Cerca nel blog

Visualizzazione dei post in ordine di data per la query kropotkin. Ordina per pertinenza Mostra tutti i post
Visualizzazione dei post in ordine di data per la query kropotkin. Ordina per pertinenza Mostra tutti i post

venerdì 17 agosto 2012

Suicidio

Alfredo M. Bonanno

Affrontare il problema del suicidio equivale ad affrontare uno dei punti essenziali della problematica umana, in quanto immediatamente esso conduce al problema della morte, del limite dell’esistenza, cosa questa che resta nello stesso tempo un punto di riferimento e qualcosa da cui cerchiamo di allontanarci per quanto possibile.
Problema della morte e problema della scelta di morire, sono ambedue estremamente complessi e di larga trattazione nella storia del pensiero umano.
Precisiamo che qui non ci occuperemo del problema esistenziale delle scelte, che pure presenta importanti elementi di riflessione, come non ci occuperemo neanche del problema del valore, in astratto, della vita. Non ci occuperemo, sotto un altro aspetto, nemmeno del problema della condanna religiosa del comportamento che sceglie il suicidio.
Ci sembra opportuno, invece, fare alcune riflessioni sulle condizioni obiettive che contribuiscono a produrre il fenomeno del suicidio. Motivi soggettivi e condizioni oggettive. Le due correnti motivazionali non ci appaiono subordinate l’una all’altra, ma si pongono su di un piano di importanza valutativa che possiamo considerare uguale. Da ciò consegue, malgrado l’aspetto di chiarezza esteriore, che non sempre è facile spartire queste due correnti motivazionali con un colpo secco. Ricerche cliniche, analisi statistiche, elaborazioni quantitative, indagini e riflessioni ideologiche necessitano di un chiarimento psicologico, necessitano di qualche approfondimento in merito al meccanismo decisionale, alla volontà di uccidersi. Quest’ultimo aspetto potrà essere bene illustrato, almeno ci pare, studiando situazioni specifiche che non devono per forza essere di tipo clinico.
Il suicidio non è un “atto eroico”, non è nemmeno, preso in se stesso, un atto che si può considerare come l’ “estrema ribellione”. È però un’espressione della libertà umana e, se considerato nella sua obiettiva condizione di “possibilità’, può certamente contribuire a fare della vita un processo attivo capace di contrapporsi validamente all’oppressione e al dominio.
Quindi, se il suicidio non è, di per sé, fatto eccezionale, non ci si deve aspettare di trovare, nel suicida, un “diverso”, nel “bene” come nel “male”. Il suicidio è quindi un fenomeno che tocca il vicino di casa, l’uomo celebre, l’operaio, la casalinga, l’ammalato, il bambino, il vecchio e il giovane nel pieno delle sue forze e senza ombra di malattia. Il suicidio è uno dei tanti problemi della vita e, come tale, va considerato per quello che è.
Il fatto che il suicidio sia sempre stato condannato o considerato con sospetto, ci deve indurre alla prudenza e a valutare bene le possibilità di una ricerca che abbia pretese di “mantenersi distante”. Che il diritto consideri il suicidio come un crimine (almeno sotto certi aspetti), che la religione lo consideri peccato, che la società lo respinga, non sono elementi che possono essere separati dalla decisione del suicida di mettere fine alla propria esistenza.
Il suicidio è un fenomeno che si manifesta con notevole costanza (riscontrabile statisticamente) al verificarsi di alcune condizioni obiettive.
Secondo la scuola francese, facente capo a Durkheim, si hanno spostamenti nelle situazioni obiettive del singolo, da uno stato ipotetico di condizione non adatta all’evento suicidio, ad uno stato specifico, in cui le probabilità che l’evento suicidio si verifichi aumentano notevolmente, quando si verifica un indebolimento delle strutture di difesa del gruppo sociale per cui ogni singolo si rinchiude progressivamente nella propria individualità.
Da ciò la conclusione di questa corrente di pensiero per una alleanza dell’istituzione e della scienza sociologica al fine di garantire quelle condizioni di “prevenzione del suicidio” che possono ridurre questo fenomeno dentro limiti accettabili. La prova che questa situazione è anormale in se stessa è data da una curiosa scusante alla quale la legge ha fatto ricorso per impedire l’enormità dell’accomunare omicidio e suicidio. Invece di considerare il tentato suicida colpevole di tentato omicidio lo ha dichiarato pazzo. In questo caso, il ricorso alla formula “mentre l’equilibrio della sua mente era turbato” diventa obbligatorio. Per definizione si è deciso che il tentativo di suicidio può essere posto in atto soltanto da un individuo in non perfetto stato mentale, in quanto chiunque si trovi in perfetto equilibrio psichico, cioè sia considerabile “sano di mente”, non può attentare alla propria vita perché la cosa ripugna al primo bisogno dell’uomo, quello di vivere.
Si tratta di un ragionamento distorto, solito in questioni che rasentano l’ideologia istituzionale del potere e che viene costruito dalla scienza ad uso e beneficio del mantenimento delle istituzioni.
In questo caso, il problema più importante era quello di impedire che il suicidio venisse accettato dalla comunità come un “fatto normale”, attuabile anche da persone “sane”, donde se ne potrebbe dedurre che nel caso del presentarsi delle condizioni obiettive favorevoli (rottura con il gruppo), il numero dei suicidi sarebbe aumentato di molto, trovando, un maggiore quantitativo di persone “del tutto normali” desiderose di togliersi la vita.
Su questa linea comincia S. Agostino che condanna severamente chi «per evitare le miserie del tempo, rischia di cadere nelle miserie dell’eternità., sovraccaricandosi del grave peccato del suicidio». (La città di Dio, cap. XXVI).
Dopo il Concilio di Arles (del 452 d.c.) la condanna della Chiesa diventa costante. Parimenti le leggi contro i suicidi diventano severissime. Nel 1270, Luigi IX stabilisce la confisca dei beni del suicida. Lo stesso, e di peggio, avviene contro il suo corpo. Nel 1601 le leggi inglesi fissano che il corpo del suicida venga trattato come quello di un omicida: «trascinato da un cavallo al luogo della sua punizione e vergogna, dove messo sulla forca nessuno poteva prendere il suo corpo, se non dietro autorizzazione di un magistrato». (Cfr. A. Alvarez, Il dio selvaggio, tr. it., Milano 1975, p. 55).
Normalmente la sepoltura non può avvenire in terra consacrata, per cui i suicidi vengono sepolti sul ciglio della strada, ad un crocevia.
Il codice del 1670 francese cataloga le pratiche più assurde a carico del corpo del suicida, mentre le proprietà vengono incamerate dalla Corona.
Sempre secondo le leggi inglesi, ancora nel 1961, un fallito suicida poteva essere imprigionato.
L’evoluzione della giurisprudenza, facendo seguito al progresso generale della condizione umana, legata, quest’ultima, alla realtà economica e sociale nel suo continuo svolgersi, riduce l’entità della pena e trasforma l’oggetto della condanna, passando dalla presunzione della colpevolezza, alla presunzione della pazzia, sorta di “colpevolezza involontaria”.
Il principio dell’ “unità” sociale è quindi salvo. Questa trasformazione si va attuando parallelamente ad una profonda modificazione dello scopo stesso della riflessione sui problemi della società.
La vecchia scuola statistica dà allora i suoi contributi, parlando di influenze cosmiche o naturali, di influenze etniche o demografiche, di influenze sociali, di influenze individuali e biopsicologiche. In questa corrente si deve subito sottolineare l’ingenua ed entusiasta tendenza dei positivisti fine secolo scorso (sull’argomento tiene banco il Morselli con il suo: Il Suicidio. Saggio di statistica morale comparata, Milano 1879). La caratteristica povertà metodologica di questo sistema interpretativo dei dati raccolti dalla statistica, consentirà, qualche decennio dopo, la diffusione dello spiritualismo francese (Bergson) e del neo-hegelismo italiano (Gentile), il quale ultimo darà un grande sostegno al fascismo.
L’eclettismo di fondo, ed una non sufficientemente corretta lettura ed interpretazione dei testi, arrivarono a fare unire l’individualismo radicale di Spencer con il materialismo storico di Marx, in un impossibile pasticcio che non poteva avere che risultati negativi. Esempi di questo tipo: Ferri e Lombroso.
Il suicidio diventa quindi uno dei mille problemi che vengono ricondotti sotto l’ala interpretativa dell’evoluzionismo. Se da un lato questo sforzo metodologico positivo arriva a mettere da parte le pretese della religione e della morale, consente però dall’altro lato di pervenire in tempi brevi alla soluzione più avanzata e “moderna”, quella della pazzia. Il suicida è un pazzo che ha tagliato i ponti con il suo gruppo sociale, un debole che non ha sopportato una delusione.
In questo modo, il suicidio diventa un effetto della lotta per l’esistenza e si inserisce in quel cumulo di affermazioni caratteristiche dell’evoluzionismo spenceriano. Per questi pensatori si verifica una ben strana situazione. Come era già accaduto con i filosofi radicali inglesi della prima metà del secolo che stava allora per finire, essi erano progressisti ma, in sostanza, lavoravano solo a favore del determinismo. Partendo dall’evoluzionismo chiusero gli occhi davanti alla necessità della lotta sociale, unico mezzo per modificare la società, e arrivarono alla non modificabilità di quest’ultima se non sulla base dei tempi determinati a priori dell’evoluzione cosmica. Allo stesso modo, i loro precedessori inglesi (ad esempio, Stuart Mill) lottarono per limitare lo sfruttamento dei bambini nelle industrie e nelle miniere, ma non per l’abolizione del lavoro infantile, se non al di sotto di un limite di età ben preciso, perché ciò avrebbe causato un danno considerevole all’economia inglese.
Nel secolo scorso si credeva ancora che il suicidio fosse un’abitudine nazionale degli Inglesi. Poi le rilevazioni statistiche diventarono più accurate e smentirono questa fantasiosa affermazione che risaliva a Montesquieu.
Appena qualche decennio fa gli Svedesi erano considerati gli eredi di questa fama. Adesso la percentuale di quel paese è in ribasso e la punta massima resta ferma a quella del 1910.
