiara, completa, certa e ragionata dell'ordine.
Il carattere proprio della Scienza è, al contrario della religione e della filosofia, di essere speciale, e, secondo questa specialità, di aver un metodo d'invenzione e di dimostrazione che esclude il dubbio e non lascia nulla all'ipotesi.
Relativamente alla religione e alla filosofia, la Scienza è l'interpretazione dei simboli della prima, la soluzione dei problemi posti dalla seconda.
Su alcune parti del suo vasto campo, la Scienza non fa ancora altro che spuntare; su altri, si sta elaborando; su quasi tutti, non ci è dato di compierla. Ma, così come possiamo acquisirla, la Scienza basta all'esercizio della nostra ragione, al compimento della nostra missione terrestre, agli immortali speranze delle nostre anime.
Ovunque la Scienza non ha piantato le sue prime pietre miliari, vi è religione o filosofia, e cioè ignoranza o deluzione [6].
18. Chiamerò METAFISICA la teoria universale e suprema dell'ordine, teoria i cui metodi peculiari delle diverse scienze sono altrettante applicazioni speciali. Così la geometria e l'aritmetica sono due dipendenze della metafisica, che dà ad ognuna di esse la certezza e le abbraccia nella sua generalità.
L'oggetto della metafisica è: 1° di fornire dei metodi ai rami di studi che ne sono mancanti, e di conseguenza di creare la scienza là dove la religione e la filosofia la chiamano;
2° Di dimostrare il criterio assoluto della verità;
3° Di fornire delle conclusioni sullo scopo comune delle scienze, e cioè sull'enigma di questo mondo, e l'ulteriore destino del genere umano [7].
19. Intendo  con PROGRESSO la marcia ascensionale dello spirito verso la Scienza, attraverso le tre epoche consecutive di Religione, Filosofia, e Metafisica o metodo.
Di conseguenza, il Progresso non si occupa dell'accumulazione delle scoperte che il tempo porta in ogni specialità, ma della costituzione e della determinazione stessa delle scienze.
L'osservazione del Progresso, in molti casi, è indispensabile alla scoperta dell'Ordine: ecco perché faremo procedere i nostri elementi di metafisica con una rivista sommaria della religione e della filosofia [8].
 
