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giovedì 21 luglio 2011

L’ipotesi cibernetica (da Tiqqun n. 2, 2001) – prima parte

da anarchaos

NOTA DEL TRADUTTORE



Invio in allegato un lungo articolo da me tradotto e apparso in francese su “Tiqqun” n. 2 del 2001. Invito chiunque fosse interessato a farne l’uso che desidera conservando, divulgando, pubblicando e migliorando ove possibile. Non sono un traduttore professionista ma un dilettante che si è cimentato, appunto per diletto, con la materia dello scritto avvalendosi dell’aiuto saltuario della sua compagna francese.
Il testo si colloca all’interno di un progetto-laboratorio che ha coinvolto diverse singolarità e che ha raggiunto l’apice della non desiderata notorietà sotto la forma di una sua espressione: il Comitato Invisibile, autore del famoso/famigerato libro “L’insurrezione che viene”.
La fase “Tiqqun” di questo laboratorio si caratterizzava per un alto livello di ricerca e di elaborazione che si manifesta negli scritti, la cui qualità espressiva non è di immediata e semplice fruibilità. Abbiamo talvolta a che fare con un’insieme di concetti che non sono evidenti e comprensibili per chi non frequenti il pensiero critico di quel particolare filone di “intellettuali radicali” che va da Bataille a Foucault passando per Deleuze, Benjamin, Agamben e altri.
Il Comitato Invisibile si manifesterà successivamente attraverso un’esposizione più chiara e immediata di un pensiero che non si pone più come istanza separata di una pratica rivoluzionaria ma come illustrazione di una pura evidenza.
Si tenga conto che “L’ipotesi cibernetica” è stato elaborato dieci anni fa, cioè prima del sorgere di tante applicazioni tecnologiche divenute la cifra del mondo orwelliano in cui ci è dato vivere (ad es. i social network). Lo scritto andrebbe poi collocato concettualmente nella sinergia espressa dagli articoli della voluminosa rivista e che sono stati in buona parte già tradotti e pubblicati In Italia o divulgati via web. Nonostante ciò la materia trattata è estremamente interessante sia per le considerazioni che vi vengono svolte, sia per le conseguenze  che vi vengono accennate e che sono passibili di ulteriore sviluppo.
Guido
L’IPOTESI CIBERNETICA

da Tiqqun n. 2 (2001)






“Possiamo immaginare un tempo in cui la macchina per governare andrebbe a sostituire – nel bene o nel male, chissà? – l’odierna insufficienza delle menti e dei dispositivi abituali della politica “.
- Padre Dominique Dubarle, Le Monde, 28 Dicembre 1948



“C’è un contrasto sorprendente tra la raffinatezza concettuale e la dedizione che caratterizzano i processi d’ordine scientifico e tecnico e lo stile sommario e impreciso che caratterizza pratiche d’ordine politico … Siamo portati a domandarci se si tratta di un tipo di situazione insuperabile che segnerebbe i limiti definitivi della razionalità, o se si può sperare che questa impotenza possa un giorno essere superata e la vita collettiva diventare finalmente del tutto razionale. ”
- Un cibernetico enciclopedista negli anni ‘70.

I


“Non vi è probabilmente nessun dominio del pensiero dell’uomo o dell’attività materiale in cui si possa dire che la cibernetica non vi avrà, prima o poi, un ruolo da giocare”.
Georges Boulanger, Il dossier sulla cibernetica: utopia o scienza di domani nel mondo d’oggi, 1968.

“Il grande circonverso vuole circuiti stabili, cicli uguali, ripetizioni prevedibili, compatibilità senza problemi. Esso si propone di eliminare tutte le pulsioni parziali e di immobilizzare il corpo. Tale è l’ansia dell’imperatore, di cui parla Borgès, il quale desiderava una mappa talmente esatta dell’impero da ricoprire il suo territorio in tutti i suoi punti e dunque riprodurlo fino alla propria scala, che i sudditi del monarca trascorrevano così tanto tempo e usavano talmente tante energie a curarla nei più minuti particolari e a mantenerla che l’impero cadeva in rovina, nella misura in cui si perfezionava la sua copia cartografica, – tale è la follia del grande Zero centrale, il suo desiderio di immobilizzazione di un corpo che può soltanto essere rappresentato. ”
Jean-Francois Lyotard, Economia libidinale, 1973.



“Hanno voluto un’avventura e viverla con voi. Infine è la sola cosa da dire. Credono risolutamente che il futuro sarà moderno: diverso, appassionante, sicuramente difficile. Popolato di cyborgs e imprenditori dalle mani pulite, febbri da borsa e uomini-turbine. Come già è il presente per coloro che vogliono vederlo. Essi credono che l’avvenire sarà umano, addirittura femminile – e plurale; purché ciascuno lo viva, e che tutti vi partecipino. Si tratta di loro, i Lumi che avevamo perso, i fanti del progresso, gli abitanti del XXI secolo. Essi combattono l’ignoranza, l’ingiustizia, la miseria, le sofferenze d’ogni ordine. Essi sono là dove c’è movimento, là dove succede qualcosa. Non vogliono perdersi nulla. Sono umili e coraggiosi, al servizio d’un interesse che li supera, guidati da un superiore principio. Essi sanno porre i problemi, ma anche trovare le soluzioni. Essi ci faranno varcare le frontiere più pericolose, dalle rive del futuro ci tenderanno la mano. Essi sono la Storia in cammino, almeno ciò che ne rimane, poiché la parte più dura è alle nostre spalle. Sono santi e profeti, veri socialisti. E’ da tanto che essi hanno compreso che maggio ’68 non era una rivoluzione. La vera rivoluzione, essi la fanno. E’ solo questione d’organizzazione e trasparenza, d’intelligenza e cooperazione. Vasto programma! Eppoi…”

Prego? Cosa? Che dite? Quale programma? Gl’incubi peggiori, sapete, sono sovente le metamorfosi d’una favola, di quelle che SI sono raccontate a noi, quando eravamo fanciulli, al fine di addormentarci e di portare a compimento la nostra educazione morale. I nuovi conquistatori, coloro che qui chiameremo i cibernetici, non formano un partito organizzato – cosa che ci avrebbe reso più facile il compito – ma una diffusa costellazione d’agenti, agiti, posseduti, accecati dalla stessa fiaba. Si tratta degli assassini del tempo, i crociati del Medesimo, gl’innamorati della fatalità. Si tratta dei seguaci dell’ordine, gli appassionati della ragione, il popolo degli intermediari. I Grandi Racconti possono pur essere morti come ripete a volontà la vulgata postmoderna; il dominio rimane costituito da narrazioni-maestre. Fu questo il caso della Favola delle api che Bernard de Mandeville pubblicò nei primi anni del XVIII secolo, che tanto fece per fondare l’economia politica e giustificare i progressi del capitalismo. La prosperità, l’ordine sociale e politico non vi dipendevano più dalle virtù cattoliche del sacrificio ma dal perseguimento del proprio interesse da parte di ciascun individuo. I “vizi privati” vi erano dichiarati garanzie del “bene comune”. Mandeville, “l’Uomo-Diavolo”, come allora lo SI chiamava, fondava così, contro lo spirito religioso del suo tempo, l’ipotesi liberale che più tardi ispirò Adam Smith. Benché regolarmente riattivata, sotto le rinnovate forme del liberalismo, quella favola è oggi antiquata. La conseguenza di ciò, per gli spiriti critici, sarà che il liberalismo non deve più essere criticato.. Un altro modello ne ha preso il posto, lo stesso che si cela dietro i nomi di Internet, di nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione, di “Nuova Economia” o di genio genetico. Il liberalismo, ormai, è solamente una residua giustificazione, l’alibi del crimine quotidiano perpetrato dalla cibernetica.



Critici razionalisti del “credo economico” o dell’“utopia neo-tecnologica”, critici antropologici dell’utilitarismo nelle scienze sociali e dello scambio mercantile, critici marxisti del “capitalismo cognitivo” a cui vorrebbero opporre il “comunismo delle moltitudini”, critici politici d’una utopia della comunicazione che resuscita i peggiori fantasmi d’esclusione, critici dei critici del “nuovo spirito del capitalismo” o critici dello “Stato penale” e della sorveglianza che si dissimulano dietro il neo-liberalismo, gli spiriti critici sembrano poco inclini a tener conto dell’emergenza della cibernetica come nuova tecnologia di governo che federa e associa tanto la disciplina quanto la bio-politica, la polizia come la pubblicità, i suoi figli più anziani oggi troppo poco efficaci nell’esercizio del dominio. Vale a dire che la cibernetica non è, come la SI vorrebbe esclusivamente intendere, la sfera separata della produzione d’informazioni e della comunicazione, uno spazio virtuale che si sovrimporrebbe al mondo reale. Si tratta piuttosto d’un mondo autonomo di dispositivi confusi con il progetto capitalista in quanto progetto politico, una gigantesca “macchina astratta” costituita da macchine binarie effettuate dall’Impero, forma nuova della sovranità politica, bisognerebbe dire una macchina astratta che s’è fatta macchina da guerra mondiale. Deleuze e Guattari riconducono questa rottura a una nuova forma d’appropriazione delle macchine da guerra da parte degli Stati-nazione: “è solamente dopo la Seconda guerra mondiale che l’automatizzazione, poi l’automazione della macchina da guerra, hanno prodotto il loro vero effetto. Questa macchina da guerra, tenuto conto dei nuovi antagonismi che l’attraversavano, non aveva più la guerra per oggetto esclusivo, ma prendeva in carico e per oggetto la pace, la politica, l’ordine mondiale, in breve, come il proprio scopo. Appare qui l’inversione della formula di Clausewitz: è la politica che diviene la continuazione della  guerra, è la pace che libera tecnicamente il processo materiale illimitato della guerra totale. La guerra smette di essere la materializzazione della macchina da guerra, è la macchina da guerra stessa che diventa guerra materializzata”. E’ per questo che non vale più la pena di criticare l’ipotesi cibernetica. Essa deve piuttosto essere combattuta e vinta. E’ solo questione di tempo.