Su questi problemi, che a nostro avviso sono introduttivi alle tematiche sociali vere e proprie, l'ampio studio di Stengel (Suicide and Attempted Suicide, Harmondsworth 1969) è fondamentale. In questo lavoro si dimostra che la stasi degli Svedesi si deve attribuire alla loro neutralità in guerra. I Norvegesi e i Finlandesi occupano invece un livello molto più alto, ma il posto più elevato lo occupano in Europa centrale l’Ungheria (che ha la percentuale più significativa), l’Austria e la Cecoslovacchia. Alvarez ha notato che in una ipotetica mappa europea occidentale, la piccola Berlino Ovest [1988] occupa un posto elevato. La città, secondo lui, è un esempio di quelle condizioni di assenza delle norme di cui parlava Durkheim (anomia), trovandosi in una condizione di alienazione morale, culturale, spirituale, politica e geografica.
Osservando i dati statistici si arriva alla conclusione che i paesi industriali a capitalismo avanzato presentano cifre più elevate sia per i suicidi che per i tentativi di suicidio, mentre i paesi arretrati presentano cifre inferiori. Si è interpretato questo fenomeno come un freno che l’ideologia religiosa, molto potente nei paesi più arretrati, costituisce nei confronti dello stimolo a togliersi la vita e, in senso inverso, come un impulso all’inconsistenza del valore della vita, nei paesi più progrediti, immediata conseguenza dell’alienazione e della civiltà dei consumi. Ma la realtà potrebbe essere molto meno complessa, potrebbe cioè derivare dal fatto che i paesi più progrediti hanno anche sistemi di rilevazione statistica molto più raffinati per cui individuano dati che sfuggono agli altri paesi.
Un altro problema che potrebbe essere condizionato dalla codificazione valutativa a priori, ancora imperfetta, è quello del rapporto tra suicidio e classe sociale. È stato fatto notare da Sainsbury che nei distretti operai più miseri, la percentuale di suicidi è più bassa di quella dei quartieri medi, con i loro formicai e i loro grandi alveari. Si è concluso che il cerchio di solitudine si può spezzare — come ha affermato Alvarez — più facilmente nelle zone povere dove si possono creare dei centri comunitari che non nelle zone ricche con i loro miniappartamenti e i loro grandi alberghi. Da qui l’appello dei sociologi “progressisti” per spingere la società (che poi, nel loro linguaggio si confonde con lo Stato e basta) ad interessarsi di più dei malati, degli instabili, degli estranei, dei diversi e di chi si lascia andare alla deriva.
Ma, in questo modo, non si esce dal problema. Le attitudini preventive e correttive della sociologia sono, come quelle della pedagogia, attitudini autoritarie di sostegno all’istituzione in carica. Suggerire, come fa Alvarez, la necessità di creare dei “centri comunitari”, equivale ad affermare la necessità di costruire dei pre-manicomi, dove la gente “forzata” a ritrovare gli altri, finirà per trovare un nuovo modo per giustificare a se stessa la necessità di fuggire dalla vita.
In effetti, è qui che si racchiude uno dei punti nevralgici del problema del suicidio. Se le condizioni di base, che pure determinano la condizione “ineluttabile”, come sappiamo, al verificarsi di un certo numero di fenomeni di ben prevedibile caratteristica, sono pur sempre riconducibili a cause che non possono essere influenzate se non in minima parte dalla buona volontà dei riformatori, in quanto cozzanti con interessi precisi dei gestori del potere; allora la reazione del singolo individuo si dissocerà radicalmente da queste “condizioni” di fondo, reagendo in forma positiva. Si tratta di un impegno personale, un ritrovare se stessi e la propria autonomia nella lotta quotidiana per la vita, anche attraverso l’esperienza limite del suicidio.
Il progressivismo imperante, figlio diretto per quanto non certo legittimo del più classico positivismo, pone a fondamento delle proprie riflessioni il fatto che le società più avanzate hanno un più alto numero di suicidi.
Di già Morselli, alla fine del secolo scorso, riprendendo le medesime parole di Comte, affermava che lo sviluppo umano procede verso un progressivo perfezionamento, sia per le società, che passano da società giovani dove prevalgono reati di sangue e di violenza, a società mature dove questi reati tendono a scomparire. Queste affermazioni oggi fanno ridere, alla luce delle nostre presenti esperienze, ma da queste esperienze si possono solo ricavare considerazioni che, per quanto ovvie, stentano ad entrare nelle riflessioni dei cosiddetti dotti.
Su questa linea Durkheim affermava: «Il suicidio non appare che con la civiltà. Per lo meno, il solo tipo di suicidio che possiamo osservare nelle società inferiori allo stato cronico presenta caratteri molto particolari che fanno di esso un tipo speciale, il cui valore sintomatico non è il medesimo. E un atto non di disperazione, ma di abnegazione». (La divisione del lavoro sociale, tr. it., Milano 1962, p. 248). Questo autore estende le sue considerazioni anche a livello delle singole classi, affermando che «le professioni liberali sono le più colpite, e l’agricoltura è la più risparmiata».
Non ci sembra qui il caso di contestare queste affermazioni — come è stato fatto — sulla base delle tecniche di rilevazione dei dati, di certo discutibili all’epoca di Durkheim, per cui si può anche ammettere che si tratti di dati che mantengono una loro significatività anche oggi. Quello che non è condivisibile è il contenuto, i concetti fondamentali di “normalità” e di “felicità”, concetti che reggono tutto il discorso di Durkheim e degli altri studiosi della medesima tendenza ed epoca. La “normalità” è considerata da Durkheim come una specie di “media”, per cui sono normali i fatti che rientrano nelle forme più generali teoriche conosciute a priori, sono “patologici” i fatti che non ci rientrano. In questo senso egli parla di motivazioni “altruistiche”, che basate sulla estrema solidarietà meccanica con gli altri appartenenti al gruppo, finiscono per privare di importanza la vita individuale. Poi parla di motivazioni egoistiche che esaltano il valore dell’individuo e lo sottraggono a sentimenti collettivi come quelli di Dio, società, patria ecc. Infine Durkheim parla di periodi in cui prevalgono i fattori “anomici” (assenza di norme), cioè periodi in cui si verificano rapidi e profondi sconvolgimenti all’interno della società. Ad esempio, egli dice, in periodi di estrema prosperità o di estrema povertà, la frequenza dei casi di suicidio aumenta. In entrambi i casi la relazione tra i mezzi e i fini è rovesciata, con la povertà improvvisa vengono meno i mezzi per i fini abituali, con la prosperità improvvisa i fini vengono attuati senza i soliti mezzi. Nel primo caso c’è una frustrazione diretta ed immediata, nel secondo caso all’appetito viene tolto ogni freno e la situazione precipita verso la frustrazione. Fattore comune è l’assenza di una chiara definizione dei fini.
Si tratta di considerazioni non prive di interesse. I periodi di alleggerimento delle norme sociali di fondo, che sono le scale dei valori e i codici di comportamento (quindi non si devono confondere né con le mode, né con le leggi scritte e codificate), periodi che corrispondono sia a momenti di preparazione degli eventi rivoluzionari, come a momenti di ristrutturazione dei processi repressivi e di controllo, sono quelli in cui la cosiddetta “coscienza collettiva” subisce profonde modificazioni. Ora questa coscienza collettiva, di cui parla anche Durkheim, non è altro che un modello medio di “reazione adeguata” di fronte alle situazioni sociali di fatto, che poi sarebbe qualcosa di molto simile alle condizioni dei processi di produzione. Che poi Durkheim veda questi periodi di “anomia” come “disastrosi”, in quanto l’individuo, in essi, può trovare molto difficilmente un freno alle libertà, questo è un altro argomento. Egli scrive: « [...] un essere liberato da ogni freno, un despota più assoluto di quanti appaiono nella storia dei singoli, un despota che non può essere controllato da nessun potere esterno [...]. Quando i nostri desideri sono sottratti ad ogni influenza moderatrice, quando niente li limita, diventano essi stessi tirannici, ed il loro primo schiavo è proprio il soggetto che li prova». (Il suicidio, tr. it., Torino 1969, p. 237).
Dietro queste preoccupazioni c’è l’interesse di una classe che si prepara a sferrare gli attacchi più decisivi contro la classe avversa, quella dei proletari che si stanno affacciando sulla scena del mondo con progetti e realizzazioni. Durkheim, e con lui il positivismo e l’evoluzionismo, furono incapaci di collocare l’uomo in una prospettiva storicamente reale basata sullo scontro di classe. Quando tentarono questo sforzo caddero nell’idealismo. I punti fondamentali della tesi evoluzionista e positivista erano: a) ammissione della tendenza evolutiva del progresso delle forme organiche; b) lotta per la vita. La lotta viene riconosciuta, non potendosi negare come fatto storico, sebbene in alcune versioni (Kropotkin) venga limitata all’interno della specie (classi e gruppi in contrasto tra loro); c) successiva correzione del principio darwiniano, attuata dallo stesso Darwin e dai suoi successori, con maggiore accentuazione data al concetto di solidarietà e di “coscienza collettiva”; sviluppo del concetto di socialità come derivato dall’esistenza dell’istinto di solidarietà, cosa che modifica profondamente l’interpretazione della dinamica evolutiva della specie. Tutto ciò finì per essere usato dai sociologi, in servizio permanente, per affermare, in favore del potere in carica, la necessità della socialità per definire lo stesso concetto di etica, donde la deduzione necessaria che lo Stato (non sempre separabile dalla società nel senso astratto) può diventare il tenutario del concetto di etica. Da ciò alla creazione dello Stato etico di Gentile e del fascismo, il passo non poteva essere difficoltoso.
Certo, non sono mancati gli anarchici, come Kropotkin, che hanno sviluppato l’evoluzionismo in senso antiautoritario, ma si tratta di una minoranza messa subito al margine della “scienza sociale”. L’evoluzionismo di stampo deterministico portava al conservatorismo e all’immobilismo. Spencer, malgrado i suoi scritti come L’uomo contro lo Stato, ci appare nella sua giusta veste di reazionario. Per lui lo sviluppo dell’umanità è lento ma inevitabile, allo stesso modo dello sviluppo del bambino: come non è possibile accelerare i termini di quest’ultimo sviluppo, così non è possibile fare per il primo. Da ciò la considerazione negativa in cui Spencer teneva le rivendicazioni della classe operaia, nelle quali vedeva il germe rivoluzionario del tentativo di sovvertire quel corso predeterminato degli eventi in cui fermamente credeva.
