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domenica 18 marzo 2012

Furto ed espropriazione

Secondo il “Risveglio”, la soluzione anarchica del problema sta nella risposta al seguente questionario a cui, senza pretese ma con tutta franchezza, ci proponiamo di rispondere nell’ordine che troviamo.

In linea generale è da consigliare o sconsigliare il furto?
Secondo noi, quando si tratta di fatti che sono proibiti dalla legge e quindi soggetti a sanzione penale, non si consigliano agli altri che con l’esempio proprio. Ma quando, indipendentemente dal nostro consiglio, codesti fatti sono avvenuti e l’autorità si cinge a giudicarli ed a punirli, noi abbiamo il diritto di giudicarli a nostra volta, di spiegarli se ne siamo capaci, di giustificarli anche, se, in coscienza, li consideriamo giustificabili. In quest’ultimo caso a noi incombe anzi il dovere di difenderne gli autori contro le rappresaglie e le vendette dell’autorità. Negli altri, noi non crediamo che l’anarchico possa mai associarsi alle repressioni della legge borghese.

Giova o nuoce la pratica del furto alla nostra propaganda?
La grande massa degli uomini priva d’alcuna porzione del patrimonio sociale è vittima di un grande furto iniziale che è la proprietà privata. I detentori di privata proprietà hanno legittimato con la legge quel loro furto e con la legge hanno stabilito i modi e le forme con cui deve compiersi il trapasso della proprietà dalle mani di uno a quelle di un altro. E hanno chiamato furto tutti quei modi che non sono contemplati e giustificati dalle loro leggi.
Ma per noi, anarchici, il “furto” preveduto e punito dalla legge borghese ha lo stesso valore del contratto d’impiego industriale, d’affitto rurale od urbano, dell’appropriazione per eredità ecc.: è, cioè, un atto d’appropriazione a vantaggio personale senza corrispettivo di lavoro produttivo o di servizio utile.
Il furto è quindi possibile soltanto in regime di monopolio della ricchezza ed appartiene per sua natura all’ordine di cose fondato sulla proprietà privata.
Vuol dire questo che noi dobbiamo condannarlo a priori, come a priori condanniamo la rendita, l’interesse, lo sfruttamento capitalista, l’eredità?
No. Il disoccupato che ha fame è vittima del grande furto consumato ai suoi danni; e quando “ruba” si toglie una porzione della ricchezza che produsse e di cui fu arbitrariamente — per quanto legalmente — spogliato. Si sono trovati persino giudici borghesi disposti ad assolverlo.
Il diseredato che ruba compie — inconsapevolmente molte volte — un atto di rappresaglia contro coloro che, primi, l’hanno derubato e si restituisce nel possesso di ciò a cui ha in parte diritto — se è vero, come gli anarchici concordemente sostengono, che tutti gli uomini hanno eguale diritto all’uso della ricchezza sociale pel soddisfacimento dei propri bisogni.
La nostra propaganda si svolge in un ambiente dominato dalla morale borghese, tutta devozione ipocrita all’istituto della sacrosanta proprietà e non v’è dubbio che le nostre idee sulla proprietà stessa e sul furto si prestino ai nostri nemici per mettere in cattiva luce le nostre idee e i nostri caratteri.
Ma è pure certo che intorno all’istituto della proprietà noi abbiamo idee e sentimenti di recisa avversione; che il furto parziale illegale non può trovare presso di noi tanta ostilità quanta ve ne trova il furto totale legalizzato; che se non sempre noi riusciamo a giustificarlo, sempre lo spieghiamo come una conseguenza logica inevitabile dell’iniqua, ingiusta ripartizione del patrimonio sociale.