L’ipotesi cibernetica è dunque un’ipotesi politica, una nuova favola che, a partire dalla Seconda guerra mondiale, ha definitivamente soppiantato l’ipotesi liberale. Al contrario di quest’ultima, essa propone di concepire i comportamenti biologici, fisici, sociali come integralmente programmati e riprogrammabili. Più precisamente essa si rappresenta ciascun comportamento come “pilotato” in ultima istanza dalla necessità di sopravvivenza d’un “sistema” che lo rende possibile e al quale deve contribuire. E’ un pensiero dell’equilibrio nato in un contesto di crisi.
Mentre il 1914 ha sancito la decomposizione delle condizioni antropologiche di verifica dell’ipotesi liberale – l’emergenza del Bloom*, il fallimento, evidente in carne ed ossa nelle trincee, dell’idea d’individuo e di ogni metafisica del soggetto – e il 1917 la sua contestazione storica da parte della “rivoluzione” bolscevica, il 1940 segna l’estinzione dell’idea di società, così palesemente travagliata attraverso l’autodistruzione totalitaria. In quanto esperienze-limite della modernità politica, il Bloom e il totalitarismo sono dunque state le confutazioni più solide dell’ipotesi liberale. Ciò che peraltro Foucault chiamerà più tardi con tono divertito “morte dell’Uomo”, non è che la devastazione suscitata da questi due scetticismi, l’uno in direzione dell’individuo, l’altro in direzione della società, e provocati dalla Guerra dei Trent’anni che colpì l’Europa e il mondo nella prima metà del secolo scorso. Il problema che pone lo Zeitgeist di questi anni, è nuovamente quello di “difendere la società” contro le forze che conducono alla sua decomposizione, di restaurare la totalità sociale a dispetto d’una crisi generale della presenza che affligge ciascuno dei suoi atomi. Di conseguenza l’ipotesi cibernetica risponde, nelle scienze naturali come nelle scienze sociali, a un desiderio d’ordine e di certezza. Concatenamento più efficace d’una costellazione di reazioni animate da un desiderio attivo di totalità – e non solo attraverso una nostalgia di quest’ultima come nelle diverse varianti di romanticismo – l’ipotesi cibernetica è parente delle ideologie totalitarie come di tutti gli olismi, mistici, solidaristi come in Durkheim, funzionalisti ovvero marxisti di cui non fa che prendere il posto.

In quanto posizione etica, l’ipotesi cibernetica è complementare, sebbene strettamente opposta, del pathos umanista che riaccende i suoi fuochi dagli anni ‘40 e che altro non è che un tentativo di fare come se “l’Uomo” potesse pensarsi intatto dopo Auschwitz, di restaurare la metafisica classica del soggetto a dispetto del totalitarismo. Ma mentre l’ipotesi cibernetica include l’ipotesi liberale pur superandola, l’umanesimo non mira che a estendere l’ipotesi liberale alle situazioni sempre più numerose che gli resistono: per esempio è tutta la “cattiva fede” dell’impresa d’un Sartre, per rivolgere una delle categorie più inefficaci contro il suo stesso autore. L’ambiguità costitutiva della modernità, considerata sia come processo disciplinare che come processo liberale, sia come realizzazione del totalitarismo che come la venuta del liberalismo, è contenuta e soppressa nella, con la, e attraverso la nuova governamentalità che emerge, ispirata dall’ipotesi cibernetica. Questa non è altro che il protocollo sperimentale a grandezza naturale dell’Impero in formazione. La sua realizzazione e la sua estensione, producendo effetti devastanti, già corrodono tutte le istituzioni e i rapporti sociali fondati sul liberalismo e trasformano tanto la natura del capitalismo quanto le possibilità della sua contestazione. Il gesto cibernetico s’afferma attraverso una negazione di tutto ciò che sfugge alla regolamentazione, di tutte le linee di fuga risparmiate dall’esistenza negli interstizi della norma e dei dispositivi, di tutte le fluttuazioni comportamentali che in fine non dovessero seguire delle leggi naturali. L’ipotesi cibernetica, in quanto pervenuta a produrre i suoi stessi effetti di verità, è oggi l’anti-umanesimo più conseguente, quello che vuole conservare l’ordine generale delle cose vantandosi d’avere superato l’umano.



Come ogni discorso, l’ipotesi cibernetica si è potuta verificare solo associando gli esseri e le idee che la rinforzano, mettendosi alla prova al loro contatto, piegando il mondo alle sue leggi in un continuo processo di auto-validazione. E’ ormai un insieme di dispositivi che ambisce a prendere in carico la totalità dell’esistenza e dell’esistente. Il greco kubernèsis significa , in senso proprio, “azione di pilotare un vascello” e, in senso figurato, “azione di dirigere, di governare”. Nel suo corso del 1981-1982, Foucault insiste sul significato di questa categoria di “pilotaggio” nel mondo greco e romano suggerendo che essa potrebbe avere una portata più contemporanea: “L’idea del pilotaggio come arte, come tecnica allo stesso tempo teorica e pratica, necessaria all’esistenza, credo che sia un’idea importante e che meriterebbe eventualmente d’essere analizzata da più vicino, nella misura in cui vedete almeno tre tipi di tecniche che sono molto regolarmente riferiti a questo modello del pilotaggio: innanzi tutto la medicina; secondariamente, il governo politico; in terzo luogo, la direzione e il governo di sé stesso. Queste tre attività (guarire, dirigere gli altri, autogovernarsi) sono riferite con molta regolarità, nella letteratura greca, ellenistica e romana, a questa immagine del pilotaggio. E credo che questa immagine  del pilotaggio individui abbastanza bene un tipo di sapere e di pratiche tra le quali Greci e Romani riconoscevano una familiarità certa, e per le quali essi tentavano di stabilire una tekhnè (un’arte, un sistema ponderato di pratiche riferito a principi generali, a nozioni e a concetti): il Principe, in quanto deve governare gli altri, governare sé stesso, guarire i mali della città, i mali dei cittadini, i suoi stessi mali; colui che si governa come si governa una città, guarendo i suoi stessi mali; il medico a cui spetta dare la propria opinione non solo sui mali del corpo, ma sui mali dell’anima degli individui. E così, vedete, avete qui un intero pacchetto, tutto un insieme di nozioni nello spirito dei Greci e dei Romani che provengono, credo, da uno stesso tipo di sapere, da uno stesso tipo d’attività, da uno stesso tipo di conoscenza congetturale. E penso che potremmo ritrovare tutta la storia di questa metafora praticamente fino al XVI secolo, in cui precisamente la definizione d’una nuova arte di governo, centrata intorno alla ragion di Stato, distinguerà, allora in maniera radicale, governo di sé/medicina/governo degli altri, peraltro non senza che questa immagine del pilotaggio, come voi ben sapete, resti legata all’attività, attività che giustamente si chiama attività di governo.”

Ciò di cui gli auditori di Foucault sono ritenuti di sapere bene, e ch’egli si guarda bene dall’esporre, è che alla fine del XX secolo l’immagine del pilotaggio, vale a dire della gestione, è divenuta la metafora cardinale per descrivere non solo la politica ma anche tutta l’attività umana. La cibernetica diviene il progetto d’una razionalizzazione senza limiti. Nel 1953, quando pubblica The Nerves of Government nel pieno del periodo di sviluppo dell’ipotesi cibernetica nelle scienze naturali, Karl Deutsch, un universitario americano in scienze sociali, prende sul serio le possibilità politiche della cibernetica. Egli raccomanda d’abbandonare le vecchie concezioni sovraniste del potere che troppo a lungo sono state l’essenza della politica. Governare, significherà inventare un coordinamento razionale dei flussi d’informazione e decisione che circolano nel corpo sociale. Vi provvederanno tre condizioni, asserisce: installare un insieme di rilevatori che non perdano alcuna informazione che possa provenire dai “soggetti”; trattare le informazioni per correlazione e associazione; situarsi in prossimità di ogni comunità vivente. La modernizzazione cibernetica del potere e delle forme obsolete dell’autorità sociale s’annuncia dunque come produzione visibile della “mano invisibile” d’Adam Smith che fino a quel momento serviva da mistica chiave di volta alla sperimentazione liberale. Il sistema di comunicazione sarà il sistema nervoso delle società, la fonte e la destinazione d’ogni potere. L’ipotesi cibernetica enuncia così, né più né meno, la politica della “fine della politica”. Essa rappresenta insieme un paradigma e una tecnica di governo. Il suo studio mostra come la polizia non sia solo un organo di potere ma anche una forma del pensiero.