COROLLARI ALLE DEFINIZIONI
 
20. Non possiamo né penetrare le sostanze né afferrare le cause: ciò che percepiamo della natura è sempre, in fondo, legge o rapporto, nulla più. Tutte le nostre conoscenze sono in definitiva delle percezioni dell'ordine o del disordine, del bene o del male; tutte le nostre idee delle rappresentazioni di cose intelligibili, partendo, dagli elementi di calcolo e di metodo. Le nostre stesse sensazioni non sono che una veduta più o meno chiara di rapporti sia esterni, sia interni, sia simpatici. Vedere e udire sono una sola e stessa cosa: ne abbiamo una prova impressionante nei sogni. Di modo che, l'io non possedendo realmente, in qualche modo che si avvicini agli oggetti attraverso i sensi, non penetrando e non assimilando nulla, la gioia per noi, il godimento, la più alta felicità si riducono a una visione. L'uomo ha un bel darsi da fare: la sua vita è tutta intellettuale; l'organismo e ciò che vi accade non sono che i mezzi che rendono questa visione possibile.
Nella nostra condizione attuale, la troppo debole energia delle nostre facoltà non ci permette che in parte di supplire attraverso la comprensione alle sensazioni; ma chi sa se, in un altro sistema di esistenza, il piacere e il dolore non sarebbero per noi delle cose puramente intelligibili, e di cui la percezione, non avendo bisogno di nessuna eccitazione organica, non dipenderebbe più che da un atto della volontà?
Ma scartiamo la psicologia.
21. Concepiamo un momento in cui l'Universo non sia che un tutto omogeneo, identico, indifferenziato, un caos in breve: la Creazione ci apparirà sotto l'idea di separazione, distinzione, circospezione, differenza; l'Ordine sarà la serie, e cioè la forma, le leggi e i rapporti, secondo i quali ogni essere creato si separerà dal tutto indiviso. Qualunque cosa siano dunque e la Natura dividente e la Natura divisa, la causa efficiente e la materia, l'agente e il paziente, non possiamo nulla negare, nulla affermare né dell'uno né dell'altro. Lo spirito involontariamente li suppone e si slancia sino ad essi: questo slancio dell'intelligenza ci rivela una realtà sostanziale e una realtà causatrice, e vedremo più tardi come, senza conoscerli mai, possiamo acquisire la certezza di queste due realtà. Ma la nostra scienza non rimane non di meno limitata all'osservazione dell'ordine, dei rapporti e delle leggi: di conseguenza ogni disputa sull'eternità della materia o della sua estrazione dal nulla; sull'efficacia della causa prima per produrre questa estrazione e il modo dell'atto creatore; sull'identità o la non-identità della forza produttrice e della cosa prodotta, della causa e del fenomeno, dell'io e del non-io, deve essere bandita dalla scienza e abbandonata alla religione e alla filosofia.
Per la nostra intelligenza, in una parola, creare è produrre dell'ordine: in questo senso, possiamo dire che la creazione non si è limitata ai sei giorni di Mosè e che l'opera del settimo giorno, il più grande dei lavori dell'eterno Poeta, l'ordine nella società, è in corso di compiersi.
La produzione dell'ordine, questo è l'oggetto della metafisica.
22. Posto di fronte alle cose e messo in rapporto con l'Ordine universale o il Mondo, dapprima l'Uomo si meraviglia e adora; a poco a poco la sua curiosità si sveglia, e si mette a dettagliare il grande tutto di cui l'aspetto in un primo momento lo soggioga, gli toglie la riflessione e il pensiero.
Ben presto l'opinione della sua attività personale facendogli distinguere la forza dalla sostanza e il fenomeno dalla causa, dopo aver adorato la Natura, l'Uomo si dice che il mondo che ammira non è che un effetto; che non è affatto quella causa intelligente che cercano il suo cuore e il suo pensiero; ed è allora che la sua anima si slancia oltre il visibile e affonda nella profondità dell'infinito.
L'idea di Dio nell'uomo è l'oggetto di un'infaticabile lavoro, incessantemente rettificato, incessantemente ripreso. Quest'Essere supremo, l'uomo lo tratta come tutti gli altri esseri sottoposti al suo studio: vuole penetrarlo e nella sua sostanza e nella sua azione, e cioè in ciò che le creature stesse hanno di più impenetrabile. Da qui quella moltitudine di mostri e di idoli che lo spirito umano ha decorato con il nome di divinità e che la fiamma della scienza deve far svanire per sempre.
Determinare attraverso il metodo universale, sui dati di tutte le scienze e dopo le riforme successive che avrà subito l'idea di Dio passando attraverso la religione e la filosofia, ciò che la ragione può affermare dell'Essere sovrano che la coscienza crede e distingue dal mondo, ma che nulla gli fa percepire, ecco ciò che deve, cio che può essere una teodicea.
23. Religione, Filosofia, Scienza; la fede, il sofisma e il metodo: questi sono i tre momenti della conoscenza, le tre epoche dell'educazione del genere umano.
Consultate la storia: ogni società inizia con un periodo religioso; interrogate i filosofi, gli scienziati, coloro che pensano e che ragionano: tutti vi diranno che sono stati, durante una certa epoca, e più o meno per un certo periodo, religiosi. Si sono viste delle nazioni immobilizzarsi nelle loro credenze primitive; per quest'ultime nessun progresso. -Si incontrano tutti i giorni degli uomini ostinati nella loro fede, benché molto illuminati tuttavia: per essi nessuna scienza politica, niente idee morali, nessuna intelligenza dell'uomo. Delle opinioni, delle contemplazioni, dei terrori e dei sogni, ecco la loro condivisione.
Altri, dopo aver fatto alcuni passi, si fermano ai primi lucori filosofici; oppure, spaventati dall'immensità del compito, disperano di avanzare e si riposano nel dubbio: è la categoria degli illuminati, dei mistici, dei sofisti, dei mentitori e dei vili.

 
 