Ma, in effetti, l’uomo è un evento sociale e storico. Come fenomeno biologico esso non ci dice molto in merito ai suoi destini e alle sue possibilità. Solo nella realtà complessa della vita di tutti i giorni, anche gli elementi biologici possono trovare completa estrinsecazione facendo vedere la reale costruzione umana. In questa prospettiva diventa più comprensibile il problema del suicidio.
Occorre stabilire una distinzione fondamentale: quella tra cause e pseudo-cause. Le cause sono quelle che concorrono a determinare le condizioni che rendono possibile il suicidio o che influiscono in modo preciso nell’aumento o nella diminuzione dei suicidi. Le pseudo-cause sono quelle cause che non agiscono direttamente sul fenomeno, ma che sono a loro volta effetti di cause ben diverse che nulla, o quasi nulla, hanno a che vedere col fenomeno del suicidio in particolare, potendo, al più, avere rapporti con l’andamento della società e con l’organizzazione di potere in senso stretto.
Questo ragionamento consente di individuare alcune cause che possono essere considerate come “vere”, procedimento analitico che sarà discutibile quanto si vuole, ma anche consente un ottimo orientamento pratico nell’azione.
La realtà moderna agisce sugli individui condizionandoli fortemente, magnificandoli, plasmandoli secondo gli interessi della classe dominante. Oggi, il dominio del capitale è del tutto indiscusso. Sia ad Occidente (capitalismo concorrenziale), sia in Oriente (capitalismo di Stato [1988], per altro in forte processo di recupero), non abbiamo che questa prospettiva, di giorno in giorno più massiccia, una prospettiva che grava sull’uomo. Ma, a differenza del passato, oggi il capitalismo è considerato come una struttura economica storicamente prodotta, cioè che può cambiare, non essendo per nulla connaturata — come si credeva una volta — al vivere in società. La vecchia concezione partiva dal presupposto che “capitale” fossero tutte le cose possedute dall’uomo, dall’arco e dalle frecce del selvaggio nostro progenitore, alla macchina dell’industria moderna. Questa concezione fu sviluppata in forma chiarissima da Böhm-Bawerk, che considerava capitale “tutto ciò che è prodotto per servire alla produzione ulteriore”. Oggi, il “capitale” non è più considerato un insieme di cose, ma un rapporto sociale, non lo strumento di produzione come tale, ma la proprietà privata di esso, e non soltanto questa (infatti, anche in economia di tipo non capitalistico, ad esempio, nell’economia medievale, si aveva proprietà privata dei mezzi di produzione), ma questa proprietà in quanto trova sviluppo ed accrescimento attraverso l’impiego di salariati. Così, il capitale o “capitalismo” diventa un fenomeno storico, nato nel tempo e destinato a modificarsi o a morire.
In questa prospettiva, accettata non solo dai marxisti ortodossi, che risalgono per questo alle analisi contenute nel Capitale, ma anche dagli economisti “ufficiali” più importanti (Keynes, Schumpeter, Galbraith, Modigliani, ecc.), grande importanza assume la lotta di classe e l’azione dei singoli all’interno della prospettiva storica. La vecchia concezione, di cui parliamo, ad esempio di un Durkheim, di una “coscienza collettiva”, come di un qualcosa nei confronti del quale il suicida rompe i legami, venendosi a trovare fuori del gruppo, nella “solitudine”, va rivista alla luce di questi concetti.
Ci si trova fuori della società in quanto è la società a collocarci in una zona alienata tramite il suo meccanismo produttivo e repressivo, una zona in cui ci utilizza come strumenti di produzione e di consumo. Oggi, la società dei consumi ha imposto al produttore un duplice ruolo: produrre, staccandosi dalla cosa prodotta, e consumare, staccandosi dal vero bisogno della cosa che consuma. Questo duplice processo alienante non manca di dare i suoi veri frutti come elemento produttore delle condizioni migliori per il suicidio.
Siamo così alla radice delle cause di molti fenomeni che spesso le scienze sperimentali e morali ricercano separatamente andandosi a perdere nel mare senza fondo delle supposizioni e delle misurazioni. Ma, nello stesso tempo, bisogna essere attenti. Non basta l’alienazione per risolvere ogni problema della vita moderna. L’alienazione non può diventare un primo motore capace di produrre ogni male, e quindi anche il suicidio. Certo, in una società in cui non esiste questa divisione in classi, in cui non esiste il problema della divisione del lavoro, in cui è possibile costruire l’uguaglianza delle fortune nello sviluppo diseguale ed armonico degli individui, i suicidi sarebbero di gran lunga minori, ed avrebbero soltanto motivazioni estetiche e di natura personale.
L’ “esclusione” è senza dubbio privazione di qualcosa di concreto e, nelle condizioni di oggi, nella maggioranza di casi, questa privazione è di qualcosa di primario ed essenziale, generalmente di qualcosa che ha attinenza con la miseria e la degradazione. Ma non si può affermare in assoluto che questo spieghi la totalità dei casi che si concludono con suicidio o tentativo di suicidio. La privazione può, a parità di conseguenze, se non addirittura con conseguenze peggiori e più violentemente sentite dal singolo, essere avvertita anche in condizioni di “inclusione” oggettiva che però si traducano in condizioni di “esclusione” soggettiva (psicologica). Comunque, in qualsiasi modo si vedano le cose, non è certo l’angolazione riflessiva che modifica la realtà. Le cause “vere”, di cui dicevamo sopra, sono di tipo sociale e generale, e ciò anche quando si scende nelle condizioni personali dell’individuo, in quella realtà che spesso viene parcellizzata e spacciata come fatto “patologico”.
La “preoccupazione” è una delle caratteristiche “moderne” dell’individuo. Si tratta di uno stato psichico che finisce per diventare la trasposizione soggettiva della realtà dell’uomo come soggetto ridotto al rango di oggetto. La preoccupazione è il perdersi dell’uomo nel complesso dei rapporti che gli si presentano a livello pratico e utilitario.
Il singolo cessa così di essere soggetto pensante, capace di intuizioni, e diventa soggetto capace solo di vivere nella prassi, nel mondo degli affanni, dei mezzi, dei fini, dei progetti, degli ostacoli e dei successi.
La preoccupazione costante lo avvolge e finisce per isolarlo all’interno stesso della società in cui vive. L’individuo è certo ciò che si crede, più ciò che gli altri credono che egli sia, più ancora un elemento supplementare, aggiuntivo: la “preoccupazione” di giocare un ruolo obiettivo, sovraindividuale, del quale, però, non si rende conto necessariamente. Questo ruolo supplementare, è il solo sostanziale, è il ruolo che consente la costante riproduzione dell’uomo attraverso il proprio lavoro.
Il fare è l’attività specifica ed essenziale di quest’uomo storico, per come noi lo conosciamo, con tutti i suoi limiti oggettivi e con i limiti altrettanto oggettivi della nostra capacità di conoscerlo. Creazione e produzione di oggetti: il modo in cui l’uomo si mette in pratica. Questa attività specifica è propria dell’uomo in quanto soltanto lui può prospettarsela in anticipo, può cioè programmare quello che farà, il modo in cui tradurrà in pratica i suoi pensieri. Nel fare, giustamente, l’individuo potrebbe realizzare le condizioni per arrivare a ciò che vuole trasformare nel mondo. Solo che non esistono le condizioni adatte perché questa semplice affermazione si traduca in pratica reale. Cosa diventa questo processo di oggettivazione nel sistema economico e sociale capitalista?
Il sistema capitalista è basato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione: alcuni possiedono questi mezzi e sono i capitalisti. Chi deve produrre è obbligato ad utilizzare necessariamente questi mezzi, quindi da produttore libero si trasforma in operaio, cioè in un creatore che mette la propria forza lavoro al servizio di un altro uomo, il capitalista. Da ciò l’alienazione. È la proprietà privata e il capitalista che trasformano l’oggettivazione in alienazione: l’oggetto prodotto è diventato in questo modo completamente estraneo al suo produttore. Quest’ultimo scompare in quanto produttore e rimane soltanto come operaio, cioè il fare per lui non è più che un mezzo per assicurare la propria sopravvivenza in quanto essere fisico. Il fare manca così la propria prospettiva (la creazione di qualcosa di veramente nuovo), prospettiva che avrebbe potuto essere quella di manifestare la libera ed integra personalità dell’individuo. Negare il fare è l’unica condizione possibile, in una situazione come quella attuale, dove non c’è altro modo per salvare la realtà umana che residua.
Ma, in una realtà capitalista che tende verso una riduzione del lavoro, anche in termini quantitativi, e ciò in funzione delle sue prospettive, a breve e a medio termine, non si possono non verificare tutti i fenomeni relativi alla mancanza, improvvisa e traumatica, del supporto medesimo dell’alienazione. Ogni ostacolo, ogni catena, ogni impedimento sono sempre da rimuovere, purché l’azione diretta alla rimozione sia prodotta autonomamente dal soggetto, il quale nel processo di rimovimento produce una lotta e una carica di energia che concorrono, insieme e mescolate, a rendere per nulla traumatica la rimozione stessa. Invece, al contrario, se la rimozione dell’ostacolo è ottriata dal potere, se essa è una gentile concessione per volontà del sovrano che gestisce la baracca, il risultato non può essere molto diverso dallo sbandamento e dall’insorgere della “preoccupazione”.
Il suicidio, in questo modo, viene inserito in un processo di profonda modificazione istituzionale. Le condizioni generali del quadro societario si modificano. In tutto ciò l’individuo, tra contraccolpi e preoccupazioni, può, sia pure con uno sforzo, individuare un progetto al di là del cosiddetto crollo dei valori. L’alienazione, specie quella per intervenuta modificazione delle condizioni del processo alienante attuata dal potere, non deve necessariamente condurre all’istituzione totale o al suicidio, può portare alla lotta e alla vita.
E, certamente, anche il semplice avere le idee più chiare in merito al problema del suicidio stesso, può facilitare il compito. In questo senso la possibilità del suicidio, chiarita in tutti i suoi aspetti, anche quelli tecnici e non solo quelli metafisici, può diventare strumento di lotta contro il nemico di classe.