Dato che un compagno si è trovato una prima volta a dover rubare, bisogna spingerlo a diventare un professionista del furto o distoglierlo?
Bisogna, prima di tutto, non lapidarlo, non schernirlo, non unire la nostra voce d’irosa riprovazione al coro vendicativo dei moralisti venali, dei poliziotti e dei giudici. Perché noi sappiamo — e non abbiamo come i moralisti venali, i poliziotti e i giudici alcuna ragione per fingere d’ignorarlo — che al “furto” non si è dato per passatempo, ma che profonde, spesso tragiche ragioni ve lo hanno spinto.
Poi, se ci sentiamo in vena di precettori, possiamo dirgli: compagno, l’anarchico non ruba mai, espropria, qualche volta. Nel furto la società d’oggi è specializzata ed è armata potentemente a reprimere quelle forme di furto che non le convengono. Rubando tu non risolvi nulla né per te né per gli altri. Non per te, perché dentro e fuori — più dentro che fuori — dalle galere, non avrai un momento di tregua; non per gli altri, perché quando tu riuscissi ad appropriarti la fortuna di un altro non avresti fatto che cambiare il titolare di una proprietà rimasta immutata sui diseredati costretti ad alimentarne col sudore e col sangue i privilegi. E se tu sei veramente anarchico non hai certo di mira di diventare un borghese. Siam d’accordo con te che i titoli della proprietà individuale sono nulli, che la rivoluzione sociale è inconcepibile ove non sia accompagnata dalla totale espropriazione della ricchezza dalle mani di coloro che arbitrariamente la detengono a beneficio di tutti; e se veramente l’inerzia t’umilia, se ti senti cuore e mente, volontà e spirito di sacrificio per lanciarti, sentinella avanzata, nella mischia sociale per sovvenire coi mezzi dell’espropriazione parziale ai molti infiniti bisogni della propaganda e della preparazione rivoluzionaria, nell’operosa attesa che l’ora scocchi al quadrante della storia dell’espropriazione totale, non noi cercheremo nei sacri testi della morale anarchica, la censura o l’anatema. Guarda però che l’attivo è dubbio ed irto di minacce; sicuro invece il passivo, di cui, con tutta probabilità, non resterà che l’esempio d’una rivolta e d’un sacrifizio maledetti dal nemico, scherniti dal volgo, sospetti ai tiepidi, che per riuscire suggestivi dovranno essere ed apparire incontaminati e puri.
E s’egli, compresa la gravità del compito che s’impone, si getta allo sbaraglio e diventa non “un professionista del furto” ma un espropriatore rivoluzionario anarchico — lapidateci, o moralisti censori — ma noi lo rispettiamo e l’ammiriamo come anche voi ammirate gli eroi che ritenete in regola coi precetti del vostro anarchismo morale e incompleto.

Se v’hanno tra noi compagni di rara audacia, energia e potenza d’azione dobbiamo applaudirli di perderle in volgarissime imprese di furto o grassazione od augurare che servano ad atti d’importanza storica?
I compagni di rara audacia energia e potenza, hanno generalmente anche una chiara coscienza dei propri atti e fanno a meno così dei nostri applausi come dei nostri consigli. Sopratutto, i compagni così descrivibili, non conducono una vita volgare.
Conducono una vita di lotta in cui non è mai un minuto di tregua. Insorti contro il più geloso dei privilegi costituiti, quello per cui esistono sopratutto gli eserciti, le leggi, i giudici, le galere e la morale che nei millenni ha avvelenato la mente e il sangue dei diseredati d’ogni più paurosa superstizione, essi hanno contro di sé più che l’organizzazione dello stato e l’interesse dei privilegiati; hanno contro di sé il pregiudizio devoto delle masse, gli scrupoli atavici dei loro stessi compagni.
Sono soli, o quasi, a proclamare la giustizia della loro causa, e la proclamano offrendo l’olocauso della propria libertà, del proprio sangue, della vita.
E non è “volgarissima” impresa quella a cui s’accingono. La proprietà privata è come il monarcato, il parlamento, l’esercito, un’istituzione d’un ordine sociale che la rivoluzione da noi preconizzata aspira ad eliminare. Quando Bresci attenta al re, quando Vaillant attenta al parlamento, quando Masetti spara su di un colonnello, noi tutti comprendiamo che il loro atto ha un contenuto di giustizia ed è determinato da un’aspirazione alla libertà che palpita nei cuori dell’universale. Chi oserà negare che non sia un identico contenuto di giustizia nell’atto di Pini che espropria il ricco e restituisce alla collettività perché si armi a conquistare la libertà a cui ha incontestato diritto?
Di volgare nell’espropriazione rivoluzionaria è soltanto al paura dei borghesi e l’omaggio anarchico alla morale che li protegge.
In quanto ai nostri desideri, noi non possiamo che augurare che colui il quale si mette sul terreno dell’espropriazione rivoluzionaria sappia nella buona e nell’avversa fortuna mantenersi uomo di fede, degno delle idee d’emancipazione sociale che professa. Il trionfo della rivoluzione sociale sarà nello stesso tempo un atto di giustizia politica e d’espropriazione economica e nel quadro storico in cui quella matura un grande atto di giustizia economica può assurgere alla stessa importanza d’un grande atto di giustizia politica.