NOTE
 
[1] Secondo gli eclettici, l'ordine è l'unità nella molteplicità. Questa definizione è giusta: tuttavia mi sembra che si potrebbe criticarla per il fatto traduce la cosa ma non la definisce. Cos'è che produce l'unità nella molteplicità? La serie, la simmetria.
[2] Gli animali sono al di sotto della condizione dell'uomo; essi non percepiscono i rapporti delle cose, non sanno nulla. ciò che accade in loro, e che scambiamo per intelligenza, non è che un istinto perfezionato dall'abitudine, una specie di sogno provocato dall'ambiente circostante, e che non suppone né mediazione né scienza. Come per il sonnambulo, il pensiero degli animali non è conosciuto; è organico e spontaneo, ma non cosciente o riflesso.
[3] Essenza ha piuttosto rapporto con la disposizione e lo scopo che ha la materia, e si intende dell'insieme delle parti, non degli elementi costituenti della cosa. La sostanza di un orologio può essere la stessa di quello di un girarrosto: ma l'essenza della primo consiste in una combinazione il cui scopo è di segnare le divisioni del tempo; l'essenza del secondo è semplicemente di produrre un movimento di rotazione continuo, senza periodicità. 
[4] Vedere oltre, capitolo III, § 7. 
[5] La filosofia, così intesa, è quella che il signor Auguste Comte chima metafisica. (Nota dell’editore: Le note dell'editore che si troveranno nel corso dell'opera erano state aggiunte da Proudhon stesso in una nuova edizione pubblicata nel 1849). 
[6] La statuaria, presso gli antichi, scriveva sulle sue opere la parola faciebat, lavorava, per indicare che essi non le consideravano mai come compiute: così l'amico della verità, sempre in guardia contro il sofisma e l'illusione, può dirsi filosofo; sapiente, mai. Ma la vanità moderna ha reso la denominazione di filosofia ambiziosa e quella di sapiente modesta: i sapienti di oggi non si stimano se non si credono filosofi; la parte più pura della scienza, essi la chiamano filosofia.
[7] La metafisica è ciò che il signor Auguste Comte chiama filosofia positiva (Nota dell’editore).
[8] Quando nel corso di quest'opera mi servo delle parole sacerdoti, filosofi, uomini di potere, ecc., non designo affatto con questi nomi delle classi di cittadini e non creo nessuna categorie di persone. Estendo oltre ai personaggi astratti, che considero unicamente dal punto di vista del loro stato, dei pregiudizi che sono loro peculiari, del carattere e delle abitudini che danno all'uomo: non descrivo delle realtà, né faccio il processo a degli individui.
Così, benché lo spirito religioso sia contrario alla scienza, alla carità e al progresso, so che vi sono dei sacerdoti molto occupati nelle scienza, molto tolleranti, e singolarmente progressisti: oso anche dire che il clero, non fosse che per la difesa delle sue dottrine, è tra tutte le corporazioni la più curiosa in fatto di scienze, e che la maggior parte dei nostri sacerdoti cominciano a non essere più sacerdoti.
Allo stesso modo, nonostante l'ontologia e la sofistica, che essi sono incaricati ad insegnare, non mancano filosofia che se la ridono della filosofia, e scienziati soltanto a parole: affermo anche che oggi ogni filosofo onesto non è del tutto filosofo.
Ho bisogno di dire che gli agenti del potere, malgrado il loro carattere ufficiale di conservatori e di borghesi sono, per spirito e la tendenza delle loro funzioni, molto vicini alla democrazia e l'eguaglianza? Confesso, in quanto a me, che sono del numero di coloro che, a torto o a ragione, non hanno potuto sbarazzarsi, nei confronti della borghesia, di alcune prevenzioni o diffidenze: riconosco volentieri tuttavia che molte cose avvengono in un senso tutt'altro che riformista, e che in molti casi la borghesia può dirsi più progressista del socialismo.
Infine, per completare quest'apologia, bisognerà convenire che ci sono dei ricercatori dalle abitudini detestabili e di un carattere odioso? Ma a cosa serve ricordare il male, quando vi sono molte cose buone da dire? No, non ho nulla da scusarmi presso gli uomini, poiché non faccio la guerra che ai pregiudizi. Gli uomini sono buoni, benevoli, eccellenti; non mi vorranno mai male: non temo che i loro pregiudizi e i loro costumi.
In questo periodo di poteri mal definiti, di istituzioni manchevoli, di leggi equivoche e di scienze false, avevo bisogno di fare questa dichiarazione.
 
 
 
 
[Traduzione di Ario Libert]
 
 
 
LINK all'opera presente in Wikisource Francese:
De la Création de l'Ordre dans l'Humanité
 
LINK all'opera del 1873 contenuta nel III volume delle Opere Complete di Proudhon:
 De la Création de l’Ordre dans l’Humanité 

giovedì 24 novembre 2011

IL PROFESSORE 1957-1966 - PARTE 2

da "una vertigine chiamata vita " di Osho
PARTE 1 =http://orizzontelibertario.blogspot.com/2011/10/1957-1966-il-professore-parte-1.html



Quando divenni professore all'università, la prima cosa che feci- poichè entrando in aula vidi le ragazze sedute da un lato, quattro o cinque file vuote di fronte a me, e i ragazzi seduti dall'altro- fu dire: " A chi farò lezione? a questi tavoli a queste sedie? che stupidaggine è questa ? chi via ha detto di sedervi cosi ? Mischiatevi immediatamente altrimenti riferirò al prorettore che sta succedendo qualcosa di assolutamente innaturale...".
A poco a poco, esitando... Ripresi "Non esitate! Muovetevi e mischiatevi. Durante la mia lezione non potete sedervi separati. E non mi importa se qualcuno prova a toccare una ragazza o una ragazza prova a tirare una camicia a un ragazzo: tutto ciò che è naturale, io lo accetto: per cui non voglio che stiate seduti congelati, contratti. Non durante le mie lezioni! Divertitevi a stare insieme. So che adesso vi lanciate pezzi di carta, pietruzze, bigliettini; non è necessario: sedevi l'uno di fianco all'altra e passatevi semplicemente ciò che volete darvi... Ormai siete sessualmente maturi: dovreste fare qualcosa. Invece state studiando filosofia: siete matti ! E' questo il momento di studiare filosofia ? Questo è il momento di andare a fare l'amore. La filosofia lasciatela per la vecchiaia, quando non potrete fare altro."
All'inizio erano tutti intimoriti, ma a poco a poco si rilassarono; a quel punto, le altre classi cominciarono a sentirsi gelose. Gli altri professori cominciarono a riferire al prorettore: " Quest'uomo è pericolo. Permette ai ragazzi e alle ragazze di fare cose che tutti noi abbiamo proibito. Anzichè impedire loro di entrare in contatto li sta aiutando.! Dice: "Se non sapete come scrivere una lettera d'amore, venite da me ve lo insegnerò. La filosofia è secondaria, non è granchè: finiremo il corso di due anni in sei mesi. Per il resto del tempo divertitevi, cantate, danzate. Non preoccupatevi."
Alla fine il prorettore dovette chiamarmi e mi disse:" Ho sentito tutti queste voci. che cosa mi dici?"