[Da Dissonanze vol. VI. Edizioni Anarchismo, Catania 2000]

lunedì 28 maggio 2012

Turchia – Lettera aperta di 9 prigionieri anarchici arrestati il 14 Maggio 2012 in seguito alle azioni del Primo Maggio


Come sapete, ci sono stati attacchi contro alcune banche e compagnie intorno a Mecidiyekoy-Sisli ad opera di alcuni anarchici presenti nel blocco anarchico il 1 Maggio 2012. Noi siamo 9 dei 60 arrestati dalla polizia. Noi siamo 9 prigionieri anarchici arrestati per decisione della nona corte criminale e imprigionati a Metris – Type T e stiamo scrivendo questa lettera.
La maggioranza di noi è stata arrestata dal reparto antiterrorismo il 14 Maggio alle 5 del mattino, e altri il giorno seguente. I nostri computer, telefoni, hard disk, libri e altra roba personale sono stati confiscati dalla polizia che, a squadre di 10-20, è arrivata nelle nostre case. L’accusa a nostro carico era di “danneggiamento di proprietà pubblica in nome di organizzazione terroristica”. Individui con idee diverse e diverse prospettive di idee anarchiche, che si vedevano per la prima volta, sono stati messi sotto sorveglianza con l’accusa di aver creato un’organizzazione terrorista, e alcuni sono stati costretti dalla polizia durante gli interrogatori ad accettare di essere i capi dell’organizzazione. Sebbene la leadership è totalmente contraddittoria all’idea anarchica, le dichiarazioni della polizia sono state tragicomiche cosi come l’”essere membro della stessa organizzazione terrorista” rende comiche le cose. La gente descritta dalla polizia come membro dell’organizzazione terrorista non aveva armi o munizioni in casa. Comunque, libri acquistabili in ogni libreria – per esempio libri di autori come Kropotkin – sono stati descritti come documenti organizzativi durante gli interrogatori. Gli articoli che hanno letto e i video che hanno condiviso con i media sono stati descritti come prove in aula dalla polizia.
L’appartenenza di alcuni ad associazioni legali impegnate in temi come liberazione animale, diritti umani ed ecologia è stata considerata come prova dalla polizia. Tutte le pressioni psicologiche usate sulle persone detenute da 4 giorni si sono unite al divieto di vedere i familiari o chiamare qualcuno – anche i propri avvocati. Uno dei nostri amici lgbt è stato attaccato con “provocazioni”. Tutte le persone costrette ad accettare l’esistenza dell’organizzazione terrorista sono state costrette anche a dare false dichiarazioni sugli altri. Comunque due persone spaventate dalle minacce di pene dai 15 ai 20 anni hanno rilasciato dichiarazioni su gente sconosciuta.
La pressione poliziesca ha portato all’accusa di alcune persone senza prove di comunicazione telefonica, telematica o di altro tipo tra di esse, cosi come dei presunti leader dell’organizzazione o degli “Identificati” rispetto agli attacchi. La maggioranza dei nostri amici è stata arrestata a causa di somiglianza e zaini colorati, scarpe, cinture ecc, allo stesso modo milioni di persone possono essere lo stesso tipo di gente ripresa nei video degli attacchi. Ovviamente non è provato che esiste un’organizzazione terrorista anarchica viste le prove mancanti o irrazionali. Dato ciò siamo stati incolpati del danneggiamenti di proprietà pubblica. Vogliamo chiarire che noi, come anarchici, rigettiamo ogni legge e autorità e consideriamo tutti gli stati come assassini, non ci interessa se lo stato ci dice se siamo o no terroristi. Non ci interessa che lo stato uccide decine di persone a “Roboski”, uccidendo l’undicenne Ugur Kaymaz con 13 proiettili, senza punire i responsabili mentre invece giudica noi. Lo stato ha ucciso 34 persone nel 1977 e non ha arrestato nessuno. Ma non ha problemi ad arrestare 60 persone e poi ad imprigionarne 9 per la rottura di 3-5 vetrine di banca.
Due degli amici arrestati non possono partecipare agli esami finali universitari, c’è la possibilità che le loro università aprano un’indagine e li sospendano o li caccino via. Uno dei nostri amici stava preparando l’esame d’ammissione all’università, è piuttosto chiaro che non gli sarà possibile studiare abbastanza in prigione. Uno degli amici che studia M.A/M.S all’università non potrà continuare la tesi. Abbiamo notizia di 3 amici licenziati dopo l’arresto. Da quando siamo prigionieri abbiamo sperimentato il sistema legale che lo stato ci presenta sempre come magnifico, veramente esso non è altro che una pressione e uno strumento come la giustizia, giusta solo in teoria.
Vogliamo uscire adesso. Ma chiariamo che né imploriamo né ci rivolgiamo a qualcuno. Sappiamo che siamo in prigione a causa delle nostre idee. A causa di ciò, non siamo pentiti di niente che abbiamo fatto o no. Il motivo di questa lettera è il voler dire la verità al pubblico e aiutarlo a capire cosa sta succedendo.
Sappiamo che il fine di quelli che ci hanno arrestato non è solo farci paura per aver partecipato ad un’azione, essi inoltre vogliono trasformarci in quelli spaventati di resistere. Ma la cosa che non sanno è che le prigioni della loro disgustosa civilizzazione non saranno capaci di sopprimere le nostre idee e noi ci sentiamo più forti che mai.
Vediamo tutti gli anarchici nel mondo come nostri compagni e mandiamo loro saluti, amore e solidarietà, ci appelliamo a tutti gli insurrezionalisti del mondo che hanno la libertà e il fuoco nei cuori e che sono ad Atene, Amed, Chiapas, Gaza, Toronto o Seattle… Sappiate che non siete soli e che c’è gente in queste zone che sta lottando pure.
Ringraziamo tutti loro per la solidarietà e le azioni in nostro supporto. Non è possibile definire i nostri sentimenti per descrivere gli anarchici locali che ci stanno supportando e che stanno agendo per noi cosi come il resto del mondo, queste pagine sono davvero poco per ringraziarli. Li abbracciamo con tutti i nostri sinceri saluti. Che sappiano che noi sappiamo che loro sono con noi, noi non ci sentiamo mai soli neanche per un momento. Con il nostro desiderio di molti lunghi giorni con insurrezione e solidarietà.

I prigionieri anarchici:
Beyhan Cagri Tuzcuoglu
Burak Ercan
Deniz
Emirhan Yavuz
Murat Gumuskaya
Oguz Topal
Sinan Gumus
Unal Can Tuzuner
Yenal Yagci

venerdì 20 aprile 2012

Critiche al "De Profundis" di Oscar Wilde

Pyotr Alexeyevich Kropotkin (1842-1921), anarchico e geografo già protagonista di una evasione dal carcere in Russia, si era stabilito in Inghilterra nel 1886. Lesse il "De Profundis" nella prima versione uscita a stampa e ne scrisse a Ross, grande amico di Oscar Wilde, il 6 maggio 1905, dicendo fra l'altro: << Contien passi e pagine che sono sublimi... Ma è percorso altresi da una nota che ripugna alla mia mentalità. E' l'umiltà. Non è mai sincera, ed evidentement non lo era nel caso di Oscar Wilde Non è che non fosse sincero mentre scriveva. Ma l'umiltà è qualcosa che deprime la vitalità; come tale si oppone alla vita, e pertanto è una contraddizione interna. Voglio dire quella umiltà "cristiana" che Oscar Wilde sfoggia in questo libro, umiltà verso la punizione... E non posso fare a meno di pensare che sia stata questa umiltà a portare Wilde a una fine cosi misarabile dopo il rilascio. Una simile umiltà è una forza che uccide, che distrugge la vita, perchè è troppo personale, troppo egoista, distruttrice della vita, mentre per vivere dopo una grande sofferenza si dovrebbe avere uno scopo molto più alto e ampio - e uno scopo simile può solo essere l'umanità >>.




Kropotkin si riferisce innanzitutto, alle affermazioni di Wilde secondo cui il carcere avrebbe fatto bene al suo animo da "peccatore", facendo affiorire in se un animo umile, secondo l'accezione cristiana, incline alla punizione, e ad un approccio antivitale.

mercoledì 11 aprile 2012

L'Anarchismo e la crisi globale Parte 2 (Il problema della carenza)

da http://www.inventati.org/ingobernables tradotto in italiano da L.E.M.