Il genere di vita che deriva da tale illegalismo eleva od abbassa l’individuo?
E un genere di vita che comporta promiscuità pericolose. Per uno che ha coscienza, ve ne sono forse cinque o dieci che non ce l’hanno, o la perdono. Perché il denaro è corruttore e molti che cominciano coll’espropriare, finiscono poi per rubare nel senso volgare, borghese della parola.
Ma quell’uomo c’è, c’è stato, ci sarà sempre; la sua vita è fatta di sacrificio, di audacia e di fede e nessuno di noi ha il diritto di inveire contro di lui.
Del resto, poi, quell’ambiente non è più corruttore degli altri che in intensità. Tutta la società in cui viviamo è corruttrice. Ci sono i propagandisti dell’anarchia che adolescenti mossero i primi passi insieme a noi e son finiti al parlamento, al governo, nelle sinecure sindacali, o son rientrati nei ranghi della gente per bene che bada ai fatti suoi. Vuol dire questo forse che tutti i propagandisti vanno diffidati, condannati?
Non lo penso. L’anarchico che diventa ladro, è in rapporto a quello che diventa espropriatore, ciò ch’è l’anarchico finito in parlamento in rapporto all’anarchico rimasto anarchico: un transfuga.

Cosa insegnano le esperienze già avute, in quale senso, cioè, sono concludenti?
Devo confessare la modestia delle mie esperienze in materia. Ma posso dire che se molti i quali amano atteggiarsi ad anarchici espropriatori hanno evidentemente mal compresa la propria vocazione — come molti che si credono altrettanti Bresci o Kropotkin hanno mal compresa la loro — esistono veramente uomini superiormente dotati che all’espropriazione rivoluzionaria si danno anima e corpo, con fede e disinteresse assoluti, convinti di affondare il piccone demolitore nel più solido istituto dell’ordine costituito, facendo opera due volte benemerita perché è esempio di ribellione in un campo chiuso dall’insuperata barriera di secolari devozioni e timori e perché il risultato delle loro audacie può servire ad alimentare le infinite iniziative rivoluzionarie che stanno loro a cuore.
Secondo il mio modo di vedere la loro attività ha, sinora, maggior valore in quanto è esempio di ribellione temeraria e di sacrifizio eroico, che non in quanto sia riuscita a sopperire ai bisogni delle altre attività rivoluzionarie. Ma, per me, il valore morale dell’esempio è infinitamente superiore a quello materiale del profitto. Non il denaro farà la rivoluzione sociale, ma il disprezzo del pericolo e delle sante istituzioni.

L’ambiente in cui viene a trovarsi l’illegalista, la necessità di cedere la refurtiva a prezzi derisori, i contatti colla peggiore depravazione non fanno di lui un corrotto, uno sfruttato, un brutale?
Chi pone questa domanda pensa evidentemente ai ladri incoscienti, buttati al furto dalla cattiva conformazione della società, nei quali noi vediamo più delle vittime che dei colpevoli, contro i quali in ogni modo, noi lasciamo ai preti e ai giudici il triste compito d’inveire.
Noi discutiamo degli anarchici espropriatori, i soli che c’interessino, pel momento. E se non esitiamo a riconoscere che, dato l’ambiente in cui sono costretti a muoversi, possono essere facile preda dell’ingordigia dei ricettatori, quindi sfruttati, non riusciamo a comprendere perché debbano essere necessariamente dei corrotti e dei brutali.
Se hanno una coscienza illuminata da un grande ideale — ed allora soltanto restano anarchici — ed a questo, con abnegazione suprema, fanno dono della libertà e della vita, nel cimento quotidiano ineffabile; se nel martirio delle lunghe infernali detenzioni hanno dimostrato di saper essere uomini sempre, incutendo in ogni più avversa occasione ai loro stessi aguzzini, il rispetto alla loro dignità di uomini e di anarchici, vuol dire che quella coscienza può e sa resistere alle corrosioni dell’ambiente e che della rettitudine e della delicatezza dei sentimenti possono essere in grado di dare esempio, anziché riceverlo.
Si dirà ancora che qui si parla d’eccezioni e che la regola è ben diversa.
Ma non è così in tutto il movimento anarchico, la tutti i movimenti rivoluzionari dove molti possono bensì fregiarsi del nome, ma pochi vivono la sostanza intima dell’idea?

M.S.

[L’Adunata dei Refrattari, anno IX, n. 12 del 5 aprile 1930]

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