La cibernetica è il pensiero poliziesco dell’Impero, animato interamente, storicamente e metafisicamente, da una concezione offensiva del politico. Essa sta oggi concludendo l’opera d’integrare le tecniche d’individuazione – o di separazione – e di totalizzazione che s’erano separatamente sviluppate: di normalizzazione, “l’anatomo-politica”, e di regolazione, “la bio-politica”, per usare le parole di Foucault. Definisco polizia delle qualità le sue tecniche di separazione. E, seguendo Lukàcs, chiamo produzione sociale di società le sue tecniche di totalizzazione. Con la cibernetica si concatenano produzione di soggettività singolari e produzione di totalità collettive per replicare la Storia sotto la forma d’un falso movimento d’evoluzione. Essa rende effettivo il fantasma d’uno Stesso che sempre perviene a integrare l’Altro: come spiega un cibernetico, “ogni integrazione reale si basa su una preliminare differenziazione”. A tale proposito nessuno indubbiamente ha saputo esprimere questa indistinta pulsione omicida che anima la cibernetica meglio del suo più zelante ideologo francese, l’“automa” Abraham Moles: “Consideriamo che una società globale, uno Stato, possano trovarsi regolati in tal modo da essere protetti contro tutti gli incidenti a venire: allo stesso modo in cui l’eternità li cambia in sé stessi. E’ l’ideale d’una società stabile tradotto attraverso meccanismi sociali oggettivamente controllabili”. La cibernetica è la guerra mossa contro tutto ciò che vive e tutto ciò che dura. Studiando la formazione dell’ipotesi cibernetica, propongo qui una genealogia della governamentalità imperiale. Di seguito oppongo ad essa altri saperi guerrieri che quotidianamente cancella e attraverso i quali finirà per essere rovesciata.






II



“La vita sintetica è certamente uno dei possibili prodotti dell’evoluzione del controllo tecnoburocratico, così come il ritorno dell’intero pianeta al livello inorganico, è – abbastanza ironicamente – un altro dei risultati possibili di questa stessa rivoluzione che ha a che fare con la tecnologia del controllo”
James B. Beniger, The Control Revolution, 1986



Anche se le origini del dispositivo Internet sono oggi ben conosciute, non è inutile sottolineare di nuovo il loro significato politico. Internet è una macchina da guerra inventata per analogia con il sistema autostradale, che dall’Esercito americano fu concepito anche come strumento decentralizzato di mobilitazione interna. I militari americani desideravano un dispositivo che avrebbe preservato la struttura di comando in caso d’attacco nucleare. La risposta fu una rete elettronica capace di indirizzare automaticamente l’informazione pur essendo  quasi totalmente distrutti i legami, così permettendo alle autorità sopravvissute di rimanere in comunicazione le une con le altre e prendere delle decisioni. Con tale dispositivo l’autorità militare poteva essere mantenuta contro la peggiore delle catastrofi. Internet è dunque il risultato d’una trasformazione nomadica della strategia militare. Con una tale pianificazione alla sua radice si può dubitare delle presunte caratteristiche anti-autoritarie di questo dispositivo. Come Internet che ne deriva, la cibernetica è un’arte della guerra il cui obbiettivo è salvare la testa del corpo sociale in caso di catastrofe. Ciò che affiora storicamente e politicamente nel periodo tra le due guerre, e a cui rispose l’ipotesi cibernetica, è stato allora il problema metafisico della fondazione dell’ordine a partire dal disordine. L’insieme dell’edificio scientifico, in ciò che doveva alle concezioni deterministiche che la fisica meccanicista di Newton incarnava, crolla nella prima metà del secolo.
Bisogna immaginare le scienze di quest’epoca come dei territori dilaniati tra restaurazione neopositivista e rivoluzione probabilista, procedenti poi a tentoni verso un compromesso storico affinché la legge fosse riaffermata a partire dal caos, il certo a partire dal probabile. La cibernetica attraversa questo movimento – iniziato a Vienna al volgere del secolo e poi trasferitosi in Inghilterra e Stati Uniti negli anni ‘30 e ’40 – che costruisce un Secondo Impero della Ragione dove sparisce l’idea di Soggetto giudicata indispensabile fino a quel momento. Essa, in quanto conoscenza, riunisce un insieme di discorsi eterogenei che fanno prova comune del problema pratico del dominio dell’incertezza, a tal punto da esprimere nei loro differenti campi d’applicazione il desiderio che un ordine venga restaurato e soprattutto che questo sappia reggere.

La scena fondante della cibernetica ha luogo tra gli scienziati in un contesto di guerra totale. Sarebbe vano cercarvi qualche ragione maliziosa o le tracce d’un complotto: vi si trova un semplice manipolo d’uomini ordinari mobilitati per l’America durante la Seconda guerra mondiale. Norbert Wiener, studioso americano d’origine russa, ha l’incarico di sviluppare con alcuni colleghi una macchina per prevedere e controllare le posizioni degli aerei nemici in vista della loro distruzione. Era allora possibile prevedere con certezza solamente delle correlazioni tra alcune delle posizioni dell’aereo e alcuni dei suoi comportamenti. L’elaborazione del “Predictor”, la macchina di previsione richiesta a Wiener, richiede dunque un metodo particolare di trattamento delle posizioni dell’aereo e di comprensione delle interazioni dell’arma con il suo bersaglio. Tutta la storia della cibernetica mira a scongiurare questa impossibilità di determinare nello stesso tempo la posizione e il comportamento d’un corpo. L’intuizione di Wiener  consiste nel tradurre il problema dell’incertezza in problema d’informazione in una serie temporale in cui alcuni dati sono già conosciuti, altri non ancora, e a considerare l’oggetto e il soggetto della conoscenza come un tutto, un “sistema”. La soluzione consiste nell’introdurre costantemente nel gioco dei dati iniziali lo scarto constatato tra comportamento desiderato e comportamento effettivo, di modo che questi coincidano quando lo scarto s’annulla, come l’illustra il meccanismo d’un termostato. La scoperta supera considerevolmente le frontiere delle scienze sperimentali: in definitiva controllare un sistema dipenderebbe dall’istituzione d’una circolazione d’informazioni chiamata “feedback” o retroazione. La portata di questi risultati per le scienze naturali e sociali è esposta nel 1948 a Parigi in un’opera che risponde al titolo sibillino di Cybernetics, che designa per Wiener la dottrina del “controllo e della comunicazione nell’animale e nella macchina.

La cibernetica emerge dunque sotto l’aspetto inoffensivo d’una semplice teoria dell’informazione, un’informazione senza origine precisa, sempre presente in potenza nell’ambito d’ogni situazione. Essa sostiene che il controllo d’un sistema è ottenuto attraverso un grado ottimale di comunicazione tra le sue parti. Questo obbiettivo reclama innanzi tutto l’estorsione continua d’informazioni, processo di separazione degli esseri dalle loro qualità, di produzione di differenze. Altrimenti detto, la padronanza dell’incertezza passa attraverso la rappresentazione e la memorizzazione del passato. Da un lato l’immagine spettacolare, la codificazione matematica binaria – quella che Claude Shannon inventa in Mathematical Theory of Communication lo stesso anno in cui viene enunciata l’ipotesi cibernetica –, dall’altro l’invenzione di macchine di memoria che non alterino l’informazione e lo sforzo incredibile per la loro miniaturizzazione – è la funzione strategica determinante delle attuali nanotecnologie –, cospirano a creare simili condizioni a livello collettivo. Così messa in forma, l’informazione deve poi ritornare verso il mondo degli esseri, collegandoli gli uni agli altri, nel modo in cui la circolazione mercantile garantisce la loro messa in equivalenza. La retroazione, chiave della regolazione del sistema, adesso reclama una comunicazione in senso stretto. La cibernetica è il progetto d’una ri-creazione del mondo attraverso la messa in circolo infinito di questi due momenti, la rappresentazione che separa, la comunicazione che collega, la prima che dà la morte, la seconda che imita la vita.

Il discorso cibernetico comincia respingendo nel settore dei falsi problemi le controversie del XIX secolo che opponevano le visioni meccaniciste alle visioni vitaliste o organiciste del mondo. Esso postula un’analogia di funzionamento tra gli organismi viventi e le macchine, assimilati sotto la nozione di “sistema”. Così l’ipotesi cibernetica giustifica due tipi di esperimenti scientifici e sociali. Il primo mira a costituire una meccanica degli esseri viventi, a dominare, programmare, determinare l’uomo e la vita, la società e il suo “divenire”. Esso alimenta il ritorno dell’eugenetica come fantasma bionico. Esso ricerca scientificamente la fine della Storia; all’inizio ci troviamo sul terreno del controllo. Il secondo esperimento mira a imitare il vivente tramite delle macchine, dapprima in quanto individui, e questo porta agli sviluppi dei robot come dell’intelligenza artificiale; poi in quanto collettivi e questo sbocca sulla messa in circolazione d’informazioni e sulla costituzione di “reti”. Qui ci troviamo piuttosto sul terreno della comunicazione. Le due correnti di cibernetici, benché composte socialmente da popolazioni molto differenti – biologi, medici, informatici, neurologi, ingegneri, consulenti, poliziotti, pubblicitari, ecc. – nondimeno convergono attraverso il comune fantasma d’un Automa Universale, analogo a quello che Hobbes aveva dello Stato nel Leviatano, “uomo (o animale) artificiale”.