Riposi << Anche tu devi essere stato uno studente universitario>>. Disse << Certo, altrimenti, come potrei essere prorettore?>>. Dissi << Torna indietro e ricordati i giorni in cui tu e le ragazze eravate seduti a distanza. Che cosa succeva nella tua mente ? >>.
Commentò << sei proprio uno strano tipo. Ti ho chiesto di venire perchè voglio indagare su qualcosa che ti riguarda>>. Ripresi << Di quello parleremo dopo. Prima rispondi alla mia domanda. E sii sincero, altrimenti domani ti sfiderò apertamente a tutta l'università, a tutti i professori, a tutti gli studenti. Possiamo disutere la questione pubblicamente e poi metterla ai voti.>>
Rispose << Non ti agitare. Forse hai ragione. Mi ricordo. adesso sono vecchio e spero che non lo dirai a nessuno: pensavo alle ragazze. Non ascoltavo il professore, nessuno lo ascoltava. Sia io che le ragazze ci lanciavamo dei bigliettini, scambiavamo lettere. >>
Dissi: << In questo caso la questione è chiusa >>.
rRispose: << Certo. Vai e fà tutto ciò che vuoi. Non voglio un dibattito pubblico con te, so che vinceresti. Hai ragione. Ma io sono un pover'uomo, devo conservare il mio posto: se iniziassi a fare una cosa simile, il governo mi licenzierebbe immediatamente.>>
Dissi: << Non mi interessa il tuo posto. Resta prorettore, ma ricorda: non chiamarmi mai più. Arriveranno molte lamentele, ma ti chiarisco sin d'ora che ogni volta avrò i miei buoni motivi per fare cioò che faccio.>>


Da quel momento gli studenti che non frequentavano il mio corso cominciarono a chiedermi: << Possiamo venire anche noi alle sue lezioni ?>>.
Commentai << La filosofia non è mai stata tanto interessante. Venite! Chiunque è benvenuto. Non registro mai le presenze. Ogni mese, quando il registro delle presenze deve essere consegnato, lo riempio a caso, presente,assente, presente...Devo solo ricordarmi che ognuno di voi deve avere più del settantacinque pre cento di presenze per poter essere ammesso all'esame: altrimenti la cosa non mi interessa. Dunque potete venire. >>
Le mie lezioni erano sovraffollate. La gente si sedeva sulle finestre... e in realtà si sarebbe dovuta trovare in altre aule!
Arrivarono altre lamentele ma il prorettore disse: << Non venite a lamentarvi di quell'uomo. Se gli studenti non vengono alle vostre lezioni è un vostro problema. Che cosa posso farci? Che cosa può farci lui se lo preferiscono ? Non sono studenti di filosofia, ma non vogliono venire alle vostre lezioni di storia, econimia, di scienza politiche. Che cosa posso farci ? Quell'uomo mi ha sfidato: " Non mi chiamare più, altrimenti dovrai affrontare un dibattito pubblico"
Tuttavia, da ogni facoltà arrivarono cosi tante rimostranze che alle fine dovette venire a vedere che cosa succedeva. Sapeva che era meglio non chiamarmi; dovette venire nella mia aula. Non poteva crederci.
Di solito a filosofia, ci sono pochi studenti, perchè non è una materia con cui si facciano soldi, tuttavia l'aula era sovraffollata, non c'era spazio nemmeno per lasciarlo entrare.
Lo vidi in piedi sulla porta, dietro gli studenti. Dissi a questi ultimi: << Lasciate che il prorettore entri e si goda ciò che st avvenendo. >>
Entrò, Non riusci' a credere ai suoi occhi: ragazzi e ragazze erano seduti insieme e mi stavano ascoltando con gioia. Non c'erano la minima confusione, perchè avevo prevenuto ogni confusione alla radice. I ragazzi stavano seduti accanto alle loro ragazze; non c'era bisogno di lanciare sassolini o lettere. Non era necessario .
Commentò << Non riesco a credere che l'aula sia cosi affolata e il silenzio tanto profondo.>>
Risposi << E' inevitabile, perchè non c'è alcuna repressione. Ho detto agli studenti che vogliono uscire non devono chiedermi il permesso, possono semplicemente andarsene. Quando vogliono entrare, che entrino e basta. Non devono chiedermi alcun permesso: che siano presenti o assenti, non è affar mio. Insegnare mi diverte e continuerò a farlo: se qualcuno vuole sedersi e ascoltarmi, bene; altrimenti se ne può andare. Ma nessuno lascia mai l'aula!>>.
E il prorettore concluse: <<Questo dovrebbe accadere in ogni classe. Ma io non sono un uomo forte come te; non posso dire al governo che le dovrebbero andare cosi.>>