Parte 1
http://orizzontelibertario.blogspot.it/2012/03/lanarchismo-e-la-crisi-globale-parte-1.html



L'anarchismo è sempre stato interessato al problema della "scarsità". Molte degli "esperimenti" dei movimenti anarchici nelle società agricole, quali, quelle spagnole, ucraine e di altre paesi, si basano su una visione che anticipa la società opulenta organizzata secondo il comunismo libertario e che converte la produzione in base alle esigenze reali. Una teoria anarchica recenteriportata nel classico "Post-scarcity anarchism" Murray Bookchin, in questo teno pone il problema della carenza come un grande quesito da sciogliere per la teoria politica
Ma gli anarchici hanno la prova che l'approccio produttivo decentrata e  l'applicazione di tecnologie alternative è praticabile?

 Secondo Colin Ward, la proposta di lavoro intensivo e decentrata della produzione alimentare, fatta da  Kropotkin  un secolo fa, ha dimostrato che quest'esperienza è molto pratico.
 La moderna industria agricolo in Gran Bretagna e nei paesi occidentali supera le aspettative... Il 
Gruppo di Tecnologia Intermedio E.F. Schumacher si basa sulla tradizione di pensatori come Kropotkin e William Morris, e sulla cosiddetta tecnologia appropriata, che permetterebbe lo sviluppo delle società per risolvere i loro problemi di scarsità e di disoccupazione, evitando le disastrose conseguenze di una industrializzazione pesante e dell'urbanizzazione.

 Negli Stati Uniti d'America, gruppi come l'Istituto di Local Self-Reliance stanno esplorando le possibilità attraverso cui le comunità locali possono emprobrecidas sfuggire alle insidie ​​di dipendenza e sfruttamento economico attraverso lo sviluppo di comunità di produzione.  David Morris e Karl Hess presentano un quadro abbastanza dettagliato di alcune di queste possibilità nel loro libro "Neighbourhood Power" , in parte, è basata sul  lavoro nel Adams-Morgan quartiere di Washington, DC.

  Nel discutere l'approccio anarchico a questioni quali la scarsità e il tenore di vita, è importante che tutto ciò in cui la domanda non risponde a prodotti di sussistenza, rispecchia la produzione di una società di abbondanza. Gli anarchici sostengono, che l'apparente improbabilità di realizzare una società attraverso forme di produzione  anarchiche, se debe a un error al cuestionar la ideología del consumo material. Se l'abbondanza dovrebbe essere basata su un'espansione infinita in produttività e conseguentemente in  uno sfruttamento completo della natura, ovviamente non è il gioco che vale la candela.
Per gli anarchici, l'abbondanza sarà raggiunta nello sviluppo dei bisogni sociali e nella soddisfazione del desiderio di una vita creativa e soddisfacente. A questo proposito è il senso del termine "ricchezza" che va interpretato non in senso materiale ma in una visione dell'immaginario simbolico, come la sensazione di profondità del senso di comunità.

Gli anarchici sottolineano l'incapacità del semplice aumento della produzione per elevare la qualità della vita, per soddisfare le necesittà di base. Questo fenomeno va spiegato nell'ottica della natura della società odierna, secondo cui l'uomo non è nient'altro che un consumatore, vi è poi, la riduzione dei valori umani ai valori di comfort in una società di consumo, e la distruzione degli ambienti naturali  a causa della sfrenata ossessione per la produzione di merci e per la crescita quantitativa.

 Il riconoscimento di questi problemi apparentemente astratti e teorici non deve portare a trascurare di comprendere l'interesse pratico verso le forme di sviluppo. La tecnologia che utilizza  livelli di produzione sufficientemente alti da soddisfare i bisogni primari e superiori, con i requisiti di un sistema sociale a misura dell'uomo, cioè ne burocratico o gerarchico. Quello che gli anarchici rifiutano è un approccio semplicistico che i isola i problemi di produzione,  per esempio, delle relazioni sociali che sono alla base di tale tendenza, o quelle correnti che vedono come unica alternativa il continuo sviluppo delle odierne tendenze di sviluppi tecnici, cosi come economici e rapporti politici.


L'approccio diretto, ignora necessariamente le indicazioni alternative nello sviluppo della tecnologia, che sono indirizzate a mantenere lo stesso regime di produzione e ignora anche le strategie alternative per la arricchimento dei produttori, come la grande distribuzione dei prodotti opposto rispetto al consumo individuale, l'abolizione dei consumi superflui derivanti dalla manipolazione dei bisogni e delle necessità, e della creazione di bisogni più sociali, rivolti al consumismo che non materiali.
 È sbagliato presumere che l'esistenza di una società di abbondanza corrisponda alla presenza di grandi quantità del tipo di merci ora prodotte, cioè di beni non necessari.
 

domenica 1 aprile 2012

Il Potere: ecco il nemico! Come e perché tutte le Rivoluzioni non abbian realizzate le aspirazioni popolari

Bruno Misefari

I

Donde comincia e da chi è compiuta una Rivoluzione?
Un’educazione intellettuale, fatta di superficialità, ci addita a prima vista i filosofi quali fonte di ogni movimento rivoluzionario e quindi d’ogni progresso. Ma un analizzatore profondo ne scopre invece il popolo. Il filosofo, per lui, non è che la voce autorevole delle aspirazioni d’un popolo.
Platone e Aristotele infatti sacrificano l’uomo allo Stato; perché? perché tali erano ai loro giorni le greche istituzioni.
Locke riconosce la sovranità della nazione sul monarca; perché? perché egli viveva all’epoca della Rivoluzione inglese. Gli enciclopedisti abbattono ogni privilegio feudale e regale, e riconoscono la sovranità popolare in senso democratico; perché? perché vivevano in epoca in cui tali pensieri, lanciati dalla Rivoluzione inglese, erano già latenti nel popolo. Dopo la Rivoluzione del 1793, sono cangiate le condizioni popolari, e cangiano le idee: sorgono Babeuf, Proudhon, Godwin, Saint-Simon, Fourier, Marx, Bakunin; e con essi la odierna corrente di idee comuniste: l’autoritaria e l’anarchica.
Ed è logico!
Che cosa è una Rivoluzione, se non un periodo più o meno lungo di evoluzione, se non il compimento d’una evoluzione?
Lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo col suo corteggio di odi, di lotte, di delitti, di vergogne e d’onte senza nome, provoca uno squilibrio fra le aspirazioni naturali al soddisfacimento dei bisogni degli uomini e la realtà esistente.
Le sofferenze sono inaudite, ed ognuno mal sopporta il presente. L’equilibrio deve essere ricomposto in un moto verso il passato e verso l’avvenire. La stasi, la passività è impossibile. Allora, allora soltanto, vediamo il popolo avanzare delle esigenze; e allora, allora soltanto vediamo sorgere il Pensatore prima e l’Eroe dopo. Il Pensatore organizza e raggruppa le condizioni e le esigenze del popolo, e le lancia abbaglianti di genio attraverso il mondo, a monito supremo verso i tiranni; mentre l’Eroe le afferma col gesto e col sacrificio. L’Idea Rivoluzionaria è nata così, prima nel popolo, poscia è passata nei filosofi.
Dal principio del mondo fino ai giorni nostri, dunque, sono le idee che procedono dai fatti e non i fatti dalle idee. E questo dimostra non solo quanto sia assurdo il concetto di alcuni che le rivoluzioni si facciano prima nel pensiero e poi nella realtà; ma dimostra anche ad evidenza e sopratutto che le rivoluzioni incominciano sempre nel popolo.
E da chi sono fatte?
La storia non ci parla di alcuna rivoluzione comparsa da sé, per grazia di dio, o nata «dalla resistenza o dall’attacco d’un parlamento, o d’una assemblea legislativa». La distruzione di un vecchio regime non è opera di una legge; ma di tutto un popolo, appunto perché è il popolo che costruisce un nuovo regime sulle rovine del vecchio, e perché «la ricostruzione della vita sociale non può compiersi senza l’opera delle moltitudini che è intrapresa in mille punti e nello stesso tempo». Se così non fosse come avrebbe valore il pensiero di Karl Marx: l’emancipazione dei lavoratori deve essere opera dei lavoratori stessi? Nessun governo, «nessuna dittatura ha mai trovato né mai potrà trovare l’espressione delle nuove forme di vita fino a che queste forme non si determineranno esse stesse nell’opera di ricostruzione delle masse». Tutta la storia della Rivoluzione Francese del 1789-1894 è là a dimostrare il nostro asserto. Del resto, anche l’ultima così detta Rivoluzione Ungherese ci dice chiaramente quanto sia impossibile compiere una trasformazione sociale a furia di decreti, vale a dire quanto sia impossibile a compiere dall’alto una Rivoluzione.
Le rivoluzioni dunque cominciano tutte nel popolo e solo per virtù di popolo esse si compiono.
Ora, se sono i popoli a far sorgere e compiere una rivoluzione come si spiega che attraverso i secoli, tutte le rivoluzioni non han dato ai popoli tutti i benefizi agognati e per cui scesero in lotta? In altri termini: perché queste rivoluzioni popolari sono sorte? Chi e che cosa le ha strangolate? Chi ha sempre ingannato i popoli?
Analizziamo la storia delle rivoluzioni passate. Certo, come tutte le branche della filosofia, anche la storia presenta il solito lato borghese: rivela solo ciò che è utile alla borghesia; e, perciò, così come si legge nei libri della scuola ufficiale, essa non è che l’esposizione della lotta politica dei partiti che si contendono il potere. L’aspetto economico e popolare delle rivoluzioni non è stato mai trattato. Solo Kropotkin ha fatto questo lavoro per la Grande Rivoluzione Francese. Ma noi ci insinueremo negli studi fatti dagli storici borghesi e raggiungeremo ugualmente il nostro scopo di rispondere alle precedenti domande. Il nostro lavoro presenterà delle lacune, certamente; ma esso basta — incompleto, com’è — a dimostrare il nostro assunto e cioè che l’Autoritarismo, il Potere è stato sempre in agguato, mentre il popolo versava il suo sangue nel bagliore della lotta insurrezionale contro i tiranni, e che subito sorgeva fermata a metà strada la rivoluzione popolare e perciò la uccideva a beneficio di una nuova classe; ovverosia che le Rivoluzioni — tutte le Rivoluzioni — sono state sempre strangolate dal Giacobinismo, dal principio d’Autorità, che mette capo allo Stato.