L’unità dei progressi cibernetici proviene da un metodo, vale a dire che essa s’è imposta come metodo d’iscrizione del mondo, allo stesso tempo smania sperimentale e schematismo proliferante. Esso corrisponde all’esplosione della matematica applicata, consecutiva alla disperazione causata dall’austriaco Kurt Gödel quando dimostrò che ogni tentativo di fondazione logica della matematica, e dunque d’unificazione delle scienze, era votato all’“incompletezza”. Con l’aiuto di Heisenberg viene a crollare oltre un secolo di giustificazione positivista. E’ Von Neumann che esprime in maniera estrema questo rude sentimento d’annullamento delle fondamenta. Egli interpreta la crisi logica della matematica come segno dell’ineluttabile imperfezione d’ogni creazione umana. Di conseguenza egli desidera stabilire una logica che sappia finalmente essere coerente, una logica di esclusiva provenienza da un automa! Da matematico puro egli si fa agente d’un meticciato scientifico, d’una matematizzazione generale che permetterà di ricostruire dal basso, attraverso la pratica, l’unità perduta delle scienze di cui la cibernetica doveva essere la più stabile espressione teorica. Non una dimostrazione, non un discorso, non un libro, non un luogo che d’allora non si sia animato con il linguaggio universale dello schema esplicativo, della forma visiva del ragionamento. La cibernetica trasporta il processo di razionalizzazione comune alla burocrazia e al capitalismo sul piano della modellizzazione totale. Herbert Simon, il profeta dell’Intelligenza Artificiale, negli anni ’60 riprende il programma di Von Neumann al fine di costruire un automa pensante. Si tratta d’una macchina dotata d’un programma, chiamato expert system, che deve essere capace di trattare l’informazione al fine di risolvere i problemi che conosce ciascun dominio di competenza particolare, e, per associazione, l’insieme dei problemi pratici incontrati dall’umanità! Il General Problem Solver (GPS), creato nel 1972, è il modello di questa competenza universale che riassume tutte le altre, il modello di tutti i modelli, l’intellettualismo più applicato, la realizzazione pratica dell’adagio preferito dai padroncini senza padronanza secondo il quale “non esistono problemi ma solo soluzioni”.

L’ipotesi cibernetica progredisce indistintamente come teoria e come tecnologia, l’una che certifica sempre l’altra. Nel 1943 Wiener incontra John Von Neumann, incaricato di costruire  macchine abbastanza rapide e potenti per effettuare i calcoli necessari allo sviluppo del progetto Manhattan al quale lavoravano 15.000 scienziati e ingegneri, così come 300.000 tecnici e operai sotto la direzione del fisico Robert Oppenheimer: il computer e la bomba atomica nascono insieme. Dal punto di vista dell’immaginario contemporaneo “l’utopia della comunicazione” è dunque il mito complementare a quello dell’invenzione del nucleare: è sempre questione di portare a termine l’essere-insieme per eccesso di vita o per eccesso di morte, per fusione terrestre o per suicidio cosmico. La cibernetica si presenta come la risposta più adatta alla Grande Paura della distruzione del mondo e della specie umana. Von Neumann è il suo agente doppiogiochista, l’“inside outsider” per eccellenza. L’analogia tra le categorie  di descrizione delle sue macchine, degli organismi viventi, e quelle di Wiener suggella l’alleanza della cibernetica e dell’informatica. Ci vorrà qualche anno perché la biologia molecolare, all’origine della decodifica del DNA, utilizzi a sua volta la teoria dell’informazione per spiegare l’uomo in quanto individuo e in quanto specie, conferendo così una potenza tecnica ineguagliata alla manipolazione sperimentale degli esseri umani sul piano genetico.

Lo slittamento della metafora del sistema verso quella della rete, nel discorso sociale tra gli anni ’50  e gli anni ’80, punta verso l’altra analogia fondamentale che costituisce l’ipotesi cibernetica. Esso indica quindi una profonda trasformazione di quest’ultima. Poiché se SI è parlato di “sistema”, tra cibernetici, lo si è fatto paragonandolo al sistema nervoso, e se oggi nelle scienze cognitive si parla di “rete”, è alla rete neuronale che SI pensa. La cibernetica è l’assimilazione della totalità dei fenomeni esistenti a quelli cerebrali. Supponendo la testa come alfa e omega del mondo la cibernetica ha garantito a sé stessa di essere sempre l’avanguardia delle avanguardie, quella dietro cui tutte corrono incessantemente. Difatti essa instaura al suo inizio l’identità tra la vita, il pensiero e il linguaggio. Questo monismo radicale si fonda su un’analogia tra le nozioni d’informazione e d’energia. Wiener l’introduce innestando sul suo discorso quello della termodinamica del XIX secolo. L’operazione consiste nel paragonare l’effetto del tempo su un sistema energetico con l’effetto del tempo su un sistema d’informazioni. Un sistema, in quanto sistema, non è mai puro e perfetto: v’è degradazione d’energia man mano che questa cambia, così come v’è degradazione dell’informazione nella misura della sua circolazione. Si tratta di ciò che Clausius ha denominato entropia. L’entropia, considerata come una legge naturale, è l’inferno del cibernetico. Essa spiega la decomposizione del vivente, lo squilibrio in economia, la dissoluzione del legame sociale, la decadenza…In un primo tempo, speculativo, la cibernetica pretende perciò di fondare il terreno comune a partire dal quale deve essere possibile l’unificazione delle scienze naturali e delle scienze umane.

Ciò che verrà chiamata la “seconda cibernetica” sarà il progetto superiore d’un esperimento sulle società umane: una antropotecnica. La missione del cibernetico è lottare contro l’entropia generale che minaccia gli esseri viventi, le macchine, le società, vale a dire creare le condizioni sperimentali d’una rivitalizzazione permanente, restaurare incessantemente l’integrità della totalità. “L’importante non è che l’uomo sia presente ma che egli esista come supporto vivente dell’idea tecnica”, constata il commentatore umanista Raymond Ruyer. Con l’elaborazione e lo sviluppo della cibernetica, l’ideale delle scienze sperimentali, già all’origine dell’economia politica via la fisica newtoniana, viene nuovamente a dare man forte al capitalismo. Da allora viene chiamato “società contemporanea” il laboratorio in cui è sperimentata l’ipotesi cibernetica. A partire dalla fine degli anni ’60, grazie alle tecniche che essa ha istruite, la seconda cibernetica non è più un’ipotesi da laboratorio ma un esperimento sociale. Essa mira a costruire ciò che Giorgio Cesarano chiama una stabilizzata società animale che “[nelle termiti, nelle formiche, nelle api] ha come presupposto naturale del suo funzionamento automatico, la negazione dell’individuo; così la società animale nel suo insieme (termitaio, formicaio o alveare) si pone come un individuo plurale, la cui unità determina ed è determinata dalla divisione dei ruoli e delle funzioni – nel quadro d’una ‘composizione organica’ in cui è arduo non vedere il modello biologico della teleologia del Capitale”.










III




“Non v’è bisogno d’essere profeta per riconoscere che le scienze moderne, nel loro lavoro d’installazione, non tarderanno ad essere determinate e pilotate dalla nuova scienza di base, la cibernetica. Questa scienza corrisponde alla determinazione dell’uomo come essere la cui essenza è l’attività in ambiente sociale. Essa è in effetti la teoria avente per oggetto l’assunzione nelle proprie mani della possibile pianificazione e dell’organizzazione del lavoro umano.”
Martin Heidegger, La fine della filosofia e il compito del pensiero, 1966

“Ma d’altro lato la cibernetica si vede obbligata a riconoscere che, nel tempo presente, non è ancora compiuta una regolazione generale dell’esistenza umana. Ciò perché l’uomo svolge ancora provvisoriamente la funzione, nel dominio universale della scienza cibernetica, di ‘fattore di perturbazione’. I piani e le azioni umane, apparentemente liberi, agiscono in maniera perturbante. Ma molto recentemente la scienza ha preso possesso anche di questo campo dell’esistenza umana. Essa intraprende l’esplorazione e la pianificazione, rigorosamente metodica, del possibile avvenire dell’uomo  che agisce. Essa registra le informazioni su ciò che è pianificabile dell’uomo”
Martin Heidegger, L’origine dell’arte e la destinazione  del pensiero, 1967



