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sabato 23 giugno 2012

Lasciate tutto


Annie Le Brun

 
«...vivo nel terrore di non essere incompreso..»
Oscar Wilde
 
«Vorrei parlarti cristallo incrinato urlante come un cane
in una notte di lenzuola sventolanti...»
Benjamin Péret
 
A sedici anni, ho deciso che la mia vita non sarebbe stata quella che volevano che fosse. Questa determinazione e, può darsi, la fortuna mi hanno permesso di evitare la maggior parte degli inconvenienti inerenti alla condizione femminile. Mi fa certo piacere che le ragazze esprimano sempre di più il desiderio di respingere i modelli che sono stati loro proposti finora; devo purtroppo notare che non esitano a riconoscersi nella negazione formale di questi modelli stessi, quando poi non si accontentano addirittura di rimetterli semplicemente a nuovo. Allora, se ci si compiace oggi un po’ dovunque a ripetere che donne non si nasce, si diventa, sembra che non ci si preoccupi affatto di non diventarlo. Anzi, tutt’altro. Al contrario delle femministe del XVIII e XIX secolo, che lottavano per cancellare la pretesa differenza che investiva l’uomo di un potere reale sulle donne, le neo-femministe di questi ultimi anni si sforzano di stabilire la realtà di questa differenza per rivendicare un preteso potere di cui le donne sarebbero state private. E questo a tal punto che la rivolta davanti a una impossibilità di essere tende a scomparire sotto i colpi dell’idiozia militante, che instaura un obbligo di essere. È proprio il caso di ricordare che in fatto di rivolta nessuno ha bisogno di antenati: e soprattutto non di queste consulenti tecniche che si scambiano le ricette dell’insubordinazione femminile dalla A alla Z?
Davanti all’enormità dei crimini più o meno legalmente perpetrati non solo nei confronti delle donne, ma anche di tutti i refrattari alla codificazione sociale dei ruoli sessuali (e penso in modo particolare agli omosessuali) considero troppo importante questa rivolta per non sentire il desiderio di disturbare il coro delle voci di chi, uomini e donne, pretende di astrarla dall’oscura individualità in cui essa prende violentemente corpo e da cui ricava le sue forze sconvolgenti. Insisto, questa rivolta è sempre un attentato alla morale della collettività, quali che siano le basi che la fondano. Allora, come non vedere che ogni donna si trova oggi virtualmente spossessata di questa individuale capacità di rivolta, quando non si rende conto che ogni sua devianza rischia di essere riacciuffata per servire a costruire un’ideologia tanto contraddittoria nelle sue proposizioni quanto totalitaria nelle sue intenzioni? Ora, tutti la incoraggiano, più o meno esplicitamente, a esporre le rivendicazioni del suo sesso, da quando la sedicente causa delle donne mostra un’immagine della rivolta addomesticata, presa nelle reti della normalizzazione negativa che la nostra epoca è così abile a tendere fin nei territori più remoti del nostro orizzonte sensibile.
Disprezzando da sempre i padroni con costumi da schiavi quanto gli schiavi impazienti di infilarsi nei panni dei padroni, confesso che gli abituali scontri fra gli uomini e le donne non mi hanno mai preoccupato affatto. Mi sento attratta piuttosto da coloro che disertano i ruoli preparati per loro dalla società. Non hanno mai la pretesa di costruire un mondo nuovo, ed è questa la loro onestà fondamentale: non faranno mai il bene degli altri loro malgrado, accontentandosi di essere le eccezioni che smentiscono la regola con una determinazione spesso capace di sconvolgere l’ordine delle cose.
Mi interessa più Oscar Wilde di una qualsiasi borghese che ha accettato di sposarsi e di fare dei figli e che, un bel giorno, si sente repressa nella sua molto ipotetica creatività.
Proprio così.
Non elencherò le mie preferenze al riguardo: sarebbe inutile e impietoso per la causa delle donne.
Che io abbia fatto di tutto per dare meno peso possibile alle conseguenze psichiche, sociali, intellettuali di un destino biologico, riguarda solo me; ma non permetterò che mi si colpevolizzi in nome di tutte le donne per riportarmi nei limiti del solito destino. Questa promiscuità improvvisamente ineluttabile alla ricerca dell’identità di ognuna minaccia infatti le donne nel più profondo della loro libertà, se l’affermazione di una differenza generica avviene a spese di tutte le differenze specifiche. Consideriamo con calma soltanto ciò che gli uni e le altre siamo stati condotti a subire indifferentemente in nome di Dio, della Natura, dell’Uomo, della Storia. Sembra dunque che non sia bastato, se tutto ricomincia oggi sotto l’emblema della Donna. Gli specialisti in materia di coercizione sanno quel che fanno quando moltiplicano con rapido zelo gli organismi nazionali e internazionali consacrati alla condizione femminile, senza che perciò la legislazione cambi realmente. Non è d’altronde possibile per loro sbagliare di molto dopo che Aragon, cantore della repressione da circa mezzo secolo, ha annunciato che «la donna è l’avvenire dell’uomo». Ho dei grossi dubbi su quest’avvenire quando gli può succedere di prendere i tratti di Elsa Triolet.
In ciò che si dice e si scrive in nome delle donne, vedo tornare — spacciato per liberazione — tutto ciò grazie a cui la donna è tradizionalmente stata mutilata: ci si dichiara contro la famiglia ma si esalta con trionfalismo la maternità che la fonda; si attacca la figura della donna-oggetto, ma si lavora al recupero promozionale del mistero femminile; infine, se i rapporti fra gli uomini e le donne vengono denunciati come rapporti di forza, si teorizzano d’altronde le più logoranti battaglie coniugali. Tutti buoni motivi per essere contenta di aver abbandonato definitivamente i vicoli ciechi della sensibilità cosiddetta femminile. Inoltre, niente saprebbe farmi rinunciare alla mia naturale avversione per le maggioranze, soprattutto quando queste sono composte, principalmente nei paesi occidentali, da martiri a mezzo servizio.
Più il rumore dell’epoca si fa assordante, più ho la certezza che la mia vita è altrove, scivola lungo il mio amore, le cui figure seppelliscono il tempo che passa. Ti guardo. C’incontreremo sul ponte della trasparenza, prima di sprofondare nella notte delle nostre differenze. Nuoteremo, vicini o lontani, distratti o tesi, risalendo la corrente del nostro mistero, per ritrovarci nell’abbraccio incerto delle nostre ombre fuggenti. Non siamo gli unici a esserci un giorno alzati dal più profondo delle nostre solitudini per andare incontro ai nostri fantasmi, senza preoccuparci se fossero maschi o femmine. E se sono pochi gli uomini che riescono a riconoscersi in questa confessione di Picabia: «le donne sono le depositarie della mia libertà», è perché forse qui è in gioco la conquista di un meraviglioso che le donne e gli uomini devono ancora scoprire. È perciò che non accetto di essere arruolata nell’esercito delle donne in lotta per una semplice combinazione biologica. Il mio forsennato individualismo è esattamente a misura di tutto ciò che lavora all’intercambiabilità degli esseri.

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