Uno dei primi movimenti essenzialmente rivoluzionari è:

Il movimento Comunista Cristiano
Avvilito dall’enorme peso di sfruttamento e di oppressione dell’Impero Romano, il popolo di Giudea, come del resto tutti gli altri popoli da quello oppressi, non poteva non sentire dei bisogni di libertà, di benessere e di pace.
Poteva dunque progredire; e spinto dall’istinto anarchico che risiede in fondo ad ogni popolo, tentò di realizzare le sue aspirazioni comuniste, predicate anche dal Cristo. «Ma la corrente autoritaria che si incarnava negli Apostoli fece degenerare il movimento in un movimento di Chiesa, costrutta sul modello delle chiese degli ebrei e della Roma Imperiale stessa; e ciò uccise quanto il cristianesimo al suo inizioaveva di anarchico, gli diede delle forme romane e ne fece ben tosto il sostegno principale dell’autorità, dello stato, della schiavitù, dell’oppressione». Il movimento moriva cosi strangolato dall’autoritarismo degli Apostoli, nel popolo giudaico fu spenta ogni energia rivoluzionaria: non potendo conquistare il regno della terra, si rivolse alla conquista del Regno dei Cieli; prevalsero le massime di umiltà e d’indifferenza alle cose terrene; e sul mondo scese una notte lunga di secoli.

Movimento degli Hussiti in Boemia (1415-1435)
Altro movimento rivoluzionario popolare, di spiccate tendenze anarchiche, è il movimento degli Hussiti, scoppiato in Boemia dal 1415 al 1435.
I contadini espropriavano i beni signorili e tentavano l’esperienza della “Comunità dei beni”. Ma il giacobinismo vegliava e si armava contro questo generoso e naturale esperimento.
Giovanni Ziska fu l’incarnazione di questo autoritarismo. Creò un partito intrufolandosi nel movimento popolare. Quando dominò le folle ed ebbe il loro cuore, mise in azione le sue forze antirivoluzionarie e dittatoriali: mise su un esercito di contadini che in lui fidavano per realizzare le loro aspirazioni: fermò l’insurrezione comunista a metà strada: la uccise e divenne il Vicerè di Boemia.

Movimento degli Anabattisti in Germania
Altro movimento rivoluzionario che ebbe un fondo anarchico, fu il movimento anabattista dei XVI secolo, che inaugurò e fece la Riforma (1521).
«La Germania intera — dice lo storico Freeman — fu messa a soqquadro da una gigantesca rivolta di contadini... Gli anabattisti, fanatici, non solo predicavano pericolose dottrine religiose», ma cercavano ancora di sconvolgere il Governo e la società, tanto da trascinare le popolazioni della campagna e il basso popolo delle città a moti sediziosi e socialistici». Era un movimento comunista che cercava di imporsi.
«Ma schiacciato da quelli tra i riformisti — dice il Manfroni — che diretti da Lutero, si allearono coi Principi anche cattolici contro i contadini ribelli, tale movimento fu soffocato da un grande massacro di contadini e di basso popolo delle città. Poscia, l’ala destra dei riformati degenerò poco a poco, fino a diventare quel compromesso con la sua propria coscienza e lo Stato, che esiste oggi sotto il nome di protestantesimo».
L’autoritarismo, incarnato in Lutero e nei suoi seguaci, schiantò il movimento anabattista in Germania.

II

Rivoluzione dei Paesi Bassi (1566)
Così, come pel movimento degli Hussiti, accade pel movimento dei Paesi Bassi.
Ogni rivoluzione è un movimento essenzialmente economico; e può avere a bandiera un programma religioso e politico, ma sotto di essa nascondersi sempre l’aspirazione popolare al godimento dei bisogni ed alla libertà; vale a dire sotto quel programma c’è sempre quello della rivoluzione sociale.
Così la rivoluzione dei Paesi Bassi ha per bandiera la libertà religiosa voluta dal protestantesimo perseguitato, e quindi la soppressione del potere assoluto dei Re, persecutori del protestantesimo, e della indipendenza politica, voluta dalla nascente borghesia. Ma all’ombra di questa bandiera voi vedete chiaro un movimento comunista, seguito necessario del movimento anabattista; proprio come questo è il seguito necessario del movimento Hussita. «La stessa dottrina degli anabattisti — dice Monfroni — che aveva sollevate e trascinate in Germania le popolazioni della campagna a moti sediziosi e socialistici, aveva trovato favore in molte città dei Paesi Bassi e specialmente ad Amsterdam».
Il movimento era dunque comunista, ma il sentimento religioso del popolo, coincidendo con quello dei nobili, i quali appoggiavano e aiutavano apertamente il movimento della Riforma per entrare in potere dei beni del clero spodestato, e con quello della nascente borghesia, che voleva l’indipendenza politica, creò uno degli equivoci dolorosi per cui il popolo fu ingannato: fece apparire qual rivoluzionari i borghesi e anche i nobili, che si erano ribellati al Re Filippo II, perché questi, rompendo la tradizione di nominare a governatore generale dei Paesi Bassi uno di sangue reale del luogo, aveva nominato invece Emanuele Filiberto di Savoia.
Di modo che alla rivoluzione popolare si univa il malcontento dei borghesi e la ribellione dei nobili contro la dinastia spagnola. Fu facile quindi ad un principe, Guglielmo D’Orange, di fermare a metà l’insurrezione proletaria comunista, inalberando il vessillo ipocrita dell’indipendenza politica, tanto comodo a nobili e a borghesi. Soppressi i più fidi amici del popolo finì con l’uccidere in breve tempo l’agitazione popolare.
Come la uccise? L’insurrezione divampava per la Nazione: gli agenti del principe, ultimi arrivati, nel momento in cui il popolo cominciava a ricostruire il nuovo ordine di cose, intrigavano con tutti i mezzi e omogeneamente facendo eleggere(ecco il Potere!) nuovi magistrati favorevoli alla rivoluzionee facendo proclamare l’obbedienza al principe stesso quale ex governatore di Olanda, «secondo i suggerimenti, dice il Manfroni, dati dagli agenti del principe». Di modo che il moto non solo comunista, ma anche apertamente anti-monarchico, si trasformava per virtù del partito Orangiano in un moto contrario al governatore generale.
La rivoluzione proletaria aveva già ricevuto il primo colpo fatale: il dittatore era nato. Ma, volendo questi raccogliere i frutti della sollevazione popolare, tentò di irreggimentare la rivoluzione; formò alla meglio un esercito e marciò contro il Duca D’Alba, emissario del Re. Non ebbe fortuna; e le conquiste dell’insurrezione furono annullate in alcune Regioni dalla reazione militaresca del Duca D’Alba. Ma, mentre ciò accadeva in queste regioni, in quelle del Nord «le cose volgevano assai favorevolmente per il popolo insorto». Ma il dittatore lavoral’ambiente anche lassù, col malefico principio del potere, e ottiene anche per quelle regioni «i pieni poteri civili e militari», onde poté avere «il diritto di riscuotere imposte, di levar soldati, di pronunziare sentenze e di compiere tutto quello che egli e i suoi luogotenenti credessero opportuno per la guerra contro il Re».
La dittatura era instaurata: la rivoluzione era colpita a morte, per sempre; e le lotte successive che quel popolo combatté non furono altro che le lotte del Principe per assicurarsi la dittatura.

Rivoluzione Inglese (1648)
Così e non molto dissimilmente dalla rivoluzione dei Paesi Bassi è avvenuto per la Rivoluzione Inglese. Non era paese ove il feudalesimo avesse imperato con tanta violenza e con tanta infamia come in Inghilterra. Ognuno di voi avrà letto nel Capitaledi Karl Marx quelle pagine in cui parla della formazione della proprietà nobiliare e ne ha tremato di sdegno. — Io non ne dico di più. — Dirò solo che per le grandi insofferenze in cui soggiaceva il popolo una rivoluzione si imponeva. E la rivoluzione è nata sotto il vessillo dell’indipendenza religiosa e dell’abolizione del potere assoluto dei Re e della servitù della gleba. — Anche essa nasconde l’aspirazione delle masse a inaugurare un nuovo ordine di cose in senso comunista. «Il risveglio generale delle menti, dice il Freeman, a speculazioni filosofiche sull’eguaglianza dell’umanità, le quali ebbero per conseguenza delle rivolte di contadini. La setta dei follardi, seguaci di Wickliff, mescolò il movimento religioso con quello sociale». Dalla Scozia all’Irlanda in un breve volger di tempo fu tutta una serie di insurrezioni gigantesche e sanguinose. Nella sola Irlanda si contano oltre 50.000 morti fra i seguaci dei Re d’Inghilterra. E prima ancora che questo movimento venisse infranto, tutta la città di Londra stessa si levò in armi e il re fu costretto a fuggire per non cadere vittima del furore popolare (1642). Ma il movimento insurrezionale era anche qui insidiato dal Giacobinismo, dalla dittatura; e Oliver Cromwell, sua incarnazione, con la testa di Re Carlo I faceva rotolare nel paniere del boia anche le aspirazioni comuniste del popolo d’Inghilterra.