Nel 1946, ha luogo a New York una conferenza di scienziati il cui oggetto è estendere l’ipotesi cibernetica alle scienze sociali. I partecipanti s’uniscono in base a una squalifica evidenziata dei filosofi filistei del sociale che  partono dall’individuo o dalla società. La socio-cibernetica dovrà concentrarsi sui fenomeni intermedi di feedback sociali, come quelli che la scuola antropologica americana crede di scoprire a quel tempo tra “cultura” e “personalità”, per costruire una caratterologia delle nazioni destinata ai soldati americani. L’operazione consiste nel ridurre il pensiero dialettico a un’osservazione di processi di causalità circolari nel seno d’una totalità sociale invariante a priori, a confondere contraddizione e inadattabilità, come nella categoria centrale della psicologia cibernetica, il double bind. In quanto scienza della società, la cibernetica mira a inventare una regolazione sociale che superi le macro-istituzioni che sono lo Stato e il Mercato, a favore di micro-meccanismi di controllo, a favore di dispositivi. La legge fondamentale della socio-cibernetica è la seguente: crescita e controllo evolvono in ragione inversa. E’ dunque più facile costruire un ordine sociale cibernetico su piccola scala: “il ristabilimento rapido degli equilibri esige che gli scarti siano rivelati nei luoghi stessi in cui si producono e che l’azione correttrice s’effettui in maniera decentralizzata”. Sotto l’influenza di Gregory Bateson – il Von Neumann delle scienze sociali – e della tradizione sociologica americana ossessionata dalla questione della devianza, (il vagabondo, l’immigrante, il criminale, il giovane, io, tu, lui, ecc.), la socio-cibernetica si dirige prioritariamente verso lo studio dell’individuo come luogo di feedbacks, cioè come “personalità autodisciplinata”. Bateson diviene il rieducatore sociale in capo della seconda metà del XX secolo, all’origine sia del movimento della terapia familiare sia delle formazioni alle tecniche di vendita sviluppate a Palo-Alto. Giacché l’ipotesi cibernetica richiede una conformazione radicalmente nuova del soggetto, individuale o collettivo, nel senso d’uno svuotamento. Essa squalifica l’interiorità come mito e con essa tutta la psicologia del XIX secolo, compresa la psicanalisi. Non si tratta più di strappare il soggetto a dei legami tradizionali esterni, come aveva ordinato l’ipotesi liberale, ma di ricostruire del legame sociale privando il soggetto d’ogni sostanza. E’ necessario che ciascuno divenga un involucro senza carne, il miglior conduttore possibile della comunicazione sociale, il luogo d’un circuito retroattivo infinito che proceda senza nodi. Il processo di cibernetizzazione conclude così il “processo di civilizzazione”, fino all’astrazione dei corpi e dei loro affetti nel regime dei segni. “In questo senso, scrive Lyotard, il sistema si presenta come la macchina avanguardista che porta con sé l’umanità, disumanizzandola, per riumanizzarla a un altro livello di capacità normativa. Tale è l’orgoglio dei decisori, tale è il loro accecamento. […]. La stessa permissività, in rapporto ai diversi giochi, è posta sotto la condizione della performatività. La ridefinizione delle norme di vita consiste nel miglioramento della competenza del sistema in materia di potenza.”

Spronati dalla Guerra Fredda e dalla “caccia alle streghe”, i socio-cibernetici braccano senza sosta il patologico dietro il normale, il comunista che dorme in ognuno. Per questo fine essi formano negli anni ’50 la Federazione della Salute Mentale ove si elabora una soluzione originale, quasi-finale, ai problemi della comunità e dell’epoca: “E’ lo scopo ultimo della salute mentale aiutare gli uomini a vivere con i loro simili all’interno d’uno stesso mondo… Il concetto di salute mentale è coestensivo all’ordine internazionale e alla comunità mondiale che devono essere sviluppati affinché gli uomini possano vivere in pace gli uni con gli altri”. Ripensando i problemi mentali e le patologie sociali in termini d’informazione, la cibernetica fonda una nuova politica dei soggetti che poggia sulla comunicazione, la trasparenza a sé e agli altri. E’ alla richiesta di Bateson che Wiener deve a sua volta riflettere a riguardo d’una socio-cibernetica di più ampia portata del semplice progetto d’un igienismo mentale. Egli prende atto facilmente del fallimento dell’esperimento liberale: sul mercato l’informazione è sempre impura e imperfetta sia a causa della menzogna pubblicitaria, della concentrazione monopolistica dei media, che a causa dell’ignoranza degli Stati che contengono, come collettivo, meno informazioni della società civile. L’estensione delle relazioni mercantili, accrescendo la dimensione delle comunità, delle concatenazioni retroattive, rende ancora più probabili le distorsioni comunicative e i problemi di controllo sociale. Non solo il legame sociale è stato distrutto dal processo d’accumulazione passato, ma lo stesso ordine sociale appare ciberneticamente impossibile in seno al capitalismo. La fortuna dell’ipotesi cibernetica è dunque comprensibile a cominciare dalle crisi incontrate dal capitalismo nel XX secolo, le quali rimettono in causa le pretese “leggi” dell’economia politica classica. E’ in questa breccia che si insinua il discorso cibernetico.

La storia contemporanea del discorso economico deve essere considerata sotto l’angolo di questa crescita del problema dell’informazione. Dalla crisi del 1929 al 1945 l’attenzione degli economisti si porta sulle questioni di anticipazione, di incertezza legata alla domanda, di aggiustamento tra produzione e consumo, di previsione dell’attività economica. L’economia classica pensata da Smith vacilla come gli altri discorsi scientifici direttamente ispirati dalla fisica di Newton. Il ruolo preponderante che dopo il 1945 sta per prendere la cibernetica nell’economia, si capisce a partire da un’intuizione di Marx che constatava come “nell’economia politica, la legge è determinata dal suo contrario, vale a dire l’assenza di leggi. La vera legge dell’economia politica è il caso”. Per provare che il capitalismo non è fattore d’entropia e di caos sociale, il discorso economico privilegia, a partire dagli anni ’40, una ridefinizione cibernetica della sua psicologia. Essa poggia sul modello della “teoria dei giochi” sviluppato da Von Neumann e Oskar Morgenstern nel 1944. I primi socio-cibernetici mostrano che l’homo œconomicus potrebbe esistere solo a condizione d’una trasparenza totale a sé stesso e agli altri delle proprie preferenze. Nell’impossibilità di conoscere l’insieme dei comportamenti degli altri attori economici, l’idea utilitarista d’una razionalità  delle scelte micro-economiche non è altro che illusione. Sotto l’impulso di Friedrich von Hayek, il paradigma utilitarista viene dunque abbandonato a favore d’una teoria dei meccanismi di coordinazione spontanea delle scelte individuali, la quale riconosce che ciascun agente ha solo una conoscenza limitata dei propri e degli altrui comportamenti. La risposta consiste nel sacrificare l’autonomia della teoria economica innestandola sulla promessa cibernetica del bilanciamento dei sistemi. Il discorso ibrido  che ne risulta, in seguito chiamato “neo-liberale”, attribuisce al mercato alcune virtù d’allocazione ottimale dell’informazione – e non più delle ricchezze – nella società. A questo titolo il mercato è lo strumento del coordinamento perfetto degli attori grazie al quale la totalità sociale trova un equilibrio duraturo. Il capitalismo diventa qui indiscutibile in quanto viene presentato come semplice mezzo, il miglior mezzo, per produrre l’autoregolazione sociale.



Come nel 1929, il movimento di contestazione planetaria del ’68 e, ancor più, la crisi del dopo 1973, ripongono all’economia politica il problema dell’incertezza, questa volta su un terreno esistenziale e politico. Ci si inebria di teorie altisonanti, qui quel vecchio bavoso d’Edgar Morin e la sua “complessità”, là quel sempliciotto illuminato di Joël de Rosnay e la sua “società in tempo reale”. La filosofia ecologista si nutre di questa nuova mistica del Grande Tutto. Adesso la totalità non è piu un’origine da ritrovare ma un divenire da costruire. Il problema della cibernetica non è più la previsione del futuro ma la riproduzione del presente. Non è più questione d’ordine statico ma di dinamica d’auto-organizzazione. L’individuo non è più accreditato d’alcun potere: la sua conoscenza del mondo è imperfetta, i suoi desideri gli sono sconosciuti, è opaco a sé stesso, gli sfugge tutto; di conseguenza egli è spontaneamente cooperativo, naturalmente empatico, fatalmente solidale. Egli non sa nulla di tutto ciò ma SI sa tutto di lui. Qui si elabora la forma più avanzata dell’individualismo contemporaneo, sulla quale si innesta la filosofia hayekiana per la quale ogni incertezza, ogni possibilità d’evento non è altro che un temporaneo problema d’ignoranza. Convertito in ideologia, il liberalismo serve da copertura a un insieme di nuove pratiche tecniche e scientifiche, una “seconda cibernetica” diffusa, che cancella deliberatamente il suo nome di battesimo. In seguito agli anni ’60 il termine stesso di cibernetica s’è fuso con alcuni termini ibridi. L’esplosione delle scienze non permette più in effetti alcuna unificazione teorica: l’unità della cibernetica si manifesta ormai praticamente attraverso il mondo che essa configura ogni giorno. Essa è lo strumento attraverso cui il capitalismo ha adattato l’una con l’altra: la sua capacità di disintegrazione con la sua ricerca di profitto. Una società minacciata di decomposizione permanente potrà essere tanto meglio padroneggiata quanto meglio si formerà una rete d’informazione, un “sistema nervoso” autonomo, che permetterà di pilotarla, così scrivono sul caso francese i lacchè di stato Simon Nora e Alain Minc nel loro rapporto del 1978. Ciò che oggi SI chiama “Nuova Economia”, che unifica sotto una stessa denominazione controllata d’origine cibernetica l’insieme delle trasformazioni che i paesi occidentali hanno conosciuto da trenta anni, è un insieme di nuovi assoggettamenti, una nuova soluzione al problema pratico dell’ordine sociale e del suo avvenire, cioè una nuova politica.

