da macerie
Lampedusa
brucia, ancora. Ogni sincero nemico delle frontiere e delle espulsioni
freme di gioia per questo ennesimo incendio alimentato della rabbia e
della voglia di libertà, e allo stesso tempo trema di rabbia e di
sgomento per le vergognose parole del sindaco De Rubeis (”Questo è uno
scenario di guerra. C’è una popolazione che non sopporta più, vuole
scendere in piazza con i manganelli e difendersi da sola”). Parole che
suonano come una vera e propria istigazione alla guerra civile. Parole
che, lo sappiamo tutti molto bene, possono essere prese molto sul
serio. A questo punto, ogni sincero nemico delle frontiere e delle
espulsioni non può limitarsi a contemplare quella che potremmo definire
la “rabbia degli altri”, di qualunque segno essa sia. Occore avere
pronte idee e proposte semplici e all’altezza della gravità della
situazione, e soprattutto delle sue potenzialità. “All’altezza della
situazione” significa semplicemente questo: chiunque, in un’ipotetica
assemblea, si facesse avanti ora con un discorso genericamente
antirazzista, pieno di tutte le banalità del caso (siamo stati emigranti
anche noi, dobbiamo accoglierli, e via sbrodolando) e proponesse, per
dirne una, un volantinaggio davanti al municipio, ebbene costui
correrebbe il rischio concreto di essere preso a sberle, sberle forse
ben meritate. Ma se invece l’idea fosse “il problema è l’esistenza del
Cie” e la proposta fosse “distruggiamo quel che ne resta e impediamone
la ricostruzione”, ci potrebbe essere qualche concreta possibilità che
diversi lampedusani arrabbiati, arrabbiati indistintamente col Governo e
con gli immigrati, decidano di mettere da parte i manganelli di De
Rubeis, e di impugnare tronchesine, piedi di porco, mazze, picconi e
tutto quel che serve per terminare una volta per tutte l’opera di
demolizione cominciata dai rivoltosi.
macerie @ Settembre 20, 2011
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