domenica 30 ottobre 2011

1957- 1966: il professore parte 1

da "Una vertigine chiamata vita" di Osho




1957- 1966: il professore

La vita da studente mi piacque immensamente; che le persone fossero con me o contro di me,che mi trattassero con indifferenza o mi amassero, tutte le esperienze che vissi in quel periodo furono bellissime e mi aiutarono, quando io stesso divenni professore, perchè potevo vedere il punto di vista degli studenti, allorchè sottoponevo loro le mie idee.
Le mie classi divennero circoli di discussione. A tutti era permesso dubitare e discutere. Ogni tanto qualcuno di preoccupava di ciò che stava accadendo durante le lezioni, perchè su ogni singolo punto si scatenavano discussioni molto accese. Io lo tranquillizzavo: "Non ti preoccupare, tutto questo è indispensabile per affinare la tua intelligenza. Il libro di testo è un inezia, puoi leggerlo in una notte. Se hai una mente acuta, puoi rispondere anche senza averlo letto; ma se non hai una mente acuta, anche mettendoti in mano quel libro non riuscirsti mai a trovare la risposta. In un libro di cinquecento pagine la risposta rimane anidata in qualche paragrafo".
Quindi le mie lezioni erano totalmente diverse. Ogni cosa andava discussa ed esaminata in profondità, scrutata sotto ogni punto di vista e in ogni suo aspetto, e veniva accettata sole se la tua intelligenza si sentiva soddisfatta. Altrimenti non era obbligatorio accettarla: potevamo continuare la discussione il giorno successivo.
Rimasi sorpreso vedendo che, quando discuti qualcosa e scopri lo schema logico, la struttura dell'insieme, non hai bisogno di ricordarla. è una tua scoperta che ti accompagna per sempre. Non puoi dimenticarla.
I miei allievi di certo mi amavano, perchè nessun altro dava loro tanta liberà e li rispettava tanto. Nessun altro dava loro tanto amore, aiutandolo ad affinare l'intelligenza.
Tutti i professori erano preoccupati dal prorpio stipendio.
Io non sono mai andato a ritirarlo. Mi limitavo a consegnare la delega a uno studente, dicendo << Quando arriva il primo giorno del mese, puoi andare a prendere lo stipendio e portarmelo. E se te ne serve una parte, puoi tenerla>>.
In tutti gli anni che trascorsi all’università qualcuno mi portava lo stipendio. L’economo mi venne a trovare e mi disse <<Tu non compari mai. Ho sperato che una volta o l’altra venissi, per vederti >>. Ma poichè mi sono reso conto che forse non verrai mai nel mio ufficio, sono venuto a vedere che tipo d’uomo sei. Ci sono professori che si mettono in fila all’alba, il primo di ogni mese, per ritirare il loro stipendio; tu non ci sei mai! Qualunque studente potrebbe presentarsi con una delega firmata da te... e io non so se quei soldi ti arrivano oppure no >>.
Dissi << Non ti devi preoccupara, mi sono sempre arrivati. >>
Quando hai fiducia in qualcuno,è veramente difficile che ti inganni.
In tutti i miei anni da professore nessuno degli studenti a cui diedi quel mandato trattenne mai qualcosa, anche se dicevo: << Dipende da te. Se vuoi tenerti tutti i soldi, puoi farlo; se vuoi prenderne una parte, puoi farlo. Non è un prestito che devi restituire, perchè non voglio preoccuparmi di ricordare chi mi deve qualcosa e quanto mi deve>>. Tutttavia, non un solo studente prese mai nulla.
Tutti i professori erano unicamente interessati allo stipendio, e a competere per ottenere incarichi più elevati. Non ho mai visto qualcuno che fosse davvero interessato agli allievi, al loro futuro e in particolare alla loro crescita spirituale.
Accorgendomi di questo, aprii una piccola scuola di meditazione. Un mio amico mi offri un bellissimo bungalow con giardino, nel quale aveva costruito un tempio di marmo dove potevano meditare almeno cinquanta persone. Molti studenti e diversi professori, e anche alcuni prorettori, vennero per capire che cosa fosse la meditazione.