Sotto l’influenza dell’informatizzazione, le tecniche per accordare offerta e domanda, aventi origine nel periodo 1930-1970, sono state raffinate, abbreviate e decentralizzate. L’immagine della “mano invisibile” non è più una fantasia giustificatrice ma il principio effettivo della produzione sociale di società, quale esso si materializza nelle procedure del computer. Le tecniche d’intermediazione mercantile e finanziaria sono state automatizzate. Internet permette simultaneamente di conoscere le preferenze del consumatore e di condizionarle attraverso la pubblicità. A un altro livello, tutta l’informazione sui comportamenti degli agenti economici circola sotto forma di titoli presi in carico dai mercati finanziari. Ogni attore della valorizzazione capitalista è il supporto di circuiti di retroazione quasi permanenti, in tempo reale. Sui mercati reali come sui mercati virtuali, ogni transazione dà ormai luogo a una circolazione di informazioni sui soggetti e sugli oggetti dello scambio, che supera la sola fissazione del prezzo, divenuta secondaria. Da un lato ci si è resi conto dell’importanza dell’informazione come fattore di produzione distinto dal lavoro e dal capitale e decisivo per la “crescita” sotto forma di conoscenze, di innovazioni tecniche, di competenze distribuite. Dall’altro, il settore specializzato della produzione di informazioni non ha cessato d’aumentare la sua ampiezza. E’ al rafforzamento reciproco di queste due tendenze che l’attuale capitalismo deve essere qualificato come economia dell’informazione. L’informazione è diventata la ricchezza da estrarre e da accumulare, trasformando il capitalismo in ausiliario della cibernetica. La relazione tra capitalismo e cibernetica s’è invertita nel corso del secolo: mentre nel dopo-crisi del ’29 SI costruisce un sistema d’informazioni sull’attività economica al fine di permetterne la regolazione – fu questo l’obbiettivo di ogni pianificazione – l’economia del dopo-crisi ’73 ripone il processo d’auto-regolazione sociale sulla valorizzazione dell’informazione.


IV



“Se le macchine motrici hanno costituito la seconda età della macchina tecnica, le macchine della cibernetica e dell’informatica formano una terza età che ricompone un regime d’asservimento generalizzato: dei “sistemi uomini-macchine”, reversibili e ricorrenti, sostituiscono le antiche relazioni d’assoggettamento non reversibili e non ricorrenti tra i due elementi; il rapporto dell’uomo e della macchina si fa in termini di reciproca comunicazione interna, e non più d’uso o d’azione. Nella composizione organica del capitale, il capitale variabile definisce un regime d’assoggettamento del lavoratore (plusvalore umano) avente per quadro principale l’impresa o la fabbrica; ma quando il capitale costante cresce proporzionalmente sempre più nell’automazione, troviamo un nuovo asservimento, man mano che il regime del lavoro cambia, che il plus-valore diviene macchinico e che il quadro s’estende alla società tutta intera. Potremmo anche dire che un pò di soggettivazione ci allontanava dall’asservimento, ma che molto di essa ci riporta indietro.”
Gilles Deleuze, Félix Guattari, Mille Piani, 1980

“Un solo momento di classe permane tale, e ha coscienza per sè: la classe dei gestori del capitale quale macchina sociale. La coscienza che la connota è, coerentemente, quella dell’apocalisse, dell’autodistruzione.”
Giorgio Cesarano, Manuale di sopravvivenza, 1975



Nulla esprime la vittoria contemporanea della cibernetica meglio del fatto che il valore possa essere estratto come informazione sull’informazione. La logica mercantile-cibernetica, o “neo-liberale”, s’estende ad ogni attività, compreso quella non ancora mercantile, con il sostegno costante degli stati moderni. Più generalmente, la precarizzazione degli oggetti e dei soggetti del capitalismo ha per corollario un accrescimento della circolazione di informazioni a loro riguardo: ciò può valere indifferentemente per un lavoratore-disoccupato come per una mucca. Di conseguenza la cibernetica mira  a inquietare e a controllare nello stesso movimento. Essa si fonda sul terrore che è fattore d’evoluzione – di crescita economica, di progresso morale – poiché fornisce l’occasione d’una produzione d’informazioni. Lo stato d’urgenza, tipico delle crisi, è ciò che permette all’auto-regolazione di venire rilanciata, di autoalimentarsi come moto perpetuo. E quindi, al contrario dello schema dell’economia classica in cui l’equilibrio dell’offerta e della domanda doveva permettere la “crescita” e dunque il benessere collettivo, è ormai la “crescita” stessa ad essere una strada senza limiti verso l’equilibrio. E’ dunque giusto criticare la modernità occidentale come processo di “mobilitazione infinita” la cui destinazione sarebbe il “movimento verso ancor più movimento”. Ma da un punto di vista cibernetico l’autoproduzione che caratterizza egualmente lo Stato, il Mercato, così come l’automa, il salariato o il disoccupato,  è indiscernibile dall’auto-controllo che la modera e la rallenta.

E’ risaputo, la cibernetica non è solo uno degli aspetti della vita contemporanea, per esempio la sua componente neotecnologica, ma il punto di partenza e il punto d’arrivo del nuovo capitalismo. Capitalismo cibernetico – che cosa significa? Vuol dire che, dagli anni ’70, ci troviamo di fronte ad una formazione sociale emergente che prende il posto del capitalismo fordista e che risulta dall’applicazione dell’ipotesi cibernetica all’economia politica. Il capitalismo cibernetico si sviluppa al fine di permettere al corpo sociale devastato dal Capitale di riformarsi e d’offrirsi al processo d’accumulazione per un ulteriore ciclo. Da una parte il capitalismo deve crescere, la qual cosa implica una distruzione. Dall’altra esso deve ricostruire “comunità umana”, il che implica una circolazione. “Ci sono due usi della ricchezza, scrive Lyotard, cioè della potenza-potere: un uso riproduttivo e un uso predatore. Il primo è circolare, globale, organico; il secondo è parziale, mortifero, geloso. […] Il capitalista è un conquistatore e il conquistatore è un mostro, un centauro: la sua parte anteriore si nutre nel riprodurre il sistema regolato delle metamorfosi controllate sotto la legge della merce-stallone, mentre la sua parte posteriore si occupa di saccheggiare le energie sovraeccitate. Da un lato appropriarsi, dunque conservare, cioè riprodurre nell’equivalenza, reinvestire; dall’altro prendere e distruggere, rubare e fuggire, scavando un altro spazio, un altro tempo”. Le crisi del capitalismo, come Marx le comprendeva, provengono sempre da una disarticolazione tra il tempo della conquista e il tempo della riproduzione. La funzione della cibernetica è di evitare queste crisi assicurando il coordinamento tra “parte anteriore” e “parte posteriore” del Capitale. Il suo sviluppo è una risposta endogena data al problema che viene posto al capitalismo, cioè come svilupparsi senza squilibri fatali.

Nella logica del Capitale, lo sviluppo della funzione di pilotaggio, di “controllo”, corrisponde alla subordinazione della sfera dell’accumulazione alla sfera della circolazione. Per la critica dell’economia politica la circolazione non dovrebbe essere meno sospetta, in effetti, della produzione. Essa, come Marx sapeva, è solo un caso particolare della produzione presa in senso generale. La socializzazione dell’economia – cioè dell’interdipendenza tra i capitalisti e gli altri membri del corpo sociale, la “comunità umana” -, l’allargamento della base umana del Capitale, fa sì che l’estrazione del plusvalore, che si trova all’origine del profitto, non sia più centrata sul rapporto di sfruttamento istituito dal salariato. Il centro di gravità della valorizzazione si sposta sul lato della sfera della circolazione. Non potendo rafforzare le condizioni di sfruttamento, la qual cosa comporterebbe una  crisi del consumo, l’accumulazione capitalista potrà nondimeno proseguire a condizione che  si acceleri il ciclo produzione-consumo, cioè che si acceleri tanto il processo di produzione quanto la circolazione delle merci. Ciò si è perso sul piano statico dell’economia potrà essere compensato sul piano dinamico. La logica del flusso dominerà la logica del prodotto finito. La velocità primeggerà sulla quantità in quanto fattore di ricchezza. Il volto nascosto del mantenimento dell’accumulazione è l’accelerazione della circolazione. La funzione dei dispositivi di controllo è dunque quella di massimizzare il volume dei flussi mercantili minimizzandone gli eventi, gli ostacoli, gli incidenti che li rallenterebbero.  Il capitalismo cibernetico tende ad abolire il tempo stesso, a massimizzare la circolazione fluida fino al suo punto massimo, la velocità della luce, come già tendono a realizzarlo alcune transazioni finanziarie. Le categorie di “tempo reale”, di “just in time”, testimoniano adeguatamente questo odio per la durata. Per questa stessa ragione, il tempo è nostro alleato.