Rivoluzione Francese (1789-1793)
Che dire poi della grande Rivoluzione Francese? Sarebbe fare oltraggio alla vostra educazione intellettuale se volessi intrattenervi dettagliatamente su quel meraviglioso, gigantesco movimento rivoluzionario, che cotanti larghi orizzonti aprì ai popoli del mondo.
Vi dirò invece in succinto la parte essenziale di esso, in rapporto alla nostra discussione, riportando le scultoree parole del nostro Kropotkin. — Da esse risulta come la causa della morte della Rivoluzione Comunista, iniziata e voluta dal basso popolo di Francia, sia stato il Giacobinismo della classe borghese.
«Noi vediamo nella Rivoluzione Francese — dice il Kropotkin — prima di tutto, un grande movimento popolare, soprattutto contadino campagnolo, movimento che aveva per scopo principale l’abolizione dei resti della schiavitù feudale e la ripresa, da parte di tutti i contadini, delle terre rapite da ogni sorta di ladri ai comuni di campagna, e in questo, sia detto fra parentesi, si riuscì specialmente nell’est della Francia.
Una situazione rivoluzionaria essendo stata creata dalle sollevazioni dei contadini, che continuarono durante quattro anni, nello stesso tempo, da un lato si sviluppò, soprattutto nelle città, una tendenza verso l’uguaglianza comunista, e dall’altro si vide crescere il potere della borghesia, che lavorò con grande intelligenza per stabilire la propria autorità, in luogo di quella sistematicamente demolita della monarchia e della nobiltà. All’uopo, i borghesi lottavano aspramente, crudelmente quando occorreva, per costruire uno Stato potente, accentrato, che assorbisse tutto ed assicurasse loro il diritto di proprietà (in parte sopra i beni appena acquistati durante la rivoluzione), come pure la piena libertà di sfruttare i poveri e di speculare sulle ricchezze nazionali, senza alcuna restrizione legale.
Quest’autorità, questo diritto allo sfruttamento, questo lasciar fare unilaterale, essa l’ottenne infatti e per mantenerlo creò la sua forma politica: il governo rappresentativo nello Stato accentrato. (La Rivoluzione era uccisa).
E in tale accentramento statale creato dai Giacobini, Napoleone trovò il terreno del tutto preparato per instaurare prima la dittatura consolare e poi.... l’impero. Così pure cinquant’anni dopo, Napoleone III trovò a sua volta, nel sogno di una repubblica democratica accentrata, sviluppatasi in Francia verso il 1848, gli elementi già pronti del secondo impero. E di questa forza accentrata, che uccise durante settant’anni ogni vita sociale, ogni sforzo, sia locale sia all’infuori dei poteri dello Stato (lo sforzo professionale, il sindacato, l’associazione privata, il comune, ecc.), la Francia soffre ancora ai nostri giorni. Il primo tentativo per rompere questo giogo dello Stato — tentativo che apre per ciò un’era storica — non fu fatto che nel 1871 dal proletariato parigino.

III

Che risulta da tutto quanto abbiamo visto? Qual è l’insegnamento che la storia delle rivoluzioni passate ci impartisce?
Eccolo: La corrente popolare è stata strangolata sempre dalla corrente autoritaria e dittatoriale. Il popolo, dunque, ha sempre perdute le sue battaglie, perché ha permesso a un partito di dominare, di accentrare il Potere nelle sue mani, piuttosto che di restare in rivoluzione in permanenza, fino al completo trionfo delle sue aspirazioni, contro ogni pericolo di re, di nobili, di borghesi e di politicanti Dittatoriali.
Il Potere: ecco il grande nemico dei popoli! Esso è lo strangolatore della rivoluzione. Tutte le rivoluzioni sono rimaste soffocate dalle classi che ingannando i popoli hanno costituito un Potere. Ora, se questo è l’insegnamento della storia, vorrà ancora nulla impararne il popolo lavoratore? Vorranno ancora i socialisti statali, restare legati al loro sogno di socializzazioni degli strumenti di lavoro nelle mani di uno Stato accentrato? Vorranno per questo loro sogno fermare a metà strada la rivoluzione proletaria, che sta rombando, con urli di vendetta o di giustizia, da mare a mare? Se la morte delle rivoluzioni precedenti è dovuta alla costituzione di un potere, è proprio questa forza di autorità che bisogna rompere e immobilizzare se si vuol realmente vincere la prossima battaglia. L’analisi dei diversi movimenti rivoluzionari ha confermato il nostro modo di vedere: onde non è inopportuno ripetere ancora una volta col Kropotkin che «la futura rivoluzione sociale non deve essere concepita come una dittatura giacobina o come una trasformazione sociale compiuta da una convenzione, da un parlamento o da un dittatore. In questo modo non si è fatta mai alcuna rivoluzione, e se la sollevazione popolare prendesse tal piega, sarebbe condannata a perire senza dare un frutto duraturo. La rivoluzione deve essere concepita come un movimento popolare che prenda una larga estensione e durante il quale in ogni città e villaggio invaso dal movimento insurrezionale, le moltitudini si mettano esse stesse al lavoro di ricostruzione della società. I contadini e gli operai, il popolo tutto dovrà cominciare egli stesso l’opera ricostruttiva, edificatrice su principi comunisti più o meno larghi, senza aspettare ordini e disposizioni dall’alto. Dovrà prima d’ogni altra cosa fare in modo che tutti abbiano il nutrimento e l’alloggio e poi pensare a produrre precisamente quanto sarà necessario per nutrire, alloggiare e vestire tutti. In quanto al Governo noi non riponiamo in esso speranza alcuna e diciamo fin da ora che non potrà far nulla, sia poi costituito per forza o per elezione, sia esso la Dittatura del proletariato, come la si chiama fin dal 1840, o sia anche un governo provvisorio o una convenzione. E lo diciamo perché tutta la storia c’insegna che mai gli uomini innalzati al Governo dalle onde rivoluzionarie sono stati all’altezza della loro situazione. Non potevano esserlo, perché nel lavoro di ricostruzione d’una società su principi nuovi, degli uomini isolati, per quanto intelligenti e disinteressati essi siano, sono sicuri di sbagliare. Fa d’uopo invece lo spirito collettivo delle moltitudini esercitato sulle cose concrete: il campo arato, la casa abitata, la fabbrica in attività, la ferrovia d’una data linea, il piroscafo a vapore. Uomini isolati possono talvolta trovare l’espressione legale, la formula per una distruzione di vecchie forme sociali, quando questa distruzione sta già per compiersi! — Tutt’al più possono allargare un po’ questa opera distruttrice, estendendo a tutto il territorio ciò che si fa soltanto in una parte di esso. Ma imporre la distruzione con una legge è assolutamente impossibile, come l’ha provata, per esempio, tutta la storia e la rivoluzione francese del 1789-1794», e ultimamente la rivoluzione così detta d’Ungheria.
«In quanto alle nuove forme di vita che incominceranno a sbocciare dopo una rivoluzione sulle rovine delle forme precedenti, nessun Governo potrà mai trovare la loro espressione, fin tanto che queste forme non si determineranno esse stesse nell’opera di ricostruzione delle moltitudini, intrapresa su mille punti nello stesso tempo. Chi aveva presagito o avrebbe potuto comunque presagire, infatti, prima del 1789, quale funzione avrebbero avuto le municipalità, la comune di Parigi e le sue sezioni, negli avvenimenti rivoluzionari del 1789-1794? Non si legifera l’avvenire. Tutt’al più si possono presagire le tendenze essenziali e sgombrar loro il cammino».
In ogni modo l’emancipazione dei lavoratori deve essere opera dei lavoratori stessi, non mai opera di un gruppo o di un uomo o di un partito, cha la redenzione dei lavoratori anche in buona fede voglia decretata dall’alto di un governo dittatoriale.
Guardate l’Ungheria! Il partito comunista, senza attendere l’insurrezione popolare, occupa i poteri dello Stato, decreta il comunismo. Che avviene? Il popolo lo accetta. Ma la reazione francese infuria alle frontiere: l’Ungheria è presa in un cerchio di ferro e di fuoco. Il partito comunista fa miracoli di costanza, d’audacia e di eroismo; ma il popolo, la grande massa di popolo?... Quale differenza fra il popolo della Comune Ungherese e quello della Comune di Parigi! I parigini combattevano fino all’ultimo e a decine di migliaia furono perciò trucidati. Gli ungheresi dopo le prime battaglia curvarono la fronte al giogo borghese senza l’eroico gesto del sacrificio. E tutto questo perché? Perché i parigini fecero da loro stessi, col loro sangue, la Comune, mentre gli ungheresi l’hanno avuta in regalo dall’alto!
«Ogni periodo rivoluzionario, insegna F. S. Merlino, dovendo essere la gestazione del nuovo ordine sociale, deve già contenerne tutti gli elementi e compierne o abbozzarne tutte le rivendicazioni. Più demolizioni e più rivendicazioni saranno fatte in esso periodo, e più salda sarà la base dal nuovo ordine di cose.
Anzi la sicurezza e la durata del movimento dipendono dalla somma di demolizioni e di rivendicazioni compiute per tempo: se ci è lecito di esprimerci così, la possibilità di avanzare in una seconda, terza, quarta giornata, dipende dalla quantità di lavoro eseguito nella prima, seconda, terza giornata; dissodato il terreno prima rimuovete gli incontri, e il frutto verrà poi regolarmente di anno in anno con poca fatica: impartite alla macchina il moto e questo procederà sempre più veloce: ma il primo lavoro deve essere intenso, il primo sforzo deve essere tale almeno che il moto segua. Le mezze misure, i palliativi, le dichiarazioni astratte e le velleità di legiferare sono lo scoglio contro cui può andare ad infrangersi il prossimo movimento rivoluzionario».
No, no, non vi lasciate disarmare, o lavoratori, appena vinta l’insurrezione; non vi lasciate impaludare nelle fredde gore d’una dittatura. Lasciate che la rivoluzione si dia tutta in braccio al genio multianime della distruzione! Lasciate che il popolo armato si scateni su tutto e tutti e rinnovi alfine con le proprie mani la sua vita!
Niente governi provvisori, niente comitati di salute pubblica, niente dittature!
Per fugare la contro-rivoluzione, per schiacciare la testa alla tirannide borghese e statale, per distruggere il passato non c’è altro mezzo che lasciare armata la folla; proprio come per ricostruire la vita sociale non c’è altro mezzo che lasciar libera, assolutamente libera, la folla. Il suo istinto naturale di mutuo appoggio saprà da solo riorganizzare la vita dopo l’insurrezione vittoriosa.
Ad occupar dei seggi, gli amici ed i compagni in fregola da dittatura, avran sempre tempo. Quando abolita la società capitalista statale e inaugurata quella dei liberi produttori e degli uomini fratelli, se hanno delle qualità speciali, potranno benissimo entrare nell’amministrazione economica della loro società o consigliare i loro fratelli per una data azione nei liberi consessi popolari, e compiere così tutto intero il loro dovere. Ma fino ad allora no. Fino ad allora non ci ha da essere che un solo proposito, espresso dal grido di guerra: Perché la rivoluzione trionfi abbasso il potere!