In India, i musulmani, gli indù, i punjabi, i bengali, gli indiani del Sud, e cosi via hanno tutti un loro abito caratteristico. Per esempio, nell’India meridionale, puoi avvolgerti in un lunghi, un semplice telo avvolto intorno al corpo che viene anche ripiegato, in modo da arrivare solo alle ginocchia. Anche nelle università i professori vanno ad insegnare cosi. Amavo il lunghi, perchè è il vestito più semplice che esista; non c’è bisogno di una cucitrice, di un sarto, di nullA. Un qualsiasi pezzo di stoffa può essere tramutato molto facilmente in un lunghi.
Ma io non mi trovavo nell’India Meridionale, bensì in quella centrale, dove il lunghi,viene usato solo dai vagabondi, dagli sfaccendati, dagli asociali. Per chi l’indossa è un simbolo di rifiuto della società, di disinteresse verso cio che pensi di lui. Quando cominciai ad andare all’università vestito così, tutti rimasero interdetti: studenti e professori uscirono dalle loro aule. Man mano che attraversavo il corridoio, tutti si alzavano a guardarmi, e io salutavo tutti... Era una vera accoglienza! Il prorettore uscì dal suo studio << Che cosa succede? Le lezioni sono interrotte, i professori sono tutti in corridoio ed è sceso un silenzio...>> Mi vide e io lo salutai, ma non ebbe neppure il coraggio di rispondermi.
Dissi: << Quanto meno dovresti salutarmi. Tutte queste persone sono venute a vedere il mio lunghi...>>. Penso che sia piaciuto; infatti, i professori si presentavano sempre con abiti elegantissimi, molto costosi. Il prorettore era molto esigente sui vestiti, era famoso per questo: a casa sua non c’erano altro che vestiti. Lui, la domestica e i vestiti!
Dissi: << Nemmeno quando entri tu, tutti escono dalle aule. Ma un misero lunghi li ha fatti uscire! E ho intenzione  di venire tutti i giorni vestito cosi! >>.
Commentò: << Uno scherzo va bene, un giorno posso concederlo, ma non esagerare. >>
Dissi: << Quando faccio qualcosa, lo faccio fin in fondo.>> Rispose: << Che cosa vuoi dire? Intendi davvero venire ogni giorno vestito con un lunghi ?>>.
Dissi: << Proprio cosi; e se qualcuno protesta, sono capace di venire anche i lunghi. Puoi prendermi in parola. Se qualcuno interferisce in qualche modo, se tu provi a dirmi che non è adeguato per un professore, e via dicendo... Se riesci a non dire niente, terrò il lunghi; se cominci a intrometterti, il lunghi sparisce allora vedrai il vero spettacolo!>>.
Fu una situazione molto divertente, perchè tutti gli studenti, sentendomi parlare cosi, cominciarono ad applaudire, e il prorettore rimase cosi imbarazzato che si ritirò nel suo studio senza dire più nulla. E non disse mai più una sola parola sul lunghi. Spesso mi informavo: << Come va con il lunghi? Viene preso qualche provvedimento in merito?>>.
Rispondeva: << Lasciami in pace; fà quello che vuoi. Non voglio dire niente perchè dirti qualsiasi cosa è pericoloso, non si può mai sapere come la prenderai. Io non volevo dirti di toglierti anche il lunghi ma di tornare a usare i tuoi vestiti di prima. >> Io replicavo: << Ho chiuso con quelli, e quando chiudo con qualcosa, è per sempre: io non mi guardo mai alle spalle. D’ora in poi userò solo il lunghi>>.
All’inizio mi presentavo con un lunghi sopra cui indossavo una tunica lunga. Poi un giorno abbandonai la tunica e cominciai a usare uno scialle. Di Nuovo tutti rimasero scioccati, ma il prorettore mantenne il suo sangue freddo: tutti uscirono, tranne lui: forse aveva paura che mi fossi levato il lunghi! Bussai alla sua porta e lui mi chiese: << Lo hai fatto?>>. Risposi <<Non ancora puoi uscire>>.
Aprì la porta per vedere se ancora indossavo qualcosa e commentò: << Adesso hai abbandonato anche la tunica...>>. Risposi << Hai qualcosa da ridire ? >>. Disse << Non voglio dire una sola parola. Di te, non parlo nemmeno con gli altri. I giornalisti telefonano e chiedono: “Come mai viene ammesso all’università? Questa costituirà un precedente, anche gli studenti e gli altri professori potrebbero cominciare a presentarsi in lunghi”. Replicò: “ Qualunque cosa accada, anche se tutti cominciassero a venire in lunghi, per me vabene. Non voglio intervenire, perchè ha minacciato che, se lo disturbo, in qualunque modo, potrebbe venire nudo. E sostien che in India la nudità è un modello di vita spirituale accettabile. Mahavira era nudo, i ventiquattro tirthankara dei gianisti erano nudi, migliaia di monaci vivono ancora nudi, e se un tirthankara può essere nudo, perchè non un professore? La nudità, in India, non può il alcun modo essere disprezzata>>.
E concluse: << Sto dicendo alla gente: “ Se volete veramente creare il caos... Ha seguaci anche all’università; ci sono motli studenti pronti a fare tutto ciò che dice. Per cui è meglio lasciarlo in pace”>>.
Nel corso della mia vita ho scoperto che, se sei anche solo minimamente pronto a sacrificare la rispettabilità, puoi seguire la tua strada molto facilmente. La società ti ha ingannato: nella tua mente ha posto la rispetttabilità su un piedistallo troppo elevato, e al suo opposto, ha messo tutte le cose che non vuole tu faccioa. Se le fai, perdi rispettabilità Allorchè sei pronto a dire: << La rispettabilità non mi interessa>>, la società è assolutamente impotente: non può fare assolutamente nulla che contrasti la tua volontà.

parte 2=http://orizzontelibertario.blogspot.com/2011/11/il-professore-1957-1966-parte-2.html

domenica 15 maggio 2011

William Godwin

da anarcopedia

William Godwin (Wisbech, Gran Bretagna, 3 marzo 1756 - Londra, 7 aprile 1836), è stato un pensatore e teorico inglese, considerato da alcuni "solo" un precursore dell’anarchismo e da molti altri il primo vero anarchico della storia, le cui idee influenzarono il movimento anarchico inglese e mondiale.