Questa propensione del capitalismo al controllo non è nuova. Essa è postmoderna solo nel senso in cui la postmodernità si confonde con la modernità nel suo ultimo periodo. E’ per questa stessa ragione che si sono sviluppate la burocrazia  alla fine del XIX secolo e le tecnologie informatiche dopo la Seconda guerra mondiale. La cibernetizzazione del capitalismo ha debuttato alla fine del decennio 1870, attraverso un crescente controllo della produzione, della distribuzione e del consumo. L’informazione sui flussi conserva da allora una importanza strategica centrale come condizione della valorizzazione. Lo storico James Beniger racconta che i primi problemi di controllo sono sorti quando ebbero luogo le prime collisioni tra treni, mettendo in pericolo sia le merci che le vite umane. La segnaletica ferroviaria, gli apparecchi per misurare i tempi di percorso e di trasmissione dei dati dovettero essere inventati al fine di evitare simili “catastrofi”. Il telegrafo, gli orologi sincronizzati, gli organigrammi nelle grandi imprese, i sistemi di peso, le tabelle di marcia, le procedure di valutazione delle prestazioni, i grossisti, la catena di montaggio, la presa di decisione centralizzata, la pubblicità nei cataloghi, i mezzi di comunicazione di massa furono i dispositivi inventati durante questo periodo per rispondere, in tutte le sfere del circuito economico, a una crisi generalizzata del controllo legata all’accelerazione della produzione provocata dalla rivoluzione industriale  negli Stati Uniti. I sistemi d’informazione e di controllo si sviluppano dunque nello stesso tempo in cui s’estende il processo capitalista di trasformazione della materia. Si forma e cresce una classe d’intermediari, di middlemen, che Alfred Chandler ha chiamato la “mano visibile” del Capitale. A cominciare dalla fine del XIX secolo, SI constata che la prevedibilità diventa una fonte di profitto in quanto fonte di fiducia. Il fordismo e il taylorismo s’inscrivono in questo movimento, come pure lo sviluppo del controllo sulla massa dei consumatori e sull’opinione pubblica attraverso il marketing e la pubblicità, incaricati di estorcere con la forza e poi di mettere a lavoro le “preferenze” che, secondo l’ipotesi degli economisti marginalisti, sono la vera fonte del valore. L’investimento nelle tecnologie di pianificazione e di controllo, organizzative o meramente tecniche, diviene sempre più redditizio.  Dopo il 1945, la cibernetica fornisce al capitalismo una nuova infrastruttura di macchine – i computer – e soprattutto una tecnologia intellettuale che permettono di regolare la circolazione dei flussi nella società, di farne dei flussi esclusivamente mercantili.

Che il settore economico dell’informazione, della comunicazione e del controllo abbia preso una parte crescente nell’economia in seguito alla Rivoluzione Industriale, che il “lavoro immateriale” cresca in confronto al lavoro materiale, dunque non ha nulla di sorprendente né di nuovo. Esso mobilita oggi nei paesi industrializzati più di 2/3 della forza lavoro. Ma ciò non basta per definire il capitalismo cibernetico. Questo, poiché fa dipendere continuamente il suo equilibrio e la sua crescita dalle sue capacità di controllo, è cambiato di natura. Molto più della rarità, è l’insicurezza il nocciolo della presente economia capitalista.  Come già avevano presentito Wittgenstein a partire dalla crisi del ’29 e Keynes sulle sue orme – c’è un fortissimo legame tra “lo stato della fiducia” e la curva dell’efficacia marginale del capitale, scrive quest’ultimo nel capitolo XII della Teoria generale nel febbraio del 1934 – l’economia riposa in definitiva su un “gioco linguistico”. I mercati, e con essi merci e mercanti, la sfera della circolazione in generale e, di conseguenza, l’impresa, la sfera della produzione come luogo di previsione di rendite a venire, non esistono senza convenzioni, norme sociali, norme tecniche, norme sul vero, un meta-livello che fa esistere i corpi e le cose in quanto merci, persino prima  che queste siano oggettivate in un prezzo. I settori del controllo e della comunicazione si sviluppano perché la valorizzazione mercantile ha bisogno dell’organizzazione d’un circuito chiuso di informazioni, parallelo alla circolazione delle merci, la produzione d’una credenza collettiva che si oggettiva nel valore. Perché abbia luogo, ogni scambio richiede “investimenti di forma” – un’informazione su ciò che viene scambiato e una messa in forma di ciò che viene scambiato – una formattazione che rende possibile la messa in equivalenza ancor prima che effettivamente abbia luogo, un condizionamento che è anche una condizione dell’accordo sul mercato. E’ vero per i beni; è vero per le persone. Perfezionare la circolazione d’informazioni sarà perfezionare il mercato come strumento universale di coordinazione. Contrariamente a quanto supponeva l’ipotesi liberale per sostenere il capitalismo fragile, nei rapporti sociali il contratto non basta a sé stesso. Dopo il 1929 SI prende coscienza che ogni contratto deve essere combinato con dei controlli. L’ingresso della cibernetica nel funzionamento del capitalismo mira a minimizzare le incertezze, le incommensurabilità, i problemi delle anticipazioni che potrebbero interferire in ogni transazione mercantile. Essa contribuisce a consolidare la base sulla quale i meccanismi del capitalismo possono avere luogo, a oliare l’astratta macchina del Capitale.


Con il capitalismo cibernetico, il momento politico dell’economia politica domina di conseguenza il suo momento economico. O, come intende Joan Robinson, sotto la prospettiva della teoria economica, commentando Keynes: “dal momento che viene ammessa l’incertezza delle anticipazioni che guidano il comportamento economico, l’equilibrio non ha più importanza e la Storia prende il suo posto”. Il momento politico, inteso qui nel senso ampio di ciò che assoggetta, di ciò che normalizza, di ciò che determina quanto avviene attraverso i corpi e che può venire registrato come valore socialmente riconosciuto, di ciò che estrae dalla forma delle forme-di-vita, è essenziale sia alla “crescita”, sia alla riproduzione del sistema: da un lato la cattura delle energie, il loro orientamento, la loro cristallizzazione, diventa la prima fonte di valorizzazione; dall’altro il plusvalore può provenire da qualsiasi punto del tessuto biopolitico a condizione che questo si ricostituisca incessantemente. Che l’insieme delle spese possa tendenzialmente trasformarsi in qualità  valorizzabili significa anche che il Capitale compenetra tutti i flussi viventi: socializzazione dell’economia e antropomorfosi del Capitale sono due processi solidali e indissociabili. Perché essi si realizzino è necessario e sufficiente che ogni azione contingente sia presa in un misto di dispositivi di sorveglianza e di schedatura. I primi sono ispirati alla prigione in quanto introduce un regime di visibilità panottica, centralizzata. Essi sono stati per lungo tempo monopolio dello Stato moderno. I secondi sono ispirati alla tecnica informatica in quanto mira a un regime di quadrillage* decentralizzato e in tempo reale. Il comune orizzonte di questi dispositivi è quello d’una trasparenza totale, d’una corrispondenza assoluta tra mappa e territorio, d’una volontà di sapere portata a un tale grado d’accumulazione da divenire volontà di potere. Uno dei progressi della cibernetica è consistito nel recintare i sistemi di sorveglianza e monitoraggio assicurandosi che sorveglianti e controllori siano a loro volta sorvegliati e/o monitorati, e questo è avvenuto con il progredire d’una socializzazione del controllo, marchio della cosiddetta “società dell’informazione”. Il settore del controllo s’autonomizza poiché s’impone la necessità di controllare il controllo, essendo i flussi mercantili accompagnati da flussi di informazioni di cui la circolazione e la sicurezza devono essere ottimizzati a loro volta. In cima a questa stratificazione dei controlli, il controllo statale, la polizia e il diritto, la violenza legittima e il potere giudiziario, giocano un ruolo di controllori in ultima istanza. Questo aumento progressivo di sorveglianza che caratterizza le “società del controllo” è spiegato da Deleuze in termini semplici: “hanno perdite da ogni parte”. Il che conferma incessantemente il controllo nella sua necessità. “Nelle società disciplinari non si smetteva mai di ricominciare (dalla scuola alla caserma, ecc…), mentre nelle società del controllo non si finisce del tutto mai nulla.”

Dunque non c’è nulla di stupefacente nel vedere lo sviluppo del capitalismo cibernetico accompagnarsi ad uno sviluppo di tutte le forme di repressione, un iper-securitarismo. La disciplina tradizionale, la generalizzazione dello stato d’urgenza, dell’emergenza, sono portate a crescere in un sistema interamente volto verso la paura della minaccia. L’apparente contraddizione tra un rafforzamento delle funzioni repressive dello Stato e un discorso economico neo-liberale che esalta il “meno Stato” – che permette per esempio a Loïc Wacquant di lanciarsi in una critica dell’ideologia liberale dissimulante l’ascesa dello “Stato penale” – non si comprende che in riferimento all’ipotesi cibernetica. Lyotard lo spiega: “In ogni sistema cibernetico c’è un’unità di riferimento che permette di misurare lo scarto prodotto dall’introduzione d’un evento nel sistema, poi, grazie a questa misura, di tradurre questo evento in informazione per il sistema, infine, se si tratta d’un insieme regolato in omeostasi, di annullare questo scarto e di ricondurre il sistema alla quantità d’energia o d’informazione che esso aveva in precedenza. […] Fermiamoci qui un momento. Vediamo come l’adozione di questo punto di vista sulla società, cioè la tipica fantasia dispotica del padrone di porsi nel luogo presunto dello zero centrale e così identificarsi al Nulla della matrice […] non può che costringerlo a estendere la sua idea della minaccia e dunque della difesa. Poiché, quale evento non comporterebbe minaccia da questo punto di vista? Nessuno; al contrario, tutti, essendo gli eventi perturbazioni d’un ordine circolare che essi stessi riproducono, esigono una mobilitazione di energie a fini di appropriazione ed eliminazione. Ciò risulta troppo astratto? Serve un esempio? E’ questo il progetto che viene portato avanti in Francia e in alto loco, cioè l’istituzione d’una Difesa operativa del territorio munita d’un Centro operativo dell’esercito di terra, la cui specificità è di far fronte alla minaccia ‘interna’, la qual cosa nasce nelle oscure pieghe del corpo sociale, il cui ‘stato maggiore’ pretende nondimeno d’essere la testa chiaroveggente: questa chiaroveggenza si chiama schedario nazionale; […] la traduzione dell’evento in informazione per il sistema si chiama intelligence […]; infine l’esecuzione degli ordini regolatori e la loro iscrizione  nel ‘corpo sociale’, soprattutto quando si immagina quest’ultimo in preda a qualche intensa emozione, per esempio al panico che lo scuoterebbe in ogni caso in cui dovesse scatenarsi una guerra nucleare (come pure in cui dovesse sorgere un’imprecisata ondata, giudicata malsana, di protesta, contestazione, diserzione civile) – questa esecuzione richiede l’infiltrazione assidua e meticolosa dei canali trasmittenti nella ‘carne’ sociale, o, come lo esprime a meraviglia un certo ufficiale superiore, la ‘polizia dei movimenti spontanei’.” La prigione è dunque in cima a una cascata di dispositivi di controllo, il garante in ultima analisi che nessun evento perturbante avrà luogo nel corpo sociale per intralciare la circolazione delle persone e dei beni. Essendo la logica della cibernetica quella di sostituire delle istituzioni centralizzate, delle forme sedentarie di controllo, attraverso dispositivi di tracciabilità, di forme nomadi di controllo, la prigione come dispositivo classico di sorveglianza è evidentemente portata a venire prolungata da dispositivi di monitoraggio come, ad esempio, il braccialetto elettronico. Lo sviluppo delle community police nel mondo anglosassone, della “polizia di prossimità” in Francia, risponde dunque a una logica cibernetica di scongiuro dell’evento, di organizzazione della retroazione. Secondo questa logica le perturbazioni in una zona saranno tanto meglio soffocate quanto meglio verranno ammortizzate dalle sotto-zone più prossime del sistema.