IV

Mi si dirà: E avete dimenticato la rivoluzione Russa? Non vedete che essa vive mercè la Dittatura del proletariato? No; non l’abbiamo dimenticata, e se volete vi diamo il nostro parere, eccovelo: La Rivoluzione Russa è stata fermata a metà strada dalla Dittatura dei Bolscevichi, che non è la Dittatura del Proletariato vera e propria, giacché questa consiste nella Rivoluzione armata in permanenza delle classi lavoratrici, contro le classi parassitarie, mentre quella di Russia è l’inaugurazione e il dominio di un governo di socialisti.
In una recente lettera, scritta in tedesco, Pietro Kropotkin, della Russia rivoluzionaria, il quale vede e studia e conosce meglio degli altri le cose e gli uomini di Russia, così si esprime:
«La Rivoluzione Russa — insinuatrice delle due grandi rivoluzioni inglese e francese — si sforza di progredire dal punto ove si è fermata la Francia quando ebbe raggiunta la nozione dell’eguaglianza di fatto, vale a dire dell’eguaglianza economica.
Disgraziatamente questo tentativo è stato fatto in Russia sotto la dittatura fortemente centralizzata di un partito, quello dei massimalisti. Lo stesso tentativo era stato fatto da Babeuf e dai suoi seguaci, tentativo centralista e giacobino. Debbo francamente confessare che, a mio modo di vedere, questo tentativo di edificare una repubblica comunista su basi statali fortemente centralizzate, sotto la legge di ferro della dittatura di un partito, sta risolvendosi in un fiasco formidabile. La Russia c’insegna come non si debba imporre il comunismo, sia pure da una popolazione stanca dell’antico regime ed impotente ad opporre una resistenza attiva all’esperimento dei nuovi governanti.
L’idea dei soviet, e dei consigli di operai e contadini, già preconizzata durante il tentativo rivoluzionario del 1915 e realizzata senz’altro il febbraio del 1917, fu un’idea meravigliosa. Il fatto stesso che questi consigli debbano controllare la vita politica ed economica del paese suppone ch’essi debbono esser composti da tutti quanti partecipano personalmente alla produzione della ricchezza nazionale.
Ma fintantoché un paese è sottoposto alla dittatura di un partito, i consigli di operai e contadini perdono evidentemente ogni significato. La loro funzione si riduce alla parte passiva rappresentata nel passato dagli Stati generali e dai parlamenti, convocati dal monarca e costretti a tenere testa ad un onnipotente consiglio reale.
Un consiglio del lavoro non può essere un corpo consultivo libero ed efficace quando manchi la libertà di stampa, situazione in cui ci troviamo in Russia da quasi due anni col pretesto della guerra. E quando le elezioni sono state fatte sotto la pressione dittatoriale di un partito, i consigli di operai e contadini perdono la loro forza rappresentativa. Si vuole giustificare tutto ciò dicendo che per combattere l’antico regime occorre una legge dittatoriale. Ma ciò costituisce un regresso quando si tratta di procedere alla costruzione di una nuova società su basi economiche nuove. Essa equivale alla condanna a morte della ricostituzione.
Sul come procedere per rovesciare un governo già in sfacelo non mancano esempi antichi e moderni. Altra cosa è creare di getto nuove forme di vita sociale — specie di forme di produzione e di scambio — di cui mancano gli esempi da imitare. Allora un governo che si proponga di regolare ogni cosa nei più intimi dettagli e che non vi riesce, pur disponendo di un esercito illimitato di funzionari, questo governo diventa una fonte di abusi infiniti. Esso sviluppa una burocrazia così vasta, che lo stesso sistema burocratico francese per il quale, per vendere un albero rovesciato da un uragano, è richiesto il concorso di quaranta funzionari, appare come un’inerzia. È lo stato di cose a cui assistiamo oggi in Russia. Ed è ciò che voi, lavoratori d’Occidente, dovete evitare, se avete a cuore il successo della ricostituzione sociale. Mandate in Russia i vostri delegati per rendervi conto da vicino come una rivoluzione sociale opera nella vita reale...
L’immane lavoro ricostruttivo richiesto dalla rivoluzione sociale non può essere l’opera di un governo centrale, anche se questi dispone per guidarlo di qualcosa di meglio che i soliti manuali socialisti od anarchici. Gli occorrono le cognizioni, la mente e la collaborazione volontaria di una moltitudine di forze locali e specializzate le quali soltanto sono in grado di risolvere con successo i vari problemi economici nei loro aspetti locali. Respingendo questa collaborazione per far unico assegnamento sulle qualità geniali di singoli dittatori di partito, equivale alla distruzione degli organismi indipendenti, come le organizzazioni professionali e le cooperative locali, riducendole, come è il caso attualmente in Russia, a semplici accessori burocratici del partito».
L’unica, la più grande, la più bella conquista dei proletari russi — i Soviet costituiti quando Lenin e Trostky erano cento miglia lontani dalla Russia e volevano la Repubblica democratica! — i Soviet hanno perso ogni significato, grazie alla Dittatura Bolscevica, e perdono sempre più «la loro forza rappresentativa» perché le elezioni sono fatte sotto la pressione della Dittatura del partito bolscevico. E dove mai la Dittatura del Proletariato, dov’ è mai la Rivoluzione, quando il popolo non puòesprimere il suo parere e, peggio ancora, quando un partito, anche se socialista, denatura le conquiste popolari a detrimento del popolo? No: la Rivoluzione Russa è stata fermata dai bolscevichi. Questo è il vero.
Io vedo una barca veliera tra i flutti di un mare in corrusco: vedo il cielo gravido di tempesta: sento una voce disperata chiamare al gran soccorso.
Sorgete! Suonate a stormo le vostre campane, o lavoratori, o grandi presenti e sempre assenti, o eterni ingannati da re e da preti, da signori e da politicanti! «Voi avete fatto tutto, potete distrugger tutto, perché potete rifare». Per legge naturale di evoluzione, la rivoluzione è alle porte d’Italia; per legge storica la Rivoluzione sarà eminentemente comunista ; per legge di cose anche adesso sono in lotta le due grandi correnti: la popolare e la dittatoriale, l’una — la corrente popolare — voi la trovate in tutti i moti espropriatori dei contadini di Calabria, di Puglia, del Lazio, dei minatori di Sicilia, dei metallurgici di Sestri Ponente e di Napoli; la trovate in tutte le rivolte collettive, che sorgono e si affermano indipendentemente e contro gli ordini di disciplina impartita dai dirigenti delle organizzazioni proletarie. L’altra corrente, la dittatoriale, voi la vedete nella tendenza malefica dei dirigenti che tenta di dominare con una disciplina dittatoriale la classe proletaria ribelle e che sconfessa i moti di Mantova, che esaurisce con la mancanza della solidarietà proletaria il meraviglioso sciopero degli operai torinesi, che firma contro il parere di una enorme massa di operai dei concordati capestro come quello dell’Ilva di Napoli, che esaurisce la energia rivoluzionaria con gli scioperi burletta di 24 ore. È quella che mentre il popolo insorge, che mentre il popolo grida a gran voce la rivoluzione sociale, invece di armi compra case e tipografie per quotidiani, e che peggio ancora vuole inquadrare una rivoluzione che è incapace di far divampare, in certi angusti schemi dittatoriali, quasi questi non fossero la soppressione della libertà, e quasi il socialismo potesse vivere o trionfare senza la libertà!
No, lavoratori, non permettete che la dittatura di un partito e quindi di un gruppo di uomini, fermi la rivoluzione proletaria che deve spingersi più avanti che sia possibile onde il benessere, la pace e la libertà del genere umano sia al fine un fatto compiuto.
I dittatori sono assenti sempre quando voi sorgete in armi, e rovesciate con una insurrezione gigantesca, formidabile, spaventosa, tremenda, l’oppressione capitalistica e statale. No. Contro ogni pericolo di dittatura che rappresenta sempre una controrivoluzione, abbiate sempre un solo pensiero: il trionfo della Rivoluzione.
E perché questo sia, restate sempre in rivoluzione in permanenza fino a che sul mondo non avrà stese le ali candide e pure l’Anarchia, che è l’unica convivenza logica del genere umano, che è il coronamento politico del socialismo, che è il trionfo necessario e sufficiente della rivoluzione sociale internazionale per cui noi anarchici siamo pronti a combattere col popolo e pel popolo, senza pennacchi al cimiero, senza usberghi di sicurezza, senza manie dittatoriali, ma col cuore ancora e sempre aperto ai voli della libertà più sconfinata e del godimento più puro di tutte le gioie umane.

[L’Avvenire Anarchico, n. 25 del 13/8/1920, n. 26 del 20/8/1920, n. 27 del 3/9/1920, n. 28 del 17/9/1920