Indice

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[modifica] La vita e il pensiero

William Godwin
William Godwin nacque il 3 marzo 1756 a Wisbech, nella contea di Cambridge. Pastore anglicano dissidente (tra il 1778 e il 1882), ebbe una grande passione per le letture degli illuministi francesi che lo portarono ad abbandonare la vita religiosa a cui sembrava destinato.
Trasferitosi a Londra nel 1773, si avvicinò all’ala sinistra del partito whig (partito politico inglese che si opponeva ai Tories e nel XIX secolo fu sostituito dal Partito liberale) che poi lo portarono ad abbracciare l'ateismo dell’illuminismo radicale.
La rivoluzione francese ispirò l’opera filosofica Inchiesta sulla giustizia politica pubblicata nel 1793 e contenente i principali elementi politico-economici degli ideali libertari.
La sua prima moglie, Mary Woollstonecraft, pubblicò nel 1792 il saggio Rivendicazioni dei diritti delle donne, divenendo un’antesignana del femminismo. Il rapporto con Wollstonecraft fu il felice incontro tra due spiriti libertari che finì tragicamente con la morte della donna quando questa diede alla luce la figlia Mary.
L’elemento cardine del pensiero di Godwin è la “ragione”, convinto com’era che il popolo non dovesse essere abbandonato a se stesso poiché altrimenti sarebbe stato vittima della superstizione religiosa e dell’autorità dei governi. Per Godwin solo l’educazione e l’istruzione avrebbero potuto sviluppare la “ragione”, ma questi avrebbero potuto esplicarsi in maniera completa solo entro una società libera e egualitaria.
Fu convinto assertore di una concezione pedagogica antiautoritaria e libertaria, fondata sul rapporto paritario tra docente e allievo. Godwin, che non si definì mai anarchico, anche perché in quel periodo il termine anarchico assunse un significato più dispregiativo che mai, auspicò l’abolizione dello Stato e la sua riorganizzazione in piccoli comuni che chiamava “parrocchie”. Nel 1820, pubblicò Sulla Popolazione, scritto che doveva confutare le teorie di Malthus sulla sovrappopolazione.
Morì a Londra il 7 aprile 1836, vittima della stampa conservatrice, che lo ridusse alla miseria con le sue brutali critiche.

[modifica] Il radicalismo di Godwin

Godwin, all’epoca, fu un pensatore considerato estremista, tuttavia accanto ad alcuni concetti radicali (es. abolizione dello Stato) se ne affiancavano altri che oggi sarebbero da tutti considerati irreprensibili. Ecco alcuni esempi:
  • La gente dovrebbe essere giudicata soltanto per le proprie capacità.
  • La guerra è legittima solo per la difesa della libertà del proprio paese o di altri paesi.
  • Il colonialismo è immorale.
  • La democrazia è più efficiente di altre forme del governo, poichè permette a tutti di esprimere il proprio parere, piuttosto che centralizzare il potere nelle mani di un monarca. Tuttavia è necessario evitare che la maggioranza limiti la libertà alla minoranza.
  • E’ meglio che il governo stia vicino alla gente.
  • Gli individui dovrebbero aiutare coloro che ne hanno bisogno.
  • I criminali dovrebbero essere riabilitati.
  • Tutti devono avere la possibilità di esprimere giudizi dettati dalla propria coscienza senza che questi minaccino la sicurezza altrui.
  • La censura impedisce che la verità venga conosciuta e dovrebbe essere utilizzata solo quando viene messa in pericolo la libertà delle persone.

[modifica] Dibattito tra Godwin e Malthus

Il 7 giugno del 1798, usciva in Inghilterra un libretto anonimo intitolato: "An Essay on the principle of population as it affects the future improvement of society, with remarks on the speculations of Mr. Godwin, M. Condorcet and other writers". Qualche settimana dopo si venne a sapere che l’autore era Thomas Robert Malthus (1766-1834).
Il libro era una polemica risposta a Jean Antoine de Condorcet (1741 o 1743-1794) e, soprattutto, all'anarchico inglese William Godwin, che aveva scritto, nel 1793, un libro intitolato: An inquiry concerning political justice and its influence on general virtues and happiness e, nel 1797, un altro saggio, Enquiry concerning Political Justice ("Indagine sulla giustizia politica"), in cui sosteneva che fosse possibile diffondere il benessere a tutta l’umanità tramite l’eliminazione del lusso, l’esplicarsi di un comportamento socialmente utile, l’uso della scienza a beneficio della società.
Malthus scrisse una nuova versione dei Saggi sui principi della popolazione, firmata questa volta, pubblicata nel 1803 (successivamente seguirono varie altre edizioni fino alla sesta pubblicata nel 1826).
Nel suo “Saggio” delinea un progressivo impoverimento della ricchezza dei popoli, perché, senza interventi estrinseci, mentre la ricchezza tende ad aumentare in proporzione aritmetica, la popolazione si accresce in proporzione geometrica, risultando così sempre maggiore lo squilibrio tra i beni prodotti e i consumatori: da qui la necessità di sempre maggiori interventi esterni (pubblici e privati) in economia.
Inoltre secondo Malthus il rapido aumento della popolazione inglese era dovuto all’eccessiva prolificità delle classi povere, che abbisognano dei, peraltro non generosi, contributi statali stabiliti dalla "Legge sui poveri" che Malthus proponeva di abolire per indurre i poveri a fare meno figli.
Godwin non rispose al saggio malthusiano se non quasi vent’anni dopo con la pubblicazione, nel 1820, di Of Population ("Sulla popolazione"), criticando con forza le deduzioni malthusiane sui tassi di crescita della popolazione, sulle riserve di cibo e la posizione filosofica, secondo la quale ogni miglioramento è inutile. Egli riteneva che il progresso tecnologico, una più equa distribuzione delle ricchezze e una diversa organizzazione sociale, sulla base dell’esperienza rivoluzionaria francese, avrebbero migliorato drasticamente le condizioni di vita della popolazione.