Se nel capitalismo cibernetico la repressione si fa carico di scongiurare l’evento, corollario di questa è la previsione in quanto mira a eliminare l’incertezza connessa a ogni futuro. Questa è la posta in gioco delle tecnologie statistiche. Mentre quelle del welfare state si volgevano interamente verso l’anticipazione dei rischi, previsti o no, quelle del capitalismo cibernetico mirano a moltiplicare le sfere di responsabilità. Il discorso del rischio è il motore dello spiegamento dell’ipotesi cibernetica: esso viene diffuso all’inizio per essere in seguito interiorizzato. Poiché i rischi sono tanto meglio accettati quanto più coloro che vi sono esposti hanno l’impressione d’avere scelto di farsene carico, che se ne sentono responsabili e ancor più quando hanno l’impressione di poterli controllare e padroneggiare da sé. Ma, come ammette un esperto, il “rischio zero” non esiste: “la nozione di rischio indebolisce i legami causali, ma ciò facendo essa non li fa sparire. Al contrario, essa li moltiplica. […] Considerare un pericolo in termini di rischio significa forzatamente ammettere che non si potrà mai premunirsene del tutto: sarà possibile gestirlo, addomesticarlo,  ma mai annullarlo.” E’ a titolo della sua permanenza per il sistema che il rischio è uno strumento ideale per l’affermazione di nuove forme di potere che favoriscono la crescente influenza dei dispositivi sui collettivi e sugli individui. Esso elimina ogni oggetto di conflitto attraverso la coalizione obbligatoria degli individui attorno alla gestione di minacce ritenute come riguardanti indistintamente ciascuno. L’argomento che ci SI vorrebbe fare ammettere è il seguente: più c’è sicurezza., più c’è produzione concomitante d’insicurezza. E se pensate che l’insicurezza cresce mentre la previsione è sempre più infallibile, questo significa che siete voi ad avere paura dei rischi. E se avete paura dei rischi, se non date fiducia al sistema perché controlli integralmente la vostra vita, la vostra paura rischia d’essere contagiosa e di costituire un rischio molto reale di sfiducia verso il sistema. Detto altrimenti, avere paura dei rischi significa già presentare sé stessi come un rischio per la società. L’imperativo della circolazione mercantile su cui riposa il capitalismo cibernetico si trasforma in fobia generale, in fantasma autodistruttivo. La società di controllo è una società paranoica, la qual cosa conferma facilmente la proliferazione nel suo seno delle teorie complottiste. Ogni individuo è così soggettivato nel capitalismo cibernetico come dividuo a rischio, come il nemico qualunque della società equilibrata.

Non c’è dunque da stupirsi che il ragionamento di questi collaboratori in capo del capitale che sono François Ewald o Denis Kessler in Francia, sia di affermare che il welfare state, caratteristica del modo di regolazione sociale fordista, riducendo i rischi sociali ha finito con il deresponsabilizzare gli individui.
Lo smantellamento dei sistemi di protezione sociale, a cui assistiamo dall’inizio degli anni ’80, mira di conseguenza a responsabilizzare ognuno facendo sì che tutti sostengano i “rischi” che i capitalisti fanno subire all’insieme del “corpo sociale”. Si tratta, in ultima analisi, di inculcare il punto di vista della riproduzione della società in ogni individuo, il quale non dovrà più attendere nulla da essa, ma sacrificarle tutto. Il punto è che la regolazione sociale delle catastrofi e dell’imprevisto non può più essere gestita, come era stata nel Medio Evo durante la lebbra, attraverso la sola esclusione sociale, la logica del capro espiatorio, il contenimento e la chiusura. Se ognuno deve diventare responsabile del rischio che fa correre alla società, è che non SI può più escludere senza privarsi d’una fonte potenziale di profitto. Il capitalismo cibernetico fa dunque andare di pari passo socializzazione dell’economia e crescita del “principio di responsabilità”. Esso produce il cittadino in quanto “dividuo a rischio” che auto-neutralizza il proprio potenziale di distruzione dell’ordine. Si tratta così di generalizzare l’autocontrollo, disposizione che favorisce la proliferazione di dispositivi e ne assicura un efficace ricambio. Nel capitalismo cibernetico ogni crisi prepara un rinforzo dei dispositivi. La contestazione anti-OGM così come la “crisi della mucca pazza” di questi ultimi anni in Francia, hanno in definitiva permesso di istituire un’inedita tracciabilità dei dividi e delle cose. L’accresciuta professionalizzazione del controllo – che insieme all’assicurazione è uno dei settori economici la cui crescita è garantita dalla logica cibernetica – è solo l’altra faccia dell’emergenza del cittadino, come soggettività politica che ha totalmente autorepresso il rischio che essa oggettivamente rappresenta. La vigilanza cittadina contribuisce così al miglioramento dei dispositivi di pilotaggio.

Mentre lo sviluppo del controllo alla fine del XIX secolo passava attraverso una dissoluzione dei legami personalizzati – che ha fatto sì che SI potesse parlare di “sparizione delle comunità” – esso passa nel capitalismo cibernetico attraverso una nuova tessitura di legami sociali interamente attraversati  dall’imperativo di pilotaggio di sé e degli altri al servizio dell’unità sociale: è questo divenire dispositivo dell’uomo che rappresenta il cittadino dell’Impero. La presente importanza di questi nuovi sistemi cittadino-dispositivo, che svuotano le vecchie istituzioni statali e spingono avanti la nebulosa associativa-cittadina, mostra che la grande macchina che deve essere il capitalismo cibernetico non può fare a meno degli uomini, benché alcuni increduli cibernetici abbiano messo tempo per crederlo, come ne rende testimonianza questa rassegnata presa di coscienza della metà degli anni ’80:
“L’automatizzazione sistematica sarebbe effettivamente un mezzo radicale per superare i limiti fisici o mentali che sono all’origine dei più comuni errori umani: perdite momentanee di vigilanza dovute a fatica, stress o routine; incapacità provvisoria di interpretare simultaneamente una moltitudine d’informazioni contraddittorie e dunque di padroneggiare situazioni troppo complesse; eufemizzazione del rischio sotto la pressione di circostanze (urgenze, pressioni gerarchiche…); errori di rappresentazione che portano a sovrastimare la sicurezza di sistemi abitualmente molto affidabili (si cita il caso d’un pilota che rifiuta categoricamente di credere che uno dei suoi reattori è in fiamme). Tuttavia è necessario chiedersi se l’estromissione dell’uomo, considerato come l’anello debole dell’interfaccia uomo/macchina non rischi in definitiva di creare nuove vulnerabilità, se non altro estendendo errori di rappresentazione e perdite di vigilanza che sono, come abbiamo visto, la frequente contropartita d’un esagerato sentimento di sicurezza. In ogni caso il dibattito merita di essere aperto.”

In effetti.


* Bloom [blum] s.m. – 1914; etimologia sconosciuta, forse dal russo Oblomov, dal tedesco Anna Blume o dall’inglese Ulysses – 1. Stimmung terminale di una civiltà inchiodata al proprio capezzale e incapace di distogliersi dal proprio naufragio, se non alternando brevi fasi di isteria tecnofila a lunghi periodi di astenia contemplativa: Era come se la massa esangue dei salariati vivesse nel Bloom. “Morte al Bloom!” (J. Frey). 2. Fig. Forma-di-vita crepuscolare, errante, che colpisce comunemente gli esseri umani nel mondo della merce autoritaria: bloomesco, bloomitudine, bloomificazione. 3. Per est. Sentimento del’essere postumo: Avere il Bloom. 4. Atto di morte della politica classica. 5. Atto di nascita della politica estatica. 6. Stor. Ciò la cui assunzione determinò la formazione di vari nuclei del Comitato Invisibile, congiura anonima che, di sabotaggio in sollevazione, finì per liquidare il dominio mercantile nel primo quarto del XXI sec. “Gli spettatori rimangono immobili quando passa il treno” (K.).
* Mappatura a scacchiera, quadrettatura di un territorio per scopi militari, di polizia, o sanitari [N.d.T.]

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