sabato 14 maggio 2011

Carlo Pisacane

Carlo Pisacane  da "laMalatesta"

E' stato il primo anarchico italiano, rivoluzionario del Risorgimento, antiautoritario, legato all'anarchismo proudhoniano. Nasce a Napoli nel 1818 da famiglia nobile che lo volle arruolato, ma una relazione d'amore considerata poco ortodossa lo porta a spogliarsi della divisa e a fuggire all'estero. Combatte nella prima guerra d'indipendenza e fonda, insieme a Garibaldi e a Mazzini, l'anticlericale Repubblica Romana (1849). Pubblica saggi storici e nel 1850 fonda il periodico 'La parola libera'.
Pisacane crede nella rivoluzione del popolo e per questo si unisce a Mazzini per concordare azioni militari volte a far sollevare i contadini. Si giustifica così la 'spedizione di Sapri' (1857), quando i due si impossessano di una nave diretta a Tunisi e la dirottano a Sapri. I Borboni però ingannano i contadini, dicendo che quella nave trasporta ergastolani pronti a ucciderli, e i contadini stessi assaltano la nave. I rivoluzionari imbarcati scappano, ma in 25 vengono massacrati dalla popolazione di Padula, e gli altri consegnati ai gendarmi. Il giorno dopo, il 2 luglio 1857, Pisacane si suicida a Sanza (SA), mentre tutti gli altri vengono condannati a morte nel 1858, poi graziati. La poesia 'La spigolatrice di Sapri' canta le gesta di quei '300 giovani e forti'.
L'anarchismo di Pisacane si fonda sull'idea di uguaglianza ottenuta attraverso la rivoluzione, la quale deve generare un federalismo egualitario, cooperativo. Da questo federalismo che unisce, si forma la coscienza fraterna del popolo italiano (alfine unito) che coopera per il proprio benessere.
Dice Pisacane:
«Per quanto mi riguarda, io non farei il più piccolo sacrificio per cambiare un ministero e per ottenere una costituzione, neppure per scacciare gli austriaci della Lombardia e riunire questa provincia al Regno di Sardegna. Per mio avviso la dominazione della Casa di Savoia e la dominazione della casa d’Austria sono precisamente la stessa cosa. Io credo pure che il regime costituzionale del Piemonte è più nocivo all’Italia di quello che lo sia la tirannia di Ferdinando II […] Io credo al socialismo… il socialismo di cui parlo può definirsi in qeste due parole: libertà e associazione»

Sulla religione
«Chi ha creato il mondo? Nol so. Di tutte le ipotesi la più assurda è quella di supporre l'esistenza di un Dio, e l'uomo creato a sua immagine; questo Dio, l'uomo l'ha creato ad immagine propria, e ne ha fatto il Creatore del mondo; e così una particella è diventata creatrice del tutto [...] gli uomini oggi si associano non già per pregare e soffrire, ma per prestarsi vicendevole aiuto, lavorando per acquistare maggior prosperità e per combattere; l'aspirazione del socialismo non è quella di ascendere in cielo, ma di godere sulla terra. La differenza che passa tra esso e il Vangelo è la stessa che si riscontra fra la rigogliosa vita di un corpo giovine, ed il rantolo di un moribondo.».

Sull'amore
«Tutte le leggi, egli dice, sono scaturite dalle dipendenze che la violenza e l'ignoranza stabilì fra gli uomini; ed in tal guisa il matrimonio risultò dai ratti, che i più forti fecero delle più belle, per usurparne il godimento. La natura, per contro, sottopone l'unione dei sessi alla sola legge dell'amore, e se un'altra regola, qualunque siasi, interviene, l'unione cangiasi in contratto, in prostituzione.... L'amore adunque, nel nostro patto sociale, sarà la sola condizione richiesta a rendere legittimo il congiungimento dei due sessi.»

Sulla libertà
«La libertà non ammette restrizioni di sorta alcuna, nè fa d'uopo d'educazione o di tirocinio per gustarla; essa è sentimento innato nell'umana natura.»